Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Settembre 2009

DLMMGVS
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Tag cinema

Dov’è la casa del mio amico?

by sasso67 (26/09/2009 - 13:28)

Dov’è la casa del mio amico? (Iran, 1987) di Abbas Kiarostami. Con Babak Ahmadpoor (Ahmad), Ahmad Ahmadpoor (Nematzadeh). Fin dalle prime scene, ambientate in una classe elementare dell’Iran khomeiniana, si comprende come Kiarostami sia riuscito nel miracolo di costruire un grande film con mezzi minimi. Con l’inquadratura alternata dei visi dei due compagni di banco (Ahmad e Nemtzadeh), uno dei quali, rimproverato dal maestro, piange, mentre l’altro lo guarda imbarazzatissimo, siamo già in un cinema di alta poesia, come quello che riusciva un tempo ai maestri del nostro neorealismo. Forse ha ragione Mereghetti, quando sostiene che non bisogna aggrapparsi ai modelli conosciuti ogni volta che siamo di fronte a qualche miracolo ignoto, ma di fronte a “Dov’è la casa del mio amico?” non si può non pensare a Rossellini, al De Sica di “I bambini ci guardano” o anche di “Ladri di biciclette” e perfino al Truffaut dei “Quattrocento colpi” e degli “Anni in tasca”. Attraverso l’ostinata onestà di Ahmad, che si scontra con l’ottusa disciplina materna, attraverso le sue corse instancabili per i sentieri polverosi ed i vicoli sassosi dei villaggi lontani chilometri e secoli dalle metropoli (perfino Teheran appare lontanissima), Kiarostami ci mette in contatto, in questo film di breve durata ma di un’intensità che a tratti rischia di sopraffare lo spettatore, con una società dove vecchi e bambini sembrano poli lontanissimi (solo occasionalmente, come nell’incontro con il vecchio che dona al protagonista un fiorellino, avvicinabili), dove il peso della tradizione è ancora più che ingombrante, dove il principio d’autorità soffoca la creatività infantile, con i bambini costretti a lavori pesantissimi (il ragazzino che trasporta la finestra di ferro, quello che trasporta i bidoni di latte) e spesso sottoposti alle violenze degli adulti, come testimonia il ragazzino che a scuola sta sempre scomposto perché ha dolore alla schiena ed al sedere. Ma lo sguardo di Kiarostami sul suo paese non è completamente negativo, perché la speranza si chiama Ahmad, tenace custode di un sentimento d’amicizia che sfocia nell’alta etica - vuole evitare al suo compagno di banco un’ingiusta punizione di cui si sente un po’ colpevole, per essersi portato a casa, per sbaglio, il quaderno dell’amico – che è simbolicamente rappresentata dal fiorellino che gli affida l’anziano un po’ rimbambito che lo guida verso la casa di Nematzadeh. La speranza sono i giovanissimi, ma qualche vecchio, anche se non riesce a tenere il passo dei ragazzini, può fornire buoni insegnamenti. Nella notevole filmografia di un Grande Autore dei nostri tempi, “Dov’è la casa del mio amico?” mi sembra la sua punta di diamante. Un capolavoro assoluto.

The Wrestler

by sasso67 (13/05/2009 - 20:17)

The Wrestler (USA, 2009) di Darren Aronofsky. Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Ajay Naidu. Non direi che The Wrestler ci racconti una storia nuova, però Aronofsky ha il coraggio di rigirare, una volta di più, il coltello nella piaga già aperta del cosiddetto sogno americano. E lo fa con due armi che a molti dei film recenti di argomento analogo (ivi compresi quelli del vecchio leone Clint) sono mancati: un approccio da Autore, più che da semplice direttore, e l'interpretazione di un attore che nel personaggio ci mette qualcosa di più che la propria faccia. In effetti, la partecipazione (in tutti i sensi) diMickey Rourke, anche al di là delle sue forse limitate doti d'attore, è un valore aggiunto alla riuscita del film, come raramente s'è visto al cinema. Il fatto che il protagonista sia interpretato da un personaggio che ha lo stesso bagaglio di vita ci fa guardare questa storia, e l'intero film, con occhi diversi e forse più partecipi. Anche in questo sta l'intelligenza di un Autore che sa inquadrare la faccia triste dell'America, senza dover andare a girare in Messico: negli ex opulenti Stati Uniti ci sono decine di migliaia di storie come quella di Randy "The Ram" Robinson, una sorta di tramontato e triste Hulk Hogan dei suburbi. Così come quella della rassegnata spogliarellista Cassidy, interpretata da un'altrettanto intensa Marisa Tomei. Quella di Reggie è, probabilmente, la storia di un disadattato, che sa ritrovare sé stesso quando sente l'odore del sangue, quando si trova a combattere sul ring che, lui presente, assume davvero le sembianze di un campo di battaglia, quando può esibire, di fronte al mondo, i suoi capelli leonini e il proprio corpo rabberciato, che sembra un cimitero bombardato. Ottima la colonna sonora, con citazione particolare per alcuni storici pezzi hard rock, come Sweet Child O' Mine dei Guns 'n' Roses, Balls To The Walls degli Accept ed Animal Magnetism degli Scorpions.

Tag: cinema

Cumulativo film 27

by sasso67 (14/03/2009 - 14:30)

Il faraone (Polonia, 1966) di Jerzy Kawalerowicz. Con Jerzy Selnik, Barbara Brylska, Krystina Mikolajewska. Kolossal polacco anni Sessanta che fa le scarpe a tanti "Il faraone" di Kawalerowiczprodotti consimili di provenienza hollywoodiana, per non parlare dei nostri sandaloni. Le ragioni di questa riuscita superiore alla media sono da ricercarsi nella maestria di un regista abbastanza sottovalutato dalle nostre parti, nonché di un discorso che non si limita all'avventura pura e semplice né al banale raccontino degli intrighi del potere. "Il faraone"di Kawalerowicz, adottando un'ottica abbastanza pessimista, parla di tematiche attualissime anche oggi, come la difficoltà, evidentemente sempiterna, di affermare la laicità dello stato (tematica preannunciata fin dalla magistrale sequenza iniziale della lotta tra gli scarabei), il contrasto tra moralità e ragion di stato, tra l'amore e i doveri del sovrano. Con i colori abbacinanti del deserto ed una libertà espressiva che non ci si immaginerebbe in un film polacco dell'epoca, un grande maestro comeKawalerowicz ci trasporta in un'epoca apparentemente lontanissima, nella quale si vivono i drammi di sempre, e nel finale ci mostra persino un ingannevole "miracolo egiziano".

Abbronzatissimi 2 – Un anno dopo (Italia, 1993) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Vanessa Gravina, Valeria Marini, Eva Grimaldi, Brando Giorgi.Rispetto al capostipite, qui si annovera un'attrice mediocre (Vanessa Gravina) e una serie inenarrabile di attori infimi, tra i quali primeggia l'ineffabile Valeria Marini. Il cast, da solo, già dice abbastanza sul livello del film di Gaburro, che non fa ridere mai, nemmeno per sbaglio. Ma qui, già parlare di cinema è fare un regalo a questa spazzatura sotto forma di fotogrammi in celluloide.

Il tango della gelosia (Italia, 1981) di Steno. Con Monica Vitti, Philippe Leroy, Diego Abatantuono, Tito Leduc, Jenny Tamburi. Commediola che nasce vecchia e insiste su una miriade di luoghi comuni - con particolare insistenza su quello delle corna - che già all'inizio degli anni ottanta sembravano provenire da un altro mondo. L'insieme risulta ancor meno credibile, in quanto ambientato nel mondo dell'alta borghesia (i protagonisti sono niente meno che un principe e una principessa) tanto che il personaggio più credibile risulta, alla fine, la figurina della fidanzatina pugliese di Abatantuono, interpretato da Jenny Tamburi. La Vitti mette in campo la stra-abusata serie di vezzi che ne caratterizzano la recitazione nevrotica e lagnosa. L'unico motivo di interesse sono i monologhi surreali di un Abatantuono in piena ascesa (si rivolge al maestro di ballo della protagonista chiamandolo "Don Lurido"), anche se il suo personaggio c'entra, con il contesto del film, come i cavoli a merenda.

L’innocente Casimiro (Italia, 1945) di Carlo Campogalliani. Con Erminio Macario, Lea Padovani, Enzo Biliotti, Alberto Sordi. Il torto maggiore di questo film è di sembrare, con il neorealismo alle porte, di un'altra epoca, quella dei telefoni bianchi, delle contessine e dei principini. Però l'umorismo surreale e non sempre bonario di Macario (che purtroppo al cinema non ha mai saputo ripetere i successi ottenuti nella rivista) colpisce nel segno più d'una volta, sia quando pronuncia battute che sembrano provenire dalle sacrestie e dagli oratori ("professore, ha una ruota a terra" "oh bella, e dove dovrebbe stare, per aria?") sia quando sembrano anticipare l'irresistibile ed irrefrenabile maniera di Totò ("Signor preside, sia buono..." "Non sono il tuo preside, sono il tuo giustiziere!" "Signor giustiziere, sia buono...").

Fantozzi – Il ritorno (Italia, 1996) di Neri Parenti. Con Paolo Villaggio, Gigi Reder, Anna Mazzamauro, Milena Vukotic. Con "Fantozzi - il ritorno" è come essere bambini, perché ci si diverte (nel nostro caso: entro certi limiti) a vedere per l'ennesima volta lo stesso cartone animato o lo stesso cascatone del povero Ollio. Nell'immaginario collettivo di oggi, Fantozzi ha ormai soppiantato gli eroi delle vecchie comiche ed è diventato un po' una parte della nostra vita; molti di noi avranno fatto o almeno visto una caduta "alla Fantozzi" o saranno stati perseguitati, nel fine settimana, dalla "nuvoletta di Fantozzi". Ecco, i film di Fantozzi, anche quelli meno riusciti costituiscono ormai una rimpatriata. Qualche episodio di quest'ultimo film è comunque azzeccata, come l'inchiesta e il processo simil Mani Pulite, al termine dei quali il povero ragioniere finisce in prigione al posto del delinquentissimo megadirettore Balabam.

Fantozzi 2000 – La clonazione (Italia, 1999) di Domenico Saverni. Con Paolo Villaggio, Milena Vukotic, Anna Mazzamauro, Paolo Paoloni. Anche qui, si ride "in memoriam"... rivedendo le stesse gag dei film precedenti. Villaggio, almeno, ci prova e riesce a strappare un paio di risate, spalleggiato dalle brave Milena Vukotic e Anna Mazzamauro. Non ci sono più il fido (?) Filini (Gigi Reder è morto nell'ottobre del 1998) né Mariangela e francamente i continui riferimenti scimmieschi in relazione alla figlia prima ed alla nipote Uga ora hanno davvero stancato. Il film è poco o niente riuscito e la colpa è senza dubbio del regista Saverni che, al contrario dei suoi predecessori, non sa dare il benché minimo guizzo ad una materia peraltro ampiamente sfruttata. Se questi sono gli effetti della clonazione, verrebbe da dare ragione al Vaticano che vi si oppone.

Il lupo e l’agnello (Italia/Francia, 1980) di Francesco Massaro. Con Michel Serrault, Tomas Milian, Ombretta Colli, Daniele Vargas. Tentativo, abbastanza malriuscito, di unire il filone monnezzaro con quello del "Vizietto". Funziona piuttosto bene il cast di contorno, con Bonanni nella parte di "er Trippa" e Antonelli in quella di "Capoccione", ma non è abbastanza.

Teste rasate (Italia, 1992) di Claudio Fragasso. Con Gianmarco Tognazzi, Giulio Base, Flavio Bucci, Fabienne Gueye, Franca Bettoja. Un film coraggioso, perché spiega la fascinazione dei ragazzi delle periferie cittadine per l'ideologia, ma ancora di più l'iconografia e la credenza in qualcosa di granitico (benché aberrante), nel vuoto generale. Il film di Fragasso, rischia, però di essere già vecchio, a poco più di quindici anni di distanza, perché ormai la destra estremista ha sostituito l'ebreo, come nemico, con l'extracomunitario e/o il barbone. Ormai la razza inferiore è l'arabo musulmano e il nero, che le squadracce, oggi riciclatesi in ronde legalizzate, si incaricano di punire con metodi spesso medievali (allo spacciatore di colore viene tagliata la lingua). Nel protagonista del film (un discreto Gianmarco Tognazzi) il fascino per i naziskin si mischia all'orrore per le loro gesta sanguinarie, così come l'odio provato per gli extracomunitari di qualsiasi etnia fa a pugni con l'attrazione fisica (ma anche qualcosa di più) per una ragazza somala. Un film riuscito solo a metà, ma che rappresenta un valido documento sui nostri anni a cavallo di due secoli.

Doppio delitto (Italia, 1977) di Steno. Con Marcello Mastroianni, Agostina Belli, Peter Ustinov, Mario Scaccia, Jean-Claude Brialy, Ursula Andress.Il film sembra essere stato realizzato per tentare di ripetere l'operazione riuscita a Comencini, un paio d'anni prima, con "La donna della domenica", che aveva per protagonista il medesimo Mastroianni. Ma Ugo Moretti (autore delromanzo originario) non è Fruttero e Lucentini, Steno non è Comencini ed Age e Scarpelli, che sono ancora i medesimi Age e Scarpelli, hanno qui lavorato svogliatamente. Del resto, la Roma che fa da sfondo a questa storiella giallorosa è molto più sfruttata ed abusata della Torino di Fruttero e Lucentini. Qualche macchietta, qua e là, funziona, anche grazie ad interpreti di vaglia, tra i quali spicca l'ottimo Mario Scaccia, che fa da controcanto ad un Mastroianni piuttosto scialbo. Tutto l'insieme, però, costituisce un divertimento abbastanza trascurabile.

Tag: cinema

Cumulativo film 26

by sasso67 (23/02/2009 - 20:09)

Il Portaborse (Italia, 1991) di Daniele Luchetti. Con Silvio Orlando, Nanni Moretti, Giulio Brogi, Angela Finocchiaro. Anne Roussel. Rivisto a diciotto anni di distanza dalla sua uscita al cinema, "Il portaborse" di Luchetti continua a convincermi e resta, secondo me, uno dei migliori film italiani di sempre. E resta tra i migliori film perché, più che bello, è un film importante. Certo, già all'epoca non disse cose di una novità sconvolgente: le accuse al rampantismo politico del P.S.I. di allora erano già oggetto di articoli giornalistici, spettacoli di cabaret e barzellette. Al cinema, però, le accuse di corruzione si erano sempre indirizzate verso la D.C., e la vecchia balena bianca aveva ogni volta incassato qualsiasi illazione facendola assorbire dal suo ventre molle, senza lasciarsi andare ad isterismi. Con "Il portaborse", invece, si assiste ad un vero e proprio "caso" nazionale: i colonnelli craxiani presentano denunce penali e interpellanze parlamentari, mentre Bernini ePasquini, i due autori del soggetto originale, ritirano la firma dal film, che rimane sulle spalle di Nanni Moretti (produttore ed interprete),Daniele Luchetti (regista), Stefano Rulli eSandro Petraglia (sceneggiatori). "Il portaborse"stupisce per la lucidità della sua denuncia: le malefatte attribuite al cinico ministro Botero si riveleranno straordinariamente realistiche, con l’esplosione, dopo meno di un anno, dello scandalo di Tangentopoli. L’efficacia della requisitoria del film di Luchetti è anche dovuta alla bravura di tutti gli interpreti, in particolare dei due protagonisti Nanni Moretti e Silvio Orlando. Ma agli occhi di chi lo vede oggi, “Il portaborse” ha assunto anche il valore di documento, e non soltanto di documento storico, bensì di testimonianza sull’apparenza dei cambiamenti intervenuti in questi ultimi vent’anni: la persistenza della stessa terminologia politica, degli stessi metodi propagandistici e di spartizione del potere sono i segnali – anzi i monumenti, e verrebbe da dire gli archi di trionfo – che nel nostro paese, come sempre, è cambiato tutto affinché non cambiasse niente.

Sballato, gasato, completamente fuso (Italia, 1982) di Steno. Con Edwige Fenech, Enrico Maria Salerno, Diego Abatantuono, Liù Bosisio. Probabilmente il peggior film con Abatantuono terrunciello: la sua logorrea è di una noia esiziale, per lo spettatore e per il film. Assolutamente pretestuoso abbinare penose tirate pseudofemministe e i nudi della Fenech. Da inserire nell'antologia del peggio del peggio degli anni Ottanta.

Scusa se è poco (Italia, 1982) di Marco Vicario. Con Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Diego Abatantuono, Mauro Di Francesco, Mario Carotenuto, Orazio Orlando.Due episodi scialbissimi, che costituiscono l'insulso cascame dell'ormai defunta commedia all'italiana. Bolsissimi Tognazzi e la Vitti. Per fortuna qualche sproloquio di Abatantuono riesce a strappare la risata, salvando il film dal disastro completo.

Braveheart (USA, 1995) di Mel Gibson. Con Mel Gibson, Sophie Marceau, Catherine McCormack, Patrick MacGoohan. Non si può negare che il film annoveri alcune scene emozionanti ed altre addirittura commoventi. Gibson ha saputo indubbiamente trovare la chiave giusta per uno spettacolone che coinvolge un po' tutti ed arriva dritto persino al duro cuore dei militanti della Lega Nord. Del resto, ce li vedo quelli delle ronde padane a gridare "libertààà!" mentre marzagrano (livornesismo per "massacrano") di botte l'invasore angloextracomunitario di turno. Peraltro, tutte le cose che Mel Gibson ci racconta potevano essere dette in molto minor tempo che non nelle due ore e tre quarti di durata del film. In più, direi che il regista poteva risparmiarci l'idillio tra l'eroe e la principessa di Galles (che poi era francese). "Braveheart" è comunque, secondo me, il miglior film di Gibson.

Chato (USA, 1972) di Michael Winner. Con Charles Bronson, Jack Palance, Jill Ireland, James Whitmore, Richard Baseheart. Mediocre tardo-western, dove l'uomo della steppa Charles Buchinsky recita un indiano giustiziere del deserto, braccato da una banda di scalcagnati aspiranti ed avventizi (a loro volta) giustizieri, che da cacciatori diventano prede dell'astuto pellerossa. Il protagonista, in realtà, non sembra neanche l'indiano, ma il gruppetto di razzistelli di villaggio, capeggiati da un ex ufficiale sudista (Jack Palance), per il quale questo safari con l'apache rappresenta la prosecuzione della Guerra Civile con altri mezzi. Ma da buon ufficiale possiede anche una sua etica, che si scontrerà contro l'odio feroce covato da un terzetto di fratelli, fanatici persecutori di indiani ed anche un po' disturbati nella mente. Il registaWinner, dotato di buona tecnica, va, come sempre, alla ricerca dell'effettaccio e del particolare sorprendente e raccapricciante, che colpisca lo spettatore nelle viscere più che al cuore.

Quando eravamo re (USA, 1996) di Leon Gast. Con Muhammad Alì, George Foreman, Don King, Spike Lee, Norman Mailer. L'incontro tra Alì e Foreman fu un evento epocale per tanti motivi: per la prima volta il match per il titolo mondiale dei pesi massimi si svolgeva in un paese africano, la borsa, colossale, di dieci milioni di dollari era offerta da un sanguinario dittatore a fini propagandistici, il musulmanoAlì, risolti i suoi problemi con la giustizia americana per la renitenza alla chiamata alle armi, si presentava come il campione dei neri contro l'altrettanto nero Foreman, che era considerato però un gigante al servizio dei capitalisti yankee. In più, Gast sa mettere in luce il ruolo dell'organizzatore Don King, un uomo privo di scrupoli, ma affascinante e dotato di un'ottima cultura. L'evento fu notevole, anche perché la maggioranza dei critici riteneva che Foreman avrebbe prevalso dall'alto della sua potenza contro il più anziano Alì, anche se quest'ultimo, appoggiato dal tifo degli zairesi (che lo accolsero al grido "Alì boma yé", cioè "Alì uccidilo"), sfoggiava un'inusitata sicurezza. E fu così che il predicatore ballerino sconfisse il Golia dal pugno dirompente. Un ottimo film documentario.

Tano da morire (Italia, 1997) di Roberta Torre. Con Ciccio Guarino, Enzo Paglino, Mimma De Rosalia, Maria Aliotta. Film divertente ed intelligente che sa coniugare il musical con l'inchiesta sulla mafia, fenomeno verso il quale rappresenta un modo di guardare sicuramente nuovo. Il divertimento, per gli appassionati di cinema, consiste anche nel cercare di riconoscere i numerosissimi riferimenti cuiRoberta Torre rimanda nella sua coloratissima sarabanda: da Fassbinder allaWertmuller, da Almodovar a Ciprì e Maresco, dal John Travolta della "Febbre del sabato sera" a John Waters e chi più ne ha più ne metta. Paradossalmente, un modo semiserio per prendere sul serio un problema serissimo.

Abbronzatissimi (Italia, 1991) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Alba Parietti, Teo Teocoli, Mauro Di Francesco, Eva Grimaldi, Salvatore Marino. Spazzatura allo stato puro. Un concentrato del peggio del cinema (?) comico (?) italiano. Micidiale la somma di Alba Parietti pre-gonfiamento labiale, assolutamente incapace di recitare, di uno degli attori più antipatici della storia come Jerry Calà e di uno dei comici meno comici del cinema mondiale, ovverosia Maurino Di Francesco.

Tag: cinema

Cumulativo film 25

by sasso67 (23/02/2009 - 20:06)

Klimt (Austria/Francia/Germania/GB, 2006) di Raul Ruiz. Con John Malkovich, Saffron Burrows, Veronica Ferres. Quando la fantasia diventa confusione e la biografia cinematografica si fa noia. L'intenzione di realizzare un film veramente kafkiano naufraga, scontrandosi con l'incapacità diRuiz di seguire un filo logico oppure di abbandonarsi al delirio, come sapeva fare, per esempio, il Ken Russell dei tempi d'oro.

Caccia spietata (USA, 2006) di David Von Ancken. Con Liam Neeson, Pierce Brosnan, Michael Wincott, Anjelica Huston, Ed Lauter. La prima parte del film prometteva bene, con un inizio anticonvenzionale di western tutto ambientato nella neve. Purtroppo, dalla metà in avanti, il film si perde in una sorta di racconto filosofico e di apologo dalla morale scontata e con l'apparizione di improbabili personaggi nel deserto, a mezza strada tra l'apparizione soprannaturale e il miraggio. L'impressione è che il regista, arrivato allo scontro finale, abbia dovuto allungare il brodo per arrivare ad una conclusione conciliante che appare piuttosto incongrua. Peccato.

Il nemico alle porte (USA/Germania/GB, 2000) di Jean-Jacques Annaud. Con Jude Law, Ed Harris, Joseph Fiennes, Rachel Weisz. Annaud ci mostra con chiarezza come si può fare un film idiota sulla Seconda Guerra Mondiale. Il regista francese riduce una delle battaglie decisive della guerra (se i Tedeschi avessero sfondato a Stalingrado avrebbero potuto impadronirsi del petrolio del Caucaso, con conseguenze immaginabili) ad uno scontro tra superuomini, come se fosse possibile far rivivere su pellicola i duelli tra Ettore ed Achille, che nei poemi epici potevano decidere le sorti di una guerra. Purtroppo Annaud non possiede un briciolo della poesia omerica e neppure sa dare alla propria creatura un po' dell'ironia che anche i polpettoni hollywoodiani come "Via col vento" possiedono. In più, si trova nel film un anticomunismo stupido, oserei dire berlusconiano, affidato addirittura alle parole di un ufficiale sovietico, impersonato dal glorioso Salvatore del "Nome della rosa". Le parentesi romantico-erotiche fanno sembrare "Il nemico alle porte" una versione della Seconda Guerra Mondiale raccontata a dispense su Playboy.

La signora di Musashino (Giappone, 1951) di Kenji Mizoguchi. Con Kinuyo Tanaka, Yukiko Todoroki, Akihiko Katayama, So Yamamura. Pur non essendo uno dei film più riusciti di Mizoguchi, "La signora di Musashino" prelude già ai suoi capolavori del periodo della maturità. Il film, inoltre, nel riproporre una figura emblematica di uomo indeciso a fronte di due donne che incarnano rispettivamente la tradizione e l'innovazione sociale e del costume, contiene alcune sequenze struggenti di corteggiamento timido e impacciato, frutto di un amore destinato a non compiersi, come di un Paolo e Francesca frenati dalla tradizione, anziché incoraggiati dall'amor cortese. Lirico e poetico.

Alì (USA, 2001) di Michael Mann. Con Will Smith, Jamie Foxx, Mario Van Peebles, Jada Pinkett Smith, Jon Voight, Ron Silver.Muhammad Ali è forse il simbolo della boxe moderna e sicuramente un grand'uomo - per le sue battaglie per i diritti civili - e meritava il miglior film diMann, che, nonostante un certo qual abuso di musiche d'epoca e di immagini ad effetto, riesce ad essere meno retorico e trombone che nel resto della sua filmografia. Sull'interpretazione di Will Smith. La sua faccina è fin troppo buona per impersonare la grinta di Alì, ma è bravo e riesce nell'intento di essere credibile.

 

Madre Giovanna degli Angeli (Polonia, 1961) di Jerzy Kawalerowicz. Con Lucyna Winnicka, Myeczislaw Voit, Anna Ciepielewska, Zygmunt Zintel. La missione è compiuta e lMadre Giovanna degli Angeli (Lucyna Winnicka)a firma è quella di Satana. Non so perché il film non goda, presso la critica, di una gran fama, eppure quiKawalerowicz dimostra una grande padronanza di stile, ispirandosi (forse la pecca contestata è proprio una carenza di originalità?) ai maestri più grandi, come Dreyer,Bergman, Bresson ed il Buñuel di "Nazarin". Le sequenze sono potenti e al tempo stesso la loro drammaticità è mitigata dal ricorso all'ironia, come in un racconto di fantasmi alla maniera del "Manoscritto trovato a Saragozza". Qui si tratta di diavoli e non di fantasmi, di quei diavoli che successivamente saranno raccontati, in maniera più politicizzata, da Ken Russell, che li rappresenterà sotto forma orgiastica, mentre questa diKawalerowicz somiglia molto di più ad una sacra rappresentazione. Il regista polacco ci dice che spesso il misticismo sconfina nell'estasi dei sensi e vi sono pochi paragoni ai mostri che possono essere generati dall'apposizione di tabù, dalla deprivazione sessuale e dall'allontanamento dal mondo. A mio modestissimo parere, un grande film.

 

Borsalino (Francia/Italia, 1970) di Jacques Deray. Con Alian Delon, Jean-Paul Belmondo, Arnoldo Foà, Michel Bouquet, Catherine Rouvel. Qualche buon momento, dovuto più al bravo direttore della fotografia che non al regista, riscatta parzialmente un prodotto abbastanza mediocre, di livello non superiore alle commedie nostrane con Bud Spencer e Terence Hill. Gli interpreti non prendono l'operazione "Borsalino" sul serio neanche per un secondo e le morti di molti personaggi sembrano più da fumetto che da film. La durata è eccessiva, ma per passare una serata il filmetto può andare.

