Cumulativo film 16
Luna rossa (Italia, 2001) di Antonio Capuano. Con Toni Servillo, Licia Maglietta, Italo Celoro, Antonino Iuorio, Domenico Balsamo, Carlo Cecchi, Angela Pagano. Appunti per un'Orestiade napoletana. Il film di Capuano ha momenti interessanti, ma nel complesso zoppica parecchio. Alcuni personaggi sono abbastanza credibili, anche se soprattutto grazie alle interpretazioni di attori come Toni Servillo, Carlo Cecchi, Antonino Iuorio e Italo Celoro (quest'ultimo un padrino viscido e infido). L'insieme, comunque, sta appiccicato con la Coccoina, e non convince per le inevitabili forzature che comportava comprimere la tragedia greca nelle odierne vicende di una famiglia camorristica. Forse le faide interne alla famiglia Cammarano dovevano alludere alle guerre di camorra che da decenni si susseguono in Campania per il controllo del territorio, ma anche qui l'intenzione di Capuano si scontra con forzature drammatiche ed eccessi di grottesco, come testimonia l'interpretazione, ai limiti del trash, di una Licia Maglietta costretta a cambiare parrucca ad ogni sequenza per accreditare l'immagine di leziosa e spietata maliarda del suo personaggio. La dea dell’amore (USA, 1995) di Woody Allen. Con Woody Allen, Mira Sorvino, Helena Bonham-Carter, F. Murray Abraham, Jack Warden. Sì, certo, qualche battuta divertente c'è sicuramente, oltre a qualche rimasticatura di vecchie battute (come quella del "chi comanda tu o la mamma?") già inserite in film e libri alleniani di alcuni anni fa. Ma questo film è roba vecchia, come un bambino che nasce con la pelle già grinzosa e incartapecorita. Da innamorato del Woody Allen che fu, ho la paura, il terrore, anzi la lucida consapevolezza che QUEL Woody Allen non tornerà mai più. Quello, dico, che va da Prendi i soldi e scappa fino a Manhattan, con l'ultimo lampo di genio di Zelig e una propaggine in Broadway Danny Rose. Quanto alla "trovata" del coro greco, mi sa molto di farsa liceale, con battute del genere: "E tu non fare la Cassandra!" "Ma io sono Cassandra!". Vabbe', qualche altra battuta funziona, come quella su Edipo che "ha ammazzato suo padre, ha copulato con sua madre e ha dato vita ad una professione che chiede 200 dollari a seduta", però l'insieme, con un personaggio irreale di prostituta pornoattrice, che parla con la voce di un cartone animato per bambini decerebrati, che alla fine trova un vero e proprio principe azzurro. Bravo davvero, Woody! Ovoce stromu rajských jíme [= Frutto del Paradiso] (Cecoslovacchia, 1970) di Vera Chytilova. Con Karel Novak, Jitka Novákova, Jan Schmid. La LEGGENDA (nota bene il maiuscolo) di Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden, rivisitato da una delle più importanti esponenti della nuova ondata cecoslovacca, con modi che rimandano a una miriade di modelli diversi, tanti da risultare, presi tutti assieme, in uno stile assolutamente personale. L'impronunciabileOvoce ecc. sembra contemporaneamente un film muto e sonoro, infantile e smaliziato, comico e tragico, pesante e leggerissimo. Sembra Buñuel incrociato agli innamorati diPeynet, messi in scena dallo scrittore Hrabal con l'aiuto dell'illustratore Ales Jiranek. Un'esperienza straniante che non ci è mai stato concesso di vedere in Italia. L’ultimo re di Scozia (USA, 2006) di Kevin Madonald. Con Forest Whitaker, James McAvoy, Gillian Anderson, Simon McBurney. Quello dell'Ultimo re di Scozia era uno sfondo storico che poteva dare molto in un film. Mi sembra che, purtroppo, Macdonald e il suo cosceneggiatore non abbiano saputo sfruttare pienamente il potenziale del film, che tuttavia regge la tensione fino alla fine, ha qualche momento di forte tensione, qualche altro che spinge a distogliere lo sguardo (come nell'atroce citazione dell'Uomo chiamato cavallo) e talvolta sfrutta qualche stereotipo di troppo. Però mi pare che sia resa bene l'atmosfera delle giovani nazioni africane negli anni Settanta, quando