Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us

Cumulativo film 6

by sasso67 (10/11/2008 - 19:14)

Italia: ultimo atto? (Italia, 1977) di Massimo Pirri. Con Luc Merenda (Ferruccio), Marcella Michelangeli (Mara), Andrea Franchetti (Bruno), Lou Castel (Marco), Ines Pellegrini (la ragazza brasiliana), Nello Pazzafini (un picchiatore).
Di questo film Mereghetti ha detto che anticipò il delitto Moro, ma che, insomma, non è un gran merito. Ah no? Ma come, appena pochi mesi prima dei fatti un film parla di un evento simile (qui si tratta di un attentato al ministro degli interni) ad uno dei tre o quattro momenti che hanno segnato la storia italiana del dopoguerra e non sarebbe un gran merito? Sul resto si può concordare: il film è una cagata, anche per la scarsezza di mezzi con la quale fu realizzato, ma almeno quell'attestato, a Pirri, si può concedere. Come gli si può concedere il pregio di avere descritto questi suoi terroristi come persone confuse, fanatiche, ottuse, con idee men che vaghe su quello che dovrebbe succedere dopo che la loro avanguardia ha mostrato che il re è nudo. È quello che avrei sempre voluto domandare ai terroristi delle Brigate Rosse, specialmente ai cosiddetti "ideologi": se la loro follia criminale, per assurdo, avesse avuto successo, nel senso di abbattere lo stato (più o meno, si può discutere) democratico uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, che tipo di regime avrebbero voluto instaurare? Retto da chi? Scelto da chi? Su questo, mi sa che ci sia il buio completo. Forse la cosa migliore del film è proprio la descrizione del più idiota del commando, Bruno, che accetta tutti i piccoli simboli del regime che sembra voler combattere: il caffettino corretto al cognac, la masturbazione sulle pagine di Playboy, ma anche gli schemi mentali che gli fanno identificare per donna di servizio africana una studentessa brasiliana di colore ("Quarto anno di biologia... Una fica così, per me, è proprio sprecata!"). La scarsa riuscita del film è dovuta anche alla mancanza d'amalgama tra uno stile che vorrebbe essere veloce - con sequenze, anche riuscite, girate con la camera a mano - e la verbosità dei dialoghi, che sembrano ricalcati sui volantini delle Brigate Rosse. Italia: ultimo atto? resta, comunque, un cupo documento sui nostri anni di piombo.

La cambiale (italia, 1959) di Camillo Mastrocinque. Con Totò (Dante Posalaquaglia), Peppino De Filippo (Peppino Posalaquaglia), Aroldo Tieri (Bruscatelli), Vittorio Gassman (Michele), Erminio Macario (Tommaso La Candida), Ugo Tognazzi (Alfredo Balzarini), Raimondo Vianello (Olimpio), Giorgia Moll (Maria), Paolo Ferrari (Ottavio), Sylva Koscina (Odette Mercury), Lia Zoppelli (ilaria), Luigi Pavese (il cav. Temistocle Bisogni), Gina Rovere (Lola Capponi), Mario Castellani (l'avv. Incarta).
Il film si ravviva un po' soltanto quando sono in scena Totò e Peppino, francamente molto divertenti. Di livello medio l'episodio che vede protagonisti Tognazzi e Vianello, mentre è davvero brutto e patetico quello che ha per protagonista Gassman.

