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Cumulativo film 24

by sasso67 (16/02/2009 - 19:08)

Frank Costello faccia d’angelo (Francia/Italia, 1967) di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon, Cathy Rosier. Non penso certo di poter dire qualcosa di nuovo su questo film che, fin dal titolo, non lascia troppo spazio a fantasiose interpretazioni. Il protagonista è un samurai, con un'etica ferrea ed un proprio rituale da rispettare scrupolosamente. Il freddo professionista del film vacilla soltanto un attimo, quando, compiuto l'omicidio per il quale è stato pagato (almeno in parte), viene riconosciuto da una pianista di un night club, la quale, però, rifiuta di dire alla polizia che ha visto Costello sul luogo del delitto. Sarà il fascino dell'arte? Fatto sta che il samurai porta a termine i lavori che gli vengono affidati, oppure paga con la vita per l'inadempimento. Così si spiega il gesto finale, che corrisponde alla lettera con il rituale seppuku dei samurai giapponesi. Anche lo stile filmico di Melville si adegua alla materia di derivazione nipponica: la prima parola del film è pronunciata dopo circa nove minuti e mezzo; scorrono sullo schermo lunghe sequenze senza che i protagonisti dicano una parola, non essendovi un dialogo più del necessario (e molto spesso, invece, la verbosità è un difetto che affligge il cinema francese); i personaggi - in particolare il protagonista - si muovono a scatto come nel teatro kabuki; la macchina da presa segue i personaggi con molti movimenti, sulla scia di Mizoguchi. Un buon film. Voto: 7.

American History X (USA, 1998) di Tony Kaye. Con Edward Norton, Edward Furlong, Fairuza Balk, Beverly D’Angelo, Stacy Keach, Elliott Gould. Il mare apre e chiude questa favola nera (ma purtroppo anche bianca), in cui, se, soprattutto nel finale, un po' di retorica si poteva evitare, il racconto è abbastanza serrato ed avvincente, sebbene il messaggio sia (inattaccabile, per l'amor del cielo) alquanto scontato. Il regista dimostra comunque di saperci fare e di non essere, come purtroppo l'80% dei registi hollywoodiani, un semplice illustratore dei copioni sfornati in serie dalle major del cinema. L'interpretazione contribuisce alla riuscita complessiva dell'operazione "American History X", con la rivelazione (nel 1998) di due ottimi attori come Norton eFurlong. Voto: 6½.

L’harem (Francia/Italia/RFT, 1967) di Marco Ferreri. Con Carroll Baker, Gastone Moschin, Renato Salvatori, William Berger, Michel Le Royer, Clotilde Sakaroff. Raccontava Benigni, prima di rimanere folgorato sulla via dell'Alighieri, che, durante la proiezione di un film porno che la mandava un po' per le lunghe prima di arrivare al momento clou, qualcuno dal fondo della sala esclamò "troppa trama!". Si potrebbe dire la stessa cosa di questo film di Ferreri, che ci sfinisce di chiacchiere su chiacchiere, prima di arrivare ai quindici minuti finali, veramente notevoli. "L'harem" è probabilmente un film cerniera tra la prima maniera ferreriana e i film successivi, tutti tesi a mettere in scena lo svuotamento delle istituzioni che erano ritenute i pilastri della società. Certo, non mi capacito di come si possa sostenere che questo sia o intendesse essere un film misogino: nonostante che la protagonista femminile non sia certo descritta come un'eroina senza macchia, è mai possibile immaginare tre uomini più stronzi di Gianni, Mike e Gaetano? Personalmente, non credo proprio, così come non reputo questo uno dei film migliori di Ferreri: tutt'altro. A parte il finale, salverei soltanto alcuni scorci di Dubrovnik, location scelta peraltro più per ragioni di budget che per vera necessità drammaturgica. Venuto dopo il brutto esperimento ad episodi di "Marcia nuziale", rappresenta una sorta di momento in cui cercare nuove coordinate e nuovi mezzi espressivi, una sorta di riepilogo di raggiungimento della consapevolezza dei propri mezzi espressivi da parte del regista. Fortunatamente si trattò di una riflessione fruttuosa, dato che il passo successivo fu quello che resta probabilmente come il capolavoro di Ferreri, cioè "Dillinger è morto".