sembrava che questi paesi, appena riacquistata la propria libertà dal dominio coloniale, avessero potenzialità grandissime, tutte puntualmente sperperate dai vari tirannelli messi là per curare grettamente gli interessi dei paesi degli altri continenti (capitalisti o comunisti che fossero). Il personaggio di Idi Amin mette bene a fuoco la natura di apprendisti stregoni di certi paesi colonialisti, tra i quali ha certamente primeggiato la Perfida Albione, che si è tirata su questi boiaccia assetati di sangue finché le hanno fatto comodo e poi li ha mollati ai primi accenni di una follia che era ben visibile fin dall'inizio di queste dittature (oltre ad Amin, basti pensare al folle Bokassa). Uno dei pregi del film è sicuramente costituito dalla fotografia di Anthony Dod Mantle; all'attivo stanno anche una colonna sonora ben giostrata (molto bella una versione live di "Me and Bobby McGee" che fu di Janis Joplin) e l'interpretazione di Forest Whitaker. Come i cavoli a merenda invece la presenza di Gillian Armstrong. La neve nel bicchiere (Italia, 1984) di Florestano Vancini. Con Massimo Ghini, Anna Teresa Rossini, Ivano Marescotti, Antonia Piazza, Luigi Mezzanotte, Teresa Ricci. Il film di Vancini dimostra come il buonismo sia nato molto prima che Veltroni assumesse la leadership - per così dire - intellettuale della sinistra italiana. Lo stile del film è abbastanza piattamente televisivo e, pur ispirato a un cattolicesimo vagamente manzoniano (che risente dell'Albero degli zoccoli) e di un socialismo, derivato sì da "Novecento", ma più terragno e meno arrabbiato, offre pochi palpiti, la maggior parte dei quali nella scena, commovente, in cui la postina consegna il telegramma che annuncia la morte in guerra di Ligio, il fratello di Venanzio, il personaggio principale. Rimane, così, un po' annacquato, anche a causa della banalità della maggior parte dei dialoghi, il messaggio principale del film, che non è legato soltanto alle tematiche dello sfruttamento rurale o ai buoni sentimenti del tempo che fu, ma soprattutto alle possibilità di libertà che offriva la vita di campagna. I casolari della Bassa Padana si aprivano su scorci brulli ma pressoché sterminati: il comprensibile e inevitabile anelare dell'uomo ad una vita più comoda (quella degli scariolanti e dei braccianti era veramente insopportabile) l'ha portato, piano piano all'inurbamento, che ha comportato il rinchiudersi negli spazi, spesso angusti, delle città. Il finale amaro del film suggella questa morale da riflessione postindustriale, ma nonostante la bravura di un giovane Massimo Ghini, tutto il discorso rischia di restare offuscato nella mediocrità della messinscena. The Grudge (USA, 2004) di Takashi Shimizu. Con Sarah Michelle Gellar, Bill Pullman, Jason Behr, William Mapother, Clea DuVall, Rosa Blasi, Yuya Ozeki. Ho l'impressione che ci sia rimasto ben poco da inventare nel campo del cinema horror. E' una conclusione che viene spontanea dopo la visione di The Grudge di Shimizu, che saccheggia spudoratamente la storia del genere: chiunque può buttare lì titoli a caso, che tanto non sono sbagliati; a me sono venuti in mente "Profondo rosso" e tutta la filmografia argentiana, Shining, Suspense, Amityville Horror, La casa, ma c'è perfino il ricorso allo stereotipo ultra abusato del gatto nero che risale quanto meno a Edgar Allan Poe, per non parlare di altri luoghi comuni come corridoi vuoti di grandi strutture, scale e ascensori, la città deserta (Tokyo: ma figuriamoci!). Insomma, un post horror di questo genere, di produzione incongruamente nippoamericana, sembra fatto apposta per sancire definitivamente la morte del cinema del terrore come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e per metterci sopra una bella pietra tombale. Un cast di inespressive mezze calzette completa degnamente l'opera di un regista preciso come un orologiaio svizzero nel confezionare il niente assoluto.
