Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us

Cumulativo film 10

by sasso67 (29/11/2008 - 17:43)

La stregoneria attraverso i secoli (Svezia1922) di Benjamin Christensen. Con Benjamin Christensen (Satana), Karen Winther (la moglie dell’ammalato), Emmy Schonfeldt (Maria, la mendicante).

La stregoneria attraverso i secoliSull'assurdità, l'immoralità, l'ingiustizia e la pericolosità della tortura hanno scritto pagine indelebili intellettuali come il Verri, il Beccaria e il Manzoni della Storia della colonna infame. Anche Christensen si scaglia, con questo film grottesco, contro l'assurdo metodo per estorcere confessioni e accuse, spesso usato anche dalla cara Santa Madre Chiesa o dal braccio secolare cui affidava gli accusati. Non è il caso delle (presunte) streghe, va detto, contro le quali si è sempre accanito di più il potere temporale che non quello ecclesiastico, spesso diffidente nei confronti delle sedicenti fattucchiere. Sia come sia, qui il regista ci presenta anche una conventicola di fratacchioni che non disdegna i piaceri della carne (salvo poi affidarsi al sacro lavacro dell'autofustigazione), ma punisce con i tormenti le persone accusate di stregoneria: in particolare, una vecchia mendicante cui è attribuito un talismano, ritrovato nella casa di un uomo moribondo, al quale è stato praticato uno strano rito da un viandante. La vecchia, sotto tortura, confessa di essere una strega, ma accusa le due donne che l'hanno denunciata di essere sue complici. Era tanto semplice finire nelle mani del carnefice... Con un salto temporale al presente (naturalmente del 1922), Christensen ci porta in un'epoca dove per fortuna si comincia a dare a certi fenomeni il nome più adeguato: isteria. Oggi una donna malata d'isteria può essere adeguatamente curata; sullo sfondo, comunque, continuano ad ardere, come monito per le nostre coscienze, i roghi medievali. Più che un documentario, il film di Christensen è un film surrealista ben documentato, che non disdegna di farci un'introduzione sulle origine della stregoneria fin dai tempi dell'antico Egitto, per arrivare ad una specie di veloce rassegna sugli strumenti di tortura più "gettonati" (con corde, catene e spunzoni in bella evidenza). Con i suoi sabba (ispirati in particolare alla pittura di Bosch e diGoya) e interrogatori nelle segrete dei conventi, LA STREGONERIA ATTRAVERSO I SECOLI sta bene in un'ideale antologia del cinema surrealista insieme a UN CHIEN ANDALOU e L'AGE D'OR di Buñuel, ma anche al GOLEM di Wegener e al CALIGARI di Wiene. Impossibile non pensare, infine, che a questo film non si sia ispirato il Dreyer del DIES IRAE e della GIOVANNA D'ARCO.

 

Geppo il folle (Italia, 1978) di Adriano Celentano. Con Adriano Celentano (Geppo il folle), Claudia Mori (Gilda), Miki Del Prete (l’impresario), Jennifer (Marcella), Pietro Brambilla (Gomma), Raf Di Sipio (Raf), Marco Columbro (il disc jockey).

Geppo il folle e Celentano in folle, anzi in retromarcia, per uno dei film più presuntuosi, inutili e cretini dei nostri anni Settanta. Il che è tutto dire.

 

Che la festa cominci… (Francia, 1975) di Bertrand Tavernier.Con Philippe Noiret (Filippo d’Orléans, il Reggente), Jean Rochefort (l’Abate Dupuis), Jean-Pierre Marielle (il Marchese di Pontcallec), Marina Vlady (Madame de Parabere), Christine Pascal (Emilie), Raymond Girard (il medico Chirac), Nicole Garcia (Fillon).

Negli anni Settanta, Tavernier era considerato in Francia l'anti-Truffaut, poiché aveva rispolverato sceneggiatori della vecchia scuola, come Jean Aurenche ePierre Bost, che erano stati tra i bersagli preferiti del Truffaut teorico della nouvelle vague. Nonostante ciò, proprio Tavernier eTruffaut sono i cineasti francesi che amo di più. E CHE LA FESTA COMINCI... resta il film, tra quelli girati dal regista lionese, che preferisco. Si tratta di un film in costume, a mio parere degno di affiancare BARRY LYNDON tra i più belli mai realizzati. La trama è abbastanza semplice: uno spiantatissimo nobilastro bretone si reca a Versailles per dare al Reggente un ultimatum circa l'indipendenza della molto futuribile Repubblica della Bretagna. Nella capitale francese, mentre il Re designato ha solo nove anni, comanda Filippo d'Orleans, spalleggiato da un tale Abate Dupuis (il cui unico merito è di avere salvato la vita al Reggente in battaglia), che aspira alla poprpora cardinalizia, pur essendovi molti dubbi sul fatto che sia almeno battezzato. Questa conventicola di nobili passa la vita a gozzovigliare, tra cene pantagrueliche ed orge gigantesche, mentre intorno il popolo muore letteralmente di fame. Fotografato magistralmente daPierre-William Glenn, recitato da almeno tre attori in stato di grazia, Noiret,Rochefort (indimenticabile) e Marielle, diretto da un regista che ha ogni titolo per essere definito Maestro, CHE LA FESTA COMINCI... è, secondo me, uno dei capolavori cinematografici degli anni Settanta.

