Cumulativo film 20
by sasso67 (23/01/2009 - 20:50)
HANNO FATTO DI ME UN CRIMINALE (USA, 1939) di Busby Berkeley. Con John Garfield, Gloria Dickson, Claude Rains, Ann Sheridan. Le strane leggi di Hollywood spesso somigliano misteriosamente a quelle della vecchia leva dell'esercito italiano, per cui, se uno nella vita faceva il barista lo assegnavano alla guida di un camion, mentre se faceva il meccanico lo mandavano in cucina (solo idraulici e falegnami continuavano a fare il loro mestiere: naturalmente al servizio personale degli ufficiali e delle loro famiglie). Allo stesso modo, un grande coreografo come Busby Berkeley, che non dirigeva neanche le sequenze non ballate dei suoi musical, viene messo a dirigere questo noir d'ambiente pugilistico che, proprio per il disinteresse del regista, risulta inconcludente e scontato. Totò avrebbe forse detto: le ferrovie ai ferrovieri e i noir ai negrieri. Non risolleva di molto il film neppure la prova di un giovane John Garfield. Il lieto fine squalifica definitivamente l'intera operazione.
THE CLEANER (USA, 2007) di Renny Harlin. Con Samuel L. Jackson, Ed Harris, Eva Mendes. Poco comprensibile thriller, nel quale si lasciano coinvolgere alcuni valorosi attori, quali Samuel L. Jackson (che non è più riuscito a trovare un ruolo all'altezza del Jules di "Pulp Fiction" ed Ed Harris. La presenza di Eva Mendes, non brava per quanto è bella, rende tutto un po' troppo "Hollywood media". Però il filmetto può piacere a chi abbia del dinema un'idea abbastanza tradizionale (mia madre me ne aveva parlato in termini addirittura entusiastici).
NEMICO PUBBLICO (USA, 1931) di William Wellman. Con James Cagney, Jean Harlow, Edward Woods, Joan Blondell. Non si può negare che si tratti di un film importante, efficace e sostenuto da un buon ritmo, dato da una regia essenziale, con il gusto dell'ellissi quando serve (come dimostra l'inquadratura della mano del poliziotto ucciso durante il primo furto di Tom e compagnia). Così come, d'altra parte, non si può negare che gran parte della riuscita del film sia da attribuire alla modernissima e carismatica interpretazione di un grande, quasi istrionico, James Cagney.
ANIME IN DELIRIO (USA, 1947) di Curtis Bernhardt. Con Joan Crawford, Van Heflin, Raymond Massey, Geraldine Brooks.Nessuno è perfetto, tanto meno tra i personaggi di questo film. Che sia in delirio l'anima di Louise, la protagonista, lo si può capire fin dall'inizio, ma anche gli altri non stanno poi così bene. A meno che molte delle informazioni che ci vengono fornite non siano a loro volta filtrate dall'ottica distorta della stessa Louise. Più che un noir, "Anime in delirio" è un film psichiatrico, o quanto meno un noir psichiatrico, imparentato con certe prove hitchcockiane quali "Rebecca la prima moglie" e "La donna che visse due volte". Le atmosfere brumose, create sapientemente da Bernhardt, hanno una buona resa, così come l'ottima interpretazione di Joan Crawford e quella di Van Heflin, assai più brillante del mite contadino che interpreterà in "Quel treno per Yuma".
PORGI L'ALTRA GUANCIA (Italia, 1974) di Franco Rossi. Con Bud Spencer, Terence Hill, Jean-Pierre Aumont, Robert Loggia, Jacques Herlin. Bud Spencer e Terence Hill esportano in Sud America la teologia dello sganassone. Il film inanella alcune lunghe sequenze di scazzottate, durante le quali i due protagonisti rifiutano implicitamente - ma altrettanto chiaramente - il precetto cristiano del titolo. Eppure sono proprio i due frati - dei quali uno solo è veramente tale - a dare il miglior esempio evangelico, mettendosi dalla parte degli umili (un po' come i Gesuiti delle “riduzioni” ritratti in "Mission" di Joffé), contro gli sfruttatori e le gerarchie ecclesiastiche.
