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Cumulativo film 23

by sasso67 (16/02/2009 - 18:26)

Sentieri selvaggi (USA, 1956) di John Ford. Con John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Natalie Wood. Per qualcuno si tratta del miglior western di Ford; per qualcun altro del miglior film di Ford; per altri ancora (come il mitico Cesare di Piombino) addirittura del miglior film d'ogni tempo. Io continuo a preferire, nella stessa filmografia di Ford, le opere nelle quali ha messo le mani il genietto della sceneggiatura Dudley Nichols: "La pattuglia sperduta" (1934), "Il traditore" (1935) e "Ombre rosse" (1939). "Sentieri selvaggi", grande film al tempo stesso epico e tragico, sarebbe un capolavoro assoluto, a mio parere, se non indulgesse ad ingenui siparietti comici e alle incruente scazzottate che magicamente risolvono tutti i problemi... e più amici di prima. Le immagini della prateria, della Monument Valley, fotografate in VistaVision, con gli improvvisi agguati dei Comanche e gli studiati contrattacchi dei "cercatori", mozzano il fiato. Ed è inconsueto il ruolo di John Wayne, lui probabilmente alla sua prova più matura e riuscita, cui è affidato un personaggio finalmente non tutto positivo. Uscito sconfitto dalla Guerra di Secessione, il suo Ethan Edwards sembra un personaggio della Bibbia, con tanti saldi principi morali, ma con poca pietà per chi non è (o non più) come lui. Senza peraltro capire che il capo indiano Scar (o Scout, com'è tradotto in italiano) non è che il suo alter ego con la pelle rossa: ed infatti il vecchio soldato, alla fine, si ripaga di quello che ritiene irrimediabilmente un selvaggio, con un terribile occhio per occhio, scalpo per scalpo.

Gatto nero, gatto bianco (Jugoslavia/Francia/Germania, 1998) di Emir Kusturica. Con Srdjan Todorovic, Florijan Ajdini, Bajram Severdzan, Sabri Sulejman, Predrag Miki Manojlovic. l secondo tempo dei gitani non è giocato da Kusturica così bene come il primo. Del resto, quello veniva in un periodo fecondo per il regista di Sarajevo, dopo l'interessantissimo esordio "Ti ricordi di Dolly Bell?" ed il gioiellino "Papà è in viaggio d'affari". Anche per un regista che tende alla saturazione dell'inquadratura, così come per il suo popolo caciarone, non è facile riprendersi dopo il periodo underground della guerra fratricida. Anche i gitani, pur provandoci, non sono più gli stessi, il loro sole non scalda più e la fuga dei due giovani Romeo e Giulietta non sembra fatta, al contrario dei viaggi degli zingari, per tornare nella terra natale. Troppo "gitano formato esportazione", il cinema di Kusturica somiglia molto ai dentoni d'oro dei suoi personaggi e troppo anche alla Jugoslavia sfaldata degli anni Novanta: come se mancasse un bersaglio forte (il regime titoista con i suoi ridicoli funzionari e la sua retorica) da satireggiare. Pantagruelico, fantasioso, colorato, tragico e divertente, Kusturica in alcuni momenti traballa come un pugile suonato sul punto di andare al tappeto.

L’uomo che uccise Liberty Valance (USA, 1961) di John Ford. Con John Wayne, James Stewart, Lee Marvin, Vera Miles, Edmond O’Brien, Lee Van Cleef. Pur non essendo l'ultimo western di John Ford, è opera crepuscolare e riepilogativa dei temi cari al regista. In questo senso si spiega anche la tanto criticata (Tullio Kezich parlò di "spettacolo penoso") scelta di due attori anzianotti per i personaggi dei protagonisti. L'approccio di Ford è sottolineato anche dalla bella fotografia di William M. Clothier) e dal punto di vista un po' eccentrico - si fa per dire - con il quale viene conclusa la sparatoria decisiva. La leggenda sta per prendere il sopravvento e finisce l'epoca dell'epica: l'unico personaggio, il giornalista Peabody, che tenta di usare il linguaggio omerico - apostrofando il bandito con un "ecco Liberty Valance e i suoi Mirmidoni" - viene sonoramente malmenato. E' ben costruito, comunque, questo film che racconta di una parte degli Stati Uniti che si trasforma da prateria in ferrovia, da deserto in giardino, dove il fiore di cactus cede il posto ai fiori più belli e dove i codici della legge riescono (ma quanto faticosamente!) a prendere il posto delle pistole.