 

E tutto in biglietti di piccolo taglio (USA, 1972) di Richard A. Colla. Con Burt Reynolds, Jack Weston, Rachel Welch, Tom Skerritt, Yul Brynner. Satira della polizia di Boston, e in particolare del suo 87° Distretto, conosciuto per la sua particolare inefficienza: quando gli agenti domandano al ricattatore come mai abbia telefonato proprio a loro, quello risponde "perché siete inetti". Il racconto corale, tratto da un romanzo di Ed McBain, stenta ad approfondire tutte le singole situazioni (tra le quali poteva avere sviluppi interessanti quella di Burt Reynolds, poliziotto sposato con una donna sordomuta), ma l'insieme funziona abbastanza, con quel suo mix di azione ed ironia. Lo stile è quello dell'Aldrich dei "Ragazzi del coro", ma, nonostante la differenza di nome dei registi, questo di Colla mi sembra meglio riuscito.

 

La domenica della buona gente (Italia, 1954) di Anton Giulio Majano. Con Maria Fiore, Sophia Loren, Renato Salvatori, Carlo Romano, Ave Ninchi, Nino Manfredi, Fiorenzo Fiorentini, Riccardo Cucciolla. Vero e proprio cinema popolare - della "buona gente", così come, all'epoca, il calcio era il passatempo delle classi medio-basse - questo di Majano, l'inventore del teleromanzo (a partire dal suo esordio con "Piccole donne"), è un film corale di medio valore, che, senza approfondire troppo i suoi personaggi, fornisce un interessante e godibile quadretto d'insieme, che s'inserisce tutto sommato in quel filone che fu denominato "neorealismo rosa". Emergono alcuni attori sugli altri, come la giovane Maria Fiore e l'esperto Carletto Romano, nella gustosa figurina di uno scrivano che spera nel tredici al Totocalcio e, una volta azzeccati i risultati, alle sue modeste pretese di prima ("mi bastano trecentomila lire, cinquecentomila al massimo") comincia a sostituire pretese planetarie: la macchina, la villa, addirittura un circo equestre!

Tag: cinema

Cumulativo film 24

by sasso67 (16/02/2009 - 19:08)

Frank Costello faccia d’angelo (Francia/Italia, 1967) di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon, Cathy Rosier. Non penso certo di poter dire qualcosa di nuovo su questo film che, fin dal titolo, non lascia troppo spazio a fantasiose interpretazioni. Il protagonista è un samurai, con un'etica ferrea ed un proprio rituale da rispettare scrupolosamente. Il freddo professionista del film vacilla soltanto un attimo, quando, compiuto l'omicidio per il quale è stato pagato (almeno in parte), viene riconosciuto da una pianista di un night club, la quale, però, rifiuta di dire alla polizia che ha visto Costello sul luogo del delitto. Sarà il fascino dell'arte? Fatto sta che il samurai porta a termine i lavori che gli vengono affidati, oppure paga con la vita per l'inadempimento. Così si spiega il gesto finale, che corrisponde alla lettera con il rituale seppuku dei samurai giapponesi. Anche lo stile filmico di Melville si adegua alla materia di derivazione nipponica: la prima parola del film è pronunciata dopo circa nove minuti e mezzo; scorrono sullo schermo lunghe sequenze senza che i protagonisti dicano una parola, non essendovi un dialogo più del necessario (e molto spesso, invece, la verbosità è un difetto che affligge il cinema francese); i personaggi - in particolare il protagonista - si muovono a scatto come nel teatro kabuki; la macchina da presa segue i personaggi con molti movimenti, sulla scia di Mizoguchi. Un buon film. Voto: 7.

American History X (USA, 1998) di Tony Kaye. Con Edward Norton, Edward Furlong, Fairuza Balk, Beverly D’Angelo, Stacy Keach, Elliott Gould. Il mare apre e chiude questa favola nera (ma purtroppo anche bianca), in cui, se, soprattutto nel finale, un po' di retorica si poteva evitare, il racconto è abbastanza serrato ed avvincente, sebbene il messaggio sia (inattaccabile, per l'amor del cielo) alquanto scontato. Il regista dimostra comunque di saperci fare e di non essere, come purtroppo l'80% dei registi hollywoodiani, un semplice illustratore dei copioni sfornati in serie dalle major del cinema. L'interpretazione contribuisce alla riuscita complessiva dell'operazione "American History X", con la rivelazione (nel 1998) di due ottimi attori come Norton eFurlong. Voto: 6½.

L’harem (Francia/Italia/RFT, 1967) di Marco Ferreri. Con Carroll Baker, Gastone Moschin, Renato Salvatori, William Berger, Michel Le Royer, Clotilde Sakaroff. Raccontava Benigni, prima di rimanere folgorato sulla via dell'Alighieri, che, durante la proiezione di un film porno che la mandava un po' per le lunghe prima di arrivare al momento clou, qualcuno dal fondo della sala esclamò "troppa trama!". Si potrebbe dire la stessa cosa di questo film di Ferreri, che ci sfinisce di chiacchiere su chiacchiere, prima di arrivare ai quindici minuti finali, veramente notevoli. "L'harem" è probabilmente un film cerniera tra la prima maniera ferreriana e i film successivi, tutti tesi a mettere in scena lo svuotamento delle istituzioni che erano ritenute i pilastri della società. Certo, non mi capacito di come si possa sostenere che questo sia o intendesse essere un film misogino: nonostante che la protagonista femminile non sia certo descritta come un'eroina senza macchia, è mai possibile immaginare tre uomini più stronzi di Gianni, Mike e Gaetano? Personalmente, non credo proprio, così come non reputo questo uno dei film migliori di Ferreri: tutt'altro. A parte il finale, salverei soltanto alcuni scorci di Dubrovnik, location scelta peraltro più per ragioni di budget che per vera necessità drammaturgica. Venuto dopo il brutto esperimento ad episodi di "Marcia nuziale", rappresenta una sorta di momento in cui cercare nuove coordinate e nuovi mezzi espressivi, una sorta di riepilogo di raggiungimento della consapevolezza dei propri mezzi espressivi da parte del regista. Fortunatamente si trattò di una riflessione fruttuosa, dato che il passo successivo fu quello che resta probabilmente come il capolavoro di Ferreri, cioè "Dillinger è morto".

Un angelo è caduto (USA, 1945) di Otto Preminger. Con Dana Andrews, Alice Faye, Linda Darnell, Charles Bickford. Lo straniero che arriva, sconosciuto, in una città dell'Ovest e porta scompiglio nella piccola comunità è un tòpos cinematografico, tipico del genere noir, che Preminger si gioca piuttosto bene. La soluzione finale del giallo interessa fino ad un certo punto: quello che più desta curiosità è capire da dove proviene lo sconosciuto, a cosa miri veramente, come si inserisca nella comunità che lo ospita, come si rapporti con le donne che incontra e così via. Buon noir d'atmosfera con una figura inusuale di femme fatale.

Il mondo di Utamaro (Giappone, 1977) di Akio Jissoji. Con Shin Kishida, Mikijiro Hira, Mako Midori, Kyoko Kishida. Interminabile e noiosa versione sulla vita artistica del pittore Utamaro. Lo sfondo erotico non rende giustizia ad un argomento che richiederebbe maggior approfondimento, senza riuscire a rendere bene l'eterno rapporto, spesso difficilmente conciliabile, tra arte e vita. La necessità di sforbiciare, almeno nella versione italiana (che resta, comunque, abbastanza osé, per un film non pornografico), alcune sequenze più spinte rende ancora meno comprensibile l'intera vicenda, che poteva anche avere interessanti agganci storici.

Un eroe borghese (Italia, 1995) di Michele Placido. Con Fabrizio Bentivoglio, Omero Antonutti, Michele Placido, Laura Betti, Ricky Tognazzi. Michele Placido è autore di un cinema solido e d'impegno civile: non è un grande Autore, ma questo "Un eroe borghese" è uno dei suoi lavori migliori, forse quello complessivamente più riuscito. Sono azzeccati gli attori protagonisti -Bentivoglio nel ruolo di Ambrosoli, Antonutti per Sindona e lo stesso Placidoper il maresciallo Novembre - ed anche la fotografia livida della Milano plumbea di fine anni Settanta. Oltre al racconto di un'esperienza di altissimo valore civile, il film di Placido riesce ad offrire, caso abbastanza raro per film del genere, momenti di sobria ma intensa emozione, soprattutto nel rapporto di rispetto, stima ed amicizia che lega l'avvocato e il sottufficiale della Guardia di Finanza, ma anche quello tra il protagonista e la sua famiglia. E sia Ambrosoli che Novembre sono spesso descritti nei rapporti con le rispettive famiglie, con le mogli e con i figli, mentre Sindona si muoveva in un contesto freddo di tanti infidi leccaculo, assassini a pagamento ed avvelenatori di caffè.

Utamaro e le sue cinque mogli (Giappone, 1946) di Kenji Mizoguchi. Con Minosuke Bandō, Kinuyo Tanaka, Kōtarō Bandō, Toshiko Iizuka, Eiko Ohara. E' uno dei film di Mizoguchi più legati alla maniera del regista, quella delle sequenze lunghe, dei piani sequenza e del "montaggio interno". Questo particolare rende interessante il film più della sua stessa materia, intessuta di riferimenti al rapporto tra arte e vita, sotto forma di scontro tra due scuole di pittura, quella classica e quella nuova, influenzata dalla vita vera, rappresentata da Utamaro. Sono fondamentali, in questo film, le figure femminili che ruotano intorno al protagonista, senza una vera e propria trama. La figura centrale è, a mio parere, quella di Okita, una donna che, al contrario di uomini meschini e insignificanti (fa eccezione, naturalmente, lo stesso Utamaro), va dove la porta il cuore, anche se questa scelta dovesse rivelarsi fatale per lei. Come appare evidente, in questo suo modo di affrontare la vita e l'amore, la giovane donna è uguale all'artista, che si ribella alle convenzioni dell'arte contemporanea. Continuo a preferire altre opere del Maestro, ma "Utamaro" è comunque un'ottima prova, considerando soprattutto che Mizoguchi dovette realizzarla sotto lo stretto controllo della censura degli Americani che allora occupavano il Giappone e che si opponevano alla realizzazione di qualsiasi film che parlasse della tradizione nipponica. P.S. Le cinque donne intorno ad Utamaro non sono le sue mogli.

Tag: cinema

Cumulativo film 23

by sasso67 (16/02/2009 - 18:26)

Sentieri selvaggi (USA, 1956) di John Ford. Con John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Natalie Wood. Per qualcuno si tratta del miglior western di Ford; per qualcun altro del miglior film di Ford; per altri ancora (come il mitico Cesare di Piombino) addirittura del miglior film d'ogni tempo. Io continuo a preferire, nella stessa filmografia di Ford, le opere nelle quali ha messo le mani il genietto della sceneggiatura Dudley Nichols: "La pattuglia sperduta" (1934), "Il traditore" (1935) e "Ombre rosse" (1939). "Sentieri selvaggi", grande film al tempo stesso epico e tragico, sarebbe un capolavoro assoluto, a mio parere, se non indulgesse ad ingenui siparietti comici e alle incruente scazzottate che magicamente risolvono tutti i problemi... e più amici di prima. Le immagini della prateria, della Monument Valley, fotografate in VistaVision, con gli improvvisi agguati dei Comanche e gli studiati contrattacchi dei "cercatori", mozzano il fiato. Ed è inconsueto il ruolo di John Wayne, lui probabilmente alla sua prova più matura e riuscita, cui è affidato un personaggio finalmente non tutto positivo. Uscito sconfitto dalla Guerra di Secessione, il suo Ethan Edwards sembra un personaggio della Bibbia, con tanti saldi principi morali, ma con poca pietà per chi non è (o non più) come lui. Senza peraltro capire che il capo indiano Scar (o Scout, com'è tradotto in italiano) non è che il suo alter ego con la pelle rossa: ed infatti il vecchio soldato, alla fine, si ripaga di quello che ritiene irrimediabilmente un selvaggio, con un terribile occhio per occhio, scalpo per scalpo.

Gatto nero, gatto bianco (Jugoslavia/Francia/Germania, 1998) di Emir Kusturica. Con Srdjan Todorovic, Florijan Ajdini, Bajram Severdzan, Sabri Sulejman, Predrag Miki Manojlovic. l secondo tempo dei gitani non è giocato da Kusturica così bene come il primo. Del resto, quello veniva in un periodo fecondo per il regista di Sarajevo, dopo l'interessantissimo esordio "Ti ricordi di Dolly Bell?" ed il gioiellino "Papà è in viaggio d'affari". Anche per un regista che tende alla saturazione dell'inquadratura, così come per il suo popolo caciarone, non è facile riprendersi dopo il periodo underground della guerra fratricida. Anche i gitani, pur provandoci, non sono più gli stessi, il loro sole non scalda più e la fuga dei due giovani Romeo e Giulietta non sembra fatta, al contrario dei viaggi degli zingari, per tornare nella terra natale. Troppo "gitano formato esportazione", il cinema di Kusturica somiglia molto ai dentoni d'oro dei suoi personaggi e troppo anche alla Jugoslavia sfaldata degli anni Novanta: come se mancasse un bersaglio forte (il regime titoista con i suoi ridicoli funzionari e la sua retorica) da satireggiare. Pantagruelico, fantasioso, colorato, tragico e divertente, Kusturica in alcuni momenti traballa come un pugile suonato sul punto di andare al tappeto.

L’uomo che uccise Liberty Valance (USA, 1961) di John Ford. Con John Wayne, James Stewart, Lee Marvin, Vera Miles, Edmond O’Brien, Lee Van Cleef. Pur non essendo l'ultimo western di John Ford, è opera crepuscolare e riepilogativa dei temi cari al regista. In questo senso si spiega anche la tanto criticata (Tullio Kezich parlò di "spettacolo penoso") scelta di due attori anzianotti per i personaggi dei protagonisti. L'approccio di Ford è sottolineato anche dalla bella fotografia di William M. Clothier) e dal punto di vista un po' eccentrico - si fa per dire - con il quale viene conclusa la sparatoria decisiva. La leggenda sta per prendere il sopravvento e finisce l'epoca dell'epica: l'unico personaggio, il giornalista Peabody, che tenta di usare il linguaggio omerico - apostrofando il bandito con un "ecco Liberty Valance e i suoi Mirmidoni" - viene sonoramente malmenato. E' ben costruito, comunque, questo film che racconta di una parte degli Stati Uniti che si trasforma da prateria in ferrovia, da deserto in giardino, dove il fiore di cactus cede il posto ai fiori più belli e dove i codici della legge riescono (ma quanto faticosamente!) a prendere il posto delle pistole.

Shriek – Hai impegni per venerdì 17? (USA, 2000) di John Blanchard. Con Tiffani-Amber Thiessen, Julie Benz, Harley Cross, Simon Rex, Coolio. Scarsa parodia di film horror, che presuppone la conoscenza degli originali. Un paio di volte strappa anche la risata, ma esclusivamente grazie alla legge dei grandi numeri: del resto, nella sua carriera, vuoi che un paio di risate, magari casualmente, non le abbia strappate anche Gianni Ciardo?

La Zona (Messico, 2007) di Rodrigo Plá. Con Maribel Verdù, Carlos Bardem, Marina de Tavira, Mario Zaragoza, Andrés Montiel, Daniel Tovar. La Zona siamo noi. E' una metafora del nostro mondo occidentale, che si chiude o tenta di farlo a qualsiasi penetrazione dall'esterno. E' un quartiere di Città del Messico, come fosse una Lampedusa in mezzo al Mediterraneo, ma circondata dal filo spinato. Nella prima parte del film, lo stile di Plá tende un po' troppo a quello di Shyamalan, ed il film ne risulta un po' misterioso e un po' confuso. Mano a mano, però, che la storia procede, la tensione sale e crescono anche l'interesse e l'attenzione dello spettatore. Fino ad un finale tra i più terribili, nel quale verrebbe da sentenziare che pietà l'è morta, se non fosse per il barlume rappresentato dall'inefficace ma non inutile gesto di un giovane abitante della zona (Daniel Tovar), che somiglia incredibilmente alla Trota, cioè al figlio di Bossi.

Serafino (Italia, 1968) di Pietro Germi. Con Adriano Celentano, Ottavia Piccolo, Saro Urzì, Francesca Romana Coluzzi, Nazzareno natale, Gino Santercole, Luciana Turina, Nerina Montagnani. La stessa scelta di affidare la parte del protagonista a Celentano lascia pensare che Germi avesse in mente un'operazione un po' surreale, un po' a metà tra la favola boccaccesca (intesa alla Calandrino, ma anche con il vitalismo sensuale di molte novelle del "Decameron") ed il cartone animato. L'uso del colore in funzione espressiva, nonché di un linguaggio dialettale affidato ad interpreti provenienti da regioni diverse da quella (dovrebbe essere l'Abbruzzo di johnnypalombiana citazione) in cui è ambientata la vicenda. Germi affronta i temi che gli sono cari, ma anche quelli portati dai temi - non dimentichiamo che il film è del '68 - alla sua maniera e senza gli intellettualismi tipici, all'epoca, di molti suoi colleghi: è più viva che mai la polemica contro il matrimonio, il luogo di ritrovo e di socializzazione per eccellenza è l'osteria, dove, come nel "Ferroviere", la fanno da padroni il vino e il canto. "Serafino" non è un prodotto dei migliori nella cinematografia germiana, ma è, a mio parere, l'ultima opera del regista con una sua logica.

Sotto le bombe (Francia/Libano/GB/Belgio, 2007) di Philippe Aractingi. Con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawia Elchab, Bshara Atallah. Uno dei finali più sconvolgenti mai visti (almeno a mia memoria) conclude degnamente un film molto bello, ma che non è un capolavoro come ha incautamente proclamato Cristina Borsatti sulle pagine di Film TV. Alcuni scorci del Libano martoriato ricordano i capolavori del neorealismo (si pensa in particolare a "Roma città aperta" e "Paisà"), così come alcune carrellate sulla figura della brava Nada Abou Farhat fanno venire alla mente analoghe camminate disperate diAnna Magnani. Qualche altro momento del film, invece - e si pensa in particolare ad alcuni vicoli ciechi incontrati durante la ricerca -, rimandano agli scassati viaggi dei film di Kiarostami. E tuttavia qualche eccesso sentimentale ed una scena di sesso che grida vendetta di fronte ad Allah, per quanto è gratuita ed inusitata, inficiano parzialmente la riuscita di un film che va comunque visto e che oggi è, purtroppo, più che mai attuale.

South Park – Il film (USA, 2000) di Trey Parker. La potenza del turpiloquio. Anziché al pascoliano fanciullino, il film di Parker si rivolge alla piccola carogna che alberga dentro ciascuno di noi. E tocca le corde giuste, strappando spesso la risata e riuscendo, nel finale, perfino a commuovere. Se i simpatici responsabili della versione italiana si fossero scomodati a sottotitolare i numeri musicali - che sono piuttosto numerosi - si sarebbe potuto sfiorare il piccolo capolavoro; ma anche così, nonostante l'ignavia dei suddetti signori, "South Park" è davvero un filmetto intelligente e divertente, sebbene riservato agli adulti.

Tag: cinema

Cumulativo film 22

by sasso67 (31/01/2009 - 13:40)

La vendetta dei 47 ronin (Giappone, 1941) di Kenji Mizoguchi. Sceneggiatura di Ken’ichirō Hara e Yoshikata Yoda. Con Chōyurō Kawarazaki (Kuranosuke Oishi), Yoshizaburō Arashi (Asano), Manpoyo Mimasu (Kozunosuke Kira), Kanemon Nakamura (Sukemon Tomimori), Utaemon Ichikawa (Tsunatoio Tokugawa), Mitsuko Miura (Yosenin, la moglie di Asano), Mieko Takamine (Omino). La diligenza che correlungo la prateria, inseguita dagli indiani, è una delle sequenze più famose della storia delcinema e si trova in "Ombre rosse" di John Ford. Essa è l'apice e la sorgente di tanto cinema americano, tutto basato su scene di pura "azione". L'opposto di questo modo d'intendere il cinema è rappresentato da Mizoguchi, differentemente dal suo connazionaleKurosawa, grandissimo ammiratore di Ford. Basta confrontare "La vendetta dei 47 ronin" con "I sette samurai", per rendersi conto delle immense diversità tra le due filosofie cinematografiche. Il cinema diMizoguchi si fa, specialmente in "La vendetta dei 47 ronin", cerimonia: il rifiuto per le scene d'azione o di combattimento, ma anche per le scene ad effetto (non sono mai mostrati neppure i numerosi seppuku che hanno luogo durante tutto lo svolgimento del film), a vantaggio delle sequenze nelle quali i personaggi discutono della necessità o meno di determinati comportamenti, trasporta il cinema di Mizoguchi sul piano, appunto, della cerimonia, che non significa certo celebrazione od esaltazione della filosofia che sta alla base dell'agire dei protagonisti. Anzi, quello di Mizoguchi è un sottile modo di criticare la rigida applicazione del "bushido", il codice del samurai, che sacrifica al senso del dovere verso il daimyo (il signore al cui servizio operano i samurai) la vita, l'affetto, gli amori dei personaggi che vi si vanno a scontrare. Va tenuto conto, peraltro, del fatto che le due parti in cui il film di Mizoguchi è suddiviso furono girate ed uscirono nei cinema nipponici proprio a ridosso dell'aggressione di Pearl Harbor e quindi del fragoroso ingresso del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale: pertanto Mizoguchi dovette cantare e suonare la musica che gli era permesso in quei tempi bui. Ed infatti il film piacque molto alle autorità giapponesi - proprio per questa presunta esaltazione del senso del dovere manifestato dai samurai - ma poco agli spettatori (a causa della mancanza assoluta d'azione). E tuttavia, l'adesione del metodo cinematografico mizoguchiano (sequenze lunghe, piani-sequenza, movimenti di macchina, profondità di campo) all'essenza della materia narrata, ai sentimenti dei personaggi, fanno di "La vendetta dei 47 ronin" un grande, fluviale, capolavoro. Dove niente, o molto poco, è come sembra, perché dietro le sembianze di un giovane samurai può nascondersi una ragazza che vuole stare vicino fino all'ultimo al promesso sposo, perché dietro al comportamento dissoluto di un anziano guerriero può nascondersi un'astuta strategia tesa alla vendetta del suo signore, perché l'aggressore può essere il "buono" e l'aggredito il "cattivo", perché dietro al gesto di una moglie che abbandona il marito nel momento in cui questo decide di compiere il proprio dovere può nascondersi uno smisurato gesto d'amore e sacrificio (Dario Tomasi, nel suo "Castoro" su Mizoguchi, sintetizza così la scena dell'addio tra Oishi e la moglie: «il semplice "abbi cura di te" pronunciato da Oishi e la sua mano allungata, in tensione e stretta ai bordi del braciere che separa l'uomo dalla donna, valgono più di mille "I love you"»).

W. (USA, 2008) di Oliver Stone. Con Josh Brolin, Elizabeth Banks, Richard Dreyfuss, Ellen Burstyn, Stacy Keach, Scott Glenn, James Cromwell. George Walker Poldo Sbaffini Bush, divoratore di panini ed essiccatore di Jack Daniels era un paninaro, pecora nera della famiglia, senza molto cervello ma con una memoria elefantina. La memoria che l'ha portato, insieme a una notevole tenacia e a un culo che non finisce mai, alla presidenza americana. Credo che gli americani, guardando questo film di Stone, abbiano visto sé stessi allo specchio, loro che hanno eletto quell'uomo per ben due volte: e non dev'essere stato un bel vedere. Il regista mette in scena, con stile volutamente paratelevisivo (la presidenza di Bush Jr. è stata una delle più televisive della storia), la resistibile ascesa e la tragicomica epopea di un uomo che è arrivato sul gradino più alto del mondo senza sapere perché e cosa farci. Consigliato da uomini avidi e miopi, George W. ha pensato di comprendere meglio di loro l'umore della gente e si è assunto la responsabilità di assurdità politico-militari senza precedenti nella storia degli USA. Il risultato non è perfettamente riuscito; si nota qualche incongruenza di troppo (ma come fa Laura, così sensibile, intelligente e democratica, ad innamorarsi di botto di questo scimmione?), ma grazie a Dio ed alla Democrazia, in America si possono ancora girare film come questo (canto un Requiem preventivo per un regista che osasse la medesima operazione sullo Zar Putin). Ed anche eleggere un Presidente come Obama dopo uno come "Dubya" Bush.

Il sole (Russia/Francia/Italia/Svizzera, 2005) di Aleksandr Sokurov. Con Issey Ogata, Robert Dawson, Kaori Momoi, Shiro Sano, Shinmeji Tsuji.  L'imperatore Hirohito sembra vivere e pensare in una terra di mezzo. Una terra di mezzo che separa le divinità dai comuni esseri mortali, una terra di mezzo dove abita chi non sa scegliere tra l'amata passione per la biologia animale e gli affari di stato, dove si dibatte chi non sa scegliere tra la pace, subito e per sempre, e una guerra fino all'ultimo uomo. Emblematica la sequenza del consiglio di guerra, che si svolge nel bunker, insieme a ministri e generali, dove il discendente della dea del sole non sa far di meglio che raccontare la parabola del pescegatto. Questo diSokurov è un film eccezionale, perché nel breve spazio in cui si svolge la sua "azione" (se così si può chiamare) ci spiega, di questo enigmatico personaggio, più di cento trattati. A costo, purtroppo, di rendercelo quasi simpatico: non ci scordiamo che proprio il Tenno aveva mandato un'intera nazione al massacro, al fianco di Hitler e Mussolini, senza un vero perché. Hirohito, in realtà non sembra rendersene neanche conto, vissuto com'è, da sempre, in una realtà irreale, nella quale il suo cameriere, chiedendogli ogni volta il permesso, gli abbottonava perfino i bottoni della camicia. E si vede il suo spaesamento quando viene portato ad incontrare il generale MacArthur, che lo accoglie con il disprezzo che si deve ad un criminale di guerra sconfitto e poi lo congeda quasi con compassione. E quell'omino con la tuba, davvero molto simile al Charlie Chaplin delle comiche, è talmente smarrito da non capire neppure come si gira la maniglia per aprire la porta d'uscita. In tutto questo, Sokurov non fa mancare tocchi d'ironia (si veda la scena finale dell'imperatore con il vecchio cameriere), per un film che ci consegna un regista non solo esperto e geniale, ma anche maturo e sicuro di sé. Issey Ogata è un attore che non conoscevo, ma che qui offre una prestazione superlativa.

La strada della vergogna (Giappone, 1956) di Kenji Mizoguchi. Con Machiko Kyo, Ayako Wakai, Aiko Mimasu, Michiyo Kogure, Yumeko Urabe, Eitaro Shindo. Questo non doveva essere l'ultimo film di Mizoguchi, che infatti La strada della vergogna (Mikki)stava lavorando, con i suoi sceneggiatori, ad un nuovo progetto. Purtroppo, la leucemia non gli consentì di realizzare nuovi film, per una carriera che, già così, è fittissima ed intessuta di una serie che alterna grandi film a capolavori assoluti. "La strada della vergogna" è, secondo me, un grande film. Parla di problemi sociali, cui la prostituzione, tematica superficiale della storia narrata, è solo uno, forse il più degradante per le donne che vi approdano, dei possibili sbocchi. Nessuna delle cinque protagoniste del film è orgogliosa del proprio mestiere, accettato per assoluta necessità: quella di far crescere un figlio, di mantenere un marito malato, di accumulare i soldi per iniziare un'attività "onesta", ma anche quella di ribellarsi e far ricadere la vergogna su un padre che, con i suoi continui tradimenti, ha fatto morire la moglie di crepacuore e distrutto la famiglia. Mizoguchi, però, qui mette in evidenza tutte le contraddizioni di un paese che, alla metà degli anni Cinquanta, cessata ormai l'occupazione americana, sta correndo come un pazzo verso l'industrializzazione, lasciando indietro però molti dei suoi figli più deboli, e mantenendo, per di più, alcuni schemi mentali appartenenti ad una tradizione dura a morire. Così, per esempio, mentre contro le donne che esercitano il mestiere di prostitute si scagliano gli strali di tutti coloro che si ritengono moralmente onesti, gli uomini che frequentano il bordello sono semplicemente dei "clienti". In questo senso, Mizoguchi rifiuta di dare un giudizio negativo su Yasumi, la prostituta che carpisce il denaro ai clienti, abbindolandoli con la promessa di fuggire con loro, e, per di più, presta soldi a strozzo anche alle colleghe. Il giudizio morale di Mizoguchi sul problema della prostituzione, tuttavia, è chiaro, e si capisce da quale parte stia nel dibattito sulla messa al bando dei bordelli, quando mostra, nella scena che chiude, sfortunatamente, la sua filmografia, la faccia disperata della "novizia" che tenta di imitare le colleghe più scafate nell'adescamento.

