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Cumulativo film 5

by sasso67 (02/11/2008 - 19:09)

Sinfonia d'autunno (Norvegia, 1977) di Ingmar Bergman. Con Ingrid Bergman (Charlotte), Liv Ullmann (Eva), Lena Nyman (Helena), Halvar Björk (Viktor), Erland Josephson (Josef), Arne Bang-Hansen (zio Otto), Gunnar Björnstrand (Paul), Gerog Lokkeberg (Leonardo), Linn Ullmann (Eva bambina).

La prima cosa da rilevare è che, in effetti, sia dal titolo originale che dal tono del film si capisce benissimo che si tratta di una sonata (da camera, aggiungerei) e non di una sinfonia. La seconda cosa è che, mentre ho sempre amato Ingmar Bergman, non mi è mai piaciuta Ingrid, che non vedo, peraltro, adatta al cinema dell'omonimo regista. L'attrice inonda il cinema "ingmariano" di un'aura da vecchia Hollywood che non c'entra proprio per niente. Devo anche riconoscere che forse proprio quest'ultima caratteristica era funzionale al film in questione, poiché Charlotte doveva essere, in qualche modo, una diva - in questo caso del pianoforte. A tanto cospetto la figlia Eva deve apparire come una donna dappoco, ma mi pare che Liv Ullmann (generalmente bravissima) esageri in questo senso, facendola apparire (intendo sempre Eva) una mezza mentecatta, a tal punto che, quando la figlia accusa la madre del proprio sconfinato egoismo e rifiuta di perdonarla, si ha l'impressione di assistere ad una conversione fin troppo radicale, repentina ed immotivata. E' probabile che Bergman, con questo film, volesse lanciare un appello a parlarsi, a perdonare, perché non è mai troppo tardi, purché ci sia la volontà di parlarsi e di chiedere perdono. Ma anche su questa interpretazione (caldeggiata da Sergio Trasatti, autore del Castoro su Ingmar Bergman) non è che ci si possa adagiare troppo, perché dalle ultime scene ambientate in treno si potrebbe anche dedurre che Charlotte non abbia propriamente tratto la medesima lezione. Quello che più mi ha colpito negativamente, comunque, è il rifugiarsi di Ingmar Bergman in una sorta di cinema/teatro da camera che sa un po' troppo di manierismo: è un Bergman che fa del cinema alla maniera di Bergman, con delle attrici che recitano alla maniera di attrici del cinema bergmaniano. E' altissima maniera, d'accordo, ma si avverte la mancanza di una sincera ispirazione.

Totò contro i quattro (Italia, 1963) di Steno. Con Totò (il commissario Antonio Saracino), Peppino De Filippo (il cav. Alfredo Fiore), Aldo Fabrizi (Don Amilcare), Nino Taranto (l'ispettore Mastrillo), Erminio Macario (il col. La Matta), Ugo D'Alessio (il brigadiere Di Sabato), Mario Castellani (il comm. Filippo Lancetti), Rossella Como (la moglie di Lancetti), Dany Paris (Jacqueline), Nino Terzo (l'agente Pappalardo), Carlo Delle Piane (Pecorino), Mario De Simone (Spampinato), Luciano Bonanni (un meccanico ladro), Pietro Carloni (il cognato di Lancetti).

La giornata di un commissario di polizia cui hanno appena rubato l'automobile nuova. Quattro personaggi sembrano fare di tutto per peggiorargli l'umore, già deteriorato dal furto della macchina. I duetti tra Totò e tre dei suoi antagonisti sono divertenti: quelli con Macario e Castellani sono piuttosto sgonfi. Molto divertente è anche l'inizio, quando il commissario conosce per la prima volta il nuovo poliziotto Pappalardo, interpretato dall'impagabile caratterista Nino Terzo, che mette a dura prova la pazienza del commissario. Vi sono, comunque, alcune gag che ormai sono stravecchie e desuete (come quella sulle supposte) o addirittura di cattivo gusto, come quella in cui Totò e l'aiutante entrano in una boutique per comprare dei vestiti da donna e vengono scambiati per travestiti. Un film non eccezionale, anche se vedere Totò fa sempre piacere e strappa comunque qualche risata.