Shriek – Hai impegni per venerdì 17? (USA, 2000) di John Blanchard. Con Tiffani-Amber Thiessen, Julie Benz, Harley Cross, Simon Rex, Coolio. Scarsa parodia di film horror, che presuppone la conoscenza degli originali. Un paio di volte strappa anche la risata, ma esclusivamente grazie alla legge dei grandi numeri: del resto, nella sua carriera, vuoi che un paio di risate, magari casualmente, non le abbia strappate anche Gianni Ciardo?

La Zona (Messico, 2007) di Rodrigo Plá. Con Maribel Verdù, Carlos Bardem, Marina de Tavira, Mario Zaragoza, Andrés Montiel, Daniel Tovar. La Zona siamo noi. E' una metafora del nostro mondo occidentale, che si chiude o tenta di farlo a qualsiasi penetrazione dall'esterno. E' un quartiere di Città del Messico, come fosse una Lampedusa in mezzo al Mediterraneo, ma circondata dal filo spinato. Nella prima parte del film, lo stile di Plá tende un po' troppo a quello di Shyamalan, ed il film ne risulta un po' misterioso e un po' confuso. Mano a mano, però, che la storia procede, la tensione sale e crescono anche l'interesse e l'attenzione dello spettatore. Fino ad un finale tra i più terribili, nel quale verrebbe da sentenziare che pietà l'è morta, se non fosse per il barlume rappresentato dall'inefficace ma non inutile gesto di un giovane abitante della zona (Daniel Tovar), che somiglia incredibilmente alla Trota, cioè al figlio di Bossi.

Serafino (Italia, 1968) di Pietro Germi. Con Adriano Celentano, Ottavia Piccolo, Saro Urzì, Francesca Romana Coluzzi, Nazzareno natale, Gino Santercole, Luciana Turina, Nerina Montagnani. La stessa scelta di affidare la parte del protagonista a Celentano lascia pensare che Germi avesse in mente un'operazione un po' surreale, un po' a metà tra la favola boccaccesca (intesa alla Calandrino, ma anche con il vitalismo sensuale di molte novelle del "Decameron") ed il cartone animato. L'uso del colore in funzione espressiva, nonché di un linguaggio dialettale affidato ad interpreti provenienti da regioni diverse da quella (dovrebbe essere l'Abbruzzo di johnnypalombiana citazione) in cui è ambientata la vicenda. Germi affronta i temi che gli sono cari, ma anche quelli portati dai temi - non dimentichiamo che il film è del '68 - alla sua maniera e senza gli intellettualismi tipici, all'epoca, di molti suoi colleghi: è più viva che mai la polemica contro il matrimonio, il luogo di ritrovo e di socializzazione per eccellenza è l'osteria, dove, come nel "Ferroviere", la fanno da padroni il vino e il canto. "Serafino" non è un prodotto dei migliori nella cinematografia germiana, ma è, a mio parere, l'ultima opera del regista con una sua logica.

Sotto le bombe (Francia/Libano/GB/Belgio, 2007) di Philippe Aractingi. Con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawia Elchab, Bshara Atallah. Uno dei finali più sconvolgenti mai visti (almeno a mia memoria) conclude degnamente un film molto bello, ma che non è un capolavoro come ha incautamente proclamato Cristina Borsatti sulle pagine di Film TV. Alcuni scorci del Libano martoriato ricordano i capolavori del neorealismo (si pensa in particolare a "Roma città aperta" e "Paisà"), così come alcune carrellate sulla figura della brava Nada Abou Farhat fanno venire alla mente analoghe camminate disperate diAnna Magnani. Qualche altro momento del film, invece - e si pensa in particolare ad alcuni vicoli ciechi incontrati durante la ricerca -, rimandano agli scassati viaggi dei film di Kiarostami. E tuttavia qualche eccesso sentimentale ed una scena di sesso che grida vendetta di fronte ad Allah, per quanto è gratuita ed inusitata, inficiano parzialmente la riuscita di un film che va comunque visto e che oggi è, purtroppo, più che mai attuale.

South Park – Il film (USA, 2000) di Trey Parker. La potenza del turpiloquio. Anziché al pascoliano fanciullino, il film di Parker si rivolge alla piccola carogna che alberga dentro ciascuno di noi. E tocca le corde giuste, strappando spesso la risata e riuscendo, nel finale, perfino a commuovere. Se i simpatici responsabili della versione italiana si fossero scomodati a sottotitolare i numeri musicali - che sono piuttosto numerosi - si sarebbe potuto sfiorare il piccolo capolavoro; ma anche così, nonostante l'ignavia dei suddetti signori, "South Park" è davvero un filmetto intelligente e divertente, sebbene riservato agli adulti.

Tag: cinema

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