Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us

Cumulativo film 8

by sasso67 (16/11/2008 - 19:42)

Ritratto di borghesia in nero (Italia, 1978) di Tonino Cervi.Con Senta Berger (Carla Richter), Stefano Patrizi (Mattia Morandi), Ornella Muti (Elena Mazzarini), Christian Borromeo (Renato Richter), Capucine (Amalia Mazzarini), Paolo Bonacelli (Paolo Mazzarini), Mattia Sbragia (Edoardo Mazzarini), Giancarlo Sbragia (il gerarca Maffei), Maria Monti (Linda), Giuliana Calandra (l'insegnante di musica).

Gli elementi essenziali, veri e propri tòpoi cinematografici, sono tre: la borghesia, Venezia e l'epoca fascista. Se negli anni Settanta andava di moda sviscerare la corruzione della borghesia (oggi, invece, si piange sulla sua scomparsa), Tonino Cervi cerca di prendersi qualche vantaggio in più, ambientando la vicenda nella città che più poteva accentuare la sensazione di fradiciume, cioè Venezia; in aggiunta, ambienta la storia in epoca fascista, anzi, alla fine del Ventennio, quando già si sente parlare della concreta ipotesi della guerra. Più della metà dei film che ho visto, ambientati a Venezia, non mi è piaciuta: e questo di Cervi è uno di quelli. RITRATTO DI BORGHESIA IN NERO sembra una versione morbosa del GIARDINO DEI FINZI CONTINI, ma la materia non è altrettanto importante e su tutto domina l'atmosfera languida ed estenuata di Venezia, mentre nella scena finale, quella più riuscita di tutto il film, provvede la polizia fascista a mettere la sordina sull'intera, tragica, vicenda. Gli attori sembrano quasi tutti imbambolati, compresa Senta Berger, per non parlare di Ornella Muti, che a 23 anni recitava ancora la parte della ragazzina. Bonacelli e Patrizi, bravi, sono un po' sbiaditi, mentre convince Pagni nel ruolo del commissario di polizia, ma la sua parte è troppo breve.


La ragazza con la pistola (Italia, 1968) di Mario Monicelli. Con Monica Vitti (Assunta Patanè), Carlo Giuffrè (Vincenzo Macaluso), Stanley Baker (il dott. Osborne), Corin Redgrave (Frank Hogan), Anthony Booth (John), Aldo Puglisi e Tiberio Murgia (due emigrati siciliani), Stefano Satta Flores (il cameriere del ristorante Capri), Helen Downing (la signora McIntosh), Janet Brandes (l'infermiera), Ivan Giovanni Scratuglia (Salvatore), Nicolina Verrelli (la cugina Concetta).
Buona commedia, che, è vero, abusa dei luoghi comuni sulla Sicilia, ma, insomma, si parla pur sempre di quarant'anni fa e comunque di una commedia. Il tono è quello dell'ironia grottesca, un po' com'era successo con il Germi di DIVORZIO ALL'ITALIANA e SEDOTTA E ABBANDONATA (cui rimanda la presenza, seppure fugace, di Puglisi nel cast). La storia dell'italiana all'estero è gestita daMonicelli discretamente, molto meglio che le cento avventure di Sordi in Inghilterra, Svezia, America eccetera. Le sequenze ambientate in Sicilia - incluse le scene immaginarie, in cui una schiera di prefiche vestite di nero funge quasi da coro greco - sono le più riuscite di quello che resta, comunque, un buon prodotto medio. E' uno dei film in cui la Vitti riesce a non rimanermi antipatica e probabilmente uno dei due o tre ruoli migliori, al cinema, per Giuffrè, che resta in ogni caso un ottimo interprete teatrale, soltanto prestato al cinema.