I cammelli (Italia, 1988) di Giuseppe Bertolucci. Con Paolo Rossi (Ferruccio Ferri), Diego Abatantuono (Camillo), Giulia Boschi (Anna Moretti), Sabina Guzzanti (Miriam), Claudia Pozzi (Paola), Fiorenzo Serra (il geom. Baiocco), Ennio Fantastichini (Pino), Laura Betti (Milena Moretti), Giancarlo Sbragia (il signor Moretti), Nicola De Buono (Luciano), Ugo Conti (il figlio di Alfredo), Claudio Bisio (l'ortolano), Carlo Monni (il capotreno), Stefano Sarcinelli (l'intervistatore).
Bertolucci junior continua un po' da sempre a cercare un proprio stile cinematografico. Qui segue le peripezie del giovane esperto di cammelli Ferruccio Ferri, prima alle prese con un impresario imbroglione e poi con la famiglia di una ragazza che gli ha chiesto di salvarla da un matrimonio non gradito. Lo spunto è interessante, però, dopo la prima parte che procede surrealmente a dorso di cammello attraverso la Pianura Padana, il film s'incarta in un episodio ferroviario, che sembra la brutta copia delle candid camera di Nanni Loy. Lo scioglimento del film quasi chapliniano non convince e lascia tutta l'operazione un po' vagolante a mezz'aria. Paolo Rossi, purtroppo, al cinema non ha sfondato né come cabarettista intellettuale né come comicarolo d'assalto.

Kamikazen - Ultima notte a Milano (Italia, 1987) di Gabriele Salvatores. Con Paolo Rossi (Walter Zappa), Silvio Orlando (Nicola Minichino), Claudio Bisio (Vincenzo Amato), Gigio Alberti (Bruno), Flavio Bonacci (Corallo), Nanni Svampa (Colombo), Mara Venier (Caterina De Lellis), Antonio Catania (Tony Pesci), Maria Luisa Santella Vittoria), David Riondino (Davide), Laura Ferrari (Angela Mazzoni), Alberto Storti (Achille), Pietro Sarubbi (Gino), Lucia Vasini (Marta), Diego Abatantuono (l'uomo all'ippodromo), Gabriele Salvatores (il cliente di Angela), Giovanni Storti (il poliziotto), Aldo Baglio (cliente della trattoria).
L'esordio cinematografico di Salvatores (escludendo l'esperimento del SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE) ci regala lo spaccato di una Milano che, al tramonto degli anni Ottanta, non è, fortunatamente, soltanto la città da bere e la metropoli presa in appalto da tangentari e paninari. Il regista denota, inoltre, una certa padronanza nel manovrare la macchina da presa, evidenziandosi già quale il cineasta che, di lì a poco, avrebbe portato a casa un immeritato Oscar (sebbene, in quanto a premi immeritati, si trovi in buona e numerosa compagnia). KAMIKAZEN mette anche in mostra una nuova generazione di comici di valore, da Paolo Rossi a Silvio Orlando, da Antonio Catania a Claudio Bisio. Il primo è forse quello che, al cinema, dà un profitto inferiore al proprio valore complessivo, mentre gli altri giustificano, fin da questo esordio, l'impiego che il cinema ha fatto di loro negli ultimi anni. Buona la resa spettacolare di una Milano notturna, pochissimo glamour. Il peso specifico del film resta, comunque, scarsino.


Pane, burro e marmellata (Italia, 1977) di Giorgio Capitani. Con Enrico Montesano (Bruno De Santis), Claudine Auger (Betty), Rossana Podestà (Simona), Rita Tushingham (Vera De Vizis), Laura Trotter (Margherita Bertelli), Adolfo Celi (il commendator Aristide Bertelli), Franco Giacobini (il marito di Simona), Jacques Herlin (il prof. Gaetano Arfè), Stefano Amato (garzone della drogheria), Simona Mariani (Martina), Dino Emanuelli (il prof. Colli-Pedretti), Emilio Delle Piane (Nicola), Ennio Antonelli (locandiere), Pietro Tordi (il prete), Angelo Pellegrino (il tecnico dello studio TV).
Il grado zero del cinema. Nel senso di zero assoluto (273,15 °C). Un copione insussistente che farebbe rabbrividire il povero Feydeau, recitato da uno dei nostri comici più mediocri e da un trio di attrici in decadenza artistica, oltre che fisica. Non c'è un guizzo registico, non una sola invenzione, nemmeno una gag che faccia arricciare il labbro in un qualcosa che possa lontanamente somigliare a un sorrisino. Non c'è niente: e quel poco che si vede è falso come la classica banconota da 6.700 lire del vecchio conio. L'unica preoccupazione del regista, oltre che tirare a campare fino alla fine di questa immonda ciofeca, è trovare qualche improbabile scusa per mostrare l'immancabile bottiglia di J&B. Dispiace soprattutto per la gloriosa Rita Tushingham di Sapore di miele, ma bisogna pur dire che questo Pane è risecchito, il Burro rancido e la Marmellata ammuffita.