Amnèsia (Italia/Spagna, 2002) di Gabriele Salvatores. Con Diego Abatantuono (Sandro), Sergio Rubini (Angelino), Bebo Storti (Ernesto), Martina Stella (Luce), María Jurado (Alicia), Alessandra Martines (Virginie), Juanjo Puigcorbé (Xavier Ibanez), Antonia San Juan (Pilar), Ugo Conti (Dani), Rubén Ochandiano (Jorge Ibanez), Orazio Donati (Pier), Ian McNeice (Doug Chandler), Iván Hermés (Miguel).
Per mascherare il suo vuoto pneumatico d'idee, Salvatores inzeppa una sceneggiatura inconsistente di una miriade di elementi, che, messi insieme, formano un coacervo assurdo: un gruppo d'italiani a Ibiza (potenza della coproduzione italospagnola!), un poliziotto omosessuale con figlio delinquente, un regista di film porno con figlia diciassettenne incinta in visita, un barista impotente, una tarantiniana valigetta di cocaina e, addirittura, un eclissi solare. Salvatores crea un intreccio di numerosi personaggi proprio per richiamare PULP FICTION, inserisce degli split screen (incongrui) alla SHAFT, rimanda a POINT BREAK della Bigelow con una sequenza di surf, e fa fare da spartiacque della narrazione ad un rewind, come in FUNNY GAMES di Haneke. Tutto inutile, perché l'unica cosa che funziona nel film sono le due minisequenze nelle quali è in scena Ugo Conti con acconciatura surrealista. Un po' pochino, dopo 106 minuti di film. È che Salvatores, forte di una tecnica invidiabile e della sicurezza produttiva, ormai gira senza preoccuparsi più di tanto di avere una sceneggiatura plausibile: mette in campo una miriade di personaggi, con l'immancabile Abatantuono (ma qui, purtroppo, c'è anche il sopravvalutatissimo Rubini), qualche buona canzone in colonna sonora (qui IN MY SECRET LIFE di Leonard Cohen, PROUD MARY dei Creedence Clearwater Revival e, incredibile dictu, THE ANSWER dei mitici Bad Religion) ed un finale ad effetto, che qui - ma un po' meno cretino non si poteva? - richiama al tempo stesso Tarantino, Sergio Leone e pure i vecchi noir alla RAPINA A MANO ARMATA. Purtroppo i difetti del film sono cento volte più numerosi dei pregi, compreso un uso spregevole della musica heavy metal, come sempre, abbinata a sequenze di violenza, e una fastidiosa tendenza ad allungare i titoli di coda, all'unico scopo di aggiungere un paio di pezzi al CD della colonna sonora. Insomma, Salvatores gioca, qui, a fare Tarantino, ma ricorda piuttosto le vecchie e brulicanti vignette di Jacovitti; ci manca soltanto, qua e là, qualche salame, e, sullo sfondo, un ometto che, asciugandosi il sudore con un fazzoletto, esclama: FA AFA, FA.
La città nuda (USA, 1948) di Jules Dassin. Con Barry Fitzgerald (il ten. Dan Muldoon), Howard Duff (Frank Niles), Dorothy Hart (Ruth Morrison), Don Taylor (Jimmy Halloran), Ted De Corsia (Willy Garzah), H. Jameson (il dott. Stoneman), Anne Sargent (la signora Halloran), Adelaide Klein (la signora Bathory).
Chissà se è vero se Dassin, realizzando quest'opera, fu effettivamente influenzato dal neorealismo italiano oppure no. Qualche elemento, soprattutto riferito a ROMA CITTA' APERTA o LADRI DI BICICLETTE (che pure è del medesimo 1948), pare di poterlo cogliere, soprattutto con alcune sequenze girate dal vero, la presenza di una città (New York) che, con i suoi "otto milioni di storie", profuma di realtà. E' indubbio, in ogni caso, l'approccio innovativo di Dassin al genere noir, rispetto agli illustri predecessori. Qui il protagonista non è né un grande criminale né un investigatore privato dalle maniere spicce né un qualche altro deus ex machina o supereroe. Se si guarda alla trama (peraltro non particolarmente avvincente o ricca di colpi di scena), il protagonista è un grigio ometto d'origine irlandese, che di mestiere fa il tenente della polizia. E' un vedevo di una certa età, cui l'esperienza ha insegnato poche cose ma buone: l'onestà, la fiducia nella pazienza, la necessità di compiere un passo alla volta in direzione della verità, il rispetto delle procedure e il rifiuto dei metodi superomistici. Per lui, la stesura di un buon rapporto vale quanto l'inseguimento di un criminale in mezzo alla folla. L'uso delle armi deve essere limitato allo stretto indispensabile. La polizia deve agire come una macchina che utilizza come forza d'urto il lavoro di gruppo: tanto è vero che l'unica volta in cui il poliziotto giovane si avventura in un tentativo d'arresto da solo, ne busca dall'ex lottatore. Fotografato genialmente da William Daniels (che ebbe l'Oscar) fino dalle sequenze iniziali, che immortalano dall'alto una New York postbellica, moderno formicaio, per concludersi con una magistrale sequenza d'inseguimento a piedi ripresa frontalmente, La città nuda è un piccolo capolavoro che, nella sequenza finale, ci fa notare (senza moralismi) quanto velocemente si possa salire in alto con la carriera criminale e quanto repentinamente si possa cadere negli abissi. Gli autori del film sono sostanzialmente quattro: il produttore Mark Hellinger, il regista Dassin, gli sceneggiatori Albert Maltz e Malvin Wald. Notevoli, comunque anche gli apporti del fotografo Daniels e del musicista Miklos Rosza.
Ringrazio la mia collega Elena per alcune interessanti osservazioni sul film.