Giovani, belle… probabilmente ricche (Italia, 1982) di Michele Massimo Tarantini. Con Carmen Russo, Nadia Cassini, Olivia Link, Gianfranco D’Angelo, Michele Gammino, Lucio Montanaro. Tarantini, autore di una serie lunghissima di commediacce notevolmente mediocri, prova qui diverse strade, dalla satira germiana sull'ipocrisia delle cittadine di provincia alla commedia sofisticata basata sulla necessità di adempiere le condizioni per ottenere un'eredità, dalla pochade alla maniera diFeydeau fino alla commedia erotica. E fallisce su tutti i fronti che apre. Insomma il film non coinvolge, non eccita e non fa mai ridere. Nemmeno per sbaglio.

Rosetta (Belgio, 1999) di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne. Con Emilie Dequenne, Fabrizio Rongione, Anne Yernaux, Olivier Gourmet. La camera a spalla sta talmente addosso ai personaggi - specialmente a Rosetta - da andarci spesso, volutamente, a sbattere contro. E' il cinema deiDardenne: la loro intenzione è, appunto, quella di farci sbattere il muso contro situazioni che vogliamo rimuovere dalla nostra vita quotidiana, contro personaggi, come Rosetta, che hanno il terrore di essere espulsi ed emarginati dalla società. Rosetta, in questo senso, è tutti noi, perché mira ad essere una tessera del mosaico umano che sono le nostre città d'oggi: non le interessa neppure il denaro, non vuole lucrare, come fa Riquet, sulle cialde vendute nel chiosco: vuole un lavoro come tutti noi (fortunato chi ce l'ha, verrebbe da dire con il senno di oggi), vuole essere come tutti noi. Ma Rosetta ragiona poco, agisce con l'istinto, probabilmente quello ereditato dalla madre, che si prostituisce per pochi spiccioli, da investire in alcol nel quale annegare la propria miseria materiale e morale. E l'istinto spinge Rosetta a tradire Riquet per ottenere il suo posto di lavoro. Con un inizio di presa di coscienza, però, la ragazza si pentirà del proprio gesto ed avrà, forse, la possibilità di iniziare una nuova vita. In questo senso è eccezionale la sequenza finale, nella quale Rosetta, tormentata dal rumore fastidiosissimo del motorino di Riquet (il tarlo della coscienza macchiata?), cade tre volte con la bombola del gas in braccio, proprio come Gesù Cristo, oberato dalla croce, sulla via del Golgota. Con questo grandioso finale, che sta alla pari con qualche rogo di Giovanna d'Arco messo in scena da grandi maestri del cinema, i fratelli Dardenne riscattano anche qualche momento di stanca e qualche forzatura drammaturgica, che continuano a farmi preferire "Il figlio" a questo film.Sulla regia di Jean-Pierre Dardenne. Due anni fa Montescudaio gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Da venticinque anni passa le vacanze nel mio paese e per la maggior parte di questo periodo nessuno ha saputo chi fosse. Chi lo conosce lo descrive come una persona schiva ma educatissima, insomma come un uomo squisito. Sulla regia di Luc Dardenne. Lui s'è visto un po' meno :)

Roma drogata: la polizia non può intervenire (Italia, 1975) di Lucio Marcaccini. Con Bud Cort, Marcel Bozzuffi, Eva Czemerys, Guido Alberti, Leopoldo Trieste, Maurizio Arena, Umberto Raho. Film irrisolto e confuso di tal Marcaccinida Rimini. La costola principale di "Roma drogata" sembra voler trasporre in territorio italico un paio di modelli che avevano segnato la cinematografia americana d'inizio anni Settanta, come "Easy Rider" (le corse in moto, i deliri lisergici) e "Fragole e sangue" (le contestazioni studentesche, le reazioni della polizia, la presenza diBud Cort), mentre la parte prettamente poliziesca, preannunciata dalla seconda metà del titolo - "la polizia non può intervenire" -, sembra pensata, girata e appiccicata in un secondo momento. L'intenzione del regista era probabilmente quella di uscire dai cliché del genere, ma l'impressione è che il film abbia deragliato completamente, come testimoniano anche alcune scelte di cast davvero discutibili, come Maurizio Arena in veste di siciliano eLeopoldo Trieste, killer con gabbia avicola, oltre tutto doppiato.

Moloch (Russia/Germania, 1999) di Aleksandr Sokurov.Con Leonid Mozgovoj, Elena Rufanova, Leonid Sokol, Yelena Spiridonova. Non mi è piaciuto molto. Del resto, i lati di follia del carattere di Hitler erano più che noti da tempo. L'aspetto migliore del film, affrontato con grande serietà da Sokurov, mi sembra la creazione del personaggio di Eva Braun, l'unica che, fra tanti lacchè del fuhrer, aveva il coraggio di gridargli in faccia che il re è nudo. Nonostante questo, anche la donna, rinchiusa nella sua fortezza sui monti nebbiosi, non è meno colpevole, per la sua connivenza, rispetto ad un complessato scrittore mancato come Goebbels o ad un ignorante patentato e clownesco come Bormann. Eppure, tutto l'insieme non mi convince fino in fondo, forse perché Sokurov dà per scontate troppe cose. Certo, ascoltare i deliri infantili di Hitler spinge a riflettere sull'immaturità dei popoli che mandano al potere certi soggetti assurdamente dannosi.

Zora la vampira (Italia, 2000) dei Manetti Bros. Con Toni Bertorelli, Micaela Ramazzotti, Carlo Verdone, Ivo Garrani, Alessia Barela, Valerio Mastandrea, Chef Ragoo, Raffaele Vannoli. Il primo horror cattocomunista? Boh, fatto sta che l'unione tra la Chiesa stradaiola di Don Ivo Garrani e i centri sociali produce le bottiglie Molotov all'acqua santa, pronte ad essere lanciate contro il vampiro venuto a Roma dalla Transilvania. E produce poco d'altro, quasi niente. Il film non è divertente, risolvendosi in una serie di macchiette risapute che lascia interdetti, compresa una inutile caratterizzazione strillata di Carlo Verdone, anche produttore del film. A me sembra che, goliardia da rimpatriata liceale a parte, ifratelli Manetti abbiano solo una vaghissima idea di cosa significhi fare un film. Tra insulse figurine (i due tossici che punteggiano la storia sono penosi, ma anche Toni Bertorelli c'entra come il cavolo a merenda) e arbitarai sviluppi della sceneggiatura, il film arriva alla fine a pezzi e bocconi, vantando al suo attivo soltanto l'agente Cuccureddu (il bravo caratterista Sandro Ghiani), infiltrato tra i politicanti del centro sociale. Troppo poco, cari fratellini.

Storie (Francia, 2000) di Michael Haneke. Con Juliette Binoche, Thierry Neuvic, Josef Bierbichler, Luminita Gheorghiu. I film di Haneke sono generalmente interessanti, anche quando non sono riuscitissimi. Il regista austrotedesco è uno degli autori europei più da tenere d'occhio, nel panorama attuale. Questo "Storie" non mi ha esaltato, ma tutto sommato è un acuto sguardo sulla società d'oggi, puntato su Parigi, una delle realtà più emblematiche, dove l'integrazione va di pari passo con un sentimento strisciante di razzismo e di disagio sociale, che può sfociare, come è successo qualche anno fa, in rivolte delle periferie. Forse è soprattutto una grossa carenza affettiva, come sembra dimostrare l'episodio del giovane arabo sulla metropolitana.

Tag: cinema

Cumulativo film 21

by sasso67 (31/01/2009 - 12:36)

Fino all'ultimo respiro (Francia, 1960) di Jean-Luc Godard. Con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Van Doude, Henri-Jacques Huet. A volte sarebbe meglio non vederli nemmeno, film come questo, ultra esaltati dalla critica, ma ormai fruibili soprattutto come documento storico. Questo non è stato neppure il primo tentativo di vedere questo (come dice Mereghetti) "capolavoro della nouvelle vague", ma le altre volte avevo desistito per noia e fastidio: questa volta mi sono imposto di vedere il film (direi che fino a qui possiamo accordarci tutti: è un film) dall'inizio alla fine. E non nego la sua importanza nella storia della cinematografia mondiale: solo per dirne una, il rifiuto dell'uso del carrello in favore della macchina a mano è una chiara istanza di libertà del cinema, un po' come nel confronto tra il bufalo e la locomotiva in "Bufalo Bill" di De Gregori. E così pure i salti bruschi nel montaggio si schierano contro un' eccessiva levigatezza del linguaggio cinematografico, tipica dei prodotti della majors hollywoodiane. Però, trattandosi di un film, si dovrebbe chiedere qualcosa di più che i mascelloni di Belmondo o i suoi discorsi che sono di una banalità sconcertante. Qui, al cospetto di tanta tecnica e di cotanta riflessione filosofica sul cinema, manca l'anima, quella che si trova, a piene mani, nei "Quattrocento colpi" diTruffaut o anche in "Le signe du Lyon" di Rohmer.

I diamanti dell'ispettore Klute (USA, 1972) di Tom Gries. Con Donald Sutherland, Jennifer O'Neill, Robert Duvall, Patrick Magee. A un certo punto si ha addirittura un triplice inseguimento automobilistico multiplo: da una parte il poliziottoDuvall insegue un trafficante di diamanti, da un'altra una diversa pattuglia della polizia insegue un finto trafficante (uno specchietto per le allodole), mentre un terzo inseguimento coinvolge una bionda su una decappottabile, una Porsche verde e infineDonald Sutherland su una scassona arancione. Il che ha anche qualche effetto comico, poiché mentre le altre macchine saltano come grilli tra le cunette di Miami, la scassona di Sutherland-Klute perde i pezzi ad ogni sbalzo. Il divertimento finisce qui. Prima di tutto il personaggio interpretato da Donald Sutherland (una vera icona per il cinema americano dei primi anni Settanta) si chiama Klute soltanto nell'edizione italiana, per sfruttare il successo del film "Una squillo per l'ispettore Klute" con Jane Fonda e lo stesso baffetto canadese. Qui il personaggio, in originale, si chiamerebbe addirittura Andy Hammond e con il film di Pakula non c'è il minimo collegamento, anche perché qui il supposto Klute è sì ispettore, ma di una compagnia assicurativa. Per di più i nostri distributori hanno la bella pensata di inserire nei dialoghi italiani frasi del tipo "tutto sommato mi sembri un gran fregnacciaro". Complimenti a loro ed anche al regista Tom Gries che, con Sutherland e Robert Duvall nel cast, non trova di meglio che ammorbarci questa fregnacciata.

Ogni cosa è illuminata (USA, 2005) di Liev Schreiber. Con Elijah Wood, Eugene Hutz, Jonathan Safran Foer, Stephen Samudovsky, Zuzana Hodkova.Veramente bello. Un viaggio nella memoria, un invito ad essere pignoli, perché così si riesce a notare e a conservare il ricordo attraverso gli oggetti. Oggetti che dal passato ci illuminano attraverso l'attenzione che riserviamo ad essi. Ed anche un invito a ritrovare in sé stessi un pezzettino degli altri, anche di coloro che ci sembrano così diversi da noi. L'ottimo regista - già attore Liev Schreiber ci racconta tutto questo con un film che riesce a ricreare la natura dell'Ucraina con un occhio magico alla Tim Burton, ma con un'ironia che non fa scadere l'intensa emozionalità di certe scene nel patetico o nel mieloso. Merito, naturalmente, anche del testo che sta alla base del film, il romanzo diJonathan Safran Foer, nonché di un gruppetto di attori di poco nome (l'unico più che noto èElijah "Signore degli Anelli" Wood) e di grande resa, che sanno dare volto e faccia ai palpiti della sceneggiatura scritta dallo stesso regista. 
Sulla regia di Liev Schreiber

Un bellissimo esordio per un regista che rivendico con orgoglio mio coetaneo.


Sull'interpretazione di Eugene Hutz

Il leader e cantante del gruppo gypsy-punk Gogol Bordello si dimostra anche valido interprete cinematografico. Peccato non averlo potuto ancora apprezzare in "Filth And Wisdom".

 

Nel giorno del Signore (Italia, 1970) di Bruno Corbucci. Con Lando Buzzanca, Igli Villani, Fred Robsham, Erminio Macario, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Ira Furstenberg, Mario Carotenuto, Vittorio Caprioli, Franca Valeri.Qualcuno l'ha voluto far passare per un'imitazione di "Nell'anno del Signore" di Luigi Magni, cui rimanda soltanto con il titolo. Il film di Magni era in realtà ambientato nell'Ottocento, mentre questo si svolge nei primi anni del Cinquecento (Raffaello Sanzio morì nel 1520). Volendo sottilizzare, quanto a trama somiglia di più al Rugantino diGarinei e Giovannini, mentre se non si fosse trattato di un film bloccato per anni dalla censura sovietica, si potrebbe dire che si tratta di una parodia addirittura di "Andrej Rubliov" di Tarkovskij. Vabbe', ho bestemmiato, scherzavo. Purtroppo "Nel giorno del Signore" non fa ridere quasi mai: nonostante la buona volontà di tanti interpreti di valore, si salvano solo Caprioli e la Valeri (seppure confinati in parti che confermano, in macchietta, antichi pregiudizi sugli ebrei) e il terzetto composto da Franchi, Ingrassia e Carotenuto. Il resto è scialbissima commedia all'amatriciana.

La polizia interviene: ordine di uccidere! (Italia, 1975) di Giuseppe Rosati. Con Leonard Mann, James Mason, Enrico Maria Salerno, Antonella Murgia, Janet Agren. Sarebbe anche un poliziottesco niente male, se non fosse per il dominio assoluto, davvero eccessivo, dei soliti marchi di bevande: Fernet Branca, J&B, Punt e Mes, acqua Pejo. Il povero Mimmo Poli, nella parte di un ristoratore, è addirittura costretto a recitare la seguente battuta: "le porto un Fernet Branca, proprio come piace a lei: forte e vellutato". Per non parlare di una scena patetica - la morte della fidanzata, peraltro cornificata più volte, del capitano Murri - che farebbe rabbrividire la buonanima di Mario Merola. Il discorso, insomma, rimane meno che a metà, mentre non si capisce a che radice appartenga la malavita dipinta nel film. Un'occasione buttata.

Simpatici & antipatici (Italia, 1998) di Christian De Sica. Con Christian De Sica, Gianfranco Funari, Alessandro Haber, Andrea Roncato, Simona Izzo, Leo Gullotta, Marco Messeri, Paolo Conticini, Monica Scattini, Piero Natoli, Angelo Bernabucci. Il film di De Sica figlio (sempre meglio specificare di chi si tratta) saccheggia letteralmente il repertorio sordiano (dal "Conte Max" al "Seduttore"), ruba a piene mani anche da "Compagni di scuola" del cognato Carlo Verdone, compresa una buona fetta del cast (lui stesso, Natoli,Bernabucci) e ricalca una scena, affidandola al bravo Alessandro Haber, da "Io la conoscevo bene" di Pietrangeli. A parte il finale, nel quale lo stesso Haber trovafinalmente lavoro in televisione a fare le telepromozioni, l'unico personaggio davvero riuscito, modellato sul vero Cesare Previti, è quello di Gianfranco Funari, che strappa anche qualche franca risata. Ma il film non funziona e si risolve nell'ennesima ciofeca christiandesichiana. Firmato Badoglio!

Tag: cinema

Cumulativo film 20

by sasso67 (23/01/2009 - 20:50)

HANNO FATTO DI ME UN CRIMINALE (USA, 1939) di Busby Berkeley. Con John Garfield, Gloria Dickson, Claude Rains, Ann Sheridan. Le strane leggi di Hollywood spesso somigliano misteriosamente a quelle della vecchia leva dell'esercito italiano, per cui, se uno nella vita faceva il barista lo assegnavano alla guida di un camion, mentre se faceva il meccanico lo mandavano in cucina (solo idraulici e falegnami continuavano a fare il loro mestiere: naturalmente al servizio personale degli ufficiali e delle loro famiglie). Allo stesso modo, un grande coreografo come Busby Berkeley, che non dirigeva neanche le sequenze non ballate dei suoi musical, viene messo a dirigere questo noir d'ambiente pugilistico che, proprio per il disinteresse del regista, risulta inconcludente e scontato. Totò avrebbe forse detto: le ferrovie ai ferrovieri e i noir ai negrieri. Non risolleva di molto il film neppure la prova di un giovane John Garfield. Il lieto fine squalifica definitivamente l'intera operazione.

THE CLEANER (USA, 2007) di Renny Harlin. Con Samuel L. Jackson, Ed Harris, Eva Mendes. Poco comprensibile thriller, nel quale si lasciano coinvolgere alcuni valorosi attori, quali Samuel L. Jackson (che non è più riuscito a trovare un ruolo all'altezza del Jules di "Pulp Fiction" ed Ed Harris. La presenza di Eva Mendes, non brava per quanto è bella, rende tutto un po' troppo "Hollywood media". Però il filmetto può piacere a chi abbia del dinema un'idea abbastanza tradizionale (mia madre me ne aveva parlato in termini addirittura entusiastici).

NEMICO PUBBLICO (USA, 1931) di William Wellman. Con James Cagney, Jean Harlow, Edward Woods, Joan Blondell. Non si può negare che si tratti di un film importante, efficace e sostenuto da un buon ritmo, dato da una regia essenziale, con il gusto dell'ellissi quando serve (come dimostra l'inquadratura della mano del poliziotto ucciso durante il primo furto di Tom e compagnia). Così come, d'altra parte, non si può negare che gran parte della riuscita del film sia da attribuire alla modernissima e carismatica interpretazione di un grande, quasi istrionico, James Cagney.

ANIME IN DELIRIO (USA, 1947) di Curtis Bernhardt. Con Joan Crawford, Van Heflin, Raymond Massey, Geraldine Brooks.Nessuno è perfetto, tanto meno tra i personaggi di questo film. Che sia in delirio l'anima di Louise, la protagonista, lo si può capire fin dall'inizio, ma anche gli altri non stanno poi così bene. A meno che molte delle informazioni che ci vengono fornite non siano a loro volta filtrate dall'ottica distorta della stessa Louise. Più che un noir, "Anime in delirio" è un film psichiatrico, o quanto meno un noir psichiatrico, imparentato con certe prove hitchcockiane quali "Rebecca la prima moglie" e "La donna che visse due volte". Le atmosfere brumose, create sapientemente da Bernhardt, hanno una buona resa, così come l'ottima interpretazione di Joan Crawford e quella di Van Heflin, assai più brillante del mite contadino che interpreterà in "Quel treno per Yuma".

PORGI L'ALTRA GUANCIA (Italia, 1974) di Franco Rossi. Con Bud Spencer, Terence Hill, Jean-Pierre Aumont, Robert Loggia, Jacques Herlin. Bud Spencer e Terence Hill esportano in Sud America la teologia dello sganassone. Il film inanella alcune lunghe sequenze di scazzottate, durante le quali i due protagonisti rifiutano implicitamente - ma altrettanto chiaramente - il precetto cristiano del titolo. Eppure sono proprio i due frati - dei quali uno solo è veramente tale - a dare il miglior esempio evangelico, mettendosi dalla parte degli umili (un po' come i Gesuiti delle “riduzioni” ritratti in "Mission" di Joffé), contro gli sfruttatori e le gerarchie ecclesiastiche.

KUNG FU PANDA (USA. 2008) di Mark Osborne e John Stevenson. Questa volta la Dreamworks offre davvero un prodotto davvero incantevole, che riconcilia chiunque - grande o piccino che sia - con il mondo dei cartoni animati. Merito di Po, il panda gigante che fa l'apprendista cuoco nel ristorante del padre, ma sogna di essere un campione di kung fu. Con l'aiuto del maestro Shifu, Po saprà usare come arma, oltre alla forza dell'avversario, innanzitutto le proprie debolezze: il lardoso panzone, un appetito insopprimibile e la capacità di rimbalzare come un pallone da basket. Ma soprattutto la sua bontà ed intelligenza. Divertente.

GRAZIE NONNA (Italia, 1975) di Franco Martinelli. Con Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Enrico Simonetti, Valeria Fabrizi.Filmetto squallido ambientato nei dintorni di Pisa e che ha per protagonista, oltre al corpo della Fenech, il giovane Giusva Fioravanti, che tutti purtroppo conosciamo. Oltre a non far mai ridere, il film incorre nel gravissimo reato di confondere pericolosamente parlata e usanze pisane e livornesi, senza conoscerne il rischio. Ad esempio, entrare in un barrino di Piazza dei Miracoli a Pisa e ordinare spericolatamente "due poncini" può condurre il malcapitato a buscarsi, in contraccambio, "du' storci di 'ollo".

DIARIO SEGRETO DI UN CARCERE FEMMINILE (Italia, 1973) di Rino Di Silvestro. Con Jenny Tamburi, Anita Strindberg, Massimo Serato, Eva Czemerys, Gabriella Giorgelli, Cristina Gaioni, Bedy Moratti. Una ragazza, fidanzata con un trafficante di droga rimasto ucciso in un incidente, è arrestata come complice. Diventa così, in carcere, la preda di due clan mafiosi rivali che vogliono rispettivamente farla parlare e tacere per sempre. Una delle occasioni in cui il cinema italiano ha messo in mostra la quantità maggiore di tette e chiappe femminili. Per farlo, ha utilizzato il pretesto del film carcerario, inframmezzato da alcune scene ambientate fuori dalla prigione, allo scopo di arrivare alla durata canonica senza che gli spettatori, compresi i più incalliti pipparoli, avessero crisi di rigetto per la mercanzia così generosamente esposta (purtroppo è così: le donne del film sono messe in evidenza come quarti di bue). Il carcere del film somiglia molto da vicino ai lager nazisti, in mano com'è a una secondina lesbica e sadomasochista e a un direttore mafioso. Le donne sono belle, non c'è che dire (la mia preferita è Valeria Fabrizi), ma la credibilità sta a zero: e basti pensare all'improbabile accento siciliano cui è costretta la russo-tedesca (seppure italiana d'adozione ) Eva Czemerys.

BANDE A PART (Francia, 1964) di Jean-Luc Godard. Con Claude Brasseur, Sami Frey, Anna Karina. I tre strampalati rapinatori, pur somigliandovi, non sono "Jules e Jim" e nemmeno Bonnie & Clyde, non sono i disperati di "Rapina a mano armata", non sono "L'uomo di Rio", ma forse sono l'anello di congiunzione tra il Michel Poiccard di "Fino all'ultimo respiro" e il Pierrot le Fou del "Bandito delle undici". Un film altalenante e filosofeggiante, che ha momenti intelligenti ed altri di stanca, ma si rianima, astutamente, nel finale. Godard ci ricorda ancora una volta che stiamo guardando un film. La vita vera e il cinema su di essa abitano altrove.

IL MASCHIO E LA FEMMINA (Francia, 1966) di Jean-Luc Godard. Con Jean-Pierre Léaud, Chantal Goya, Michel Debord, Catherine-Isabelle Duport. Ai tempi delle medie, una mia compagna di scuola, la più carina della classe, mi raccontò una barzelletta, che era pressappoco così: «un gatto vede il sole e gli dice: "ciao sole!" hahaha!». Non si può avere tutto dalla vita: questa ragazzina, così come Godard, era completamente sprovvista di senso dell'umorismo. Oppure era troppo sottile, impercettibile. Nello stesso modo, Godard realizzò nel 1966 questo film senza qualità, verboso e inconcludente. Parafrasando i famosi versi di "Anarchy In The U.K." dei Sex Pistols, si potrebbe affermare che il regista francese non sa cosa dire ma sa benissimo come dirlo. Ma a me non interessa granché.

Tag: cinema

Cumulativo film 19

by sasso67 (23/01/2009 - 20:46)

Black Sheep (2006) di Jonathan King. Con Matthew Chamberlain, Daniel Mason, Peter Feeney.
Sul film in generale Dunque, finora s’erano visti cani, gatti, orsi, lupi, api, squali, piranha, barracuda, orche, piovre, alligatori, coccodrilli, rane, rospi, vermi e perfino conigli, a recitare la parte dei killer in decine di film horror. In un caso si erano visti addirittura dei pomodori assassini. Qui abbiamo agnellini genericamente modificati che si trasformano in pecore mannare. Altro che i docili animaletti che conciliano il sonno! Questo film, per farla breve, è uno splatteraccio come in America ne hanno fatti a centinaia negli ultimi venticinque anni. Il regista Jonathan King cerca di variare un po’ gli ingredienti (la pecora è uno dei pilastri dell’economia neozelandese), lanciandosi lungo la strada dalla quale era partito il Peter Jackson, pioniere dello splatter nel nuovissimo mondo, poi oscarizzato per "Il Signore degli Anelli". Che il film non sia una cosa seria si capisce dopo una decina di minuti, quando vediamo una pecora al volante di un pick-up. Prima di arrivare al finale, dove, per la prima volta sui migliori schermi, risolve tutto, incredibile a dirsi, la portentosa scorreggia di una pecora, si assiste ad ogni e qualsiasi luogo comune del genere, dai morsi contagiosi alle metamorfosi ovine, dalle fobie ancestrali all’antidoto miracoloso, fino all’inusitato (?)bacio tra il protagonista maschile e quello femminile.
Redacted (2007) di Brian De Palma.
Sul film in generale Rimessosi un po' dagli ultimi tonfi, soprattutto artistici, De Palma scopre finalmente il delitto perfetto: quello perpetrato alla luce del sole, davanti alle telecamere complici e orgogliosamente rivendicato come "esportazione della democrazia". Il cinema tutto cinereferenziale del regista americano stavolta scarta di lato e sposta l'occhio sulla televisione (la cronista araba, le immagini diffuse dalle TV degli sgozzamenti...) e sul fenomeno, ormai diffuso, dei reporter amatoriali con videocamere personali, nonché della diffusione di comunicati e immagini scioccanti, usata a scopi propagandistici sia dai terroristi che dalle "democrazie occidentali". E lo fa con una maestria che De Palma aveva abilmente nascosto, negli ultimi anni, dietro riprese inutilmente mirabolanti e sterili riferimenti al cinema del passato. Un atto coraggiosamente civile, oltre che cinematograficamente intelligente e riuscito.