Le ragazze di San Frediano (Italia, 1954) di Valerio Zurlini.Con Antonio Cifariello (Andrea Sernesi, detto Bob), Rossana Podestà (Tosca), Marcella Mariani (Gina), Giovanna Ralli (Mafalda), Corinne Calvet (Bice), Giulia Rubini (Silvana), Luciana Liberati (Loretta), Sergio Raimondi (Giancarlo), Adriano Micantoni (il fratello di Bob), Boris Cappelli (Boris), Gianni Minervini (Aldo), Peter Trent (il corteggiatore di Mafalda), Giovanni Nannini (l'usciere a teatro).
Ispirato al romanzo di Pratolini, l'esordio diZurlini si differenzia di parecchio dal libro in diversi snodi della trama ed anche nello spirito: è quasi del tutto assente il substrato sociale dei personaggi (non si fa il minimo accenno al lavoro delle ragazze, tutte fin troppo belle, modello pin up) nonché qualsivoglia accenno alla situazione politica. Tuttavia Zurlini sa valorizzare l'ambiente fiorentino, senza esagerare in localismi o macchiette. Il regista bolognese (ma lo sceneggiatore Benvenuti era fiorentino, mentre De Bernardi è pratese) utilizza una messinscena moderna, tanto che il suo film sembra una versione seria di POVERI MA BELLI (1956), cui l'apparenta la presenza di Cifariello, discretamente bravo in questa parte di personaggio che sta a metà tra Pinocchio e Accattone. Un film medio, di buona riuscita. Due dei protagonisti di questo film sono morti prematuramente, nello stesso modo, Marcella Mariani, che qui interpreta Gina, Miss Italia nel 1954, morì ad appena diciannove anni in un incidente aereo sul Terminillo nel 1955; lo stessoCifariello, che dopo avere lasciato l'attività d'attore si era dedicato alla realizzazione di documentari in Africa, perì in un incidente aereo in Zambia a 38 anni, nel 1968.

I padroni della città (Italia/RFT, 1976) di Fernando di Leo.Con Jack Palance (lo sfregiato), Harry Baer (Tony), Al Cliver (Rick), Vittorio Caprioli (Napoli), Gisela Hahn (Clara), Edmund Purdom (Luigi Cerchio), Enzo Pulcrano (Peppe), Roberto Reale (Luca), Rosario Borelli (l'attore).
Però. Si vede che quando aveva libertà d'azione e capitali appena sufficienti (qui si giova dei marchi della coproduzione tedesca) di Leo sapeva fare dei film di genere di ottima riuscita. Quale genere? E' chiaro che non si tratta di un poliziesco, perché se c'è un grande assente, in questo film, è proprio la polizia, che, tra tutti questi omicidi, estorsioni, pestaggi, non mette fuori la testa neanche una volta. L'unico rappresentante della legge che si vede nel film è un povero pizzardone che sta dirigendo il traffico e si trova in mezzo a un inseguimento del protagonista (fra l'altro una delle sequenze tecnicamente più pregevoli del film). Direi che si tratta di un gangster movie italiano di robusta fattura, che porta impresso il marchio di fabbrica dileiano, a partire di una fotografia come se ne vede di rado (di Erico Menczer) ed un incipit che non può non restare nella memoria. La cifra stilistica del film è il romanzo picaresco, ben rappresentato da questo protagonista (Baer) sbruffone, doppiato in romanesco, che sembra un nipotino ripulito, nella faccia e nel linguaggio, del trucido di Tomas Milian. Vi sono rimandi anche al western leoniano, in particolare a C'ERA UNA VOLTA IL WEST, cui rimanda la trama con l'antefatto che prelude ad una vendetta a lungo meditata. Su tutti giganteggiano la faccia violenta e tagliente del boss Jack Palance e l'ironia di un Vittorio Caprioli alle prese con una pistola che fa i capricci.

