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Cumulativo film 7

by sasso67 (12/11/2008 - 20:14)

Il bandito (Italia, 1946) di Alberto Lattuada. Con Amedeo Nazzari (Ernesto Ferrero), Anna Magnani (Lydia), Carlo Campanini (Carlo), Carla Del Poggio (Maria), Mino Doro (Mirko), Eliana Banducci (Rosetta), Folco Lulli (Andrea), Thea Ajmaretti (Tecla), Amato Garbini (il tenutario), Gianni Appelius (Calligaris), Ruggero Madrigali (il negriero).
Un reduce della seconda guerra mondiale torna a casa. Si fa per dire, perché la sua casa è stata distrutta dai bombardamenti, sua madre è morta e la sorella si prostituisce in un bordello. Dopo avere ucciso il manutengolo e causato la morte proprio della sorella, l'uomo s'imbatte nella capa di una banda di criminali, a cui si unisce.
Un buon film, che stilisticamente spazia dal neorealismo all'espressionismo, con qualche influenza dell'Ejsenstein di IVAN IL TERRIBILE (com'è rilevabile nell'inquadratura di Amedeo Nazzari quando scopre la sorella nel bordello). Dal punto di vista contenutistico è evidente la derivazione dal noir americano; il finale mi ha ricordato la secchezza di UNA PALLOTTOLA PER ROY (1941) di Raoul Walsh. Buone prove degli attori, sia di Nazzari che della Magnani, ma anche di Campanini.

Il bandito dagli occhi azzurri (Italia, 1980) di Alfredo Giannetti. Con Franco Nero (Renzo Dominici), Dalila Di Lazzaro (Stella), Carlos De Carvalho (il commissario), Luigi Montini (lil brigadiere Mannella), Pier Francesco Poggi (l'amante di Stella), Sergio Tabor (
il gestore della mensa), Jole Fierro (la madre di Dominici), Fabrizio Bentivoglio (Riccardo), Franco Iavarone (la guardia giurata).
Il film è inverosimile dall'inizio alla fine: non c'è un solo elemento credibile, non uno snodo plausibile. Non è neanche il caso di elencare i momenti e gli episodi che lasciano lo spettatore esterrefatto per l'assurda incongruità della sceneggiatura. Una regia piatta e una recitazione sotto il livello di sopportabilità aggiungono al bianco lo splendore. L'unico motivo di curiosità è la presenza nel cast, in un ruolo secondario ma non trascurabile, di un giovane Fabrizio Bentivoglio. Volendo trovare un motivo d'interesse, si può dire che non è male la colonna sonora di Morricone. Pagella. Tensione, Ritmo, Umorismo ed Erotismo: * (cumulativo); Occhiazzurri: ***; Occhiverdi: **; Occhichiusi: meglio.

Segreti e bugie (GB, 1996) di Mike Leigh. Con Brenda Blethyn (Cynthia Rose Purley), Timothy Spall (Maurice Purley), Phyllis Logan (Monica Purley), Marianne Jean-Baptiste (Hortense Cumberbatch), Claire Rushbrook (Roxanne Purley), Elizabeth Berrington (Jane), Lee Ross (Paul).
Mike Leigh è, secondo me, uno dei tre o quattro maggiori registi viventi. Ancora meglio di Ken Loach sa coniugare l'approfondita analisi delle psicologie dei suoi personaggi con la descrizione degli sfondi urbani e degli ambienti, spesso semplici e cadenti, quando non degradati (come, per esempio, nello stupendo TUTTO O NIENTE). Qui, probabilmente, eccede nel melodramma, rappresentato dalla recitazione eccessivamente caricata di Brenda Blethyn, a mio parere sopravvalutata per questa prova. L'attrice inglese, forse non aiutata dal doppiaggio italiano, esagera con piantini e risolini, fornendo il sospetto di manierismo recitativo. Per il resto, però, bisogna dire che il cinema di Leigh sa emozionare anche quando mette in campo elementi volutamente patetici. In SEGRETI E BUGIE inserisce, per fortuna del contesto, alcuni fattori d'equilibrio che riescono a controbilanciare la spinta "negativa" degli altri. In particolare, la forza calma di Maurice e Hortense fa da contrappeso alla spinta negativa rappresentata soprattutto da Monica (incattivita dall'impossibilità di avere figli) e Roxanne (resa caratteriale dall'assenza di un padre e dalla convivenza forzata con una madre isterica e lagnosa). Ma anche la protagonista femminile rischia di fungere da elemento perturbante, con quella sua logorrea dovuta al bisogno di manifestare un affetto che sente di non avere mai ricevuto: anche le sue relazioni "amorose" si sono risolte in due gravidanze con altrettanti abbandoni da parte dei compagni occasionali. La scena in cui tutti i nodi vengono al pettine è forse un po' forzata, risolvendosi in una specie di tempestoso gioco al massacro, ma dà modo anche al paziente Maurice di tirare finalmente fuori il piccolo rospo che covava dentro e che lo rodeva: "Ecco fatto. L'ho detto. E dov'è il fulmine dal cielo?" esclama sollevato. Grandissimo l'apporto di Timothy Spall, uno dei miei attori preferiti, forse il miglior "attore grasso" in circolazione.