Un angelo è caduto (USA, 1945) di Otto Preminger. Con Dana Andrews, Alice Faye, Linda Darnell, Charles Bickford. Lo straniero che arriva, sconosciuto, in una città dell'Ovest e porta scompiglio nella piccola comunità è un tòpos cinematografico, tipico del genere noir, che Preminger si gioca piuttosto bene. La soluzione finale del giallo interessa fino ad un certo punto: quello che più desta curiosità è capire da dove proviene lo sconosciuto, a cosa miri veramente, come si inserisca nella comunità che lo ospita, come si rapporti con le donne che incontra e così via. Buon noir d'atmosfera con una figura inusuale di femme fatale.

Il mondo di Utamaro (Giappone, 1977) di Akio Jissoji. Con Shin Kishida, Mikijiro Hira, Mako Midori, Kyoko Kishida. Interminabile e noiosa versione sulla vita artistica del pittore Utamaro. Lo sfondo erotico non rende giustizia ad un argomento che richiederebbe maggior approfondimento, senza riuscire a rendere bene l'eterno rapporto, spesso difficilmente conciliabile, tra arte e vita. La necessità di sforbiciare, almeno nella versione italiana (che resta, comunque, abbastanza osé, per un film non pornografico), alcune sequenze più spinte rende ancora meno comprensibile l'intera vicenda, che poteva anche avere interessanti agganci storici.

Un eroe borghese (Italia, 1995) di Michele Placido. Con Fabrizio Bentivoglio, Omero Antonutti, Michele Placido, Laura Betti, Ricky Tognazzi. Michele Placido è autore di un cinema solido e d'impegno civile: non è un grande Autore, ma questo "Un eroe borghese" è uno dei suoi lavori migliori, forse quello complessivamente più riuscito. Sono azzeccati gli attori protagonisti -Bentivoglio nel ruolo di Ambrosoli, Antonutti per Sindona e lo stesso Placidoper il maresciallo Novembre - ed anche la fotografia livida della Milano plumbea di fine anni Settanta. Oltre al racconto di un'esperienza di altissimo valore civile, il film di Placido riesce ad offrire, caso abbastanza raro per film del genere, momenti di sobria ma intensa emozione, soprattutto nel rapporto di rispetto, stima ed amicizia che lega l'avvocato e il sottufficiale della Guardia di Finanza, ma anche quello tra il protagonista e la sua famiglia. E sia Ambrosoli che Novembre sono spesso descritti nei rapporti con le rispettive famiglie, con le mogli e con i figli, mentre Sindona si muoveva in un contesto freddo di tanti infidi leccaculo, assassini a pagamento ed avvelenatori di caffè.

Utamaro e le sue cinque mogli (Giappone, 1946) di Kenji Mizoguchi. Con Minosuke Bandō, Kinuyo Tanaka, Kōtarō Bandō, Toshiko Iizuka, Eiko Ohara. E' uno dei film di Mizoguchi più legati alla maniera del regista, quella delle sequenze lunghe, dei piani sequenza e del "montaggio interno". Questo particolare rende interessante il film più della sua stessa materia, intessuta di riferimenti al rapporto tra arte e vita, sotto forma di scontro tra due scuole di pittura, quella classica e quella nuova, influenzata dalla vita vera, rappresentata da Utamaro. Sono fondamentali, in questo film, le figure femminili che ruotano intorno al protagonista, senza una vera e propria trama. La figura centrale è, a mio parere, quella di Okita, una donna che, al contrario di uomini meschini e insignificanti (fa eccezione, naturalmente, lo stesso Utamaro), va dove la porta il cuore, anche se questa scelta dovesse rivelarsi fatale per lei. Come appare evidente, in questo suo modo di affrontare la vita e l'amore, la giovane donna è uguale all'artista, che si ribella alle convenzioni dell'arte contemporanea. Continuo a preferire altre opere del Maestro, ma "Utamaro" è comunque un'ottima prova, considerando soprattutto che Mizoguchi dovette realizzarla sotto lo stretto controllo della censura degli Americani che allora occupavano il Giappone e che si opponevano alla realizzazione di qualsiasi film che parlasse della tradizione nipponica. P.S. Le cinque donne intorno ad Utamaro non sono le sue mogli.

Tag: cinema

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