No grazie, il caffè mi rende nervoso (Italia, 1982) di Lodovico Gasparini. Con Lello Arena (Michele Giuffrida), Maddalena Crippa (Lisa Sole), Massimo Troisi (Massimo Troisi), James Senese (James Senese), Armando Marra (Diecidecimi), Carlo Monni (il commissario), Anna Campori (la signora Rosa), Sergio Solli (il telefonista), Nando Murolo (l'uomo assassinato), Elio Polimeno (Mastino), Antonio Sigillo (il padre di Michele).
Peccato che il film di Arena e Gasparini non abbia avuto, all'epoca, un meritato successo. Forse erano ancora i tempi dei trionfi del Monnezza e delle commediole, molto più scontate, di Pozzetto e Montesano. Soltanto l'invenzione di un serial killer che si battezza Funiculì Funiculà meriterebbe al film di rimanere agli onori delle cronache del cinema di commedia italiano. NO GRAZIE... sembra il fratellino di certi film che si addentrano nei labirinti di Napoli e nei meandri della mentalità partenopea, il cui esponente più famoso e forse più riuscito è MI MANDA PICONE. Qui è messo in scena, in maniera parodica, ma meno leggera di quanto potrebbe sembrare, lo scontro tra la Napoli tradizionale (e la sua immagine, rappresentata da una polverosa cartolina con il Vesuvio fumigante) della pizza e della sceneggiata e la Napoli nuova, che proprio in quegli anni, andavano proponendo artisti come Troisi e La Smorfia, Pino Daniele, James Senese e i fratelli Bennato. La dicotomia è bene sintetizzata da Lello Arena nella scena finale in cui la schizofrenia del personaggio si manifesta in tutta la sua tragicomicità. Gli sbocchi, comunque, sono sempre patetici, pulcinelleschi, come dimostra lo scatto d'orgoglio che porta il protagonista a riscuotersi dalla sua simulazione della morte per scattare orgogliosamente in difesa della sceneggiata napoletana. Peccato che il film non abbia goduto neanche di una tardiva rivalutazione, perché può offrire qualche buona interpretazione, dello stesso Arena (che non sempre è riuscito ad essere così spontaneo ed incisivo), dell'ottima Maddalena Crippa, poco sfruttata dal nostro cinema, ma anche del compianto Troisi, di Monni e di Marra, nella parte dell'indimenticabile non vedente Dieci Decimi. Per quanto vale la mia opinione: un filmino da rivalutare.