Tag: cinema

"Kenji Mizoguchi"

by sasso67 (16/01/2009 - 17:54)

Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, Il Castoro, 1998, pp. 205, € 9,50
Dario Tomasi è il maggior esperto italiano vivente di cinema giapponese. E il suo "Castoro" costituisce la vera e propria Bibbia sul regista nipponico, purtroppo ancora poco conosciuto nel Mizoguchinostro paese. Il merito principale di Tomasi è quello di non focalizzare l'attenzione soltanto sui quattro grandi capolavori degli anni Cinquanta, piuttosto noti in Europa (almeno agli appassionati), ma di andare a scandagliare anche opere meno note degli anni Trenta e Quaranta, come "Le sorelle di Gion" o "La vendetta dei 47 Ronin". Sono film, anche questi, importanti e spesso all'altezza dei lavori più riusciti del regista di Tokyo. Certamente, Tomasi, da grande conoscitore di cinema, immerso nel mondo del cinema, talvolta si sofferma su elementi che potrebbero apparire quasi frutto esclusivo di pignoleria, fino a cronometrare la durata di alcuni piani-sequenza, ma ci rivela anche preziose informazioni sulla tecnica cinematografica (solo per fare un esempio, la differenza tra piano-sequenza e long take) e sul modus operandi di Mizoguchi. Viene sfatato, fra gli altri, il luogo comune secondo il quale il regista giapponese sarebbe stato una specie di maniaco del piano-sequenza, mentre invece egli ha saputo intelligentemente ed elasticamente variare, almeno a partire dai film degli anni Trenta, il montaggio classico, fatto di stacchi, con il cosiddetto "montaggio interno" all'inquadratura, costruito grazie alla profondità di campo, ai movimenti di macchina e agli spostamenti degli attori sulla scena. Tomasi si sofferma, poi, sui temi cari al regista e ricorrenti nel suo cinema, sviluppati anche grazie alla collaborazione con il prezioso sceneggiatore Yoshitaka Yoda, come la generosità di donne che si sacrificano, talvolta fino a perdere la vita o la dignità, per i loro uomini (mariti, fidanzati, figli o fratelli), molto spesso descritti come esseri gretti e formalisticamente aggrappati alle tradizioni, quasi sempre ingrati, oppure come l'ambientazione del film nel mondo ambiguo e difficile delle geisha. E Tomasi speiga la ricorrenza di queste tematiche con la biografia del regista, che da piccolo vide i genitori vendere la sorella maggiore ad una casa di geisha: e successivemante fu proprio la sorella, andata sposa ad un uomo ricco, ad aiutare molto il giovane Mizoguchi nell'avvio della propria carriera artistica.

Tag: libro,saggio,cinema

Cumulativo film 18

by sasso67 (14/01/2009 - 20:51)

Machan (2008)
Sul film in generale Basato su una storia vera, "Machan" è un filmetto simpatico ed abbastanza divertente, anche se non ha retrotesti culturali (il che potrebbe anche essere un pregio...) o messaggi da lanciare. In alcuni momenti fa ridere - presenta, tra l'altro, la più surreale partita di pallamano mai vista al cinema - ed in altri, semplicemente, ci fa conoscere un po' meglio quel mondo sconosciuto che è Colombo, la capitale dello Sri Lanka, le cui bidonville somigliano purtroppo a quelle di tutto il resto del mondo. E' stato sorprendente, almeno per me, leggere alla fine che il regista del film è un italiano. Vediamo se la prossima prova sarà all'altezza di questa.
Nella valle di Elah (2007)
Sul film in generale Speriamo che sia Obama colui che riesce a raddrizzare la bandiera di un'America che ha disperatamente bisogno d'aiuto. Non sarà facile ricominciare dopo otto anni di disastrosa amministrazione bushiana. Una volta iniziata una guerra, non si sa dove, quando e quante saranno le vittime. Questo vuol dirci il film di Haggis, che sfiora un paio di volte la retorica, ma sa evitarla grazie alla scelta intelligente del cast, dove spiccano i sobri Tommy Lee Jones e Charlize Theron (una delle migliori attrici del panorama attuale, altro che Scarlett Johansson!) nelle parti principali ed altri bravi attori, come Susan Sarandon e Jason Patric in ruoli di contorno.

Insanitarium (USA, 2008) di Jeff Buhler. Con Peter Stormare, Kiele Sanchez. Da qualche decennio non vedevo così tanto sangue al cinema (nella vita, per fortuna, non ne ho mai visto). Si tratta, in questo film, di una clinica psichiatrica dove il direttore Peter Stormare – che in "Fargo" si limitava a gramolare i complici – trasforma i matti, mediante un farmaco di sua invenzione, in cannibali assatanati di carne e sangue umani. Per la verità, ad un certo punto, uno di questi matti si pappa anche un gatto vivo, col pelo e tutto. Insomma, non si butta via niente. E vabbe’: una volta accettato che i matti sono uno più bello dell’altro, che vivono in promiscuità, che attaccano l’unica persona che può farle fuggire da quel lager (eh sì, sono proprio matti…), che una di loro è una psicopatica ninfomane con le puppe rifatte, che il personale sanitario è costituito dalle stesse tre persone in servizio 24 ore su 24, che la polizia è rappresentata da una sola stupidissima pattuglia, una volta accettato tutto questo, dicevo, allora si può allegramente assistere in maniera credula a questa folle notte dei matti viventi.

Tag: cinema

I migliori e i peggiori visti nel 2008

by sasso67 (14/01/2009 - 19:11)

I dieci migliori film che ho visto (per la prima volta) durante tutto il 2008. Ho dovuto escludere qualche bel film, ma, del resto, quando si fa una classifica è sempre così. Per quanto riguarda i peggiori, l'imbarazzo della scelta è stato ancora maggiore, poiché film orripilanti che ho visto sono un numero quasi incalcolabile. E giuro che li ho visti tutti, dall'inizio alla fine. E sono anche davvero brutti, anche se un paio sono considerati, dalla critica, quasi capolavori: forse anche per questo, mi ci sono accanito di più.

I migliori (in ordine casuale):
  1. L'intendente Sanshô (K. Mizoguchi);
  2. Che la festa cominci... (B. Tavernier);
  3. Il divo (P. Sorrentino);
  4. La città nuda (J. Dassin);
  5. Andrej Rublëv (A. Tarkovskij);
  6. Onibaba (K. Shindo);
  7. Aparajito (S. Ray);
  8. Inland Empire (D. Lynch);
  9. Falso movimento (W. Wenders).
  10. Le vite degli altri (F. Henckel von Donnersmarck).
I peggiori:

  1. I Viceré (R. Faenza);
  2. La carbonara (L. Magni);
  3. Quando le donne si chiamavano madonne (A. Grimaldi);
  4. Centochiodi (E. Olmi);
  5. Geppo il folle (A. Celentano);
  6. L'assassino è ancora tra noi (C. Teti);
  7. Due o tre cose che so di lei (J.-L. Godard);
  8. Vacanze di Natale '91 (E. Oldoini);
  9. Ti amo in tutte le lingue del mondo (L. Pieraccioni);
  10. Fuochi d'artificio (L. Pieraccioni).

Tag: cinema

Cumulativo film 17

by sasso67 (27/12/2008 - 20:35)

CALAMO (Italia, 1976) di Massimo Pirri. Con Lino Capolicchio, Paola Montenero, Valeria Moriconi, Aldo Reggiani, Paola Senatore. Un giovane borghese che studia in collegio è diviso tra l'attrazione per la disinibita sorellastra e la vocazione sacerdotale. Quando conosce un gruppo di hippie, abbraccia la causa della rivoluzione sociale e sessuale, innamorandosi di una delle ragazze del gruppo. Velleitarismo tipicamente anni Settanta, condito di dialoghi verbosi e, alla fin fine, poco interessanti. Pirri dichiarava che la fonte d'ispirazione di questo film era stato Buñuel, ma al tirar delle somme "Càlamo" ricorda il Godard più inconcludente. Buñuel era di un altro pianeta. Grande esibizione di nudismo di Paola Montenero, all'epoca compagna del regista, uno dei tanti cineasti di scarso valore che hanno affollato il cinema italiano negli anni Settanta, contribuendo alla decadenza del nostro cinema nella considerazione internazionale. Cosa ci faccia un'attrice di valore come Valeria Moriconi in un pastrocchio simile è del tutto incomprensibile.

Ultima notte a Warlock (USA, 1959) di Edward Dmytryk. Con Henry Fonda, Richard Widmark, Anthony Quinn, Dorothy Malone. Un western abbastanza classico, ma con qualche personaggio un po' fuori posto, rispetto alle caselle costruite dalla tradizione del genere. Henry Fonda, per esempio, esce dagli schemi dell'eroe senza macchia e senza paura, per abbracciare in Ultima notte a Warlock il personaggio di un uomo cinico ed attratto dal denaro, ma con un suo ideale di giustizia e profondamente legato al sentimento dell'amicizia. Così come Anthony Quinn, che di questo sentimento ha una concezione distorta e, per certi versi, morbosa. Richard Widmark è invece il "cattivo" che si converte al bene, anch'egli con un fondamento di giustizia e di umanità nell'animo. Un animo che spesso questi personaggi non riescono a leggere nel profondo: quando Clay (Fonda) salva dal linciaggio il fratello di Johnny (Widmark), chiuso in prigione, quest'ultimo non sa spiegarsene la ragione. Nell'andamento della trama e nel comportamento dei personaggi non si può non intravedere, in filigrana, un riferimento alle vicende che avevano coinvolto Dmytryk durante il periodo del Maccartismo (i tradimenti, i tentativi di linciaggio, i tranelli...), quando il regista d'origine ucraina era prima fuggito in Inghilterra, ma poi, per rientrare negli Stati Uniti, aveva dovuto accettare di denunciare alcuni colleghi del mondo del cinema. Buono.

Il diario di Bridget Jones (GB, 2001) di Sharon McGuire. Con Renée Zellweger, Hugh Grant, Colin Firth, Jim Broadbent. Che cazzata Bridget Jones! Interessante come se io mi mettessi a raccontare una mia giornata tipo, dalla rasatura della mattina all'ultima pisciatina della sera, girato con stile ruffiano e anonimo, condito da una collezione di canzoncine da festa di laurea e da cd confezionato come strenna natalizia, "Il diario di Bridget Jones" è un'improbabile trionfo dello spirito di patata. E non si può neanche dare la colpa alla Zellweger, che ce la mette tutta pur di farlo funzionare. Nonostante i soldi costati e la confezione extralusso, il patetico non commuove, il comico non fa ridere, la storia è improbabile, ed è davvero arduo palpitare per questa zitella senza qualità (a meno che non siano tali il fumare cinquanta sigarette al giorno o abusare di bevande alcoliche) che prima se la fa con il proprio capufficio e poi si fidanza con un affascinante avvocatone di grido. Se è vero che tutte le donne single del pianeta si sono identificate in Bridget Jones, allora tutti i maschi single possono tranquillamente prendere a loro modello Ciccio di Nonna Papera. Che Dio ce la mandi buona.

Criminali da strapazzo (USA, 2000) di Woody Allen. Con Woody Allen, Tracey Ullman, Hugh Grant, Elaine May. Provaci ancora, Woody. Allen sembra resuscitare il personaggio di "Prendi i soldi e scappa" che, anche se con più anni addosso, non ha perduto la volontà di provare ancora un ultimo colpo. Certo, l'aria di fallimento definitivo è più presente che in precedenza e a Ray Winkler non resta che ripiegare - e non è poco - sugli affetti familiari. Nella seconda parte di "Criminali da strapazzo", sulla colonna della trama principale si innesta una specie di satira dell'ignoranza dei nuovi ricchi, che utilizza meccanismi comici alla "Nata ieri" o "My Fair Lady", che, con qualche scenetta sapida, ribalta il personaggio di intellettuale proposto dal regista nei suoi film degli anni Settanta: qui Woody non filosofeggia di Marshall McLuhan, ma, al museo ammira le cornici anziché i dipinti e al teatro giapponese se la dorme della grossa. Comunque, che si tratti del Virgil Starkwell di "Prendi i soldi e scappa" invecchiato, oppure di un altro aspetto del Woody ritrattosi nei suoi film degli ultimi anni, quando Allen esplora il suo lato comico funziona assai meglio che negli esperimenti pseudo e post bergmaniani. Non ci si sbellica dalle risate, ma il filmetto ha momenti simpatici e divertenti.

Le donne della notte (Giappone, 1948) di Kenji Mizoguchi.Con Kinuyo Tanaka, Sanae Takasugi, Hiroshi Aoyama, Fusako Maki."Tutte le donne che saranno sorprese in questo quartiere a camminare di notte saranno considerate come prostitute ed arrestate" avverte il cartello posto all'ingresso del quartiere del cosiddetto "piacere" di Osaka. Le donne della notteQuesto sarà il destino delle tre protagoniste del film, donne nel Giappone del dopobomba, destinate ad essere schiacciate dalla modernizzazione. La loro sembra una pulsione all'autodistruzione, perché tutti sanno - loro per prime - che le donne del nuovo Giappone dovranno essere diverse: dovranno sapersi emancipare e lottare per il proprio futuro, anziché abbandonarsi alla protezione di un uomo più o meno ricco, o annullarsi e degradarsi in una vita di prostituzione che può condurre soltanto ad una vita di miserie, malattie ed aborti. Mizoguchi comincia a raccontarci questa storia moderna (i suoi capolavori più noti sono tutti film in costume) con stile neorealista, simile a quello dei coevi film di Kurosawa come "Cane randagio" e "L'angelo ubriaco", ma non disdegna mai di contaminarlo con elementi provenienti dall'espressionismo, accentuati da primi piani o costruzioni geometriche dell'inquadratura, che spesso riescono a descrivere bene l'impotenza dei personaggi rispetto al compito che si sentono affidato. In altri momenti il regista inserisce nel film elementi provenienti dal cinema americano, come un montaggio spesso serrato (nei film più famosi diMizoguchi c'è invece una prevalenza del piano sequenza, o comunque dell'inquadratura senza stacchi) o un linguaggio, nei dialoghi, talmente libero che sarebbe stato impensabile in un contemporaneo film italiano. Non mancano le scene di violenza più che accennato e talvolta sadica, come la fustigazione finale di Husako, anche se la scena di violenza sessuale subita dalla giovane Kumiko è stata pudicamente lasciata dietro a uno scaffale della squallida stanza di una bettola. Il regista, anche per le vicende personali (per difficoltà economiche, i genitori vendettero sua sorella a una casa di geisha) rivolge, con questo film, un appello alle donne giapponesi (suoi personaggi prediletti), perché rifiutino il ruolo subalterno che la società nipponica ha loro attribuito attraverso i secoli, ma dà anche un giudizio nettamente negativo sul mondo maschile, salvo poche eccezioni (come il medico del centro di recupero delle prostitute) meschino e vigliaccamente teso allo sfruttamento delle donne, rimaste abbandonate dalla carneficina di uomini che era stata la guerra iniziata con Pearl Harbor. La difficoltà di trovare un finale plausibile, che non fosse semplicemente edificante, influenza un po' il giudizio complessivo sul film, che è comunque riuscito, nonostante che Mizoguchi si trovi più a suo agio tra i kimono delle epoche passate.

L’ombra del passato (USA, 1945) di Edward Dmytryk. Con Dick Powell, Claire Trevor, Anne Shirley, Otto Kruger, Mike Mazurki.Trama intricatissima, per non dire scombiccherata, come in ogni noir chandleriano che si rispetti, il film di Dmytryk precede "Il grande sonno" diHawks e mi sembra realizzato con maggior cura. Mentre Hawks punta molto sul fascino di Bogart, Dmytryk prova la via più scanzonata di Dick Powell, che le prende senza fare troppe storie. I film da Chandler sono così: storie in cui le pistole passano vorticosamente di mano e le donne baciano un attimo prima di sparare. Prendere o lasciare.

Due o tre cose che so di lei (Francia, 1966) di Jean-Luc Godard. Con Marina Vlady, Annie Duperey, Roger Montsoret.Secondo me Godard è uno dei registi più sopravvalutati dalla critica, nonostante che abbia quasi sempre manifestato, con i suoi film, un totale disprezzo per il pubblico. I suoi film, compreso questo "Due o tre cose che so di lei" è un film di nicchia o, come direbbe Checco Zalone, "di micchia". E' assolutamente inguardabile ed insopportabile e se quarant'anni fa poteva avere un suo significato, oggi appare un oggetto indefinibile, che comunque ha poco a che vedere con il cinema.

La fiamma del peccato (USA, 1944) di Billy Wilder. Con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck, Edward G. Robinson. La scrittura criptica di Chandler si ammorbidisce al contatto con quella di un regista proveniente dalla commedia (era stato assistente diLubitsch) come Billy Wilder, qui al suo primo capolavoro. "Double indemnity" è un noir da inserire nell'antologia del genere, con un inizio che, come successivamente "Viale del tramonto", mette lo spettatore subito al contatto con un delitto già avvenuto, che verrà narrato tutto in flashback. Una struttura con pochi personaggi, ma dalle mille possibilità narrative, sfrutta uno schema simile a quello del postino che suona sempre due volte (anche questo film, come quello diGarnett, deriva da un romanzo di James M. Cain). Messa a punto una sceneggiatura di ferro, Wilder e l'operatore John F. Seitz lavorano con campi e controcampi, per suggerire allo spettatore i possibili e probabili sviluppi della vicenda (il vecchio Dietrichson è da subito descritto come la vittima designata). Il regista galiziano si dimostra sapientissimo nello scegliere e nel dirigere gli attori, tra i quali si segnalano, più del perticone Fred MacMurray, l'ineguagliabile Edward G. Robinson e una dark lady archetipica comeBarbara Stanwyck.

Il bandito senza nome (USA, 1946) di Joseph L. Mankiewicz.Con John Hodiak, Nancy Guild, Richard Conte, Lloyd Nolan. Ferito alla testa nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, George Taylor perde la memoria ed è come un uomo nuovo. Anzi, è proprio un uomo nuovo. Non sa quale fosse la sua vita prima dell'arruolamento nell'esercito, ma piano piano comincia a nutrire sospetti che quella non fosse propriamente casa e chiesa. Per capirci qualcosa, dovrà cominciare una specie di odissea tra locali notturni, cliniche psichiatriche e angiporti e dovrà guardarsi le spalle dal fantomatico criminale Larry Cravet. Ottimo noir diretto, alla sua esperienza registica, daMankiewicz, sfruttando un copione nel quale aveva messo le mani anche l'attoreLee Strasberg. Il film ha le atmosfere giuste, un inizio inquietante che sembra anticipare, all'inizio, la situazione tragica del soldato mutilato di "E Johnny prese il fucile", ma poi vira decisamente sul noir classico, con sullo sfondo lo spaesamento del reduce di guerra, e con intorno una corte dei miracoli, rappresentata dall'astrusa banda del cartomante Anzelmo. Non disprezzabile la prestazione di Hodiak, morto a soli 44 anni nel 1955

Fragola e cioccolato (Cuba, 1993) di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío. Con Jorge Perugorría, Vladimir Cruz, Mirta Ibarra, Francisco Gattorno. "La rivoluzione non passa per il buco del culo!" esclama a un certo punto uno dei personaggi, per stigmatizzare l'amicizia del protagonista, David, con un noto professore omosessuale. E' anche vero, però, che un altro personaggio del film afferma, forse a ragione, che Cuba è trattata dal resto mondo (o almeno dall'Occidente, visto che l'azione del film si svolge nel 1979) come nell'isola caraibica sono trattati gli omosessuali, nervo scoperto di quasi tutti i regimi moderni che non facciano della democrazia propriamente il loro cavallo di battaglia. E quindi, se come dice un murale che si vede nel film, la cui firma è la più autorevole che si possa avere a Cuba (quella di Fidel, naturalmente), "Patria es vivir", perché non lasciar vivere chi non aderisce all'ideale dominante di tutta l'America Latina, che non è né il marxismo né il cristianesimo, ma il machismo? Tutte queste cose il film di Alea e Tabío ce le dice con qualche ingenuità nel racconto, ma con l'idea di non nascondere la realtà cubana, nel bene e nel male: come ricorda il personaggio David (che rappresenta il punto di vista dello spettatore medio), i figli di contadini come lui non avrebbero mai potuto frequentare l'università, senza la rivoluzione. E se per gli ideali egualitari proclamati da Castro e i suoi barbudos c'è ancora tanto da fare, per comprendere bene cosa abbia significato la rivoluzione cubana di cinquant'anni fa, bisogna anche comprendere una realtà storica, politica ed anche geografica così diversa dalla nostra.

Tag: cinema

Cumulativo film 16

by sasso67 (21/12/2008 - 19:30)

Luna rossa (Italia, 2001) di Antonio Capuano. Con Toni Servillo, Licia Maglietta, Italo Celoro, Antonino Iuorio, Domenico Balsamo, Carlo Cecchi, Angela Pagano. Appunti per un'Orestiade napoletana. Il film di Capuano ha momenti interessanti, ma nel complesso zoppica parecchio. Alcuni personaggi sono abbastanza credibili, anche se soprattutto grazie alle interpretazioni di attori come Toni Servillo, Carlo Cecchi, Antonino Iuorio e Italo Celoro (quest'ultimo un padrino viscido e infido). L'insieme, comunque, sta appiccicato con la Coccoina, e non convince per le inevitabili forzature che comportava comprimere la tragedia greca nelle odierne vicende di una famiglia camorristica. Forse le faide interne alla famiglia Cammarano dovevano alludere alle guerre di camorra che da decenni si susseguono in Campania per il controllo del territorio, ma anche qui l'intenzione di Capuano si scontra con forzature drammatiche ed eccessi di grottesco, come testimonia l'interpretazione, ai limiti del trash, di una Licia Maglietta costretta a cambiare parrucca ad ogni sequenza per accreditare l'immagine di leziosa e spietata maliarda del suo personaggio.

Mi ricordo, sì io mi ricordo… (Italia, 1997) di Anna Maria Tatò. Con Marcello Mastroianni. Sì, certo, Mastroianni dice anche qualche banalità, specialmente nella versione lunga di questo film che raccoglie gli ultimi momenti di un grandissimo attore. Che, pur non essendo truccato (anzi, mettendo in mostra anche i suoi acciacchi), recita, come al solito, da par suo. Il film, comunque, cattura, per la sincerità che Mastroianni mette in campo, parlando alla macchina da presa come a un confidente, al quale ormai non vale la pena di nascondere più niente. E si toccano vertici d'emozione quando l'argomento sono i genitori o il fratello (bellissimo l'episodio in cui, commentando Scipione detto anche l'Africano, nel quale Marcello e Ruggero Mastroiannirecitarono insieme, la mamma, rivolgendosi al primo disse "Tu sei stato bravissimo, come al solito... però il roscetto è stato più bravo di te"), oppure gli amici di una vita, da Fellini a Ferreri a Elio Petri. Un commovente addio ad un amico di tantissimi film vissuti insieme. Da preferire la versione breve: in quella lunga la Tatò indulge troppo a spezzoni tratti da troppi film più che noti.

La dea dell’amore (USA, 1995) di Woody Allen. Con Woody Allen, Mira Sorvino, Helena Bonham-Carter, F. Murray Abraham, Jack Warden. Sì, certo, qualche battuta divertente c'è sicuramente, oltre a qualche rimasticatura di vecchie battute (come quella del "chi comanda tu o la mamma?") già inserite in film e libri alleniani di alcuni anni fa. Ma questo film è roba vecchia, come un bambino che nasce con la pelle già grinzosa e incartapecorita. Da innamorato del Woody Allen che fu, ho la paura, il terrore, anzi la lucida consapevolezza che QUEL Woody Allen non tornerà mai più. Quello, dico, che va da Prendi i soldi e scappa fino a Manhattan, con l'ultimo lampo di genio di Zelig e una propaggine in Broadway Danny Rose. Quanto alla "trovata" del coro greco, mi sa molto di farsa liceale, con battute del genere: "E tu non fare la Cassandra!" "Ma io sono Cassandra!". Vabbe', qualche altra battuta funziona, come quella su Edipo che "ha ammazzato suo padre, ha copulato con sua madre e ha dato vita ad una professione che chiede 200 dollari a seduta", però l'insieme, con un personaggio irreale di prostituta pornoattrice, che parla con la voce di un cartone animato per bambini decerebrati, che alla fine trova un vero e proprio principe azzurro. Bravo davvero, Woody!

Ovoce stromu rajských jíme [= Frutto del Paradiso] (Cecoslovacchia, 1970) di Vera Chytilova. Con Karel Novak, Jitka Novákova, Jan Schmid. La LEGGENDA (nota bene il maiuscolo) di Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden, rivisitato da una delle più importanti esponenti della nuova ondata cecoslovacca, con modi che rimandano a una miriade di modelli diversi, tanti da risultare, presi tutti assieme, in uno stile assolutamente personale. L'impronunciabileOvoce ecc. sembra contemporaneamente un film muto e sonoro, infantile e smaliziato, comico e tragico, pesante e leggerissimo. Sembra Buñuel incrociato agli innamorati diPeynet, messi in scena dallo scrittore Hrabal con l'aiuto dell'illustratore Ales Jiranek. Un'esperienza straniante che non ci è mai stato concesso di vedere in Italia.

L’ultimo re di Scozia (USA, 2006) di Kevin Madonald. Con Forest Whitaker, James McAvoy, Gillian Anderson, Simon McBurney. Quello dell'Ultimo re di Scozia era uno sfondo storico che poteva dare molto in un film. Mi sembra che, purtroppo, Macdonald e il suo cosceneggiatore non abbiano saputo sfruttare pienamente il potenziale del film, che tuttavia regge la tensione fino alla fine, ha qualche momento di forte tensione, qualche altro che spinge a distogliere lo sguardo (come nell'atroce citazione dell'Uomo chiamato cavallo) e talvolta sfrutta qualche stereotipo di troppo. Però mi pare che sia resa bene l'atmosfera delle giovani nazioni africane negli anni Settanta, quando sembrava che questi paesi, appena riacquistata la propria libertà dal dominio coloniale, avessero potenzialità grandissime, tutte puntualmente sperperate dai vari tirannelli messi là per curare grettamente gli interessi dei paesi degli altri continenti (capitalisti o comunisti che fossero). Il personaggio di Idi Amin mette bene a fuoco la natura di apprendisti stregoni di certi paesi colonialisti, tra i quali ha certamente primeggiato la Perfida Albione, che si è tirata su questi boiaccia assetati di sangue finché le hanno fatto comodo e poi li ha mollati ai primi accenni di una follia che era ben visibile fin dall'inizio di queste dittature (oltre ad Amin, basti pensare al folle Bokassa). Uno dei pregi del film è sicuramente costituito dalla fotografia di Anthony Dod Mantle; all'attivo stanno anche una colonna sonora ben giostrata (molto bella una versione live di "Me and Bobby McGee" che fu di Janis Joplin) e l'interpretazione di Forest Whitaker. Come i cavoli a merenda invece la presenza di Gillian Armstrong.

La neve nel bicchiere (Italia, 1984) di Florestano Vancini. Con Massimo Ghini, Anna Teresa Rossini, Ivano Marescotti, Antonia Piazza, Luigi Mezzanotte, Teresa Ricci. Il film di Vancini dimostra come il buonismo sia nato molto prima che Veltroni assumesse la leadership - per così dire - intellettuale della sinistra italiana. Lo stile del film è abbastanza piattamente televisivo e, pur ispirato a un cattolicesimo vagamente manzoniano (che risente dell'Albero degli zoccoli) e di un socialismo, derivato sì da "Novecento", ma più terragno e meno arrabbiato, offre pochi palpiti, la maggior parte dei quali nella scena, commovente, in cui la postina consegna il telegramma che annuncia la morte in guerra di Ligio, il fratello di Venanzio, il personaggio principale. Rimane, così, un po' annacquato, anche a causa della banalità della maggior parte dei dialoghi, il messaggio principale del film, che non è legato soltanto alle tematiche dello sfruttamento rurale o ai buoni sentimenti del tempo che fu, ma soprattutto alle possibilità di libertà che offriva la vita di campagna. I casolari della Bassa Padana si aprivano su scorci brulli ma pressoché sterminati: il comprensibile e inevitabile anelare dell'uomo ad una vita più comoda (quella degli scariolanti e dei braccianti era veramente insopportabile) l'ha portato, piano piano all'inurbamento, che ha comportato il rinchiudersi negli spazi, spesso angusti, delle città. Il finale amaro del film suggella questa morale da riflessione postindustriale, ma nonostante la bravura di un giovane Massimo Ghini, tutto il discorso rischia di restare offuscato nella mediocrità della messinscena.