Culastrisce, nobile veneziano (Italia, 1976) di Flavio Mogherini. Con Marcello Mastroianni (il marchese Luca Maria Sbrizon), Lino Toffolo (Agostino Nebiolo), Claudia Mori (Nadia; Luisa di Libo List), Adriano Celentano (Sprint Boss), Silvano Bernabei (Vincenzo), Flora Carabella (zia Alvisa), Anna Miserocchi (Helga), Olga Bisera (la barista), Alvaro Mancori (Nane), Andrea Aureli (l'onorevole).
Fellinista senza essere Fellini, Mogherini possiede spesso qualche attributo negativo, senza avere, in cambio, qualche elemento positivo che lo compensi. Culastrisce prende in prestito molte tra le caratteristiche deteriori del cinema italiano a cavallo tra i decenni Sessanta e Settanta. Prende la poetica dei mimi di Blow Up (senza la cognizione dei tempi di Antonioni) e la frulla con il fellinismo toninoguerriano che avanza tra gli anfratti meno riusciti di Amarcord. In più, cerca di aggiungere qualche improbabile elemento di commedia surreale, affidandolo al tuttofare Toffolo, nonché di sfruttare la fama immeritata della coppia più bella del mondo (forse del loro mondo) Celentano - Claudia Mori. Il risultato, nonostante Mastroianni, è patetico.

Il mostro di Firenze (Italia, 1985) di Cesare Ferrario. Con Leonard Mann (Andreas Ackerman), Bettina Giovannini (Giulia), Gabriele Tinti (Enrico), Lydia Mancinelli (la madre del mostro), Anna Orso (la madre di una ragazza uccisa).
La teoria del giornalista della Nazione Mario Spezi è, da sempre, che il cosiddetto mostro di Firenze sia stato per l'appunto un «mostro», nel senso del serial killer solitario che per problemi suoi - probabilmente traumi psichici - abbia un giorno cominciato ad uccidere, con una pistola trovata per caso sul luogo di un altro atroce duplice omicidio. Insomma, una serie di fattori che hanno contribuito a creare nella testa di questo personaggio, dipinto come d'estrazione borghese e di buona cultura, la spinta a commettere tutta quella serie di duplici omicidi. Il film di Ferrario adotta questa ipotesi investigativa, che Spezi ha continuato a sostenere anche dopo la scoperta della pista degli ormai celebri «compagni di merende» (di cui all'epoca ancora non si era parlato), a costo di andarci di mezzo personalmente: il giornalista fiorentino, infatti, due anni fa fu anche arrestato con l'accusa di depistaggio, sulla pista di elementi abbastanza inconsistenti. Detto questo, va rilevato come il film di Ferrario, già regista teatrale, non sia un granché, com'era peraltro prevedibile. E tuttavia, pur essendo uscito nei cinema a ridosso dell'ultimo clamoroso duplice omicidio del Mostro (quello della coppietta francese, mostrato nella sequenza iniziale), il film non mi pare né sciacallesco né truculento - anche se va detto che subì notevoli tagli in sede di censura. Nel 1985 le ferite erano ancora troppo fresche, soprattutto nelle famiglie dei poveri ragazzi trucidati. Devo, però, ribadire che il film di Ferrario, anche a dispetto della recitazione catatonica di Leonard Mann, mantiene una sua pur fragilissima dignità, anche nonostante alcuni elementi da thriller postargentiano (come la sequenza ambientata nel teatro lirico, che resta fine a sé stessa), abbastanza incongrui. Sono, però, valide tutte le sequenze che ricostruiscono l'omicidio del 1968, quello della coppia Lo Bianco - Locci, avvenuto a Signa e che sembra un po' il capostipite della tragica serie: gli ambienti squallidi della campagna toscana e il triste ménage a tre, con il marito della donna che addirittura serve il caffè a letto alla coppia di amanti, sembrano usciti dalle pagine di un verbale dei Carabinieri. Purtroppo, si perde un elemento che avrebbe potuto costutire un punto di forza di un serio film sul Mostro, ossia il parlato di tutti i giorni, in particolare il sardo dei primi protagonisti e il toscano di tutto il contesto. Per come è stato ricostruito da Ferrario, l'insieme di questi orribili fatti sembra essersi svolto in una specie di Arcadia. Sarebbe come se, al processo che l'ha riguardato proprio per questi delitti, Pacciani avesse parlato con il doppiaggio di Nando Gazzolo.