Il caso Katharina Blum (RFT, 1975) di Volker Schlöndorff.Con Angela Winkler (Katharina Blum), Mario Adorf (il commissario Beizmenne), Dieter Laser (Werner Tötges), Jürgen Prochnow (Ludwig Götten), Heinz Bennent (l'avv. Blorna), Hannelore Hoger (Trude Blorna), Karl Heinz Vosgerau (Alois Sträubleder), Regine Lutz (Else Woltersheim).
Katharina Blum, divorziata, di professione domestica, incontra una sera, ad una festa di Carnevale, un giovane ricercato e se lo porta a casa. La mattina dopo, dileguatosi il giovanotto, la polizia fa irruzione nella casa della ragazza e l'arresta. Con domande banali, ma sempre più stringenti, la polizia accusa la Katharina di essere complice del presunto terrorista anarchico. Nel frattempo, un quotidiano scandalistico monta una campagna di stampa contro di lei.
Schlöndorff è sempre stato un bravo illustratore di soggetti altrui piuttosto che un autore in proprio. In effetti il suo film più celebre (e celebrato, anche con un premio Oscar) è l'ottima riduzione del romanzo IL TAMBURO DI LATTA di Gunter Grass. Un po' meno gli riuscì - ed in effetti non era impresa facile, specialmente se come protagonista viene imposta Ornella Muti - la resa cinematografica del proustiano UN AMORE DI SWANN. Qui siamo sui livelli del TAMBURO, anche se chi ha letto il romanzo di Heinrich Böll sostiene che il film non è all'altezza dello stile sperimentale del testo originario. In ogni caso, questo atto d'accusa su un certo modo di fare stampa si giova di una messinscena asciutta (dovuta alla sceneggiatura del regista e di Margarethe Von Trotta, che all'epoca era sua moglie) e di una buona interpretazione di Angela Winkler e del sempre positivo Mario Adorf. Anche se qualche particolare risulta un po' forzoso, come, ad esempio, questa Francoforte, novella Viareggio, in cui sembra sempre Carnevale. Deve farci riflettere il finale, con l'orazione funebre dell'ipocrita editore della canagliesca "Zeitung", che fa passare l'uccisione del suo giornalista come un attentato alla libertà di stampa, anziché, com'era, il gesto disperato di vendetta di una donna cui l'infame pennivendolo (ovviamente vi sono giornalisti bravi e squallidi sciacalli) aveva rovinato l'esistenza.

Porca vacca (Italia, 1982) di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto (Primo Baffo), Laura Antonelli (Marianna), Aldo Maccione (Tomo Secondo), Raymond Bussières (lo zio), Raymond Péllegrin (il generale), Gino Pernice (commilitone toscano), Antonio Marsina (l'ufficiale austriaco), Adriana Russo (la ballerina), Enzo Robutti (il capitano).
Remake non dichiarato e stupidotto della GRANDE GUERRA, in cui nessun personaggio ha il ben che minimo spessore. Due o tre risatacce, però, le strappa.Tensione: * Laurantonellismo: * Grandeguerra: = Guerra: * Grande: no.

Ernesto (Italia/Spagna/RFT, 1979) di Salvatore Samperi. Con Martin Halm (Ernesto), Michele Placido (l'operaio), Virna Lisi (la madre di Ernesto), Turi Ferro (Wilder), Renato Salvatori (Cesco), Concita Velasco (zia Regina), Francisco Marsò (zioGiovanni), Lara Wendel (Ilio e Rachele), Miranda Nocelli (la prostituta), Gisela Hahn (la madre di Ilio e Rachele).
Trasposizione (chi ha letto il libro dice poco fedele) dell'omonimo romanzo autobiografico, per ovvie ragioni pubblicato postumo nel 1975 di Umberto Saba, il poeta triestino morto nel 1957. Samperiambienta la vicenda nella Trieste sveviana, cui rimanda la vita dell'ufficio commerciale, di proprietà dell'austriacante Wilder, uomo di una certa età e con velleità letterarie, poco supportate dal talento. Ernesto, invece, è un sedicenne di buona famiglia ebraica, cresciuto con la mamma e una coppia di zii senza figli, poiché suo padre, un goiym (cioè non ebreo), lasciò la madre incinta di tre mesi. Il ragazzo è intelligente e pieno di talento artistico, soprattutto per il violino, ma non gli piace il suo lavoro. Un giorno viene adocchiato da un aitante operaio che lo introduce all'amore omosessuale. Ernesto si abbandona a questa relazione, naturalmente segreta, ma in seguito, compiuti i diciotto anni, si fa iniziare anche al sesso con le donne da una giovane prostituta. Pare che nel romanzo di Saba, incompiuto, la vicenda si concluda con l'abbandono dell'operaio da parte di Ernesto, che ha conosciuto il giovane violinista Ilio, mentre qui Samperiintroduce una sorella gemella di Ilio, cui il protagonista finisce sposo. Insomma, mentre il romanzo di Saba narrava di un'iniziazione alla vita, la conclusione è un matrimonio borghese (ed ebraico), cui forse non sarebbe arrivato neanche qualche inetto sveviano. Forse Samperi non era il regista giusto per questa trasposizione cinematografica, o forse era proprio il testo di Saba che non si prestava a diventare un film, fatto sta che il risultato finale è un'estenuata prova stilistica, in alcuni tratti abbastanza riuscita, in altri molto scialba.