Le vie del Signore sono finite (Italia, 1987) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi, Jo Champa, Massimo Bonetti, Marco Messeri, Enzo Cannavale, Clelia Rondinella. La fragilità della costruzione drammatica e la difficoltà di trovare un finale appena plausibile non possono condurre a concludere che il quarto film di Troisi (venuto dopo la collaborazione con Benigni per Non ci resta che piangere) sia poco riuscito. Secondo me Troisi era soprattutto uno scrittore e un recitatore di monologhi comici, per i quali aveva bisogno di una spalla che gli desse semplicemente il la. Ci voleva una semplice battuta che lo mettesse in imbarazzo o lo irritasse, perché il comico partisse per la tangente, con discorsi deliranti, una sorta di flusso di coscienza verbale che buttava fuori ogni ragionamento che gli passava per la testa, con una sorta di autodialogo napoletanamente teso a prevenire le possibili obiezioni di un interlocutore spesso muto e talvolta addirittura inesistente. Sì, forse questo è il film più debole della scarna filmografia di Troisi, ma non le definirei un film mediocre in assoluto. C'è l'idea di ricreare un mondo provinciale che sembra partire dalle idee freudiane filtrate attraverso La coscienza di Zeno: ed infatti quasi tutti i personaggi del film soffrono di turbe psichiche o complessi gravi. Complessato è sicuramente Camillo, che somatizza talmente la rottura con Vittoria da rimanere paralizzato alle gambe; ma non sta molto bene di testa neanche Leone, suo fratello, che legge avidamente "Il corrierino dei piccoli" ed è morbosamente legato a Camillo; per non dire di Orlando, paralitico vero e rassegnato ad una vita dasolitario a causa della sua menomazione, tanto da trovare una sorta di riscatto nell'adesione al Partito Fascista. Qui è poco sviluppato il personaggio femminile, nebuloso e confuso, drammaturgicamente immaturo (molto meglio Troisi saprà fare nel suo ultimo film con il personaggio di Francesca Neri), ma neanche ciò può offuscare quanto Troisi ha saputo fare, in questo film, con monologhi surreali e divertenti, solo per fare un paio d'esempi, sugli psicosomatici e sulla poesia ("...deve raccontare una storia, una guerra, una battaglia..."). Buono.

The Grudge (USA, 2004) di Takashi Shimizu. Con Sarah Michelle Gellar, Bill Pullman, Jason Behr, William Mapother, Clea DuVall, Rosa Blasi, Yuya Ozeki. Ho l'impressione che ci sia rimasto ben poco da inventare nel campo del cinema horror. E' una conclusione che viene spontanea dopo la visione di The Grudge di Shimizu, che saccheggia spudoratamente la storia del genere: chiunque può buttare lì titoli a caso, che tanto non sono sbagliati; a me sono venuti in mente "Profondo rosso" e tutta la filmografia argentiana, Shining, Suspense, Amityville Horror, La casa, ma c'è perfino il ricorso allo stereotipo ultra abusato del gatto nero che risale quanto meno a Edgar Allan Poe, per non parlare di altri luoghi comuni come corridoi vuoti di grandi strutture, scale e ascensori, la città deserta (Tokyo: ma figuriamoci!). Insomma, un post horror di questo genere, di produzione incongruamente nippoamericana, sembra fatto apposta per sancire definitivamente la morte del cinema del terrore come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e per metterci sopra una bella pietra tombale. Un cast di inespressive mezze calzette completa degnamente l'opera di un regista preciso come un orologiaio svizzero nel confezionare il niente assoluto.

Tag: cinema

Cumulativo film 15

by sasso67 (21/12/2008 - 19:07)

Fico d’India (Italia, 1980) di Steno. Con Renato Pozzetto, Aldo Maccione, Gloria Guida, Diego Abatantuono.

Questa boiata strappa due risate di numero. E non è merito diMaccione.

La gorilla (Italia, 1982) di Romolo Guerrieri. Con Lory Del Santo, Tullio Solenghi, Gianfranco D’Angelo, Giorgio Bracardi.

Quando entra in scena Giorgio Bracardi, anche se i suoi personaggi non hanno niente a che vedere con la "trama" del "film", la situazione si risolleva di un pelino. Per il resto, parole come "sceneggiatura", "regia", "recitazione" sono arcani misteriosi per gli autori di questa grottesca parodia di film, che riesce a far sembrare capolavori incommensurabili tutte le opere di Tanio Boccia.

Le soldatesse (Italia, 1966) di Valerio Zurlini. Con Tomas Milian, Mario Adorf, Anna Karina, Marie Laforêt, Lea Massari, Valeria Moriconi.

Diciamocelo chiaro e tondo: gli italiani non sono (stati) brava gente. In Jugoslavia, in Albania, in Grecia, ne hanno combinate di tutti i colori. Forse non quante ne hanno fatte i tedeschi, ma è soprattutto una questione d'organizzazione. Qui Zurlini ce lo fa vedere, in un film ben girato sulle stradicciole di montagna dell'ex Jugoslavia, che simulano quelle analoghe dei monti greci. E nelle sequenze ambientate tra le montagne c'è la parte migliore del film, che sembra derivare direttamente da Ombre rosse di Ford, con la diligenza (un camion con a bordo alcune prostitute greche, due soldati del regio esercito e un ufficiale della milizia fascista) minacciata dai partigiani/pellerossa che potrebbero sbucare all'improvviso dalle creste rocciose. Per il resto, il film di Zurlini indulge un po' troppo al romanzesco e al patetico, con un gruppo di prostitute volontarie d'inaudita pudicizia e che parla con la lingua forbita di un Omero o di un Esiodo. E però, negli sguardi taglienti e freddi di Eftikia (Marie Laforêt) c'è tutto l'odio che un popolo schiavizzato e oltraggiato ha verso l'invasore, il quale ha pure l'ardire di definire "traditori" coloro che combattono eroicamente per la libertà della propria terra. Il maggior merito di Zurlini è proprio quello di avere sollevato, a distanza di vent'anni dai fatti, il velo dell'oblio da una delle pagine più vergognose della storia italiana.

Cattiva (Italia, 1991) di Carlo Lizzani. Con Giuliana De Sio, Julian Sands, Erland Josephson, Milena Vukotic.

Cattiva, in questo film, è indubbiamente la regia. E dispiace dirlo, trattandosi di un film dell'altrove valoroso Lizzani. Il difetto, come quasi sempre accade, è nel manico. Prima ancora che nella sceneggiatura, nell'idea stessa di trasporre in film un testo semiscientifico, come la narrazione di un caso clinico, capitato al giovane professor Gustav Jung a Zurigo. E' più che difficile trarre una storia narrativamente interessante da una materia simile, e questo nonostante la buona volontà di tutti coloro che hanno collaborato al progetto. Peraltro, scegliere per la parte di comprimario, nel ruolo del giovane psicanalista un attore gnocco come Julian Sands significa volersi fare davvero del male; mentre non è condivisiibile la critica secondo cui si sarebbe trattato di un "veicolo" per Giuliana De Sio: al contrario, mi sembra che l'attrice napoletana fosse forse l'unica, almeno all'epoca, in grado di sostenere con credibilità una parte così difficile. Un'occasione mancata.

Pensavo fosse amore invece era un calesse (Italia, 1991) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi, Francesca Neri, Angelo Orlando, Marco Messeri.

La prima volta che lo vidi non mi piacque, ma devo ammettere che a distanza di circa quindici anni, posso tranquillamente rivedere il mio giudizio al rialzo. Benché resti sempre difficile ingabbiare il talento comico del regista in una trama sentimentale, specialmente dopo che storie d'amore a fine poco lieto siano state proposte, negli ultimi trent'anni, nelle salse più svariate, Pensavo fosse amore... funziona soprattutto dal lato comico. E infatti, secondo me, Troisi resta soprattutto un grande comico che, come tutti i suoi colleghi di talento (basti pensare a Chaplin o a Benigni, per citare solta due tra i più dotati), confina spesso con il poeta. Anche il discorso sull'amore, tuttavia, funziona. Pur senza andare a cercare filosofie spicciole ("l'uomo e la donna sono le persone meno adatte a sposarsi"), Troisirende con questo film una sua idea di delusione amorosa, poiché si spera sempre in qualcosa di forte e duraturo, che però, spesso, si rivela fragile come una carrozzella, che una pietra o una buca della strada possono rompere in modo irrimediabile. Grazie a qualche accenno intelligente ed azzeccato (l'amico religioso, il riferimento alla chimica goethiana delle Affinità elettive, l'accenno all'inveterata scaramanzia napoletana), preferisco ricordare Troisi come l'autore/interprete di questo film, piuttosto che del sopravvalutatoPostino.

E venne il giorno dei limoni neri (Italia, 1970) di Camillo Bazzoni. Con Antonio Sabàto, Florinda Bolkan, Peter Carsten, Silvano Tranquilli, Don Backy.

Un film d'impianto realistico, anche se qualche scelta di sceneggiatura sembra trasportare questa storia di mafia nel campo del western: la sequenza finale sa un po' troppo di sfida all'O.K. Corral. Eppure, nonostante la legnosità del protagonista, di un Don Backy da Santa Croce sull'Arno che parla siciliano con la voce di Oreste Lionello, di iniziazioni mafiose da opera buffa, il film ha qualche pregio, primo fra tutti quello di presentare un'organizzazione in cui i picciotti armati non sono che l'ultima rotella dell'ingranaggio, mentre insospettabili imprenditori sono quelli che tirano le fila della situazione. Ma non ultimo pregio è anche quello di dimostrare l'abilità di bazzoni in certe scelte tecniche e nella capacità di non privilegiare soltanto l'azione a completo discapito delle psicologie dei personaggi. Se poi, al posto di Sabàto, ci fosse stato Ermete Zacconi sarebbe stato ancora meglio...

La polizia è al servizio del cittadino? (Italia, 1973) di Romolo Guerrieri. Con Enrico Maria Salerno, Daniel Gélin, Giuseppe Pambieri, John Steiner, Venantino Venantini, Enzo Liberti, Alessandro Momo.

Uno dei film più significativi del genere polizi(ott)esco, non foss'altro per la domanda contenuta nel titolo, indicativo di un clima che si respirava in Italia a metà degli anni Settanta. La serietà dell'operazione si vede già dal primo nome nel cast, quello di Enrico Maria Salerno. La sua figura di poliziotto problematico - separato dalla moglie, con un figlio antagonista della polizia, senza donne, completamente dedito al lavoro, sfiduciato del sistema giudiziario italiano - è già emblematica: e colpisce soprattutto il suo desiderio di paternità, sfogato soprattutto con il sottoposto fedifrago Pambieripiuttosto che con il figlio di sangue Momo, che rifiuta per assioma il principio d'autorità. L'ambientazione genovese è un punto di forza del film.

Tag: cinema

Cumulativo film 14

by sasso67 (14/12/2008 - 01:14)

Laissez-passer (Francia/Germania/Spagna, 2001) di Bertrand Tavernier. Con Jacques Gamblin (Jean Devaivre), Denis Podalydès (Jean Aurenche), Marie Desgranges (Simone Devaivre), Philippe Morier-Genoud (Maurice Tourneur).

Laissez passer significa lasciapassare, ma anche un invito far eduardianamente passare "'a nuttata" del nazismo. Nuttata che cadde, nel 1940, anche sul mondo del cinema francese, il quale reagì in mille maniere diverse, secondo le mille personalità diverse dei suoi esponenti. Tavernier ci racconta in quasi tre ore di film questi diversi modi, prendendone a paradigma due, quello del regista Devaivre che obtorto collo collaborò con la casa di produzione controllata dai Nazisti Continental, e quello dello sceneggiatore Jean Aurenche, che rifiuto sempre la collaborazione con gli occupanti, pur cercando di continuare a lavorare. Un po' troppo lungo, anche poco appassionante, il film di Tavernier si accende sul finale e, almeno in questa parte, riesce a coinvolgere lo spettatore.

La moglie del prete (Italia, 1971) di Dino Risi. Con Sophia Loren (Valeria Billi), Marcello Mastroianni (don Mario Carlesi), Venantino Venantini (Maurizio), Giuseppe Maffioli (Davide, lo spretato), Dana Ghia (Lucia), Miranda Campa (la madre di Valeria), Pippo Starnazza (il padre di Valeria), Gino Cavalieri (don Filippo), Jacques Stany (Jimmy Guitar).

Dino Risi era un regista furbissimo: qui trae un film da una materia che per altri sarebbe stata appena sufficiente per farci un episodio. Mentre per molti il film arranca dalla metà in avanti, secondo me è proprio la prima parte quella meno riuscita, con quell'inizio che non sta né in cielo né in terra dove la Loren si trasforma in Remi Julienne per inseguire l'amante fedifrago Venantino Venantini. Anche la parte del corteggiamento non è granché, ma il film mette a segno qualche unghiata e qualche battuta riuscita, ed in alcuni momenti è perfino commovente, almeno nella figura dello spretato, interpretato con partecipazione da Giuseppe Maffioli. Non ci si poteva certo aspettare un discorso serio sul celibato ecclesiastico da un film di Risi, ma il peggio è la presenza di una Lorenche pare appena uscita da una beauty farm californiana e c'entra come i cavoli a merenda. E la morale è sempre la stessa: i più furbissimi assai di tutti sono sempre i preti.

 

L'intendente Sansho (Giappone, 1954) di Kenji Mizoguchi.  Con Kinuyo Tanaka (Tamaki), Yoshiaki Hanayagi (Zushiô), Kyôko Kagava (Anju), Eitarô Shindô (l’intendente Sanshô), Akitake Kôno (Taro), Masao Shimizu (Masauji Taira), Ken Mitsuda (il Primo Ministro Fujiwara).

Nel medio evo giapponese, un governatore viene esiliato perché ha parteggiato per i contadini. Anche la sua famiglia dovrà tornarsene ai luoghi d'origine. Ma durante il viaggio la moglie e i figli sono rapiti e venduti come schiavi: lotteranno per tutta la vita per potersi ritrovare.

Perché un film intitolato all'intendente Sanshô, che non è certo il personaggio principale della storia che Mizoguchi ci viene a raccontare? Perché, secondo me, l'intendente Sanshô rappresenta il male che l'uomo deve affrontare nella vita, l'ostacolo al Bene, il lato oscuro da superare per raggiungere la beatitudine cui anela ogni seguace del Budda. L'intendente cerca di tenerci prigionieri, di educarci con le buone o con le cattive (più spesso con le cattive) a seguire il suo cattivo esempio, è quello che tenta di traviare suo figlio Taro o che sta per avere il sopravvento sul fragile animo di Zushio, o che tenta perfino di opporsi all'autorità imperiale. Eppure basta un semplice atto di volontà per uscire dai suoi recinti, magari con l'aiuto della fede (è proprio Taro, fuggito da casa e diventato monaco, ad aiutare Zushio nella sua fuga). A mio parere meno intenso, almeno all'inizio, rispetto agli altri capolavori di Mizoguchi ("Vita di O-Haru", "I racconti della luna pallida d'agosto", "Gli amanti crocifissi"), "L'intendente Sanshô", talvolta fin troppo "shinpa" (traducibile con "melodrammatico"), contiene pagine d'ineguagliabile emozione: impossibile non commuoversi di fronte all'incontro finale tra Shizuo e la madre ritrovata. Il film contiene tutti gli elementi tipici del cinema di Mizoguchi: a) la presenza di donne forti e sventurate (l'unico personaggio femminile negativo è la perfida vecchiaccia che tradisce Tamaki e la sua famiglia), spessissimo pronte a sacrificarsi per i loro uomini, come fa la povera Anju per favorire la fuga del fratello; b) il rapporto panico con la natura, anche nell'estremo sacrificio (sia la nutrice che Anju muoiono annegate); c) la necessità di tendere sempre al bene, dimostrando rigore morale nei confronti di sé stessi, ma misericordia nei confronti degli errori altrui (come recita la frase che il governatore esiliato lascia in eredità a Zushio prima di partire). In più, la sceneggiatura di Yoda Yoshikata è quasi proustiana nel richiamare un semplice gesto già accaduto in passato: quando Anju tenta di convincere Zushio a fuggire per andare a cercare la madre, la madeleinette è rappresentata dal ramo che i due fratelli spezzano insieme cadendo a terra, come era accaduto tanti anni prima, proprio la sera in cui furono rapiti. Mizoguchi, per parte sua, è geniale in alcuni movimenti di macchina, con i quali riesce a farci percepire i sentimenti provati dai suoi personaggi, come nella magistrale sequenza dell'invocazione di Zushio al Ministro, nel quale la tempesta interiore del ragazzo è testimoniata dal volteggio frenetico della macchina da presa. In conclusione,"L'intendente Sanshô" è uno dei capolavori che compongono la mirabile tetralogia sul passato del Giappone, realizzata dal Maestro negli ultimi anni della sua vita.

 

Batte il tamburo lentamente (USA, 1973) di John Hancock. Con Michael MOriarty (Henry Wiggen), Robert De Niro (Bruce Pearson), Vincent Gardenia (Dutch Schnell), Phil Foster (Joe Jaros), Danny Aiello (Horse), Ann Wedgeworth (Katie), Patrick McVey (il padre di Bruce), Heather MacRae (Holly Wiggen), Selma Diamond (Tootsie).

"Batte il tamburo lentamente" non è certo un capolavoro. Il titolo italiano, peraltro, è sbagliato, poiché dovrebbe piuttosto suonare come "Batti (o battete) il tamburo lentamente", frase tratta da una triste ballata country. Comunque, il film di Hancockdifficilmente sarebbe uscito in Italia, se non fosse che nel cast c'era un giovane attore di nome Robert De Niro, che proprio nel 1973 si era fatto notare con "Mean Streets" di Scorsese e un anno più tardi con "Il padrino - Parte II" di Coppola."Batte il tamburo lentamente" uscì infatti da noi nel 1977, più o meno in coincidenza con l'uscita di "New York New York", uno dei film che contribuì a consacrare definitivamente la fama dell'attore italoamericano. Che qui recita nella parte di un giovane giocatore di baseball, poco dotato da punto di vista intellettivo, che si ammala di un male incurabile e muore. La malattia del giovane rappresenta un momento di insolita unità d'intenti tra i rissosi membri dei New York Yankees, che riescono a vincere il campionato, anche grazie alle qualità nascoste del giovane ricevitore. La storia è raccontata dal campione della squadra (interpretato da Michael Moriarty), che è anche il migliore amico del giovane giocatore malato. L'intero film, nonostante qualche interessante caratterizzazione - come Vincent Gardenia nella parte del coach e Danny Aiello al suo esordio cinematografico - non offre troppi spunti d'interesse, salvo che per la parte di questo Bruce Pearson, di cui Bob De Niro s'impadronisce lentamente, fino a fagocitare l'intero film, lasciando la sua impronta sull'opera di un onesto documentarista sportivo.

Tag: cinema

Cumulativo film 13

by sasso67 (07/12/2008 - 23:36)

Il cavernicolo (USA, 1981) di Carl Gottlieb. Con Ringo Starr (Atouk), Barbara Bach (Lana), Dennis Quaid (Lar), Shelley Long (Tala), Jack Gilford (Gog).

Un film demenziale, che in alcuni punti prova persino la parodia di 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO. Purtroppo Carl Gottlieb non è Mel Brooks Jim Abrahams o i fratelli Zucker, e il livello del film si abbassa spesso a quello di QUANDO LE DONNE AVEVANO LA CODA. Le gag davvero divertenti si contano sulle dita di una mano (e forse, di dita, ne avanzano un paio) e la morale, secondo la quale in natura prevalgono i più intelligenti e non i più forti fisicamente, è nota almeno dai tempi di Darwin. Altrimenti, a digitare questo commento al mio posto ci sarebbe un dinosauro.

La ragazza con la valigia (Italia, 1961) di Valerio Zurlini. Con Claudia Cardinale (Aida Zepponi), Jacques Perrin (Lorenzo Fainardi), Romolo Valli (Don Pietro Introna), Gian Maria Volonté (Piero), Corrado Pani (Marcello Fainardi), Riccardo Garrone (Romolo), Luciana Angiolillo (la zia), Renato Baldini (il Francia), Ciccio Barbi (il rag. Crosia), Enzo Garinei (Pino).

Nonostante qualche lungaggine, soprattutto nel finale, il terzo lungometraggio di Zurlini resta una pietra miliare del nostro cinema, per quello che sa dirci, in tono nettamente pessimistico, sull'irrimediabile divisione tra le classi sociali. Per di più, Zurlini sa descrivere molto bene i palpiti e le emozioni dei suoi personaggi, specialmente i più giovani e sensibili. Qui è aiutato dall'interpretazione fresca e immediata diPerrin e della Cardinale.

Ricomincia da oggi (Francia, 1998) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Torreton (Daniel Lefebvre), Maria Pitarresi (Valeria), Nadia Kaci (Samia Damouni), Françoise Bette (la signora Delacourt), Didier Bezace (l’ispettore).

Ahi Ahi, ci tradisce anche Tavernier. Innovatore di temi e tecniche cinematografiche (basti pensare a Legge 627, del 1992), magistrale direttore d'attori, bravissimo a scegliere i collaboratori, qui tenta la strada del film immerso profondamente nella realtà, mescolando attori a persone "reali" e traendo la sceneggiatura dalla vera esperienza di suo genero, insegnante di scuola materna. Però, tra la carta e la pellicola c'è di mezzo il mare, e se molte delle situazioni descritte sembrano prese dal vero, non convince proprio la figura del protagonista, novello cavaliere senza macchia e senza paura dell'innovazione pedagogica, quasi fosse una rediviva Maria Montessori in blue jeans. Intorno a lui ruotano una maestra più brava dell'altra, bidelle e cuoche di infinita disponibilità, mentre i cattivi sono i servizi sociali (esclusa la bella Samia) e gli ispettori scolastici, capeggiati dal sindaco comunista. Per non parlare, poi, del fantomatico Ufficio Contenzioso, che assume i contorni di una vera e propria Spectre post litteram. Sia lode alle intenzioni, ma qui Tavernier, per eccesso di zelo, s'imbroda parecchio.

Prima che sia notte (USA, 2000) di Julian Schnabel. Con Javier Bardem (Reinaldo Arenas), Andrea Di Stefano (Pepe Malas), Olivier Martinez (Lazaro Gomez Carilles), Johnny Depp (Bon Bon; tenente Victor).

"La differenza tra il comunismo e il capitalismo è che se il comunismo ti prende a calci in culo devi applaudire, mentre se ti prende a calci in culo il capitalismo puoi protestare". Con questa filosofia, enunciata dal protagonista cubano del film, si può certamente essere d'accordo. Con tutto il resto del film, però, no. Schnabel dà un'ideaparzialissima di Cuba, punta sugli effetti più pacchiani dell'omosessualità (che tuttora resta reato a Cuba, se lo ricordino i filocastristi ed anche i filoratzingeriani), persegue a tutti i costi la Poesia, anche con una voce fuori campo che legge enfaticamente versi e ricordi d'infanzia. Ma spesso la Poesia nasce dalle cose semplici e forse Schanbel l'ha capito quando ha realizzato Lo scafandro e la farfalla, mentre se l'era dimenticato quando ha concepito questa robbaccia. Va anche detto che dietro al film non c'è l'unilaterale condanna del regime cubano: anche l'agognata America non è descritta molto meglio; se Reinaldo era stato chiuso, dalla polizia cubana, in celle buie ed angustissime, l'appartamento newyorkese in cui lo scrittore finisce i suoi giorni, dimenticato da tutti, non è molto più confortevole. Buono l'inizio, ma per il resto si ha uno spreco totale di mezzi e talenti.

Basquiat (USA, 1996) di Julian Schnabel. Con Jeffrey Wright (Jean-Michel Basquiat), David Bowie (Andy Warhol), Michael Wincott (Rene Ricard), Benicio DelBasquiatToro (Benny Dalmau), Claire Forlani (Gina Cardinale), Dennis Hopper (Bruno Bischofberger), Gary Oldman (Albert Milo), Christopher Walken (l’intervistatore), Elina Löwensohn  (Annina Nosei), Tatum O’Neal (Cynthia Kruger), Courtney Love (Big Pink), Willem Dafoe (l’elettricista).

Il fatto che il regista sia, come il suo protagonista, un pittore fa sì che si riesca a capire piuttosto bene come lavoravaJean-Michel Basquiat, quale sia stata la sua importanza nel mondo della pittura, specialmente nella New York degli anni Ottanta, e quali meccanismi regolino la critica e il mercato della pittura. E tra questi ultimi due aspetti non dev'esserci grande differenza, se, come dice Andy Warhol (un artista forse non eccelso ma un talent scout di enorme intelligenza), "un pittore vale quanto sa farsi pagare". Il fatto, poi, che il regista sia stato un amico del protagonista riesce a darci un quadro credibile della personalità, certamente disturbata, di Basquiat, tossicomane e forse colpito nella psiche dalla stessa malattia che ha condotto la madre alla reclusione in una clinica psichiatrica. E, in questo modo, Schnabel (il quale spesso indulge a vezzi registici degni di miglior causa, come testimonia il surfista che ogni tanto solca le onde immaginarie del cielo newyorkese) riesce, in alcuni momenti, a farci percepire l'emozione per la fine precoce di un artista di valore. E non va taciuto almeno un momento di grande valore: l'intervista che il protagonista concede al giornalista interpretato, per pochi intensi minuti, da Christopher Walken con la bravura che gli è consueta.

 

Il giustiziere di mezzogiorno (Italia, 1975) di Mario Amendola.Con Franco Franchi (Franco Gabbiani), Ombretta De Carlo (Agata), Aldo Puglisi (Fernando), Maria Antonietta Beluzzi (la signorina Barzuacchi), Gigi Ballista (il direttore Rossetti), Raf Luca (l’ing. Balloria), Franco Diogene (il vigile), Alberto Farnese (Lorenzi), Vincenzo Crocitti (Alvaro Trippa), Gino Pagnani ed Enzo Andronico (bombaroli).

Con baffetti alla Charles Bronson, il giustiziere di mezzogiorno colpisce alle ore più svariate, raddrizzando torti senza spargere una goccia di sangue, al massimo menando colpi su dei teppistelli con un calzino pieno di monete da cento lire. La prima parte è abbastanza riuscita, con alcuni momenti piuttosto divertenti, mentre il finale con la bomba è visto e rivisto decine altre volte nella filmografia diFranchi e Ingrassia. Tutto sommato, un film innocuo (al contrario dei giustizieri bronsoniani) e moderatamente divertente.

 

I giovani leoni (USA, 1958) di Edward Dmytryk. Con Marlon Brando (il ten. Christian Diestl), Montgomery Clift (Noah Ackerman), Dean Martin (Michael Whiteacre), Maximilian Schell (il capitano Hardenberg), Hope Lange (Hope Plowman), Barbara Rush (Margaret Freemantle), May Britt (Gretchen Hardenberg), Dora Doll (Simone), Liliane Montevecchi (Françoise), Lee Van Cleef (il serg. Rickett), Arthur Franz (il ten. Green), Richard Gardner (il soldato Crowley).