 

Il sarto di Panama (GB, 2001) di John Boorman. Con Pierce Brosnan (Andy Osnard), Geoffrey Rush (Harry Pendel), Jamie Lee Curtis (Louisa Pendel), Leonor Varela (Marta), Brendan Gleeson (Mickie Abraxas), Harold Pinter (zio Benny), Catherine McCormack (Francesca).

bandóne [ban'done] s.m. 1 sm lamiera di ferro o d'altro metallo 2 sm saracinesca «Ce le abbiamo le mutande di bandone?» domanda al telefono il capo dei servizi segreti britannici a Pierce Brosnan. Le mutande di bandone! Questa è stata l'unica scena di tutto il film che mi ha fatto sussultare. Lode alle mutande di bandone, dunque. Ma su tutto il resto c'è solo da stendere un velo pietoso, a cominciare dalla regia di un Boorman ormai irriconoscibile, per arrivare ad unBrosnan un po' troppo zerozerobeppe, passando per una Jamie Lee Curtis di molto fuori parte. Anche quando si esce per andare al cinema, mi sa, bisognerebbe munirsi di mutande di bandone.

La leggenda di Narayama (Giappone, 1958) di Keisuke Kinoshita. Con Kinuyo Tanaka (Orin), Teiji Takahashi (Tatsuhei), Yuko Mochizuki (Tamayan), Danko Ichikawa (Kesakichi).

Nessuno parla tanto di soldi quanto i poveri. Così, gli affamati di questo film non fanno che parlare di cibo. In un'epoca (qualsiasi epoca) in cui da mangiare non c'era per tutti, nelle famiglie la cosa più pericolosa erano le bocche da sfamare. Specialmente se, poi, queste bocche appartenevano a persone non ancora o non più in grado di lavorare. E dunque l'anziana Orin ha già programmato, come prevede l'usanza, di allontanarsi da casa al compimento, ormai imminente, del settantesimo anno d'età. Per farsi sembrare più vecchia (ché non vuole pesare sull'economia domestica), ma anche per rendere la propria bocca meno temibile per la concorrenza allo scarso cibo familiare, si è addirittura spaccata i denti davanti. E poi il giorno fatidico, quando si avvicina la prima neve, arriva. Kinoshita ha diretto questo film con i mezzi del teatro kabuki, ed infatti, all'inizio il film risulta un po' lento, inframmezzato com'è di canzoni attinenti al tema della vicenda principale. Ma il regista ha anche saputo costruire il suo film come un'opera pittorica in divenire, con i colori vivaci dei fondali teatralmente dipinti, che si stemperano nei colori cupi dei giorni del viaggio alla montagna, fino ad imbiancarsi in un finale immerso nella neve. Da questo punto di vista LA LEGGENDA DI NARAYAMA è veramente magistrale, anche se mi pare che manchi, lungo tutta la sua durata, la poesia che permea le opere maggiori di unMizoguchi. Tuttavia, la scena dell'incontro con gli anziani del villaggio, che alla fine della riunione scompaiono silenziosamente nel buio l'uno dopo l'altro, e quella, struggente, della salita al monte, nella quale Tatsuhei chiama invano la madre che giace silenziosa sulla gerla che porta sulle spalle, sono da antologia della storia del cinema mondiale. Figurativamente bellissimo, il film ha un andamento in crescendo emozionale e culmina in una seconda parte molto più intensa della prima.

Abuso di potere (Italia/Francia/RFT, 1972) di Camillo Bazzoni. Con Frederick Stafford (il commissario Luca Miceli), Marilù Tolo (Simona), Reinhard Kolldehoff (il questore), Umberto Orsini (Enrico Gagliardi), Corrado Gaipa (Gunther Rosenthal), Raymond Péllegrin (il Sostituto Procuratore D’Alò), Elio Zamuto (Mottesi), Claudio Gora (il Procuratore), Guido Leontini (Turi De Loco), Ninetto Davoli (Yoyò).

Date retta: s'è visto di peggio. La trama è piuttosto "classica", per quanto riguarda il poliziesco di serie B, compresa l'incazzatura del commissario protagonista con i superiori e con il magistrato di turno troppo garantista e/o corrotto. A reggere la baracca contribuisce anche l'interpretazione del non disprezzabile attore praghese Frederick Stafford, il cui personaggio è chiaramente ricalcato sulla figura del commissario Calabresi, che in quel 1972 assurse, suo malgrado, agli onori delle cronache. Lo ricorda dalla sagoma, ai maglioni dolcevita, alla tragica fine.

Tag: cinema

Vota questo post


Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)