La mano spietata della legge (Italia, 1973) di Mario Gariazzo. Con Philippe Leroy (il commissario Gianni De Carmine), Klaus Kinski (Vito Quattroni), Tony Norton (il vicecommissario D'Amico), Silvia Monti (Linda), Cyril Cusack (il giudice), Sergio Fantoni (il questore Musante), Fausto Tozzi (Nicolò Patrovita), Guido Alberti (il prof. Palmieri), Pia Giancaro (Nadia Antonelli), Lincoln Tate (Venturi), Rosario Borelli (Salvatore Perrone), Marino Masè (Giuseppe Di Leo), Tom Felleghi (il maresciallo), Valentino Macchi (Genovesi).
Un film girato a bassissimo costo, anche se il cast è di tutto rispetto (Klaus Kinski, Philippe Leroy, Cyril Cusack, Sergio Fantoni, Guido Alberti, Fausto Tozzi) per un prodotto di Serie B. Gariazzo, comunque, è un valido esponente dell'italianissima arte d'arrangiarsi, e riesce a mascherare con bravura i set messi in piedi con un budget risicatissimo e, forse proprio grazie alla scarsezza di mezzi, non si perde in inutili sequenze d'inseguimento automobilistico: l'unica, su stradine di campagna, è breve e piuttosto efficace. La tematica del film è quella della "polizia con le mani legate", abbinata a quella del poliziotto che, durante gli interrogatori dei sospettati, ha le mani fin troppo "libere". Peraltro, il giro che il commissario De Carmine scopre con le sue maniere spicce è molto grosso, per cui viene destinato ad altra sede. Per concludere, la pagella alla maniera di FilmTV. Tensione: ** Sangueappiscio: *** Donnegnude: ** Procedurapenale: zero.

L'assassino è ancora tra noi (Italia, 1986) di Camillo Teti. Con Mariangela D'Abbraccio (Cristiana), Giovanni Visentin (Alex), Riccardo Parisio Perrotti, Luigi Mezzanotte, Yvonne D'Abbraccio.
Non era tanto semplice fare un film più brutto del MOSTRO DI FIRENZE di Cesare Ferrario, ma l'eroico Teti c'è riuscito. Se la recitazione di Leonard Mann nel film di Ferrario era catatonica, quella di Mariangela D'Abbraccio (forse era meglio inserire la sorella pornostar) e Giovanni Visentin (l'improbabile "dottor Alex", neanche fosse Del Piero) è addirittura soporifera. Qualche elemento preso dalla realtà degli omicidi del cosiddetto Mostro di Firenze - gli omicidi, le mutilazioni (un'asportazione pubica addirittura insopportabile), il bar dei guardoni -, è mischiato ad una serie impressionante di incredibili luoghi comuni. Teti cerca di disseminare qualche falsa pista e qualche sospetto, come nei peggiori film degli epigoni di Dario Argento: ma perché dovrebbe ruotare tutto intorno a questa ragazzotta che sta semplicemente tentando di scrivere la propria tesi di laurea sugli omicidi, senza peraltro capirci un granché? E poi dov'è ambientato questo film? No, perché per essere Firenze ci sono un po' troppe automobili targate Roma. Teti non ne azzecca una: perfino la fotografia è orripilante; al buio non si vede niente, mentre alla luce del giorno i maglioni rossi della protagonista fanno bruciare gli occhi. Insomma, questo L'ASSASSINO E' ANCORA TRA NOI è un film così brutto, ma così brutto, che se fossi il Mostro di Firenze farei causa al regista.

Tag: cinema

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