Ritorno a casa Gori (Italia, 1996) di Alessandro Benvenuti. Con Carlo Monni (Gino Gori), Novello Novelli (Annibale), Athina Cenci (Bruna), Alessandro Benvenuti (Luciano), Sabrina Ferilli (Sandra), Alessandro Haber (Libero), Massimo Ceccherini (Danilo Gori), Vito (Faustino), Barbara Enrichi (Cinzia).
Rispettando le tre unità aristoteliche (del resto, il copione deriva da un testo teatrale dello stesso regista), Benvenuti mette in scena la veglia funebre della famiglia Gori, intorno alla salma della povera Adele, figlia del rimbambito Annibale, moglie dell'irascibile Gino, madre del ladruncolo cannaiolo Danilo e sorella di Bruna, moglie insoddisfatta. Intorno a lei ruota una miriade di esemplari umani che, nelle loro personalissime miserie, fanno scompisciare dalle risate. Quello di Benvenuti, al contrario di quello di Pieraccioni, è un cinema toscano in cui non domina necessariamente la volgarità, che è semplicemente funzionale allo sviluppo della trama: perfino Ceccherini, qui, è molto più sobrio del solito. Il film funziona, ed ha una sua autonomia rispetto a BENVENUTI IN CASA GORI (1990), ed anche i personaggi "eterogeneii" - sarebbe a dire non toscani - come la Ferilli (brava, nella parte di una neofita buddista d'infantilissimo entusiasmo), Haber e Vito risultano alla fin fine piuttosto credibile. Su tutti dominano, comunque, l'ottimo Monni e l'impagabile Novelli. In ogni caso, RITORNO A CASA GORI (il cui unico difetto è il finale, nel quale più o meno tutto torna un po' forzatamente al proprio posto) è il frutto maturo della mente e della sapienza cinematografica di un eccellente autore perfino un tantino sottovalutato, come Alessandro Benvenuti, che ha lavorato, bene, nell'ombra, mentre l'ex sodale Francesco Nuti si distruggeva - ahimè - sotto i riflettori.

Totò cerca pace (1954) di Mario Mattoli. Con Totò (Gennaro Piselli), Ave Ninchi (Gemma Torresi), Paolo Ferrari (Alberto), Enzo Turco (Pasquale Pallante), Isa Barzizza (Nella Caporali), Gina Amendola (Adele), Giovanni Nannini (Celestino), Corrada De Mayo (Rosina), Cristina Fanton (Mirella), Renzo Biagiotti (Oscar Caporali), Vincenzo Talarico (l'avv. Talarico), Nino Vingelli (il cameriere napoletano), Ughetto Bertucci (un testimone di nozze), Franco Caruso (il dottore).
E' strano: di solito nei film con Totò è proprio l'attore partenopeo e parte napoletano a costituire il punto di forza. Qui, invece, nonostante la sua indubitabile bravura, lo sento come un corpo estraneo. L'origine del film è un testo teatrale fiorentino, che, penso, avrebbe richiesto un cast di fiorentini, mentre i protagonisti sono quasi tutti, tranne lo staordinario Giovanni Nannini ("Siemo becchi!"), di altre parti d'Italia. L'insieme, in ogni caso, è piuttosto divertente, anche nei momenti più patetici, che Totò, Ave Ninchi, ed anche Enzo Turco gestiscono al meglio.