KUNG FU PANDA (USA. 2008) di Mark Osborne e John Stevenson. Questa volta la Dreamworks offre davvero un prodotto davvero incantevole, che riconcilia chiunque - grande o piccino che sia - con il mondo dei cartoni animati. Merito di Po, il panda gigante che fa l'apprendista cuoco nel ristorante del padre, ma sogna di essere un campione di kung fu. Con l'aiuto del maestro Shifu, Po saprà usare come arma, oltre alla forza dell'avversario, innanzitutto le proprie debolezze: il lardoso panzone, un appetito insopprimibile e la capacità di rimbalzare come un pallone da basket. Ma soprattutto la sua bontà ed intelligenza. Divertente.GRAZIE NONNA (Italia, 1975) di Franco Martinelli. Con Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Enrico Simonetti, Valeria Fabrizi.Filmetto squallido ambientato nei dintorni di Pisa e che ha per protagonista, oltre al corpo della Fenech, il giovane Giusva Fioravanti, che tutti purtroppo conosciamo. Oltre a non far mai ridere, il film incorre nel gravissimo reato di confondere pericolosamente parlata e usanze pisane e livornesi, senza conoscerne il rischio. Ad esempio, entrare in un barrino di Piazza dei Miracoli a Pisa e ordinare spericolatamente "due poncini" può condurre il malcapitato a buscarsi, in contraccambio, "du' storci di 'ollo".
DIARIO SEGRETO DI UN CARCERE FEMMINILE (Italia, 1973) di Rino Di Silvestro. Con Jenny Tamburi, Anita Strindberg, Massimo Serato, Eva Czemerys, Gabriella Giorgelli, Cristina Gaioni, Bedy Moratti. Una ragazza, fidanzata con un trafficante di droga rimasto ucciso in un incidente, è arrestata come complice. Diventa così, in carcere, la preda di due clan mafiosi rivali che vogliono rispettivamente farla parlare e tacere per sempre. Una delle occasioni in cui il cinema italiano ha messo in mostra la quantità maggiore di tette e chiappe femminili. Per farlo, ha utilizzato il pretesto del film carcerario, inframmezzato da alcune scene ambientate fuori dalla prigione, allo scopo di arrivare alla durata canonica senza che gli spettatori, compresi i più incalliti pipparoli, avessero crisi di rigetto per la mercanzia così generosamente esposta (purtroppo è così: le donne del film sono messe in evidenza come quarti di bue). Il carcere del film somiglia molto da vicino ai lager nazisti, in mano com'è a una secondina lesbica e sadomasochista e a un direttore mafioso. Le donne sono belle, non c'è che dire (la mia preferita è Valeria Fabrizi), ma la credibilità sta a zero: e basti pensare all'improbabile accento siciliano cui è costretta la russo-tedesca (seppure italiana d'adozione ) Eva Czemerys.
BANDE A PART (Francia, 1964) di Jean-Luc Godard. Con Claude Brasseur, Sami Frey, Anna Karina. I tre strampalati rapinatori, pur somigliandovi, non sono "Jules e Jim" e nemmeno Bonnie & Clyde, non sono i disperati di "Rapina a mano armata", non sono "L'uomo di Rio", ma forse sono l'anello di congiunzione tra il Michel Poiccard di "Fino all'ultimo respiro" e il Pierrot le Fou del "Bandito delle undici". Un film altalenante e filosofeggiante, che ha momenti intelligenti ed altri di stanca, ma si rianima, astutamente, nel finale. Godard ci ricorda ancora una volta che stiamo guardando un film. La vita vera e il cinema su di essa abitano altrove.
IL MASCHIO E LA FEMMINA (Francia, 1966) di Jean-Luc Godard. Con Jean-Pierre Léaud, Chantal Goya, Michel Debord, Catherine-Isabelle Duport. Ai tempi delle medie, una mia compagna di scuola, la più carina della classe, mi raccontò una barzelletta, che era pressappoco così: «un gatto vede il sole e gli dice: "ciao sole!" hahaha!». Non si può avere tutto dalla vita: questa ragazzina, così come Godard, era completamente sprovvista di senso dell'umorismo. Oppure era troppo sottile, impercettibile. Nello stesso modo, Godard realizzò nel 1966 questo film senza qualità, verboso e inconcludente. Parafrasando i famosi versi di "Anarchy In The U.K." dei Sex Pistols, si potrebbe affermare che il regista francese non sa cosa dire ma sa benissimo come dirlo. Ma a me non interessa granché.






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