Cumulativo film 11
«L'amore non dura. Prima si beve dallo stesso bicchiere e poi ci si mette il cotone nelle orecchie per non sentire l'altro che russa» dice Marylène, l'amica e collega della protagonista. E per la povera Béatrice, detta Pomme (la Mela), è proprio così. Apprendista parrucchiera, conosce, durante una vacanza in Normandia, lo studente di lettere François, di famiglia borghese. Lei, che nei ritagli di tempo leggeMaupassant, ma non è istruita, vive sola con la madre, si è trasferita a Parigi dalla campagna, ed è ancora vergine, s'innamora perdutamente del bel giovane e gli si dà completamente. Ma la convivenza non sarà facile: circondato da amici intellettuali che, seppure educatissimi, egli sente diversi da lei, così come da una famiglia che ha grosse aspirazioni per il figlio, François lascia la ragazza, che rimane come schiantata dalla delusione. Colpita da esaurimento nervoso, finisce in clinica psichiatrica, dove s'inventa un mondo di fantasia, che impedirà a François di rimediare ai propri rimorsi. Girato daGoretta (del quale finora avevo visto soltanto L'INVITO e LA MORTE DI MARIO RICCI) con una sobrietà che ricorda l'ultimo Bresson, affidato alle tenere ma pugnaci spalle di una Isabelle Huppert che offre in spontaneità ciò che ancora non possiede in tecnica recitativa, LA MERLETTAIA è un piccolo straordinario film che cresce di minuto in minuto e merita molta più considerazione di quella che ha ottenuto finora. Proviamo a fare un confronto con le tanto celebrate commedie, proverbi e filastrocche rohmeriane, poi ne riparliamo. KLEINHOFF HOTEL (Italia, 1977) di Carlo Lizzani. Con Corinne Cléry (Pascale Rota), Bruce Robinson (Karl), Katja Rupé (Petra), Michele Placido (Pedro). Micidiale impasto di sesso e terrorismo, nel quale spadroneggia, incontrastata, la noia. Neppure Tinto Brass avrebbe potuto realizzare un pastrocchio simile, ma quello che dispiace di più è che la firma sia proprio di Lizzani, uno dei registi italiani più seri e preparati. Per questo motivo, il film si meriterebbe un bel pallino vuoto di mereghettiana invenzione. Lo scafandro e la farfalla (Francia/USA, 2007) di Julian Schnabel. Con Mathieu Amalric (Jean-Dominique), Emmanuelle Seigner (Céline), Marie-Josée Croze Date le premesse ci si poteva attendere un film patetico o lacrimevole, oppure il veicolo per una prestazione attoriale di quelle "indimenticabili". Invece non è così: lo spirito è piuttosto scanzonato e di chi, seppur metaforicamente, è riuscito a rimboccarsi le maniche ed a creare qualcosa anche in una situazione di totale paralisi, nella quale non solo mangiarsi un piatto di verdure lesse è un "piacere" ormai proibito, ma anche esprimere semplicemente le proprie opinioni è un'impresa titanica. In alcuni momenti, con il suo sfrenato vitalismo (può apparire paradossale, ma è così) il film potrebbe addirittura sembrare uno spot del Movimento per la vita contro l'eutanasia, ma sono sicuro che il buon Giandomenico sarebbe assolutamente rispettoso di chi, nelle sue stesse condizioni, decidesse di chiedere di andarsene. Caso mai è una bella pubblicità per il sistema sanitario francese, così solerte a farsi carico di una malattia così totalizzante da lasciare al paziente soltanto la possibilità di sbattere una palpebra: cosa sarebbe successo in Italia? Ma anche: sarebbe accaduto lo stesso se il protagonista non fosse stato il caporedattore di "Elle"? A parte ciò, è da apprezzare l'impostazione di Schnabel che divide il film tra le inquadrature classiche, con la macchina da presa che inquadra il protagonista e le soggettive sghembe che partono dal suo occhio sinistro: bravo il regista, fra le altre cose, a suggerire il pianto di Jean-Dominique, semplicemente appannando l'obiettivo. Un elogio va fatto anche all'attore Amalric, bravo a stare al proprio posto senza esagerare: spesso nessuno sa essere gigione come un attore nella parte di un paralitico. Difetto: le donne del film sono tuttte troppo belle e troppo buone per essere vere. Anche per un caporedattore di "Elle". I ragazzi del massacro (Italia, 1969) di Fernando di Leo. Con Pier Paolo Capponi (il commissario Marco Lamberti), Susan Scott (Livia Ussaro), Enzo Liberti (Carrua), Marzio Margine (Carolino Marassi), Renato Lupi (Mascaranti), Giuliano Manetti (Fiorello Grassi), Danika La Loggia (la signorina Romani). Non c'entra niente il massacro del Circeo (1975): il film è del 1969. Ma è comunque molto attuale. Si parla dello stupro e dell'omicidio di una giovane insegnante da parte di una classe di ragazzi sottoproletari della scuola serale. Lo scioglimento della vicenda, che anticipa i gialli argentiani (dall'UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO in poi), può anche lasciare perplessi, però funziona l'atmosfera sonnacchiosa del commissariato, così come la squallida sfilata degli adolescenti che hanno preso parte al massacro. Di Leo gira lo stupro iniziale con la camera a mano, gettando lo spettatore in mezzo all'azione, in modo da farlo quasi sentire membro del branco. Ed ha mano felice, il regista, nello scegliere Pier Paolo Capponi quale protagonista, perfetta figura di antieroe meneghino, e la bellaSusan Scott per la parte di Livia Ussaro, qui nelle vesti di assistente sociale. Certo, chi abbia letto VENERE PRIVATA (1966), il primo romanzo diScerbanenco con la centro la figura di Duca Lamberti, qualche perplessità può legittimamente coltivarla: come abbia fatto il protagonista a trasformarsi da medico radiato dall'ordine a commissario di pièsse, lo sanno solo Dio e i meccanismi produttivi del poliziesco all'italiana. Ma, dettagli a parte, si intravedono già, in questo film, tutte le qualità del talento dell'autore che realizzerà, di lì a poco, la magica alchimia di MILANO CALIBRO 9.
Ré (il ritrattista), Monique Chaumette (la madre di François), Jean Obé (il padre di François), Sabine Azéma (Corinne).
(Henriette Roi), Niels Arestrup (Roussin), Jean-Pierre Cassel (Padre Lucien; il venditore di oggetti sacri), Max von Sydow (il padre di Jean-Do), Marina Hands (Joséphine).






Ultimi commenti
@*dtcomment*@@*titolopost*@
@*nome*@