Un kolossalone, per durata e mezzi produttivi, con tutti i pregi e i difetti tipici del kolossal hollywoodiano. Il film è riuscito soprattutto nelle scene d'azione bellica, semplici ma molto efficaci e riuscite, mentre puzza irrimediabilmente di muffa nelle sequenze cosiddette intimiste. Naturalmente gli americani sono descritti come bravi ragazzi pieni di buone intenzioni, anche se un po' maneschi, a volte teste calde, qualcuno anche un po' vigliacco, ma sempre pronti a redimersi e a dare prove di coraggio (da giovane leone, appunto) al momento opportuno. E per fortuna non si era ancora agli anni del revisionismo sull'Olocausto: anzi, Dmytryk, un po' didascalicamente, ci fa elencare, in sottofinale, proprio da un ufficiale delle SS, dati e cifre dello sterminio (tanto che il buon tenente Marlon Brando se ne adonta parecchio). Dmytryk è bravo a dirigere l'enorme materia di questo filmone, anche se ormai, per le vicende che lo segnarono durante il periodo del maccartismo, non riesce più a dare ai suoi film un'impronta veramente personale.

Tag: cinema

Cumulativo film 12

by sasso67 (07/12/2008 - 23:27)

uno (USA, 2007) di Jason Reitman. Con Ellen Page (Juno MacGuff), Michael Cera (Paulie Bleeker), Jennifer Garner (Vanessa Loring), Jason Bateman (Mark Loring), Allison Janney (Bren MacGuff), J.K. Simpson (Mac MacGuff), Olivia Thirlby (Leah).

Pur nella mia ignoranza, l'ho riconosciuta subito: la voce e lo stile delle canzoncine della colonna sonora è quella di Kimya Dawson, l'ex voce deiMoldy Peaches, un gruppo americano di genere indefinibile, generalmente catalogati sotto il termine in negativo di anti-folk. Il film sembra una delle filastrocche della cantautrice: un po' ripetitivo, ma che dietro alla banalità del testo, che può sembrare scritto per sedicenni un po' squinternati come la protagonista, qualcosa ci dice, in filigrana, anche sulla società americana. Dove, ad esempio, ragazzine che della vita sanno quel che hanno sentito dalle canzoni restano giornate intere fuori dal controllo delle famiglie, guidano macchine in cui a malapena toccano i pedali, restano incinte e possono tranquillamente vendere (o regalare, come in questo caso) i propri figli alla prima coppia venuta, senza che nemmeno qualcuno controlli che i genitori adottivi davvero li vogliano. E' poco? Forse, ma il regista, che sembra cresciuto a pane e Tim Burton, lo sa dire con uno stile che provoca una sensazione di tenerezza per questi personaggi, adulti ed adolescenti, assolutamente squilibrati. Qualche forzatura c'è e si sente, come nel primo incontro tra Juno e gli adottanti, in cui si dovrebbe, forse, ridere per la differenza di registri usati dai presenti, oppure l'accennata attrazione tra la protagonista e Mark Loring, oppure, ancora, l'improvvisa dichiarazione d'amore di Juno per Bleeker. Ma insomma, si tratta pur sempre di un filmetto da Sundance, meritorio festival che di solito premia operine giovanili e leggere come JUNO.

Angela (Italia, 2002) di Roberta Torre. Con Donatella Finocchiaro (Angela), Andrea Di Stefano (Masino Santalucia), Mario Pupella (Saro), Toni Gambino (Santino).

La prima mezz'ora del film è davvero pregevole. La figura della protagonista è riuscita e credibile, in quel suo carattere di persona indurita dall'odioso mestiere di corriere della droga nonché di moglie intoccabile del boss. La bella interpretazione di Donatella Finocchiaro la fa sembrare una nuova Anna Bonaiuto della Vuccirìa. Sì, perché, tutto sommato, il personaggio è anche molto sofferto e fragile, non appena qualche folle infrange il diaframma di questa molto presunta intoccabilità. Ecco che emerge tutta l'inconsistenza da castello di carte di una vita basata su convenzioni tenute in vita dalla legge della pistola e dell'omertà: la polizia intercetta le telefonate tra gli amanti ed arresta la banda. Fine della prima vita di Angela. Potrebbe iniziarne un'altra. Ma qui la Torre, palermitana d'adozione e d'elezione, si perde e la sceneggiatura del film mostra diverse incongruenze. Segnalo le due che mi sono balzate agli occhi: 1) scompare quasi subito la figlia di Angela, ed è una scomparsa non da poco, poiché nella vita di una donna i figli sono l'ultimo bene da abbandonare; 2) Masino, scagnozzo da quattro soldi, tutto sensi e poco cervello, si trasforma d'incanto, come dice Saro in prigione, nel "principe azzurro". Una buona figura femminile, in ogni caso, di quelle rare nel cinema italiano, affidata ad un'attrice esordiente, ma già credibile e brava.

Malcolm X (USA, 1992) di Spike Lee. Con Denzel Washington (Malcolm X), Angela Bassett (Betty Shabazz), Albert Hall (Baines), Al Freeman Jr. (Elijah Muhammad), Delroy Lindo (West Indies Archie), Spike Lee (Shorty), Lonette McKee (Louise Little).

Malcolm X è una monumentale biografia filmata del famoso attivista afroamericano, assassinato a New York nel 1965. E non mi sembra affatto il miglior film di Spike Lee, il quale, al contrario, mi sembra molto più a suo agio nel raccontare i bassifondi delle odierne metropoli statunitensi (e penso a Fa' la cosa giusta e a Jungle Fever). Qui siamo nel campo di un cinema di vecchissimo stampo, che tuttavia sa evitare l'agiografia, anche grazie al fatto che lo stesso Malcolm nella propria autobiografia non aveva taciuto errori e malefatte del suo passato. Vi sono molti dei passaggi fondamentali della vita del leader nero: dall'infanzia funestata dagli assalti del Ku Klux Klan che gli uccide il padre, alle aspirazioni subito frustrate di poter studiare per diventare avvocato, all'adolescenza delinquenziale, alla gioventù dedicata alla gang delle scommesse clandestine, fino alla carcerazione, durante la quale incontra il verbo di Elijah Muhammad e poi il matrimonio, la rottura con il leader della Nation Of Islam e l'omicidio. Ma la scena che mi è rimasta più impressa è quella in cui una ragazza bianca, a Boston, domanda a Malcolm cosa possa fare una persona come lei, bianca ma senza pregiudizi razziali, per la causa dei neri. "Niente" risponde Malcolm sprezzante.

Codice: Swordfish (USA, 2001) di Dominic Sena. Con John Travolta (Gabriel Shear), Hugh Jackman (Stanley Jobson), Halle Berry (Ginger Knowles), Don Cheadle (l’agente Roberts), Sam Shepard (il Senatore James Reisman), Vinnie Jones (Marco), Drea de Matteo (Melissa).

Trent'anni fa, ai tempi della FEBBRE DEL SABATO SERA e di GREASE, John Travolta era considerato - almeno dalle ragazzine - uno degli uomini più belli del mondo. Dopo un periodo d'oblio, in gran parte meritato, durante il quale si era parlato di lui soprattutto per l'adesione alla discussa setta di Scientology, l'attore americano tornò in auge con l'ottima interpretazione del Vincent Vega di PULP FICTION. Dopo di che, per parecchi anni, ha vissuto di rendita, interpretando personaggi più o meno cattivi in film d'azione nei quali non erano comunque richieste grosse doti interpretative. CODICE: SWORDFISH è, a mio parere, un film totalmente sbagliato. Concepito come un frullato impazzito di PULP FICTION,MATRIX, THE NET e MISSION: IMPOSSIBLE, il thrilleraccio di Sena non coinvolge, ha premesse inconsistenti e sviluppi drammatici inverosimili. Anche i luoghi comuni, di cui il film abbonda, sembrano appiccicati con lo sputo e i colpi di scena - come la pseudomaliardetta, amante del boss, che si rivela una poliziotta in missione segreta - fanno cascare le braccia. I protagonisti, peraltro, non offrono alcuna attrattiva, anche perché John Travolta è troppo paciocco per sembrare un genio del male, Hugh Jackman è anonimo come un avatar di Second Life e Halle Berry (che mostra le puppe affrittellate) è la classica donna più sexy vestita che nuda. C'è qualche sparo di troppo, altrimenti sarebbe un perfetto film da dormire.

Il silenzio dopo lo sparo (Germania, 1999) di VolkerSchlöndorff. Con Bibiana Beglau (Rita Vogt), Martin Wuttke (Erwin Hull), Nadja Uhl (Tatjana), Harald Schrott (Andi Klein), Alexander Beyer (Jochen Pettka), Jenny Schilly (Friederike Adebach).

Ancora una volta, meritoriamente, il cinema tedesco fa i conti con il terrorismo e con il suo passato recente di paese diviso. Che cosa resta dopo la rapina, dopo l'attentato, dopo lo sparo? Vuoto e silenzio, paura e senso di precarietà. "Come si convive con quel passato?" domanda una collega, che ha riconosciuto nella protagonista la terrorista ricercata dalla polizia della Germania Ovest. Male, sarebbe la risposta: con la paura di essere riconosciuti e, soprattutto, il terrore di rivelare la verità alle persone che si amano, dopo avere abbandonato altre persone che si amano, alcune identità fa. Del resto, anche la Stasi era madre abile ed affabile, scaltra ed onnipresente, ma non eterna, e il crollo del Muro di Berlino ha lasciato tanti ex giovani orfani del proprio passato di rivoluzionari senza una precisa visione del futuro. Ed anche Rita alias Susanne alias Sabine non è che una delle tante vittime di una gioventù vissuta sulle ali fragili e plumbee di Mao e della P38. Nonostante la serietà del tema affrontato e della serietà dell'approccio,Schlöndorff è un ottimo illustratore, ma mi pare che non riesca ad entrare in profondità nelle cose e nell'animo delle persone: è un po' troppo americano per essere europeo e un po' troppo tedesco per essere americano. Su un tema analogo, mi era piaciuto molto di più il film di Lumet VIVERE IN FUGA, dove c'è una sequenza (il colloquio della protagonista femminile con il padre) degno di rimanere nelle pagine della storia del cinema mondiale.

Tag: cinema

Italia odia

by sasso67 (07/12/2008 - 23:23)

Roberto Curti, Italia odia. Il cinema poliziesco italiano, Lindau, 2006, pp. 420, € 24,00.

La mia insana passione per il cinema m fa comprare e leggere anche queste monografie sul cinema poliziesco - o poliziottesco, ché Curti li considera sinonimi - un genere che, come pochi altri, ha caratterizzato un periodo del cinema italiano abbastanza lungo. e quando i saggi sul cinema sono scritti in maniera avvincente come questo, bisogna dire che ciò fa buon pro. Curti, infatti, non ha soltanto un'ottima competenza cinematografica (tanto che è uno dei collaboratori del famigerato Dizionario di Paolo Mereghetti), ma sa anche collegare i vari filoni del genere con i fatti della politica e della cronaca italiana del periodo (in buona sostanza i nostri anni Settanta). Così, se i prodromi del poliziottesco si hanno con Un maledetto imbroglio di Germi, il tappo della bottiglia salta con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri. Con l'omicidio di Pinelli e il susseguente assassinio del commissario Calabresi prende vita il filone della polizia che, di volta in volta, odia, spara, s'incazza o ha le mani legate. Vi sono poi i filoni legati al massacro del Circeo e alla sua gioventù violenta, quello scerbanenchiano, quello legato alla mafia (figlio di film come Il giorno della civetta e soprattuttoConfessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica) e quello che scaturisce dalla sceneggiata napoletana. Curtiriesce a proporre al lettore, anche quello digiuno della "materia" un excursus interessante, che non trascura le figure più significative, come, per fare solo un paio d'esempi, quella di Maurizio Merli, poliziotto solitudine e rabbia dal capello biondo e l'occhio azzurro, o quella del delinquente parolacciaro, poi passata alla madama, Tomas Milian.

Tag: libro,saggio,cinema

Cumulativo film 11

by sasso67 (30/11/2008 - 12:28)

La merlettaia (Francia/Svizzera, 1977) di Claude Goretta. Con Isabelle Huppert (Béatrice), Yves Beneyton (François), Florence Giorgetti (Marylène), Anne-Marie Düringer (la madre di Béatrice), Renata Schroeter (Marianne), Michel De Ré (il ritrattista), Monique Chaumette (la madre di François), Jean Obé (il padre di François), Sabine Azéma (Corinne).

«L'amore non dura. Prima si beve dallo stesso bicchiere e poi ci si mette il cotone nelle orecchie per non sentire l'altro che russa» dice Marylène, l'amica e collega della protagonista. E per la povera Béatrice, detta Pomme (la Mela), è proprio così. Apprendista parrucchiera, conosce, durante una vacanza in Normandia, lo studente di lettere François, di famiglia borghese. Lei, che nei ritagli di tempo leggeMaupassant, ma non è istruita, vive sola con la madre, si è trasferita a Parigi dalla campagna, ed è ancora vergine, s'innamora perdutamente del bel giovane e gli si dà completamente. Ma la convivenza non sarà facile: circondato da amici intellettuali che, seppure educatissimi, egli sente diversi da lei, così come da una famiglia che ha grosse aspirazioni per il figlio, François lascia la ragazza, che rimane come schiantata dalla delusione. Colpita da esaurimento nervoso, finisce in clinica psichiatrica, dove s'inventa un mondo di fantasia, che impedirà a François di rimediare ai propri rimorsi. Girato daGoretta (del quale finora avevo visto soltanto L'INVITO e LA MORTE DI MARIO RICCI) con una sobrietà che ricorda l'ultimo Bresson, affidato alle tenere ma pugnaci spalle di una Isabelle Huppert che offre in spontaneità ciò che ancora non possiede in tecnica recitativa, LA MERLETTAIA è un piccolo straordinario film che cresce di minuto in minuto e merita molta più considerazione di quella che ha ottenuto finora. Proviamo a fare un confronto con le tanto celebrate commedie, proverbi e filastrocche rohmeriane, poi ne riparliamo.

KLEINHOFF HOTEL (Italia, 1977) di Carlo Lizzani. Con Corinne Cléry (Pascale Rota), Bruce Robinson (Karl), Katja Rupé (Petra), Michele Placido (Pedro).

Micidiale impasto di sesso e terrorismo, nel quale spadroneggia, incontrastata, la noia. Neppure Tinto Brass avrebbe potuto realizzare un pastrocchio simile, ma quello che dispiace di più è che la firma sia proprio di Lizzani, uno dei registi italiani più seri e preparati. Per questo motivo, il film si meriterebbe un bel pallino vuoto di mereghettiana invenzione.

Lo scafandro e la farfalla (Francia/USA, 2007) di Julian Schnabel. Con Mathieu Amalric (Jean-Dominique), Emmanuelle Seigner (Céline), Marie-Josée Croze (Henriette Roi), Niels Arestrup (Roussin), Jean-Pierre Cassel (Padre Lucien; il venditore di oggetti sacri), Max von Sydow (il padre di Jean-Do), Marina Hands (Joséphine).

Date le premesse ci si poteva attendere un film patetico o lacrimevole, oppure il veicolo per una prestazione attoriale di quelle "indimenticabili". Invece non è così: lo spirito è piuttosto scanzonato e di chi, seppur metaforicamente, è riuscito a rimboccarsi le maniche ed a creare qualcosa anche in una situazione di totale paralisi, nella quale non solo mangiarsi un piatto di verdure lesse è un "piacere" ormai proibito, ma anche esprimere semplicemente le proprie opinioni è un'impresa titanica. In alcuni momenti, con il suo sfrenato vitalismo (può apparire paradossale, ma è così) il film potrebbe addirittura sembrare uno spot del Movimento per la vita contro l'eutanasia, ma sono sicuro che il buon Giandomenico sarebbe assolutamente rispettoso di chi, nelle sue stesse condizioni, decidesse di chiedere di andarsene. Caso mai è una bella pubblicità per il sistema sanitario francese, così solerte a farsi carico di una malattia così totalizzante da lasciare al paziente soltanto la possibilità di sbattere una palpebra: cosa sarebbe successo in Italia? Ma anche: sarebbe accaduto lo stesso se il protagonista non fosse stato il caporedattore di "Elle"? A parte ciò, è da apprezzare l'impostazione di Schnabel che divide il film tra le inquadrature classiche, con la macchina da presa che inquadra il protagonista e le soggettive sghembe che partono dal suo occhio sinistro: bravo il regista, fra le altre cose, a suggerire il pianto di Jean-Dominique, semplicemente appannando l'obiettivo. Un elogio va fatto anche all'attore Amalric, bravo a stare al proprio posto senza esagerare: spesso nessuno sa essere gigione come un attore nella parte di un paralitico. Difetto: le donne del film sono tuttte troppo belle e troppo buone per essere vere. Anche per un caporedattore di "Elle".

I ragazzi del massacro (Italia, 1969) di Fernando di Leo. Con Pier Paolo Capponi (il commissario Marco Lamberti), Susan Scott (Livia Ussaro), Enzo Liberti (Carrua), Marzio Margine (Carolino Marassi), Renato Lupi (Mascaranti), Giuliano Manetti (Fiorello Grassi), Danika La Loggia (la signorina Romani).

Non c'entra niente il massacro del Circeo (1975): il film è del 1969. Ma è comunque molto attuale. Si parla dello stupro e dell'omicidio di una giovane insegnante da parte di una classe di ragazzi sottoproletari della scuola serale. Lo scioglimento della vicenda, che anticipa i gialli argentiani (dall'UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO in poi), può anche lasciare perplessi, però funziona l'atmosfera sonnacchiosa del commissariato, così come la squallida sfilata degli adolescenti che hanno preso parte al massacro. Di Leo gira lo stupro iniziale con la camera a mano, gettando lo spettatore in mezzo all'azione, in modo da farlo quasi sentire membro del branco. Ed ha mano felice, il regista, nello scegliere Pier Paolo Capponi quale protagonista, perfetta figura di antieroe meneghino, e la bellaSusan Scott per la parte di Livia Ussaro, qui nelle vesti di assistente sociale. Certo, chi abbia letto VENERE PRIVATA (1966), il primo romanzo diScerbanenco con la centro la figura di Duca Lamberti, qualche perplessità può legittimamente coltivarla: come abbia fatto il protagonista a trasformarsi da medico radiato dall'ordine a commissario di pièsse, lo sanno solo Dio e i meccanismi produttivi del poliziesco all'italiana. Ma, dettagli a parte, si intravedono già, in questo film, tutte le qualità del talento dell'autore che realizzerà, di lì a poco, la magica alchimia di MILANO CALIBRO 9.

Tag: cinema

Cumulativo film 10

by sasso67 (29/11/2008 - 17:43)

La stregoneria attraverso i secoli (Svezia1922) di Benjamin Christensen. Con Benjamin Christensen (Satana), Karen Winther (la moglie dell’ammalato), Emmy Schonfeldt (Maria, la mendicante).

La stregoneria attraverso i secoliSull'assurdità, l'immoralità, l'ingiustizia e la pericolosità della tortura hanno scritto pagine indelebili intellettuali come il Verri, il Beccaria e il Manzoni della Storia della colonna infame. Anche Christensen si scaglia, con questo film grottesco, contro l'assurdo metodo per estorcere confessioni e accuse, spesso usato anche dalla cara Santa Madre Chiesa o dal braccio secolare cui affidava gli accusati. Non è il caso delle (presunte) streghe, va detto, contro le quali si è sempre accanito di più il potere temporale che non quello ecclesiastico, spesso diffidente nei confronti delle sedicenti fattucchiere. Sia come sia, qui il regista ci presenta anche una conventicola di fratacchioni che non disdegna i piaceri della carne (salvo poi affidarsi al sacro lavacro dell'autofustigazione), ma punisce con i tormenti le persone accusate di stregoneria: in particolare, una vecchia mendicante cui è attribuito un talismano, ritrovato nella casa di un uomo moribondo, al quale è stato praticato uno strano rito da un viandante. La vecchia, sotto tortura, confessa di essere una strega, ma accusa le due donne che l'hanno denunciata di essere sue complici. Era tanto semplice finire nelle mani del carnefice... Con un salto temporale al presente (naturalmente del 1922), Christensen ci porta in un'epoca dove per fortuna si comincia a dare a certi fenomeni il nome più adeguato: isteria. Oggi una donna malata d'isteria può essere adeguatamente curata; sullo sfondo, comunque, continuano ad ardere, come monito per le nostre coscienze, i roghi medievali. Più che un documentario, il film di Christensen è un film surrealista ben documentato, che non disdegna di farci un'introduzione sulle origine della stregoneria fin dai tempi dell'antico Egitto, per arrivare ad una specie di veloce rassegna sugli strumenti di tortura più "gettonati" (con corde, catene e spunzoni in bella evidenza). Con i suoi sabba (ispirati in particolare alla pittura di Bosch e diGoya) e interrogatori nelle segrete dei conventi, LA STREGONERIA ATTRAVERSO I SECOLI sta bene in un'ideale antologia del cinema surrealista insieme a UN CHIEN ANDALOU e L'AGE D'OR di Buñuel, ma anche al GOLEM di Wegener e al CALIGARI di Wiene. Impossibile non pensare, infine, che a questo film non si sia ispirato il Dreyer del DIES IRAE e della GIOVANNA D'ARCO.

 

Geppo il folle (Italia, 1978) di Adriano Celentano. Con Adriano Celentano (Geppo il folle), Claudia Mori (Gilda), Miki Del Prete (l’impresario), Jennifer (Marcella), Pietro Brambilla (Gomma), Raf Di Sipio (Raf), Marco Columbro (il disc jockey).

Geppo il folle e Celentano in folle, anzi in retromarcia, per uno dei film più presuntuosi, inutili e cretini dei nostri anni Settanta. Il che è tutto dire.

 

Che la festa cominci… (Francia, 1975) di Bertrand Tavernier.Con Philippe Noiret (Filippo d’Orléans, il Reggente), Jean Rochefort (l’Abate Dupuis), Jean-Pierre Marielle (il Marchese di Pontcallec), Marina Vlady (Madame de Parabere), Christine Pascal (Emilie), Raymond Girard (il medico Chirac), Nicole Garcia (Fillon).

Negli anni Settanta, Tavernier era considerato in Francia l'anti-Truffaut, poiché aveva rispolverato sceneggiatori della vecchia scuola, come Jean Aurenche ePierre Bost, che erano stati tra i bersagli preferiti del Truffaut teorico della nouvelle vague. Nonostante ciò, proprio Tavernier eTruffaut sono i cineasti francesi che amo di più. E CHE LA FESTA COMINCI... resta il film, tra quelli girati dal regista lionese, che preferisco. Si tratta di un film in costume, a mio parere degno di affiancare BARRY LYNDON tra i più belli mai realizzati. La trama è abbastanza semplice: uno spiantatissimo nobilastro bretone si reca a Versailles per dare al Reggente un ultimatum circa l'indipendenza della molto futuribile Repubblica della Bretagna. Nella capitale francese, mentre il Re designato ha solo nove anni, comanda Filippo d'Orleans, spalleggiato da un tale Abate Dupuis (il cui unico merito è di avere salvato la vita al Reggente in battaglia), che aspira alla poprpora cardinalizia, pur essendovi molti dubbi sul fatto che sia almeno battezzato. Questa conventicola di nobili passa la vita a gozzovigliare, tra cene pantagrueliche ed orge gigantesche, mentre intorno il popolo muore letteralmente di fame. Fotografato magistralmente daPierre-William Glenn, recitato da almeno tre attori in stato di grazia, Noiret,Rochefort (indimenticabile) e Marielle, diretto da un regista che ha ogni titolo per essere definito Maestro, CHE LA FESTA COMINCI... è, secondo me, uno dei capolavori cinematografici degli anni Settanta.

 

Il sarto di Panama (GB, 2001) di John Boorman. Con Pierce Brosnan (Andy Osnard), Geoffrey Rush (Harry Pendel), Jamie Lee Curtis (Louisa Pendel), Leonor Varela (Marta), Brendan Gleeson (Mickie Abraxas), Harold Pinter (zio Benny), Catherine McCormack (Francesca).

bandóne [ban'done] s.m. 1 sm lamiera di ferro o d'altro metallo 2 sm saracinesca «Ce le abbiamo le mutande di bandone?» domanda al telefono il capo dei servizi segreti britannici a Pierce Brosnan. Le mutande di bandone! Questa è stata l'unica scena di tutto il film che mi ha fatto sussultare. Lode alle mutande di bandone, dunque. Ma su tutto il resto c'è solo da stendere un velo pietoso, a cominciare dalla regia di un Boorman ormai irriconoscibile, per arrivare ad unBrosnan un po' troppo zerozerobeppe, passando per una Jamie Lee Curtis di molto fuori parte. Anche quando si esce per andare al cinema, mi sa, bisognerebbe munirsi di mutande di bandone.

La leggenda di Narayama (Giappone, 1958) di Keisuke Kinoshita. Con Kinuyo Tanaka (Orin), Teiji Takahashi (Tatsuhei), Yuko Mochizuki (Tamayan), Danko Ichikawa (Kesakichi).

Nessuno parla tanto di soldi quanto i poveri. Così, gli affamati di questo film non fanno che parlare di cibo. In un'epoca (qualsiasi epoca) in cui da mangiare non c'era per tutti, nelle famiglie la cosa più pericolosa erano le bocche da sfamare. Specialmente se, poi, queste bocche appartenevano a persone non ancora o non più in grado di lavorare. E dunque l'anziana Orin ha già programmato, come prevede l'usanza, di allontanarsi da casa al compimento, ormai imminente, del settantesimo anno d'età. Per farsi sembrare più vecchia (ché non vuole pesare sull'economia domestica), ma anche per rendere la propria bocca meno temibile per la concorrenza allo scarso cibo familiare, si è addirittura spaccata i denti davanti. E poi il giorno fatidico, quando si avvicina la prima neve, arriva. Kinoshita ha diretto questo film con i mezzi del teatro kabuki, ed infatti, all'inizio il film risulta un po' lento, inframmezzato com'è di canzoni attinenti al tema della vicenda principale. Ma il regista ha anche saputo costruire il suo film come un'opera pittorica in divenire, con i colori vivaci dei fondali teatralmente dipinti, che si stemperano nei colori cupi dei giorni del viaggio alla montagna, fino ad imbiancarsi in un finale immerso nella neve. Da questo punto di vista LA LEGGENDA DI NARAYAMA è veramente magistrale, anche se mi pare che manchi, lungo tutta la sua durata, la poesia che permea le opere maggiori di unMizoguchi. Tuttavia, la scena dell'incontro con gli anziani del villaggio, che alla fine della riunione scompaiono silenziosamente nel buio l'uno dopo l'altro, e quella, struggente, della salita al monte, nella quale Tatsuhei chiama invano la madre che giace silenziosa sulla gerla che porta sulle spalle, sono da antologia della storia del cinema mondiale. Figurativamente bellissimo, il film ha un andamento in crescendo emozionale e culmina in una seconda parte molto più intensa della prima.

Abuso di potere (Italia/Francia/RFT, 1972) di Camillo Bazzoni. Con Frederick Stafford (il commissario Luca Miceli), Marilù Tolo (Simona), Reinhard Kolldehoff (il questore), Umberto Orsini (Enrico Gagliardi), Corrado Gaipa (Gunther Rosenthal), Raymond Péllegrin (il Sostituto Procuratore D’Alò), Elio Zamuto (Mottesi), Claudio Gora (il Procuratore), Guido Leontini (Turi De Loco), Ninetto Davoli (Yoyò).