Io ho paura (Italia, 1977) di Damiano Damiani. Con Gian Maria Volonté (il brigadiere Ludovico Graziano), Erland Josephson (il giudice Cancedda), Mario Adorf (il giudice Moser), Angelica Ippolito (Gloria), Bruno Corazzari (il capitano La Rosa), Giorgio Cerioni (il maggiore Masseria), Joe Sentieri (Tognon), Laura De Marchi (Emma Meroni), Laura Trotter (la ragazza di Caligari), Paolo Malco (Caligari), Raffaele Di Mario (il col. Ruiz), Aldo Valletti (il direttore del carcere).
Il titolo sintetizza benissimo la sensazione di disagio e di sconforto che attanagliò moltissimi italiani durante gli anni di piombo. Specialmente quei "tutori dell'ordine" che erano mandati a sorvegliare gli uomini che rappresentavano lo Stato, e magari spesso si domandavano chi fossero coloro per i quali, ogni maledetto giorno, rischiavano la vita. Quando fu rapito Aldo Moro, si cominciarono a conoscere gli "uomini della scorta", si cominciò a capire che dietro le loro divise c'erano delle storie: dietro a dei nomi che ormai da anni mi rimbalzano nella testa (Leonardi, Rivera, Iozzino) c'erano delle storie di persone, spesso molto giovani, che venivano dal Sud, che avevano una famiglia, dei figli, dei genitori. Questo è ciò che mette in scena Damiano Damiani - non dimaentichiamocelo - un anno prima del rapimento di Moro. E il merito del regista friulano è soprattutto quello di metterci a confronto con questa realtà, ficcandoci in una trama labirintica ed inquietante, in cui i segnali si fanno sempre più minacciosi, nonostante i toni kafkianamente rassicuranti dei superiori, ignari che i loro giochetti sono stati scoperti. Il brigadiere Ludovico Graziano ha ottenuto di fare da scorta ad un anziano magistrato che non si occupa di politica, ma l'indagine di cui si occupa il giudice dimostrerà che in quel periodo della storia italiana tutto è politica: dovunque si mettano le mani esce fuori qualche trama losca che coinvolge i servizi segreti, deviati o meno. E si dimostrano pericolose connivenze tra potere politico e terrorismo (anche se qui Damiani rifiuta di chiarire se il famigerato Caligari sia un rosso o un nero). Il meccanismo del film funziona e ci conduce ad un finale davvero raggelante e pessimista, quasi un messaggio ad abbandonare ogni speranza (o voi ch'entrate), anche quando sembra filtrare un raggio di sole dalla cappa di piombo. Eccellente l'interpretazione di Volonté, che ribalta il personaggio dell'INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO, sia nel carattere che nell'esteriorità: quanto è sicuro di sé ben oltre il limite della provocazione il primo, tanto è insicuro e pauroso il secondo; tanto è elegante ed azzimato il Dottore, quanto è sciatto nel vestire con i suo giubbottini il nostro Graziano. Ottime anche le prestazioni di Josephson (capace di una mimesi che poco ha da invidiare a quelle di Volonté) e di Adorf, sempre bravissimo, specialmente nelle sue apparizioni nel nostro cinema.

Il grande racket (Italia, 1976) di Enzo G. Castellari. Con Fabio Testi (il maresciallo Nicola Palmieri), Renzo Palmer (Luigi, proprietario del ristorante), Vincent Gardenia (lo zio Pepe), Gianluigi Loffredo (Rudy il marsigliese), Salvatore Borgese (il serg. Salvatore Velasci), Orso Maria Guerrini (l'ing. Gianni Rossetti), Marcella Michelangeli (Marcy), Glauco Onorato (Mazzarelli), Romano Puppo (l'uomo del mitra), Antonio Marsina (l'avvocato della gang), Daniele Dublino (il commissario), Salvatore Billa (Fabrizi), Ruggero Diella (Piccio, il nipote di Pepe), Stefania G. Castellari (Stefania), Anna Zinnemann (Sandra Rossetti).
Nonostante un'ideologia che, se non fascista, è comunque preoccupantemente destrorsa (senza voler tirare in ballo IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE, si può pensare certamente ad alcuni modelli eastwoodiani, dove l'ispettore Callaghan,privato del tesserino da poliziotto, ammazza i criminali con la sua 44 Magnum), prevedendo la creazione di squadre armate per fare piazza pulita di criminali che la legge non riesce a condannare, e nonostante anche certe macroscopiche incongruenze in sede di sceneggiatura (il magistrato sospende dal servizio il maresciallo Palmieri: ma quando mai?), IL GRANDE RACKET è uno dei migliori polizieschi degli anni Settanta. Anche se i mezzi di cui potè giovarsi Castellari non erano di certo quelli di una produzione hollywoodiana, dal punto di vista tecnico il film contiene sequenze di notevolissima fattura, dalle sparatorie con trenta o quaranta personaggi, agli inseguimenti automobilistici, al ralenti nel quale l'auto di Fabio Testi rotola lungo una scarpata. Grande merito della riuscita dell'operazione va, secondo me, oltre che al regista, all'operatore Marcello Masciocchi che fotografa con perizia sia le scene ambientate alla luce del sole sia quelle notturne. Un cast che sa amalgamare bene un nutrito gruppo di attori/cascatori (tra i quali Puppo, Billa, Vanni) di buon livello ed attori di buona esperienza come Palmer, Onorato (la mitica Freccia Nera televisiva), Gardenia, lo stesso Fabio Testi o l'Orso Maria Guerrini che, nonostante un preoccupante rapporto feticistico con il proprio fucile, memore del suo David Fenwick (in ...E LE STELLE STANNO A GUARDARE di Majano), non può che stare dalla parte dei buoni.

