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Cumulativo film 13

by sasso67 (07/12/2008 - 23:36)

Il cavernicolo (USA, 1981) di Carl Gottlieb. Con Ringo Starr (Atouk), Barbara Bach (Lana), Dennis Quaid (Lar), Shelley Long (Tala), Jack Gilford (Gog).

Un film demenziale, che in alcuni punti prova persino la parodia di 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO. Purtroppo Carl Gottlieb non è Mel Brooks Jim Abrahams o i fratelli Zucker, e il livello del film si abbassa spesso a quello di QUANDO LE DONNE AVEVANO LA CODA. Le gag davvero divertenti si contano sulle dita di una mano (e forse, di dita, ne avanzano un paio) e la morale, secondo la quale in natura prevalgono i più intelligenti e non i più forti fisicamente, è nota almeno dai tempi di Darwin. Altrimenti, a digitare questo commento al mio posto ci sarebbe un dinosauro.

La ragazza con la valigia (Italia, 1961) di Valerio Zurlini. Con Claudia Cardinale (Aida Zepponi), Jacques Perrin (Lorenzo Fainardi), Romolo Valli (Don Pietro Introna), Gian Maria Volonté (Piero), Corrado Pani (Marcello Fainardi), Riccardo Garrone (Romolo), Luciana Angiolillo (la zia), Renato Baldini (il Francia), Ciccio Barbi (il rag. Crosia), Enzo Garinei (Pino).

Nonostante qualche lungaggine, soprattutto nel finale, il terzo lungometraggio di Zurlini resta una pietra miliare del nostro cinema, per quello che sa dirci, in tono nettamente pessimistico, sull'irrimediabile divisione tra le classi sociali. Per di più, Zurlini sa descrivere molto bene i palpiti e le emozioni dei suoi personaggi, specialmente i più giovani e sensibili. Qui è aiutato dall'interpretazione fresca e immediata diPerrin e della Cardinale.

Ricomincia da oggi (Francia, 1998) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Torreton (Daniel Lefebvre), Maria Pitarresi (Valeria), Nadia Kaci (Samia Damouni), Françoise Bette (la signora Delacourt), Didier Bezace (l’ispettore).

Ahi Ahi, ci tradisce anche Tavernier. Innovatore di temi e tecniche cinematografiche (basti pensare a Legge 627, del 1992), magistrale direttore d'attori, bravissimo a scegliere i collaboratori, qui tenta la strada del film immerso profondamente nella realtà, mescolando attori a persone "reali" e traendo la sceneggiatura dalla vera esperienza di suo genero, insegnante di scuola materna. Però, tra la carta e la pellicola c'è di mezzo il mare, e se molte delle situazioni descritte sembrano prese dal vero, non convince proprio la figura del protagonista, novello cavaliere senza macchia e senza paura dell'innovazione pedagogica, quasi fosse una rediviva Maria Montessori in blue jeans. Intorno a lui ruotano una maestra più brava dell'altra, bidelle e cuoche di infinita disponibilità, mentre i cattivi sono i servizi sociali (esclusa la bella Samia) e gli ispettori scolastici, capeggiati dal sindaco comunista. Per non parlare, poi, del fantomatico Ufficio Contenzioso, che assume i contorni di una vera e propria Spectre post litteram. Sia lode alle intenzioni, ma qui Tavernier, per eccesso di zelo, s'imbroda parecchio.

Prima che sia notte (USA, 2000) di Julian Schnabel. Con Javier Bardem (Reinaldo Arenas), Andrea Di Stefano (Pepe Malas), Olivier Martinez (Lazaro Gomez Carilles), Johnny Depp (Bon Bon; tenente Victor).

"La differenza tra il comunismo e il capitalismo è che se il comunismo ti prende a calci in culo devi applaudire, mentre se ti prende a calci in culo il capitalismo puoi protestare". Con questa filosofia, enunciata dal protagonista cubano del film, si può certamente essere d'accordo. Con tutto il resto del film, però, no. Schnabel dà un'ideaparzialissima di Cuba, punta sugli effetti più pacchiani dell'omosessualità (che tuttora resta reato a Cuba, se lo ricordino i filocastristi ed anche i filoratzingeriani), persegue a tutti i costi la Poesia, anche con una voce fuori campo che legge enfaticamente versi e ricordi d'infanzia. Ma spesso la Poesia nasce dalle cose semplici e forse Schanbel l'ha capito quando ha realizzato Lo scafandro e la farfalla, mentre se l'era dimenticato quando ha concepito questa robbaccia. Va anche detto che dietro al film non c'è l'unilaterale condanna del regime cubano: anche l'agognata America non è descritta molto meglio; se Reinaldo era stato chiuso, dalla polizia cubana, in celle buie ed angustissime, l'appartamento newyorkese in cui lo scrittore finisce i suoi giorni, dimenticato da tutti, non è molto più confortevole. Buono l'inizio, ma per il resto si ha uno spreco totale di mezzi e talenti.