Date retta: s'è visto di peggio. La trama è piuttosto "classica", per quanto riguarda il poliziesco di serie B, compresa l'incazzatura del commissario protagonista con i superiori e con il magistrato di turno troppo garantista e/o corrotto. A reggere la baracca contribuisce anche l'interpretazione del non disprezzabile attore praghese Frederick Stafford, il cui personaggio è chiaramente ricalcato sulla figura del commissario Calabresi, che in quel 1972 assurse, suo malgrado, agli onori delle cronache. Lo ricorda dalla sagoma, ai maglioni dolcevita, alla tragica fine.

Tag: cinema

Cumulativo film 9

by sasso67 (22/11/2008 - 14:01)

La prima notte di quiete (Italia, 1972) di Valerio Zurlini. Con Alain Delon (Daniele Dominici), Sonia Petrova (Vanina Abati), Lea Massari (Monica), Giancarlo Giannini (Spider), Renato Salvatori (Marcello), Adalberto Maria Merli (GerardoPavani), Alida Valli (Marcella, la madre di Vanina), Salvo Randone (il preside), Nicoletta Rizzi (Elvira).

Un film importante, all'epoca, anche valido, ma non completamente riuscito. Si avverte troppo l'eco delFellini dei VITELLONI, che fa da sfondo malinconico e baudlerianamente pieno di spleen a questa vicenda, che si annuncia funerea fino dalla visione dei banchi di scuola. E se Zurlini pecca un po' di fellinismo, questo è coniugato al cinemadiAntonioni, quello padano del GRIDO e quello, conDelon protagonista, dell'ECLISSE. Con Antonioni,Zurlini condivide, in buona parte un'idea di cinema, dal punto di vista del contenuto, così come da quello della tecnica, che li spinge a privilegiare le inquadrature fisse ed i piani sequenza. Ma Zurlini, nella sua (purtroppo breve) carriera, ha condiviso un paio di esperienze anche con un cineasta che sembra lontanissimo da lui: Tarkovskij. Nel 1962 Zurlini vinse il Leone d'oro con CRONACA FAMILIARE, a parimerito con L'INFANZIA DI IVAN del regista russo; in LA PRIMA NOTTE DI QUIETE, il protagonista e Vanina si recano a Monterchi, in Toscana, per vedere La Madonna del parto, uno degli affreschi più importanti di Piero della Francesca. Lo stesso fatto costituirà la sequenza iniziale del film girato da Tarkovskij in Italia, cioè NOSTALGHIA. Quanto a LA PRIMA NOTTE DI QUIETE, condivido molte delle ragioni esposte da chi ha commentato il film prima di me, anche se non ne comprendo le ragioni d'entusiasmo per questo film, che sarebbe certo piaciuto a parecchi degli autori del Decadentismo letterario.

 

Cronache di poveri amanti (Italia, 1953) di Carlo Lizzani. Con Gabriele Tinti (Mario), Anna Maria Ferrero (Gesuina), Marcello Mastroianni (Ugo), Antonella Lualdi (Milena), Giuliano Montaldo (Alfredo), Cosetta Greco (Elisa), Bruno Berellini (Carlino Bencini), Irene Cefaro (Clara), Adolfo Consolini (Maciste), Eva Vanicek (Bianca), Wanda Capodaglio (la signora), Garibaldo Lucii (Staderini).

Lizzani porta sullo schermo il romanzo di Pratolini, trovando la giusta "mescola" tra sottofondo politico (siamo nel 1925, dopo il delitto Matteotti e alla vigilia dell'affermazione del Fascismo come regime) e rapporti personali tra gli abitanti di una via popolare di Firenze. La storia intreccia le vicende sentimentali di Mario (Tinti), Bianca (Vanicek), Milena (Lualdi), Ugo (Mastroianni), Gesuina (Ferrero) ed altri con le azioni di resistenza degli antifascisti che si oppongono alle azioni notturne delle squadracce che si aggirano per la città armate di manganelli e pistole. In quel contesto, il Fascismo, a Roma, sta cercando di ripulirsi la faccia e quindi fa perseguire dalla polizia i suoi sicari più brutali, come il ragionier Bencini (Berellini). Poi, nel 1926, arriveranno le cosiddette leggi fascistissime, con l'istituzione del tribunale speciale, ed anche gli assassini saranno integrati nell'ingranaggio del regime. Anche Via del Corno sarà "normalizzata" e i suoi abitanti più pericolosi arrestati. E' commovente la scena della morte di Alfredo (Montaldo), così come sono divertenti altre sequenze ambientate per le vie o nei bordelli di Firenze.

 

Storie di vita e malavita (Italia, 1975) di Carlo Lizzani. Con Cinzia Mambretti (Rosina), Lidia Di Corato (laura), Annarita Grapputo (Daniela), Cristina Moranzoni (Gisella), Nicola De Buono (Velluto), Mimmo Craig (il proprietario dell'agenzia), Walter Valdi (un pappone).

Storie di ragazzine, quasi tutte minorenni, che finiscono nel giro della prostituzione, di alto o infimo bordo che sia. Tratto da storie vere, con al centro tanta miseria, morale, prima che materiale, il film mostra come all'origine della caduta di queste ragazze, diverse per estrazione sociale e geografica, vi sia una totale assenza di valori e un rapporto sbagliato e inesistente all'interno delle famiglie. Il film di Lizzani è cupo e senza speranza: non vi è un solo personaggio positivo in nessuna delle vicende narrate; gli uomini, in particolare, sono talmente biechi (sfruttatori, ruffiani, violenti, aguzzini, ipocriti e libidinosi) da rivalutare figure retoriche generalmente usate per paragoni negativi, come i vermi o i topi di fogna. Colpisce, in particolare, la scena finale del rogo della ragazzina che batte senza la protezione del clan e la conseguente, barbarissima, uccisione di uno dei piromani. I difetti di STORIE DI VITA E MALAVITA sono soprattutto un sospetto di compiacimento e voyeurismo (l'epoca in cui uscì il film era proprio quella delle zie sexy, delle cameriere, delle infermiere e via puttaneggiando) e l'inenarrabile dilettantismo di un'operazione portata a termine, visibilmente, con due spiccioli.

 

Mazzabubù... quante corna stanno quaggiù? (Italia, 1971) di Mariano Laurenti. Con Carlo Giuffrè (il narratore), Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Isabella Biagini (la moglie di Franco), Mariolina Cannuli (la moglie di Ciccio), Nadia Cassini (la donna allo stadio), Giancarlo Giannini (Lucio), Riccardo Garrone (Agilulfo), Lino Banfi (il pizzicagnolo), Luciano Salce (il critico d'arte), Lars Bloch (il pittore), Umberto D'Orsi (il commendator Bordiga), Fausto Tozzi (l'eschimese), Pippo Franco (l'ospite dell'eschimese).

Squallida sequela di episodi presi di peso dalla tradizione boccaccesca, o che tentano di attualizzare quest'ultima. Lo scopo è realizzato con risultati infimi, dai quali si salvano soltanto, ma per il rotto della cuffia, le cornificazioni reciproche diFranco e Ciccio, in versione stranamente "per adulti". Il titolo pecoreccio sintetizza da solo la bruttezza del film.

 

Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca (Italia/Spagna, 1970) di Ettore Scola. Con Monica Vitti (Adelaide Ciafrocchi), Marcello Mastroianni (Oreste Nardi), Giancarlo Giannini (Nello Serafini), Manuel Zarzo (Ughetto), Josefina Serratosa (Antonia), Hercules Cortes (Amleto Di Meo), Corrado Gaipa (il giudice istruttore).

Un non giovanissimo manovale comunista, sposato con una donna più anziana di lui, conosce una giovane fioraia e se ne innamora. Questa, a sua volta, s'invaghisce di un pizzaiolo toscano suo coetaneo. Il ménage a tre avrà un esito tragico.

Dopo avere fornito a Dino Risi il copione per STRAZIAMI, MA DI BACI SAZIAMI, Age eScarpelli scrivono insieme a uno dei loro collaboratori storici, Scola, questo DRAMMA DELLA GELOSIA, utilizzando, grosso modo, gli stessi codici. I personaggi del film, infatti, parlano come fossero personaggi dei fotoromanzi ("abbiamo infranto le leggi dell'amore!" esclama la Vitti) imbevuti di testi da canzonetta sanremese. In più, costruendo la trama come un lungo interrogatorio del commissario di polizia intervenuto sul luogo dell'omicidio, molte parti sono narrate secondo lo stile di un verbale poliziesco, con effetti indubbiamente comici. L'ambientazione proletaria è piuttosto riuscita, anche se non è raggiunto pienamente l'obiettivo di mettere in parodia gli scenari che sottofondavano i film neorealisti (tutti quei manifesti che si vedono all'inizio sembrano rimandare a LADRI DI BICICLETTE). Scola comincia qui a girare scene a margine delle feste dell'Unità, come farà, con maggior fortuna in C'ERAVAMO TANTO AMATI, sebbene, e mi sembra un peccato, il retroterra politico, abbastanza forte all'inizio del film (quando la Vitti dice a Mastroianni "chiedimi qualunque cosa!", lui risponde "domani vota comunista!"), si perda con il procedere della vicenda. Mastroianni, recitativamente parlando, è la consueta sicurezza,Giannini funziona in un ruolo ineditamente comico, mentre la Vitti comincia ad abusare del suo personaggio perennemente fragile e destinato a fare, involontariamente, del male a sé stesso e agli altri.

 

I due figli di Trinità (Italia, 1972) di Osvaldo Civirani. Con Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Lucretia Love (Lola), Anny Degli Uberti (Calamity Jane), Goffredo Unger (il padre superiore), Franco Ressel (Armstrong), Fortunato Arena (Jack Carson), Salvatore Baccaro (scagnozzo), Andrea Scotti (lo sceriffo), Angelo Susani (Ching Chan Pa), Claudio Ruffini (Sabata).

L'umorismo è senza dubbio di grana grossa e spesso abbastanza infantile. Però, se ci si lascia andare per un po' alla comicità fracassona di Franco e Ciccio, si può trovare anche qualche spunto di divertimento. Questa parodia "trinitaria" diCivirani contiene una delle scazzottate più lunghe della cinematografia cicciofranchiana, in cui sono protagonisti dei fratacchioni, come in ...CONTINUAVANO A CHIAMARLO TRINITA', e che utilizza tutti gli stereotipi della situazione. Queste sequenze, in ogni caso, tra bastonate, capriole e schiaffoni multipli, sono girate piuttosto bene, con un professionismo che non ha molto da invidiare ai film di Bud Spencer e Terence Hill.

Tag: cinema

Cumulativo film 8

by sasso67 (16/11/2008 - 19:42)

Ritratto di borghesia in nero (Italia, 1978) di Tonino Cervi.Con Senta Berger (Carla Richter), Stefano Patrizi (Mattia Morandi), Ornella Muti (Elena Mazzarini), Christian Borromeo (Renato Richter), Capucine (Amalia Mazzarini), Paolo Bonacelli (Paolo Mazzarini), Mattia Sbragia (Edoardo Mazzarini), Giancarlo Sbragia (il gerarca Maffei), Maria Monti (Linda), Giuliana Calandra (l'insegnante di musica).

Gli elementi essenziali, veri e propri tòpoi cinematografici, sono tre: la borghesia, Venezia e l'epoca fascista. Se negli anni Settanta andava di moda sviscerare la corruzione della borghesia (oggi, invece, si piange sulla sua scomparsa), Tonino Cervi cerca di prendersi qualche vantaggio in più, ambientando la vicenda nella città che più poteva accentuare la sensazione di fradiciume, cioè Venezia; in aggiunta, ambienta la storia in epoca fascista, anzi, alla fine del Ventennio, quando già si sente parlare della concreta ipotesi della guerra. Più della metà dei film che ho visto, ambientati a Venezia, non mi è piaciuta: e questo di Cervi è uno di quelli. RITRATTO DI BORGHESIA IN NERO sembra una versione morbosa del GIARDINO DEI FINZI CONTINI, ma la materia non è altrettanto importante e su tutto domina l'atmosfera languida ed estenuata di Venezia, mentre nella scena finale, quella più riuscita di tutto il film, provvede la polizia fascista a mettere la sordina sull'intera, tragica, vicenda. Gli attori sembrano quasi tutti imbambolati, compresa Senta Berger, per non parlare di Ornella Muti, che a 23 anni recitava ancora la parte della ragazzina. Bonacelli e Patrizi, bravi, sono un po' sbiaditi, mentre convince Pagni nel ruolo del commissario di polizia, ma la sua parte è troppo breve.


La ragazza con la pistola (Italia, 1968) di Mario Monicelli. Con Monica Vitti (Assunta Patanè), Carlo Giuffrè (Vincenzo Macaluso), Stanley Baker (il dott. Osborne), Corin Redgrave (Frank Hogan), Anthony Booth (John), Aldo Puglisi e Tiberio Murgia (due emigrati siciliani), Stefano Satta Flores (il cameriere del ristorante Capri), Helen Downing (la signora McIntosh), Janet Brandes (l'infermiera), Ivan Giovanni Scratuglia (Salvatore), Nicolina Verrelli (la cugina Concetta).
Buona commedia, che, è vero, abusa dei luoghi comuni sulla Sicilia, ma, insomma, si parla pur sempre di quarant'anni fa e comunque di una commedia. Il tono è quello dell'ironia grottesca, un po' com'era successo con il Germi di DIVORZIO ALL'ITALIANA e SEDOTTA E ABBANDONATA (cui rimanda la presenza, seppure fugace, di Puglisi nel cast). La storia dell'italiana all'estero è gestita daMonicelli discretamente, molto meglio che le cento avventure di Sordi in Inghilterra, Svezia, America eccetera. Le sequenze ambientate in Sicilia - incluse le scene immaginarie, in cui una schiera di prefiche vestite di nero funge quasi da coro greco - sono le più riuscite di quello che resta, comunque, un buon prodotto medio. E' uno dei film in cui la Vitti riesce a non rimanermi antipatica e probabilmente uno dei due o tre ruoli migliori, al cinema, per Giuffrè, che resta in ogni caso un ottimo interprete teatrale, soltanto prestato al cinema.

Le ragazze di San Frediano (Italia, 1954) di Valerio Zurlini.Con Antonio Cifariello (Andrea Sernesi, detto Bob), Rossana Podestà (Tosca), Marcella Mariani (Gina), Giovanna Ralli (Mafalda), Corinne Calvet (Bice), Giulia Rubini (Silvana), Luciana Liberati (Loretta), Sergio Raimondi (Giancarlo), Adriano Micantoni (il fratello di Bob), Boris Cappelli (Boris), Gianni Minervini (Aldo), Peter Trent (il corteggiatore di Mafalda), Giovanni Nannini (l'usciere a teatro).
Ispirato al romanzo di Pratolini, l'esordio diZurlini si differenzia di parecchio dal libro in diversi snodi della trama ed anche nello spirito: è quasi del tutto assente il substrato sociale dei personaggi (non si fa il minimo accenno al lavoro delle ragazze, tutte fin troppo belle, modello pin up) nonché qualsivoglia accenno alla situazione politica. Tuttavia Zurlini sa valorizzare l'ambiente fiorentino, senza esagerare in localismi o macchiette. Il regista bolognese (ma lo sceneggiatore Benvenuti era fiorentino, mentre De Bernardi è pratese) utilizza una messinscena moderna, tanto che il suo film sembra una versione seria di POVERI MA BELLI (1956), cui l'apparenta la presenza di Cifariello, discretamente bravo in questa parte di personaggio che sta a metà tra Pinocchio e Accattone. Un film medio, di buona riuscita. Due dei protagonisti di questo film sono morti prematuramente, nello stesso modo, Marcella Mariani, che qui interpreta Gina, Miss Italia nel 1954, morì ad appena diciannove anni in un incidente aereo sul Terminillo nel 1955; lo stessoCifariello, che dopo avere lasciato l'attività d'attore si era dedicato alla realizzazione di documentari in Africa, perì in un incidente aereo in Zambia a 38 anni, nel 1968.

I padroni della città (Italia/RFT, 1976) di Fernando di Leo.Con Jack Palance (lo sfregiato), Harry Baer (Tony), Al Cliver (Rick), Vittorio Caprioli (Napoli), Gisela Hahn (Clara), Edmund Purdom (Luigi Cerchio), Enzo Pulcrano (Peppe), Roberto Reale (Luca), Rosario Borelli (l'attore).
Però. Si vede che quando aveva libertà d'azione e capitali appena sufficienti (qui si giova dei marchi della coproduzione tedesca) di Leo sapeva fare dei film di genere di ottima riuscita. Quale genere? E' chiaro che non si tratta di un poliziesco, perché se c'è un grande assente, in questo film, è proprio la polizia, che, tra tutti questi omicidi, estorsioni, pestaggi, non mette fuori la testa neanche una volta. L'unico rappresentante della legge che si vede nel film è un povero pizzardone che sta dirigendo il traffico e si trova in mezzo a un inseguimento del protagonista (fra l'altro una delle sequenze tecnicamente più pregevoli del film). Direi che si tratta di un gangster movie italiano di robusta fattura, che porta impresso il marchio di fabbrica dileiano, a partire di una fotografia come se ne vede di rado (di Erico Menczer) ed un incipit che non può non restare nella memoria. La cifra stilistica del film è il romanzo picaresco, ben rappresentato da questo protagonista (Baer) sbruffone, doppiato in romanesco, che sembra un nipotino ripulito, nella faccia e nel linguaggio, del trucido di Tomas Milian. Vi sono rimandi anche al western leoniano, in particolare a C'ERA UNA VOLTA IL WEST, cui rimanda la trama con l'antefatto che prelude ad una vendetta a lungo meditata. Su tutti giganteggiano la faccia violenta e tagliente del boss Jack Palance e l'ironia di un Vittorio Caprioli alle prese con una pistola che fa i capricci.

Il caso Katharina Blum (RFT, 1975) di Volker Schlöndorff.Con Angela Winkler (Katharina Blum), Mario Adorf (il commissario Beizmenne), Dieter Laser (Werner Tötges), Jürgen Prochnow (Ludwig Götten), Heinz Bennent (l'avv. Blorna), Hannelore Hoger (Trude Blorna), Karl Heinz Vosgerau (Alois Sträubleder), Regine Lutz (Else Woltersheim).
Katharina Blum, divorziata, di professione domestica, incontra una sera, ad una festa di Carnevale, un giovane ricercato e se lo porta a casa. La mattina dopo, dileguatosi il giovanotto, la polizia fa irruzione nella casa della ragazza e l'arresta. Con domande banali, ma sempre più stringenti, la polizia accusa la Katharina di essere complice del presunto terrorista anarchico. Nel frattempo, un quotidiano scandalistico monta una campagna di stampa contro di lei.
Schlöndorff è sempre stato un bravo illustratore di soggetti altrui piuttosto che un autore in proprio. In effetti il suo film più celebre (e celebrato, anche con un premio Oscar) è l'ottima riduzione del romanzo IL TAMBURO DI LATTA di Gunter Grass. Un po' meno gli riuscì - ed in effetti non era impresa facile, specialmente se come protagonista viene imposta Ornella Muti - la resa cinematografica del proustiano UN AMORE DI SWANN. Qui siamo sui livelli del TAMBURO, anche se chi ha letto il romanzo di Heinrich Böll sostiene che il film non è all'altezza dello stile sperimentale del testo originario. In ogni caso, questo atto d'accusa su un certo modo di fare stampa si giova di una messinscena asciutta (dovuta alla sceneggiatura del regista e di Margarethe Von Trotta, che all'epoca era sua moglie) e di una buona interpretazione di Angela Winkler e del sempre positivo Mario Adorf. Anche se qualche particolare risulta un po' forzoso, come, ad esempio, questa Francoforte, novella Viareggio, in cui sembra sempre Carnevale. Deve farci riflettere il finale, con l'orazione funebre dell'ipocrita editore della canagliesca "Zeitung", che fa passare l'uccisione del suo giornalista come un attentato alla libertà di stampa, anziché, com'era, il gesto disperato di vendetta di una donna cui l'infame pennivendolo (ovviamente vi sono giornalisti bravi e squallidi sciacalli) aveva rovinato l'esistenza.

Porca vacca (Italia, 1982) di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto (Primo Baffo), Laura Antonelli (Marianna), Aldo Maccione (Tomo Secondo), Raymond Bussières (lo zio), Raymond Péllegrin (il generale), Gino Pernice (commilitone toscano), Antonio Marsina (l'ufficiale austriaco), Adriana Russo (la ballerina), Enzo Robutti (il capitano).
Remake non dichiarato e stupidotto della GRANDE GUERRA, in cui nessun personaggio ha il ben che minimo spessore. Due o tre risatacce, però, le strappa.Tensione: * Laurantonellismo: * Grandeguerra: = Guerra: * Grande: no.

Ernesto (Italia/Spagna/RFT, 1979) di Salvatore Samperi. Con Martin Halm (Ernesto), Michele Placido (l'operaio), Virna Lisi (la madre di Ernesto), Turi Ferro (Wilder), Renato Salvatori (Cesco), Concita Velasco (zia Regina), Francisco Marsò (zioGiovanni), Lara Wendel (Ilio e Rachele), Miranda Nocelli (la prostituta), Gisela Hahn (la madre di Ilio e Rachele).
Trasposizione (chi ha letto il libro dice poco fedele) dell'omonimo romanzo autobiografico, per ovvie ragioni pubblicato postumo nel 1975 di Umberto Saba, il poeta triestino morto nel 1957. Samperiambienta la vicenda nella Trieste sveviana, cui rimanda la vita dell'ufficio commerciale, di proprietà dell'austriacante Wilder, uomo di una certa età e con velleità letterarie, poco supportate dal talento. Ernesto, invece, è un sedicenne di buona famiglia ebraica, cresciuto con la mamma e una coppia di zii senza figli, poiché suo padre, un goiym (cioè non ebreo), lasciò la madre incinta di tre mesi. Il ragazzo è intelligente e pieno di talento artistico, soprattutto per il violino, ma non gli piace il suo lavoro. Un giorno viene adocchiato da un aitante operaio che lo introduce all'amore omosessuale. Ernesto si abbandona a questa relazione, naturalmente segreta, ma in seguito, compiuti i diciotto anni, si fa iniziare anche al sesso con le donne da una giovane prostituta. Pare che nel romanzo di Saba, incompiuto, la vicenda si concluda con l'abbandono dell'operaio da parte di Ernesto, che ha conosciuto il giovane violinista Ilio, mentre qui Samperiintroduce una sorella gemella di Ilio, cui il protagonista finisce sposo. Insomma, mentre il romanzo di Saba narrava di un'iniziazione alla vita, la conclusione è un matrimonio borghese (ed ebraico), cui forse non sarebbe arrivato neanche qualche inetto sveviano. Forse Samperi non era il regista giusto per questa trasposizione cinematografica, o forse era proprio il testo di Saba che non si prestava a diventare un film, fatto sta che il risultato finale è un'estenuata prova stilistica, in alcuni tratti abbastanza riuscita, in altri molto scialba.

Il giustiziere sfida la città (Italia, 1975) di Umberto Lenzi. Con Tomas MIlian (Rambo), Joseph Cotten (il vecchio Paternò), Luciano Catenacci (Conti), Silvano Tranquilli (Marco Marsili), Evelyn Stewart [Ida Galli] (la signora Marsili), Alessandro Cocco (Giampiero Marsili), Guido Alberti (il barista), Maria Fiore (Maria Scalia), Femi Benussi (Flora), Mario Piave (Pino Scalia), Adolfo Lastretti (Ciccio Paternò), Tom Felleghi (Ferrari), Shirley Corrigan (la donna di Conti), Antonio Casale (Duval), Duilio Cruciani (Luigino Scalia), Mario Novelli (Franco), Luciano Pigozzi (scagnozzo di Conti), Rosario Borelli (scagnozzo di Paternò), Gianni Di Benedetto (il commissario).
Uno dei migliori film di Lenzi e del filone gangsteristico all'italiana (non definirei questo film poliziesco o poliottesco, perché la polizia vi compare appena). Dal punto di vista del racconto, il film sembra un incrocio traANATOMIA DI UN RAPIMENTO (1963) diKurosawa e PER UN PUGNO DI DOLLARI (1964): infatti, per salvare la vita ad un bambino rapito, un ex malvivente redento (cui hanno ucciso il migliore amico, divenuto agente di una polizia privata) mette l'un contro l'altro due clan malavitosi. Lenzi propone un montaggio serrato di questo copione che non presenta colpi di scena clamorosi, ma neanche inutili efferatezze, gestito piuttosto bene da un buon cast, nel quale, ancora una volta, la fa da padrone Tomas Milian, doppiato da Ferruccio Amendola, stavolta senza volgarità romanesche. Per il resto si assiste ad un'avvincente sfida tra marchi, per una sorta di supremazia pubblicitaria: qui si fa indubbiamente largo la Mondialpol, ma un posto preminente è occupato, al solito, dal J&B, che supera il Punt e Mes, il Fernet Branca e, in una breve apparizione, l'aranciata San Pellegrino. Ottimo, come al solito, lo score di Franco Micalizzi.
P.S. In una delle prime scene viene inquadrata la macchina dei banditi con dentro il boss Conti con due dei suoi scagnozzi: gli attori sono Luciano Catenacci,Luciano Pigozzi e Antonio Casale. Tre ceffi da galera come non se ne vedono spesso al cinema tutti assieme. In sostanza, se i greci erano spesso legati al mito del καλός κάι αγαθός, qui Lenzi si dimostra seguace del κακός κάι stronzolòs.
P.P.S. Sul MORANDINI 2006, compaiono nel cast anche Maria Rosaria Omaggio, Giampiero Albertini e Arthur Kennedy, ai quali non passò neanche per l'anticamera del cervello di partecipare a questo film.

Tag: cinema

Il divo

by sasso67 (16/11/2008 - 19:40)

Il divo (Italia, 2008) di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo (Giulio Andreotti), Anna Bonaiuto (Livia Andreotti), Flavio Bucci (Franco Evangelisti), Carlo Buccirosso (Paolo Cirino Pomicino), Massimo Popolizio (Vittorio Sbardella), Piera Degli Esposti (Vincenza Enea, la segretaria), Paolo Graziosi (Aldo Moro), Giorgio Colangeli (Salvo Lima), Gianfelice Imparato (Vincenzo Scotti), Aldo Ralli (Giuseppe Ciarrapico), Giulio Bosetti (Eugenio Scalfari), Lorenzo Gioielli (Mino Pecorelli).
«È una mascalzonata», sibilò Andreotti quando vide in anteprima il film, insieme alla stampa. In seguito il senatore a vita si è ricreduto ed ha attenuato il proprio giudizio. Ed anche a me il film di Sorrentino, dal punto di vista del contenuto, sembra tutt'altro che una mascalzonata, ed è anzi, a suo modo, un gesto quasi d'affetto. Tanto le colpe di Andreotti (non parlo di reati, non mi compete, ma di responsabilità politiche) le conosciamo tutti, e quindi? IL DIVO mi è piaciuto molto, era il tipo di film che aspettavo da anni da un regista italiano. La conferma di un grande talento di regista-sceneggiatore che sappia anche dirigere un film come Dio - che, sebbene non voti - comanda. Sorrentino si è scritto e diretto un film che potrebbe essere SALVATORE GIULIANO (e, come nel film di Rosi, fin dall'inizio è in scena un cadavere: quello dell'Italia) diretto con talento visionario e grottesco dal Martin Scorsese di CASINO: non c'è qui, la necessità di trovare un assassino, come poteva essere per il JFK di Oliver Stone, e quindi non interessa sapere se davvero Andreotti baciò Riina in una calda giornata d'estate (qui sembra, ironicamente, quasi una scena romantica). Il film è più filosofico: importa sapere se, come dice il senatore a vita, davvero l'Italia si è fatta prendere per il naso, per anni, dal referente della mafia, ma anche se, come dice ancora Andreotti, i delitti commessi in nome del potere sono giustificati dalla necessità di garantire al Paese l'ordine che l'ha, bene o male (più male che bene) governato per circa cinquant'anni. Sorrentino ci propone il ritratto di una Sfinge italiana e alla fine la domanda che mi sorge spontanea (come avrebbe detto Lubrano) è: abbiamo votato per cinquant'anni Andreotti e da quindici votiamo per Berlusconi. Ma perché? CAPOLAVORO.

