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Cumulativo film 14

by sasso67 (14/12/2008 - 01:14)

Laissez-passer (Francia/Germania/Spagna, 2001) di Bertrand Tavernier. Con Jacques Gamblin (Jean Devaivre), Denis Podalydès (Jean Aurenche), Marie Desgranges (Simone Devaivre), Philippe Morier-Genoud (Maurice Tourneur).

Laissez passer significa lasciapassare, ma anche un invito far eduardianamente passare "'a nuttata" del nazismo. Nuttata che cadde, nel 1940, anche sul mondo del cinema francese, il quale reagì in mille maniere diverse, secondo le mille personalità diverse dei suoi esponenti. Tavernier ci racconta in quasi tre ore di film questi diversi modi, prendendone a paradigma due, quello del regista Devaivre che obtorto collo collaborò con la casa di produzione controllata dai Nazisti Continental, e quello dello sceneggiatore Jean Aurenche, che rifiuto sempre la collaborazione con gli occupanti, pur cercando di continuare a lavorare. Un po' troppo lungo, anche poco appassionante, il film di Tavernier si accende sul finale e, almeno in questa parte, riesce a coinvolgere lo spettatore.

La moglie del prete (Italia, 1971) di Dino Risi. Con Sophia Loren (Valeria Billi), Marcello Mastroianni (don Mario Carlesi), Venantino Venantini (Maurizio), Giuseppe Maffioli (Davide, lo spretato), Dana Ghia (Lucia), Miranda Campa (la madre di Valeria), Pippo Starnazza (il padre di Valeria), Gino Cavalieri (don Filippo), Jacques Stany (Jimmy Guitar).

Dino Risi era un regista furbissimo: qui trae un film da una materia che per altri sarebbe stata appena sufficiente per farci un episodio. Mentre per molti il film arranca dalla metà in avanti, secondo me è proprio la prima parte quella meno riuscita, con quell'inizio che non sta né in cielo né in terra dove la Loren si trasforma in Remi Julienne per inseguire l'amante fedifrago Venantino Venantini. Anche la parte del corteggiamento non è granché, ma il film mette a segno qualche unghiata e qualche battuta riuscita, ed in alcuni momenti è perfino commovente, almeno nella figura dello spretato, interpretato con partecipazione da Giuseppe Maffioli. Non ci si poteva certo aspettare un discorso serio sul celibato ecclesiastico da un film di Risi, ma il peggio è la presenza di una Lorenche pare appena uscita da una beauty farm californiana e c'entra come i cavoli a merenda. E la morale è sempre la stessa: i più furbissimi assai di tutti sono sempre i preti.

 

L'intendente Sansho (Giappone, 1954) di Kenji Mizoguchi.  Con Kinuyo Tanaka (Tamaki), Yoshiaki Hanayagi (Zushiô), Kyôko Kagava (Anju), Eitarô Shindô (l’intendente Sanshô), Akitake Kôno (Taro), Masao Shimizu (Masauji Taira), Ken Mitsuda (il Primo Ministro Fujiwara).

Nel medio evo giapponese, un governatore viene esiliato perché ha parteggiato per i contadini. Anche la sua famiglia dovrà tornarsene ai luoghi d'origine. Ma durante il viaggio la moglie e i figli sono rapiti e venduti come schiavi: lotteranno per tutta la vita per potersi ritrovare.