Yuppi du (Italia, 1975) di Adriano Celentano. Con Adriano Celentano (Felice Della Pietà), Charlotte Rampling (Silvia), Claudia Mori (Adelaide), Lino Toffolo (Nane), Gino Santercole (Napoleone), Memo Dittongo (Scognamillo), Carla Brait (la cameriera), Jon Lei [Rosita Celentano] (Monica), Pippo Starnazza (il marito abbandonato), Jack La Cayenne (un ballerino).
Celentano non mi ha mai esaltato come cantante, mi ha sempre annoiato come telepredicatore, irritato come attore e come regista mi ha fatto cascare le braccia ogni volta (poche per fortuna) che ho visto un suo film. Questo suo autoritratto, anzi automonumento, anarchico è già l'emblema di quello che sarà il cinema di Celentano fino al disastroso JOAN LUI (1986), nonché del personaggio Adriano Celentano: egocentrico, autoreferenziale, insopportabile. Va anche detto, però, che la confezione è di prim'ordine, ed in particolare è da segnalare la fotografia di Alfio Contini, pregevole nel restituire i colori verdazzurri di una Venezia pochissimo turistica e i grigi smorti di una Milano molto sotterranea. Il problema è che manca totalmente il contenuto, in questo melodrammusical che a tratti mi sembra un quadro dipinto da Edward Hopper ed animato da Carmelo Bene (e questo è un complimento). Ma stare un'ora e mezzo ad ammirare i tradizionali bigiancoli di Celentano, via, questo è troppo...

La storia ufficiale (Argentina, 1985) di Luis Adalberto Puenzo. Con Norma Aleandro (Alicia), Hector Alterio (Roberto), Hugo Arana (Enrique), Chela Ruiz (Sara), Patricio Contreras (Benitez), Chunchuna Villafañe (Ana), Analia Castro (Gabi), Jorge Petraglia (Macci), Augusto Larreta (il generale), Leal Rey (padre Ismael).
Il dramma dei desaparecidos, purtroppo, non passa mai di moda. Dopo la tragedia di tanti giovani inghiottiti dal Moloch della dittatura militare, di cui si seppe grazie alle coraggiose madri e nonne di Plaza de Mayo, a più di trent'anni si ripropone, ancora oggi, il nuovo trauma dei figli: coloro che furono strappati neonati a genitori desaparecidos e spesso affidati alle famiglie dei torturatori o, quanto meno, di persone compromesse con il regime della Junta. La storia ufficiale, qui, è quella che insegna la professoressa Alicia, di stampo tradizionalista e un po' ottusa. La signora, sposata con un funzionario che, pur provenendo da una famiglia povera e di origini anarchiche, ha fatto i soldi scendendo a compromessi con alcuni militari del regime appena caduto (siamo nel 1983, appena dopo la fallimentare guerra per le Falklands/Malvinas). La coppia ha una bellissima figlioletta di cinque anni, addottata praticamente in fasce. Alicia non si è mai posta il problema dei genitori naturali, ma la pulce nell'orecchio provvedono a mettergliela un'ex compagna di studi, appena rientrata dall'estero, dove si era rifugiata per sfuggire alla repressione, un collega anch'egli a suo tempo vittima dei militari, e qualche suo studente, che ritiene ipocrita adagiarsi su una versione della Storia, quella scritta dagli assassini. A questo punto la storica Alicia comincia a fare il suo mestiere: anziché adagiarsi su quanto riportato dai libri scolastici, andrà a frugare negli archivi, incontrando la resistenza non soltanto dei funzionari pubblici, ma anche dei rappresentanti della Chiesa cattolica (il lupo perde il pelo...), ma potendo contare anche sulla solidarietà di tante donne in cerca di verità e giustizia. Ciò che la donna scopre è più che drammatico, sia in relazione alle origini di sua figlia che agli scheletri nell'armadio del maritino, ma tutto questo le darà il coraggio per uscire dall'ipocrisia e dal sonno della ragione in cui aveva sempre vissuto. Girato da Puenzo con ritmo serrato seppure non frenetico, fondendo magistralmente la narrazione dei drammi privati con quella delle tragedie di un intero popolo, recitato benissimo da un nutrito gruppo di ottimi attori (tra i quali primeggiano Norma Aleandro e Hector Alterio) LA STORIA UFFICIALE colpisce, commuove e non sfigura affatto accanto a MISSING - SCOMPARSO di Costa-Gavras.

Tag: cinema

Vota questo post


Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)