Basquiat (USA, 1996) di Julian Schnabel. Con Jeffrey Wright (Jean-Michel Basquiat), David Bowie (Andy Warhol), Michael Wincott (Rene Ricard), Benicio DelBasquiatToro (Benny Dalmau), Claire Forlani (Gina Cardinale), Dennis Hopper (Bruno Bischofberger), Gary Oldman (Albert Milo), Christopher Walken (l’intervistatore), Elina Löwensohn  (Annina Nosei), Tatum O’Neal (Cynthia Kruger), Courtney Love (Big Pink), Willem Dafoe (l’elettricista).

Il fatto che il regista sia, come il suo protagonista, un pittore fa sì che si riesca a capire piuttosto bene come lavoravaJean-Michel Basquiat, quale sia stata la sua importanza nel mondo della pittura, specialmente nella New York degli anni Ottanta, e quali meccanismi regolino la critica e il mercato della pittura. E tra questi ultimi due aspetti non dev'esserci grande differenza, se, come dice Andy Warhol (un artista forse non eccelso ma un talent scout di enorme intelligenza), "un pittore vale quanto sa farsi pagare". Il fatto, poi, che il regista sia stato un amico del protagonista riesce a darci un quadro credibile della personalità, certamente disturbata, di Basquiat, tossicomane e forse colpito nella psiche dalla stessa malattia che ha condotto la madre alla reclusione in una clinica psichiatrica. E, in questo modo, Schnabel (il quale spesso indulge a vezzi registici degni di miglior causa, come testimonia il surfista che ogni tanto solca le onde immaginarie del cielo newyorkese) riesce, in alcuni momenti, a farci percepire l'emozione per la fine precoce di un artista di valore. E non va taciuto almeno un momento di grande valore: l'intervista che il protagonista concede al giornalista interpretato, per pochi intensi minuti, da Christopher Walken con la bravura che gli è consueta.

 

Il giustiziere di mezzogiorno (Italia, 1975) di Mario Amendola.Con Franco Franchi (Franco Gabbiani), Ombretta De Carlo (Agata), Aldo Puglisi (Fernando), Maria Antonietta Beluzzi (la signorina Barzuacchi), Gigi Ballista (il direttore Rossetti), Raf Luca (l’ing. Balloria), Franco Diogene (il vigile), Alberto Farnese (Lorenzi), Vincenzo Crocitti (Alvaro Trippa), Gino Pagnani ed Enzo Andronico (bombaroli).

Con baffetti alla Charles Bronson, il giustiziere di mezzogiorno colpisce alle ore più svariate, raddrizzando torti senza spargere una goccia di sangue, al massimo menando colpi su dei teppistelli con un calzino pieno di monete da cento lire. La prima parte è abbastanza riuscita, con alcuni momenti piuttosto divertenti, mentre il finale con la bomba è visto e rivisto decine altre volte nella filmografia diFranchi e Ingrassia. Tutto sommato, un film innocuo (al contrario dei giustizieri bronsoniani) e moderatamente divertente.

 

I giovani leoni (USA, 1958) di Edward Dmytryk. Con Marlon Brando (il ten. Christian Diestl), Montgomery Clift (Noah Ackerman), Dean Martin (Michael Whiteacre), Maximilian Schell (il capitano Hardenberg), Hope Lange (Hope Plowman), Barbara Rush (Margaret Freemantle), May Britt (Gretchen Hardenberg), Dora Doll (Simone), Liliane Montevecchi (Françoise), Lee Van Cleef (il serg. Rickett), Arthur Franz (il ten. Green), Richard Gardner (il soldato Crowley).

Un kolossalone, per durata e mezzi produttivi, con tutti i pregi e i difetti tipici del kolossal hollywoodiano. Il film è riuscito soprattutto nelle scene d'azione bellica, semplici ma molto efficaci e riuscite, mentre puzza irrimediabilmente di muffa nelle sequenze cosiddette intimiste. Naturalmente gli americani sono descritti come bravi ragazzi pieni di buone intenzioni, anche se un po' maneschi, a volte teste calde, qualcuno anche un po' vigliacco, ma sempre pronti a redimersi e a dare prove di coraggio (da giovane leone, appunto) al momento opportuno. E per fortuna non si era ancora agli anni del revisionismo sull'Olocausto: anzi, Dmytryk, un po' didascalicamente, ci fa elencare, in sottofinale, proprio da un ufficiale delle SS, dati e cifre dello sterminio (tanto che il buon tenente Marlon Brando se ne adonta parecchio). Dmytryk è bravo a dirigere l'enorme materia di questo filmone, anche se ormai, per le vicende che lo segnarono durante il periodo del maccartismo, non riesce più a dare ai suoi film un'impronta veramente personale.

Tag: cinema

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