Il giustiziere sfida la città (Italia, 1975) di Umberto Lenzi. Con Tomas MIlian (Rambo), Joseph Cotten (il vecchio Paternò), Luciano Catenacci (Conti), Silvano Tranquilli (Marco Marsili), Evelyn Stewart [Ida Galli] (la signora Marsili), Alessandro Cocco (Giampiero Marsili), Guido Alberti (il barista), Maria Fiore (Maria Scalia), Femi Benussi (Flora), Mario Piave (Pino Scalia), Adolfo Lastretti (Ciccio Paternò), Tom Felleghi (Ferrari), Shirley Corrigan (la donna di Conti), Antonio Casale (Duval), Duilio Cruciani (Luigino Scalia), Mario Novelli (Franco), Luciano Pigozzi (scagnozzo di Conti), Rosario Borelli (scagnozzo di Paternò), Gianni Di Benedetto (il commissario).
Uno dei migliori film di Lenzi e del filone gangsteristico all'italiana (non definirei questo film poliziesco o poliottesco, perché la polizia vi compare appena). Dal punto di vista del racconto, il film sembra un incrocio traANATOMIA DI UN RAPIMENTO (1963) diKurosawa e PER UN PUGNO DI DOLLARI (1964): infatti, per salvare la vita ad un bambino rapito, un ex malvivente redento (cui hanno ucciso il migliore amico, divenuto agente di una polizia privata) mette l'un contro l'altro due clan malavitosi. Lenzi propone un montaggio serrato di questo copione che non presenta colpi di scena clamorosi, ma neanche inutili efferatezze, gestito piuttosto bene da un buon cast, nel quale, ancora una volta, la fa da padrone Tomas Milian, doppiato da Ferruccio Amendola, stavolta senza volgarità romanesche. Per il resto si assiste ad un'avvincente sfida tra marchi, per una sorta di supremazia pubblicitaria: qui si fa indubbiamente largo la Mondialpol, ma un posto preminente è occupato, al solito, dal J&B, che supera il Punt e Mes, il Fernet Branca e, in una breve apparizione, l'aranciata San Pellegrino. Ottimo, come al solito, lo score di Franco Micalizzi.
P.S. In una delle prime scene viene inquadrata la macchina dei banditi con dentro il boss Conti con due dei suoi scagnozzi: gli attori sono Luciano Catenacci,Luciano Pigozzi e Antonio Casale. Tre ceffi da galera come non se ne vedono spesso al cinema tutti assieme. In sostanza, se i greci erano spesso legati al mito del καλός κάι αγαθός, qui Lenzi si dimostra seguace del κακός κάι stronzolòs.
P.P.S. Sul MORANDINI 2006, compaiono nel cast anche Maria Rosaria Omaggio, Giampiero Albertini e Arthur Kennedy, ai quali non passò neanche per l'anticamera del cervello di partecipare a questo film.

Tag: cinema

Vota questo post


Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)