Mi ricordo, sì io mi ricordo… (Italia, 1997) di Anna Maria Tatò. Con Marcello Mastroianni. Sì, certo, Mastroianni dice anche qualche banalità, specialmente nella versione lunga di questo film che raccoglie gli ultimi momenti di un grandissimo attore. Che, pur non essendo truccato (anzi, mettendo in mostra anche i suoi acciacchi), recita, come al solito, da par suo. Il film, comunque, cattura, per la sincerità che Mastroianni mette in campo, parlando alla macchina da presa come a un confidente, al quale ormai non vale la pena di nascondere più niente. E si toccano vertici d'emozione quando l'argomento sono i genitori o il fratello (bellissimo l'episodio in cui, commentando Scipione detto anche l'Africano, nel quale Marcello e Ruggero Mastroiannirecitarono insieme, la mamma, rivolgendosi al primo disse "Tu sei stato bravissimo, come al solito... però il roscetto è stato più bravo di te"), oppure gli amici di una vita, da Fellini a Ferreri a Elio Petri. Un commovente addio ad un amico di tantissimi film vissuti insieme. Da preferire la versione breve: in quella lunga la Tatò indulge troppo a spezzoni tratti da troppi film più che noti.
Le vie del Signore sono finite (Italia, 1987) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi, Jo Champa, Massimo Bonetti, Marco Messeri, Enzo Cannavale, Clelia Rondinella. La fragilità della costruzione drammatica e la difficoltà di trovare un finale appena plausibile non possono condurre a concludere che il quarto film di Troisi (venuto dopo la collaborazione con Benigni per Non ci resta che piangere) sia poco riuscito. Secondo me Troisi era soprattutto uno scrittore e un recitatore di monologhi comici, per i quali aveva bisogno di una spalla che gli desse semplicemente il la. Ci voleva una semplice battuta che lo mettesse in imbarazzo o lo irritasse, perché il comico partisse per la tangente, con discorsi deliranti, una sorta di flusso di coscienza verbale che buttava fuori ogni ragionamento che gli passava per la testa, con una sorta di autodialogo napoletanamente teso a prevenire le possibili obiezioni di un interlocutore spesso muto e talvolta addirittura inesistente. Sì, forse questo è il film più debole della scarna filmografia di Troisi, ma non le definirei un film mediocre in assoluto. C'è l'idea di ricreare un mondo provinciale che sembra partire dalle idee freudiane filtrate attraverso La coscienza di Zeno: ed infatti quasi tutti i personaggi del film soffrono di turbe psichiche o complessi gravi. Complessato è sicuramente Camillo, che somatizza talmente la rottura con Vittoria da rimanere paralizzato alle gambe; ma non sta molto bene di testa neanche Leone, suo fratello, che legge avidamente "Il corrierino dei piccoli" ed è morbosamente legato a Camillo; per non dire di Orlando, paralitico vero e rassegnato ad una vita dasolitario a causa della sua menomazione, tanto da trovare una sorta di riscatto nell'adesione al Partito Fascista. Qui è poco sviluppato il personaggio femminile, nebuloso e confuso, drammaturgicamente immaturo (molto meglio Troisi saprà fare nel suo ultimo film con il personaggio di Francesca Neri), ma neanche ciò può offuscare quanto Troisi ha saputo fare, in questo film, con monologhi surreali e divertenti, solo per fare un paio d'esempi, sugli psicosomatici e sulla poesia ("...deve raccontare una storia, una guerra, una battaglia..."). Buono.






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