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Cumulativo film 15

by sasso67 (21/12/2008 - 19:07)

Fico d’India (Italia, 1980) di Steno. Con Renato Pozzetto, Aldo Maccione, Gloria Guida, Diego Abatantuono.

Questa boiata strappa due risate di numero. E non è merito diMaccione.

La gorilla (Italia, 1982) di Romolo Guerrieri. Con Lory Del Santo, Tullio Solenghi, Gianfranco D’Angelo, Giorgio Bracardi.

Quando entra in scena Giorgio Bracardi, anche se i suoi personaggi non hanno niente a che vedere con la "trama" del "film", la situazione si risolleva di un pelino. Per il resto, parole come "sceneggiatura", "regia", "recitazione" sono arcani misteriosi per gli autori di questa grottesca parodia di film, che riesce a far sembrare capolavori incommensurabili tutte le opere di Tanio Boccia.

Le soldatesse (Italia, 1966) di Valerio Zurlini. Con Tomas Milian, Mario Adorf, Anna Karina, Marie Laforêt, Lea Massari, Valeria Moriconi.

Diciamocelo chiaro e tondo: gli italiani non sono (stati) brava gente. In Jugoslavia, in Albania, in Grecia, ne hanno combinate di tutti i colori. Forse non quante ne hanno fatte i tedeschi, ma è soprattutto una questione d'organizzazione. Qui Zurlini ce lo fa vedere, in un film ben girato sulle stradicciole di montagna dell'ex Jugoslavia, che simulano quelle analoghe dei monti greci. E nelle sequenze ambientate tra le montagne c'è la parte migliore del film, che sembra derivare direttamente da Ombre rosse di Ford, con la diligenza (un camion con a bordo alcune prostitute greche, due soldati del regio esercito e un ufficiale della milizia fascista) minacciata dai partigiani/pellerossa che potrebbero sbucare all'improvviso dalle creste rocciose. Per il resto, il film di Zurlini indulge un po' troppo al romanzesco e al patetico, con un gruppo di prostitute volontarie d'inaudita pudicizia e che parla con la lingua forbita di un Omero o di un Esiodo. E però, negli sguardi taglienti e freddi di Eftikia (Marie Laforêt) c'è tutto l'odio che un popolo schiavizzato e oltraggiato ha verso l'invasore, il quale ha pure l'ardire di definire "traditori" coloro che combattono eroicamente per la libertà della propria terra. Il maggior merito di Zurlini è proprio quello di avere sollevato, a distanza di vent'anni dai fatti, il velo dell'oblio da una delle pagine più vergognose della storia italiana.

Cattiva (Italia, 1991) di Carlo Lizzani. Con Giuliana De Sio, Julian Sands, Erland Josephson, Milena Vukotic.

Cattiva, in questo film, è indubbiamente la regia. E dispiace dirlo, trattandosi di un film dell'altrove valoroso Lizzani. Il difetto, come quasi sempre accade, è nel manico. Prima ancora che nella sceneggiatura, nell'idea stessa di trasporre in film un testo semiscientifico, come la narrazione di un caso clinico, capitato al giovane professor Gustav Jung a Zurigo. E' più che difficile trarre una storia narrativamente interessante da una materia simile, e questo nonostante la buona volontà di tutti coloro che hanno collaborato al progetto. Peraltro, scegliere per la parte di comprimario, nel ruolo del giovane psicanalista un attore gnocco come Julian Sands significa volersi fare davvero del male; mentre non è condivisiibile la critica secondo cui si sarebbe trattato di un "veicolo" per Giuliana De Sio: al contrario, mi sembra che l'attrice napoletana fosse forse l'unica, almeno all'epoca, in grado di sostenere con credibilità una parte così difficile. Un'occasione mancata.

Pensavo fosse amore invece era un calesse (Italia, 1991) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi, Francesca Neri, Angelo Orlando, Marco Messeri.

La prima volta che lo vidi non mi piacque, ma devo ammettere che a distanza di circa quindici anni, posso tranquillamente rivedere il mio giudizio al rialzo. Benché resti sempre difficile ingabbiare il talento comico del regista in una trama sentimentale, specialmente dopo che storie d'amore a fine poco lieto siano state proposte, negli ultimi trent'anni, nelle salse più svariate, Pensavo fosse amore... funziona soprattutto dal lato comico. E infatti, secondo me, Troisi resta soprattutto un grande comico che, come tutti i suoi colleghi di talento (basti pensare a Chaplin o a Benigni, per citare solta due tra i più dotati), confina spesso con il poeta. Anche il discorso sull'amore, tuttavia, funziona. Pur senza andare a cercare filosofie spicciole ("l'uomo e la donna sono le persone meno adatte a sposarsi"), Troisirende con questo film una sua idea di delusione amorosa, poiché si spera sempre in qualcosa di forte e duraturo, che però, spesso, si rivela fragile come una carrozzella, che una pietra o una buca della strada possono rompere in modo irrimediabile. Grazie a qualche accenno intelligente ed azzeccato (l'amico religioso, il riferimento alla chimica goethiana delle Affinità elettive, l'accenno all'inveterata scaramanzia napoletana), preferisco ricordare Troisi come l'autore/interprete di questo film, piuttosto che del sopravvalutatoPostino.

E venne il giorno dei limoni neri (Italia, 1970) di Camillo Bazzoni. Con Antonio Sabàto, Florinda Bolkan, Peter Carsten, Silvano Tranquilli, Don Backy.

Un film d'impianto realistico, anche se qualche scelta di sceneggiatura sembra trasportare questa storia di mafia nel campo del western: la sequenza finale sa un po' troppo di sfida all'O.K. Corral. Eppure, nonostante la legnosità del protagonista, di un Don Backy da Santa Croce sull'Arno che parla siciliano con la voce di Oreste Lionello, di iniziazioni mafiose da opera buffa, il film ha qualche pregio, primo fra tutti quello di presentare un'organizzazione in cui i picciotti armati non sono che l'ultima rotella dell'ingranaggio, mentre insospettabili imprenditori sono quelli che tirano le fila della situazione. Ma non ultimo pregio è anche quello di dimostrare l'abilità di bazzoni in certe scelte tecniche e nella capacità di non privilegiare soltanto l'azione a completo discapito delle psicologie dei personaggi. Se poi, al posto di Sabàto, ci fosse stato Ermete Zacconi sarebbe stato ancora meglio...

La polizia è al servizio del cittadino? (Italia, 1973) di Romolo Guerrieri. Con Enrico Maria Salerno, Daniel Gélin, Giuseppe Pambieri, John Steiner, Venantino Venantini, Enzo Liberti, Alessandro Momo.

Uno dei film più significativi del genere polizi(ott)esco, non foss'altro per la domanda contenuta nel titolo, indicativo di un clima che si respirava in Italia a metà degli anni Settanta. La serietà dell'operazione si vede già dal primo nome nel cast, quello di Enrico Maria Salerno. La sua figura di poliziotto problematico - separato dalla moglie, con un figlio antagonista della polizia, senza donne, completamente dedito al lavoro, sfiduciato del sistema giudiziario italiano - è già emblematica: e colpisce soprattutto il suo desiderio di paternità, sfogato soprattutto con il sottoposto fedifrago Pambieripiuttosto che con il figlio di sangue Momo, che rifiuta per assioma il principio d'autorità. L'ambientazione genovese è un punto di forza del film.

Tag: cinema

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