Perché un film intitolato all'intendente Sanshô, che non è certo il personaggio principale della storia che Mizoguchi ci viene a raccontare? Perché, secondo me, l'intendente Sanshô rappresenta il male che l'uomo deve affrontare nella vita, l'ostacolo al Bene, il lato oscuro da superare per raggiungere la beatitudine cui anela ogni seguace del Budda. L'intendente cerca di tenerci prigionieri, di educarci con le buone o con le cattive (più spesso con le cattive) a seguire il suo cattivo esempio, è quello che tenta di traviare suo figlio Taro o che sta per avere il sopravvento sul fragile animo di Zushio, o che tenta perfino di opporsi all'autorità imperiale. Eppure basta un semplice atto di volontà per uscire dai suoi recinti, magari con l'aiuto della fede (è proprio Taro, fuggito da casa e diventato monaco, ad aiutare Zushio nella sua fuga). A mio parere meno intenso, almeno all'inizio, rispetto agli altri capolavori di Mizoguchi ("Vita di O-Haru", "I racconti della luna pallida d'agosto", "Gli amanti crocifissi"), "L'intendente Sanshô", talvolta fin troppo "shinpa" (traducibile con "melodrammatico"), contiene pagine d'ineguagliabile emozione: impossibile non commuoversi di fronte all'incontro finale tra Shizuo e la madre ritrovata. Il film contiene tutti gli elementi tipici del cinema di Mizoguchi: a) la presenza di donne forti e sventurate (l'unico personaggio femminile negativo è la perfida vecchiaccia che tradisce Tamaki e la sua famiglia), spessissimo pronte a sacrificarsi per i loro uomini, come fa la povera Anju per favorire la fuga del fratello; b) il rapporto panico con la natura, anche nell'estremo sacrificio (sia la nutrice che Anju muoiono annegate); c) la necessità di tendere sempre al bene, dimostrando rigore morale nei confronti di sé stessi, ma misericordia nei confronti degli errori altrui (come recita la frase che il governatore esiliato lascia in eredità a Zushio prima di partire). In più, la sceneggiatura di Yoda Yoshikata è quasi proustiana nel richiamare un semplice gesto già accaduto in passato: quando Anju tenta di convincere Zushio a fuggire per andare a cercare la madre, la madeleinette è rappresentata dal ramo che i due fratelli spezzano insieme cadendo a terra, come era accaduto tanti anni prima, proprio la sera in cui furono rapiti. Mizoguchi, per parte sua, è geniale in alcuni movimenti di macchina, con i quali riesce a farci percepire i sentimenti provati dai suoi personaggi, come nella magistrale sequenza dell'invocazione di Zushio al Ministro, nel quale la tempesta interiore del ragazzo è testimoniata dal volteggio frenetico della macchina da presa. In conclusione,"L'intendente Sanshô" è uno dei capolavori che compongono la mirabile tetralogia sul passato del Giappone, realizzata dal Maestro negli ultimi anni della sua vita.

 

Batte il tamburo lentamente (USA, 1973) di John Hancock. Con Michael MOriarty (Henry Wiggen), Robert De Niro (Bruce Pearson), Vincent Gardenia (Dutch Schnell), Phil Foster (Joe Jaros), Danny Aiello (Horse), Ann Wedgeworth (Katie), Patrick McVey (il padre di Bruce), Heather MacRae (Holly Wiggen), Selma Diamond (Tootsie).

"Batte il tamburo lentamente" non è certo un capolavoro. Il titolo italiano, peraltro, è sbagliato, poiché dovrebbe piuttosto suonare come "Batti (o battete) il tamburo lentamente", frase tratta da una triste ballata country. Comunque, il film di Hancockdifficilmente sarebbe uscito in Italia, se non fosse che nel cast c'era un giovane attore di nome Robert De Niro, che proprio nel 1973 si era fatto notare con "Mean Streets" di Scorsese e un anno più tardi con "Il padrino - Parte II" di Coppola."Batte il tamburo lentamente" uscì infatti da noi nel 1977, più o meno in coincidenza con l'uscita di "New York New York", uno dei film che contribuì a consacrare definitivamente la fama dell'attore italoamericano. Che qui recita nella parte di un giovane giocatore di baseball, poco dotato da punto di vista intellettivo, che si ammala di un male incurabile e muore. La malattia del giovane rappresenta un momento di insolita unità d'intenti tra i rissosi membri dei New York Yankees, che riescono a vincere il campionato, anche grazie alle qualità nascoste del giovane ricevitore. La storia è raccontata dal campione della squadra (interpretato da Michael Moriarty), che è anche il migliore amico del giovane giocatore malato. L'intero film, nonostante qualche interessante caratterizzazione - come Vincent Gardenia nella parte del coach e Danny Aiello al suo esordio cinematografico - non offre troppi spunti d'interesse, salvo che per la parte di questo Bruce Pearson, di cui Bob De Niro s'impadronisce lentamente, fino a fagocitare l'intero film, lasciando la sua impronta sull'opera di un onesto documentarista sportivo.

Tag: cinema

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