La morte risale a ieri sera (Italia/RFT, 1970) di Duccio Tessari. Con Frank Wolff (Duca Lamberti), Raf Vallone (Amanzio Berzaghi), Gabriele Tinti (Mascaranti), Gillian Bray (Donatella), Gigi Rizzi (Salvatore), Beryl Cunningham (Terrell).
Come nei romanzi e racconti di Scerbanenco, anche in questo film la cosa più riuscita è l'ambientazione milanese. Vi si respira, infatti, un'aria di Milano vera, fatta di palazzotti con androni e scale, case di ringhiera e gente che si fa gli affari suoi, mentre da qualche parte qualcuno va a puttana e qualcun altro rapisce e ammazza una bella ragazza con la testa che non funziona. Il film di Tessari è come spaccato in due: funziona benissimo quando sono in scena l'ispettore Duca Lamberti (Wolff) e il suo aiutante (Tinti), mentre perde molto quando sono descritte le vicende più private dei personaggi. Mentre, ad esempio, è descritta con buon realismo l'indagine poliziesca, che, come in La città si difende di Germi, è lenta ma inesorabile, la narrazione dell'indagine privata e della giustizia sommaria del cittadino Raf Vallone lasciano a desiderare. Peraltro sarebbe da spiegare com'è che il personaggio Duca Lamberti, che nelle pagine di Scerbanenco è un ex medico radiato dall'ordine, qui diventi un ispettore di polizia; e sarebbe da spiegarlo soprattutto a Mereghetti, il quale dice che "l'ispettore Lamberti era stato interpretato da Bruno Cremer in IL CASO VENERE PRIVATA". Il film di Yves Boisset era brutto, molto peggiore di questo di Tessari, ma lì Duca Lamberti era correttamente rappresentato come ex medico, mentre qui è inquadrato nei ranghi della polizia. Con il materiale scerbanenchiano, comunque, saprà fare molto di meglio l'ottimo Fernando Di Leo qualche anno dopo, a partire da quel gioiellino che è MILANO CALIBRO 9.

La pecora nera (Italia, 1968) di Luciano Salce. Con Vittorio Gassman (l'on. Mario Agazzi; Filippo Agazzi), Lisa Gastoni (Alma), Adrienne La Russa (Kitty), Ettore G. Mattia (il ministro Mattia), Antonio Centa (il commendator Mannocchi), Umberto D'Orsi (Roberto Franceschini), Giampiero Albertini (il sen. Santarini), Fiorenzo Fiorentini (il comm. Bertieri), Ennio Balbo (il padre di Alma), Eugene Walter (monsignor Faldella), Marisa Fabbri (la signora Mattia), Donatella Ceccarello (la domestica), Jimmy il Fenomeno (un povero alla festa di beneficenza), Lino banfi (un intervistatore), James Riley (Felix Tombalazza), Jeanine Handy (la moglie di Tombalazza), John Bartha (l'ambasciatore della Germania Est).
Satira politica per come ci si poteva permettere di farla nel 1968. La vicenda dei gemelli, vecchia come la commedia stessa (a partire dal personaggio di Sosia, nell'ANFITRIONE di Plauto), serve a Salce per alludere alla doppiezza degli uomini politici, affidandosi ad uno dei pochi attori italiani che avrebbero potuto reggere la duplice parte per tutta la durata di un film. Il quale, però, è lento e prolisso, risente di un po' troppi stereotipi del periodo (per diren uno: il giovane rampollo dell'industrialotto che legge Mao), troppe macchiette (il ministro e il prete) e battute scontate. E perfino Gassman, più gigione e mattatore del solito, risulta insopportabile.

Tag: cinema

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