Tag: cinema

Cumulativo film 7

by sasso67 (12/11/2008 - 20:14)

Il bandito (Italia, 1946) di Alberto Lattuada. Con Amedeo Nazzari (Ernesto Ferrero), Anna Magnani (Lydia), Carlo Campanini (Carlo), Carla Del Poggio (Maria), Mino Doro (Mirko), Eliana Banducci (Rosetta), Folco Lulli (Andrea), Thea Ajmaretti (Tecla), Amato Garbini (il tenutario), Gianni Appelius (Calligaris), Ruggero Madrigali (il negriero).
Un reduce della seconda guerra mondiale torna a casa. Si fa per dire, perché la sua casa è stata distrutta dai bombardamenti, sua madre è morta e la sorella si prostituisce in un bordello. Dopo avere ucciso il manutengolo e causato la morte proprio della sorella, l'uomo s'imbatte nella capa di una banda di criminali, a cui si unisce.
Un buon film, che stilisticamente spazia dal neorealismo all'espressionismo, con qualche influenza dell'Ejsenstein di IVAN IL TERRIBILE (com'è rilevabile nell'inquadratura di Amedeo Nazzari quando scopre la sorella nel bordello). Dal punto di vista contenutistico è evidente la derivazione dal noir americano; il finale mi ha ricordato la secchezza di UNA PALLOTTOLA PER ROY (1941) di Raoul Walsh. Buone prove degli attori, sia di Nazzari che della Magnani, ma anche di Campanini.

Il bandito dagli occhi azzurri (Italia, 1980) di Alfredo Giannetti. Con Franco Nero (Renzo Dominici), Dalila Di Lazzaro (Stella), Carlos De Carvalho (il commissario), Luigi Montini (lil brigadiere Mannella), Pier Francesco Poggi (l'amante di Stella), Sergio Tabor (
il gestore della mensa), Jole Fierro (la madre di Dominici), Fabrizio Bentivoglio (Riccardo), Franco Iavarone (la guardia giurata).
Il film è inverosimile dall'inizio alla fine: non c'è un solo elemento credibile, non uno snodo plausibile. Non è neanche il caso di elencare i momenti e gli episodi che lasciano lo spettatore esterrefatto per l'assurda incongruità della sceneggiatura. Una regia piatta e una recitazione sotto il livello di sopportabilità aggiungono al bianco lo splendore. L'unico motivo di curiosità è la presenza nel cast, in un ruolo secondario ma non trascurabile, di un giovane Fabrizio Bentivoglio. Volendo trovare un motivo d'interesse, si può dire che non è male la colonna sonora di Morricone. Pagella. Tensione, Ritmo, Umorismo ed Erotismo: * (cumulativo); Occhiazzurri: ***; Occhiverdi: **; Occhichiusi: meglio.

Segreti e bugie (GB, 1996) di Mike Leigh. Con Brenda Blethyn (Cynthia Rose Purley), Timothy Spall (Maurice Purley), Phyllis Logan (Monica Purley), Marianne Jean-Baptiste (Hortense Cumberbatch), Claire Rushbrook (Roxanne Purley), Elizabeth Berrington (Jane), Lee Ross (Paul).
Mike Leigh è, secondo me, uno dei tre o quattro maggiori registi viventi. Ancora meglio di Ken Loach sa coniugare l'approfondita analisi delle psicologie dei suoi personaggi con la descrizione degli sfondi urbani e degli ambienti, spesso semplici e cadenti, quando non degradati (come, per esempio, nello stupendo TUTTO O NIENTE). Qui, probabilmente, eccede nel melodramma, rappresentato dalla recitazione eccessivamente caricata di Brenda Blethyn, a mio parere sopravvalutata per questa prova. L'attrice inglese, forse non aiutata dal doppiaggio italiano, esagera con piantini e risolini, fornendo il sospetto di manierismo recitativo. Per il resto, però, bisogna dire che il cinema di Leigh sa emozionare anche quando mette in campo elementi volutamente patetici. In SEGRETI E BUGIE inserisce, per fortuna del contesto, alcuni fattori d'equilibrio che riescono a controbilanciare la spinta "negativa" degli altri. In particolare, la forza calma di Maurice e Hortense fa da contrappeso alla spinta negativa rappresentata soprattutto da Monica (incattivita dall'impossibilità di avere figli) e Roxanne (resa caratteriale dall'assenza di un padre e dalla convivenza forzata con una madre isterica e lagnosa). Ma anche la protagonista femminile rischia di fungere da elemento perturbante, con quella sua logorrea dovuta al bisogno di manifestare un affetto che sente di non avere mai ricevuto: anche le sue relazioni "amorose" si sono risolte in due gravidanze con altrettanti abbandoni da parte dei compagni occasionali. La scena in cui tutti i nodi vengono al pettine è forse un po' forzata, risolvendosi in una specie di tempestoso gioco al massacro, ma dà modo anche al paziente Maurice di tirare finalmente fuori il piccolo rospo che covava dentro e che lo rodeva: "Ecco fatto. L'ho detto. E dov'è il fulmine dal cielo?" esclama sollevato. Grandissimo l'apporto di Timothy Spall, uno dei miei attori preferiti, forse il miglior "attore grasso" in circolazione.

La mano spietata della legge (Italia, 1973) di Mario Gariazzo. Con Philippe Leroy (il commissario Gianni De Carmine), Klaus Kinski (Vito Quattroni), Tony Norton (il vicecommissario D'Amico), Silvia Monti (Linda), Cyril Cusack (il giudice), Sergio Fantoni (il questore Musante), Fausto Tozzi (Nicolò Patrovita), Guido Alberti (il prof. Palmieri), Pia Giancaro (Nadia Antonelli), Lincoln Tate (Venturi), Rosario Borelli (Salvatore Perrone), Marino Masè (Giuseppe Di Leo), Tom Felleghi (il maresciallo), Valentino Macchi (Genovesi).
Un film girato a bassissimo costo, anche se il cast è di tutto rispetto (Klaus Kinski, Philippe Leroy, Cyril Cusack, Sergio Fantoni, Guido Alberti, Fausto Tozzi) per un prodotto di Serie B. Gariazzo, comunque, è un valido esponente dell'italianissima arte d'arrangiarsi, e riesce a mascherare con bravura i set messi in piedi con un budget risicatissimo e, forse proprio grazie alla scarsezza di mezzi, non si perde in inutili sequenze d'inseguimento automobilistico: l'unica, su stradine di campagna, è breve e piuttosto efficace. La tematica del film è quella della "polizia con le mani legate", abbinata a quella del poliziotto che, durante gli interrogatori dei sospettati, ha le mani fin troppo "libere". Peraltro, il giro che il commissario De Carmine scopre con le sue maniere spicce è molto grosso, per cui viene destinato ad altra sede. Per concludere, la pagella alla maniera di FilmTV. Tensione: ** Sangueappiscio: *** Donnegnude: ** Procedurapenale: zero.

L'assassino è ancora tra noi (Italia, 1986) di Camillo Teti. Con Mariangela D'Abbraccio (Cristiana), Giovanni Visentin (Alex), Riccardo Parisio Perrotti, Luigi Mezzanotte, Yvonne D'Abbraccio.
Non era tanto semplice fare un film più brutto del MOSTRO DI FIRENZE di Cesare Ferrario, ma l'eroico Teti c'è riuscito. Se la recitazione di Leonard Mann nel film di Ferrario era catatonica, quella di Mariangela D'Abbraccio (forse era meglio inserire la sorella pornostar) e Giovanni Visentin (l'improbabile "dottor Alex", neanche fosse Del Piero) è addirittura soporifera. Qualche elemento preso dalla realtà degli omicidi del cosiddetto Mostro di Firenze - gli omicidi, le mutilazioni (un'asportazione pubica addirittura insopportabile), il bar dei guardoni -, è mischiato ad una serie impressionante di incredibili luoghi comuni. Teti cerca di disseminare qualche falsa pista e qualche sospetto, come nei peggiori film degli epigoni di Dario Argento: ma perché dovrebbe ruotare tutto intorno a questa ragazzotta che sta semplicemente tentando di scrivere la propria tesi di laurea sugli omicidi, senza peraltro capirci un granché? E poi dov'è ambientato questo film? No, perché per essere Firenze ci sono un po' troppe automobili targate Roma. Teti non ne azzecca una: perfino la fotografia è orripilante; al buio non si vede niente, mentre alla luce del giorno i maglioni rossi della protagonista fanno bruciare gli occhi. Insomma, questo L'ASSASSINO E' ANCORA TRA NOI è un film così brutto, ma così brutto, che se fossi il Mostro di Firenze farei causa al regista.

Tag: cinema

Cumulativo film 6

by sasso67 (10/11/2008 - 19:14)

Italia: ultimo atto? (Italia, 1977) di Massimo Pirri. Con Luc Merenda (Ferruccio), Marcella Michelangeli (Mara), Andrea Franchetti (Bruno), Lou Castel (Marco), Ines Pellegrini (la ragazza brasiliana), Nello Pazzafini (un picchiatore).
Di questo film Mereghetti ha detto che anticipò il delitto Moro, ma che, insomma, non è un gran merito. Ah no? Ma come, appena pochi mesi prima dei fatti un film parla di un evento simile (qui si tratta di un attentato al ministro degli interni) ad uno dei tre o quattro momenti che hanno segnato la storia italiana del dopoguerra e non sarebbe un gran merito? Sul resto si può concordare: il film è una cagata, anche per la scarsezza di mezzi con la quale fu realizzato, ma almeno quell'attestato, a Pirri, si può concedere. Come gli si può concedere il pregio di avere descritto questi suoi terroristi come persone confuse, fanatiche, ottuse, con idee men che vaghe su quello che dovrebbe succedere dopo che la loro avanguardia ha mostrato che il re è nudo. È quello che avrei sempre voluto domandare ai terroristi delle Brigate Rosse, specialmente ai cosiddetti "ideologi": se la loro follia criminale, per assurdo, avesse avuto successo, nel senso di abbattere lo stato (più o meno, si può discutere) democratico uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, che tipo di regime avrebbero voluto instaurare? Retto da chi? Scelto da chi? Su questo, mi sa che ci sia il buio completo. Forse la cosa migliore del film è proprio la descrizione del più idiota del commando, Bruno, che accetta tutti i piccoli simboli del regime che sembra voler combattere: il caffettino corretto al cognac, la masturbazione sulle pagine di Playboy, ma anche gli schemi mentali che gli fanno identificare per donna di servizio africana una studentessa brasiliana di colore ("Quarto anno di biologia... Una fica così, per me, è proprio sprecata!"). La scarsa riuscita del film è dovuta anche alla mancanza d'amalgama tra uno stile che vorrebbe essere veloce - con sequenze, anche riuscite, girate con la camera a mano - e la verbosità dei dialoghi, che sembrano ricalcati sui volantini delle Brigate Rosse. Italia: ultimo atto? resta, comunque, un cupo documento sui nostri anni di piombo.

La cambiale (italia, 1959) di Camillo Mastrocinque. Con Totò (Dante Posalaquaglia), Peppino De Filippo (Peppino Posalaquaglia), Aroldo Tieri (Bruscatelli), Vittorio Gassman (Michele), Erminio Macario (Tommaso La Candida), Ugo Tognazzi (Alfredo Balzarini), Raimondo Vianello (Olimpio), Giorgia Moll (Maria), Paolo Ferrari (Ottavio), Sylva Koscina (Odette Mercury), Lia Zoppelli (ilaria), Luigi Pavese (il cav. Temistocle Bisogni), Gina Rovere (Lola Capponi), Mario Castellani (l'avv. Incarta).
Il film si ravviva un po' soltanto quando sono in scena Totò e Peppino, francamente molto divertenti. Di livello medio l'episodio che vede protagonisti Tognazzi e Vianello, mentre è davvero brutto e patetico quello che ha per protagonista Gassman.

Amnèsia (Italia/Spagna, 2002) di Gabriele Salvatores. Con Diego Abatantuono (Sandro), Sergio Rubini (Angelino), Bebo Storti (Ernesto), Martina Stella (Luce), María Jurado (Alicia), Alessandra Martines (Virginie), Juanjo Puigcorbé (Xavier Ibanez), Antonia San Juan (Pilar), Ugo Conti (Dani), Rubén Ochandiano (Jorge Ibanez), Orazio Donati (Pier), Ian McNeice (Doug Chandler), Iván Hermés (Miguel).
Per mascherare il suo vuoto pneumatico d'idee, Salvatores inzeppa una sceneggiatura inconsistente di una miriade di elementi, che, messi insieme, formano un coacervo assurdo: un gruppo d'italiani a Ibiza (potenza della coproduzione italospagnola!), un poliziotto omosessuale con figlio delinquente, un regista di film porno con figlia diciassettenne incinta in visita, un barista impotente, una tarantiniana valigetta di cocaina e, addirittura, un eclissi solare. Salvatores crea un intreccio di numerosi personaggi proprio per richiamare PULP FICTION, inserisce degli split screen (incongrui) alla SHAFT, rimanda a POINT BREAK della Bigelow con una sequenza di surf, e fa fare da spartiacque della narrazione ad un rewind, come in FUNNY GAMES di Haneke. Tutto inutile, perché l'unica cosa che funziona nel film sono le due minisequenze nelle quali è in scena Ugo Conti con acconciatura surrealista. Un po' pochino, dopo 106 minuti di film. È che Salvatores, forte di una tecnica invidiabile e della sicurezza produttiva, ormai gira senza preoccuparsi più di tanto di avere una sceneggiatura plausibile: mette in campo una miriade di personaggi, con l'immancabile Abatantuono (ma qui, purtroppo, c'è anche il sopravvalutatissimo Rubini), qualche buona canzone in colonna sonora (qui IN MY SECRET LIFE di Leonard Cohen, PROUD MARY dei Creedence Clearwater Revival e, incredibile dictu, THE ANSWER dei mitici Bad Religion) ed un finale ad effetto, che qui - ma un po' meno cretino non si poteva? - richiama al tempo stesso Tarantino, Sergio Leone e pure i vecchi noir alla RAPINA A MANO ARMATA. Purtroppo i difetti del film sono cento volte più numerosi dei pregi, compreso un uso spregevole della musica heavy metal, come sempre, abbinata a sequenze di violenza, e una fastidiosa tendenza ad allungare i titoli di coda, all'unico scopo di aggiungere un paio di pezzi al CD della colonna sonora. Insomma, Salvatores gioca, qui, a fare Tarantino, ma ricorda piuttosto le vecchie e brulicanti vignette di Jacovitti; ci manca soltanto, qua e là, qualche salame, e, sullo sfondo, un ometto che, asciugandosi il sudore con un fazzoletto, esclama: FA AFA, FA.
La città nuda (USA, 1948) di Jules Dassin. Con Barry Fitzgerald (il ten. Dan Muldoon), Howard Duff (Frank Niles), Dorothy Hart (Ruth Morrison), Don Taylor (Jimmy Halloran), Ted De Corsia (Willy Garzah), H. Jameson (il dott. Stoneman), Anne Sargent (la signora Halloran), Adelaide Klein (la signora Bathory).
Chissà se è vero se Dassin, realizzando quest'opera, fu effettivamente influenzato dal neorealismo italiano oppure no. Qualche elemento, soprattutto riferito a ROMA CITTA' APERTA o LADRI DI BICICLETTE (che pure è del medesimo 1948), pare di poterlo cogliere, soprattutto con alcune sequenze girate dal vero, la presenza di una città (New York) che, con i suoi "otto milioni di storie", profuma di realtà. E' indubbio, in ogni caso, l'approccio innovativo di Dassin al genere noir, rispetto agli illustri predecessori. Qui il protagonista non è né un grande criminale né un investigatore privato dalle maniere spicce né un qualche altro deus ex machina o supereroe. Se si guarda alla trama (peraltro non particolarmente avvincente o ricca di colpi di scena), il protagonista è un grigio ometto d'origine irlandese, che di mestiere fa il tenente della polizia. E' un vedevo di una certa età, cui l'esperienza ha insegnato poche cose ma buone: l'onestà, la fiducia nella pazienza, la necessità di compiere un passo alla volta in direzione della verità, il rispetto delle procedure e il rifiuto dei metodi superomistici. Per lui, la stesura di un buon rapporto vale quanto l'inseguimento di un criminale in mezzo alla folla. L'uso delle armi deve essere limitato allo stretto indispensabile. La polizia deve agire come una macchina che utilizza come forza d'urto il lavoro di gruppo: tanto è vero che l'unica volta in cui il poliziotto giovane si avventura in un tentativo d'arresto da solo, ne busca dall'ex lottatore. Fotografato genialmente da William Daniels (che ebbe l'Oscar) fino dalle sequenze iniziali, che immortalano dall'alto una New York postbellica, moderno formicaio, per concludersi con una magistrale sequenza d'inseguimento a piedi ripresa frontalmente, La città nuda è un piccolo capolavoro che, nella sequenza finale, ci fa notare (senza moralismi) quanto velocemente si possa salire in alto con la carriera criminale e quanto repentinamente si possa cadere negli abissi. Gli autori del film sono sostanzialmente quattro: il produttore Mark Hellinger, il regista Dassin, gli sceneggiatori Albert Maltz e Malvin Wald. Notevoli, comunque anche gli apporti del fotografo Daniels e del musicista Miklos Rosza.
Ringrazio la mia collega Elena per alcune interessanti osservazioni sul film.

No grazie, il caffè mi rende nervoso (Italia, 1982) di Lodovico Gasparini. Con Lello Arena (Michele Giuffrida), Maddalena Crippa (Lisa Sole), Massimo Troisi (Massimo Troisi), James Senese (James Senese), Armando Marra (Diecidecimi), Carlo Monni (il commissario), Anna Campori (la signora Rosa), Sergio Solli (il telefonista), Nando Murolo (l'uomo assassinato), Elio Polimeno (Mastino), Antonio Sigillo (il padre di Michele).
Peccato che il film di Arena e Gasparini non abbia avuto, all'epoca, un meritato successo. Forse erano ancora i tempi dei trionfi del Monnezza e delle commediole, molto più scontate, di Pozzetto e Montesano. Soltanto l'invenzione di un serial killer che si battezza Funiculì Funiculà meriterebbe al film di rimanere agli onori delle cronache del cinema di commedia italiano. NO GRAZIE... sembra il fratellino di certi film che si addentrano nei labirinti di Napoli e nei meandri della mentalità partenopea, il cui esponente più famoso e forse più riuscito è MI MANDA PICONE. Qui è messo in scena, in maniera parodica, ma meno leggera di quanto potrebbe sembrare, lo scontro tra la Napoli tradizionale (e la sua immagine, rappresentata da una polverosa cartolina con il Vesuvio fumigante) della pizza e della sceneggiata e la Napoli nuova, che proprio in quegli anni, andavano proponendo artisti come Troisi e La Smorfia, Pino Daniele, James Senese e i fratelli Bennato. La dicotomia è bene sintetizzata da Lello Arena nella scena finale in cui la schizofrenia del personaggio si manifesta in tutta la sua tragicomicità. Gli sbocchi, comunque, sono sempre patetici, pulcinelleschi, come dimostra lo scatto d'orgoglio che porta il protagonista a riscuotersi dalla sua simulazione della morte per scattare orgogliosamente in difesa della sceneggiata napoletana. Peccato che il film non abbia goduto neanche di una tardiva rivalutazione, perché può offrire qualche buona interpretazione, dello stesso Arena (che non sempre è riuscito ad essere così spontaneo ed incisivo), dell'ottima Maddalena Crippa, poco sfruttata dal nostro cinema, ma anche del compianto Troisi, di Monni e di Marra, nella parte dell'indimenticabile non vedente Dieci Decimi. Per quanto vale la mia opinione: un filmino da rivalutare.

Ritorno a casa Gori (Italia, 1996) di Alessandro Benvenuti. Con Carlo Monni (Gino Gori), Novello Novelli (Annibale), Athina Cenci (Bruna), Alessandro Benvenuti (Luciano), Sabrina Ferilli (Sandra), Alessandro Haber (Libero), Massimo Ceccherini (Danilo Gori), Vito (Faustino), Barbara Enrichi (Cinzia).
Rispettando le tre unità aristoteliche (del resto, il copione deriva da un testo teatrale dello stesso regista), Benvenuti mette in scena la veglia funebre della famiglia Gori, intorno alla salma della povera Adele, figlia del rimbambito Annibale, moglie dell'irascibile Gino, madre del ladruncolo cannaiolo Danilo e sorella di Bruna, moglie insoddisfatta. Intorno a lei ruota una miriade di esemplari umani che, nelle loro personalissime miserie, fanno scompisciare dalle risate. Quello di Benvenuti, al contrario di quello di Pieraccioni, è un cinema toscano in cui non domina necessariamente la volgarità, che è semplicemente funzionale allo sviluppo della trama: perfino Ceccherini, qui, è molto più sobrio del solito. Il film funziona, ed ha una sua autonomia rispetto a BENVENUTI IN CASA GORI (1990), ed anche i personaggi "eterogeneii" - sarebbe a dire non toscani - come la Ferilli (brava, nella parte di una neofita buddista d'infantilissimo entusiasmo), Haber e Vito risultano alla fin fine piuttosto credibile. Su tutti dominano, comunque, l'ottimo Monni e l'impagabile Novelli. In ogni caso, RITORNO A CASA GORI (il cui unico difetto è il finale, nel quale più o meno tutto torna un po' forzatamente al proprio posto) è il frutto maturo della mente e della sapienza cinematografica di un eccellente autore perfino un tantino sottovalutato, come Alessandro Benvenuti, che ha lavorato, bene, nell'ombra, mentre l'ex sodale Francesco Nuti si distruggeva - ahimè - sotto i riflettori.

Totò cerca pace (1954) di Mario Mattoli. Con Totò (Gennaro Piselli), Ave Ninchi (Gemma Torresi), Paolo Ferrari (Alberto), Enzo Turco (Pasquale Pallante), Isa Barzizza (Nella Caporali), Gina Amendola (Adele), Giovanni Nannini (Celestino), Corrada De Mayo (Rosina), Cristina Fanton (Mirella), Renzo Biagiotti (Oscar Caporali), Vincenzo Talarico (l'avv. Talarico), Nino Vingelli (il cameriere napoletano), Ughetto Bertucci (un testimone di nozze), Franco Caruso (il dottore).
E' strano: di solito nei film con Totò è proprio l'attore partenopeo e parte napoletano a costituire il punto di forza. Qui, invece, nonostante la sua indubitabile bravura, lo sento come un corpo estraneo. L'origine del film è un testo teatrale fiorentino, che, penso, avrebbe richiesto un cast di fiorentini, mentre i protagonisti sono quasi tutti, tranne lo staordinario Giovanni Nannini ("Siemo becchi!"), di altre parti d'Italia. L'insieme, in ogni caso, è piuttosto divertente, anche nei momenti più patetici, che Totò, Ave Ninchi, ed anche Enzo Turco gestiscono al meglio.

Yuppi du (Italia, 1975) di Adriano Celentano. Con Adriano Celentano (Felice Della Pietà), Charlotte Rampling (Silvia), Claudia Mori (Adelaide), Lino Toffolo (Nane), Gino Santercole (Napoleone), Memo Dittongo (Scognamillo), Carla Brait (la cameriera), Jon Lei [Rosita Celentano] (Monica), Pippo Starnazza (il marito abbandonato), Jack La Cayenne (un ballerino).
Celentano non mi ha mai esaltato come cantante, mi ha sempre annoiato come telepredicatore, irritato come attore e come regista mi ha fatto cascare le braccia ogni volta (poche per fortuna) che ho visto un suo film. Questo suo autoritratto, anzi automonumento, anarchico è già l'emblema di quello che sarà il cinema di Celentano fino al disastroso JOAN LUI (1986), nonché del personaggio Adriano Celentano: egocentrico, autoreferenziale, insopportabile. Va anche detto, però, che la confezione è di prim'ordine, ed in particolare è da segnalare la fotografia di Alfio Contini, pregevole nel restituire i colori verdazzurri di una Venezia pochissimo turistica e i grigi smorti di una Milano molto sotterranea. Il problema è che manca totalmente il contenuto, in questo melodrammusical che a tratti mi sembra un quadro dipinto da Edward Hopper ed animato da Carmelo Bene (e questo è un complimento). Ma stare un'ora e mezzo ad ammirare i tradizionali bigiancoli di Celentano, via, questo è troppo...

La storia ufficiale (Argentina, 1985) di Luis Adalberto Puenzo. Con Norma Aleandro (Alicia), Hector Alterio (Roberto), Hugo Arana (Enrique), Chela Ruiz (Sara), Patricio Contreras (Benitez), Chunchuna Villafañe (Ana), Analia Castro (Gabi), Jorge Petraglia (Macci), Augusto Larreta (il generale), Leal Rey (padre Ismael).
Il dramma dei desaparecidos, purtroppo, non passa mai di moda. Dopo la tragedia di tanti giovani inghiottiti dal Moloch della dittatura militare, di cui si seppe grazie alle coraggiose madri e nonne di Plaza de Mayo, a più di trent'anni si ripropone, ancora oggi, il nuovo trauma dei figli: coloro che furono strappati neonati a genitori desaparecidos e spesso affidati alle famiglie dei torturatori o, quanto meno, di persone compromesse con il regime della Junta. La storia ufficiale, qui, è quella che insegna la professoressa Alicia, di stampo tradizionalista e un po' ottusa. La signora, sposata con un funzionario che, pur provenendo da una famiglia povera e di origini anarchiche, ha fatto i soldi scendendo a compromessi con alcuni militari del regime appena caduto (siamo nel 1983, appena dopo la fallimentare guerra per le Falklands/Malvinas). La coppia ha una bellissima figlioletta di cinque anni, addottata praticamente in fasce. Alicia non si è mai posta il problema dei genitori naturali, ma la pulce nell'orecchio provvedono a mettergliela un'ex compagna di studi, appena rientrata dall'estero, dove si era rifugiata per sfuggire alla repressione, un collega anch'egli a suo tempo vittima dei militari, e qualche suo studente, che ritiene ipocrita adagiarsi su una versione della Storia, quella scritta dagli assassini. A questo punto la storica Alicia comincia a fare il suo mestiere: anziché adagiarsi su quanto riportato dai libri scolastici, andrà a frugare negli archivi, incontrando la resistenza non soltanto dei funzionari pubblici, ma anche dei rappresentanti della Chiesa cattolica (il lupo perde il pelo...), ma potendo contare anche sulla solidarietà di tante donne in cerca di verità e giustizia. Ciò che la donna scopre è più che drammatico, sia in relazione alle origini di sua figlia che agli scheletri nell'armadio del maritino, ma tutto questo le darà il coraggio per uscire dall'ipocrisia e dal sonno della ragione in cui aveva sempre vissuto. Girato da Puenzo con ritmo serrato seppure non frenetico, fondendo magistralmente la narrazione dei drammi privati con quella delle tragedie di un intero popolo, recitato benissimo da un nutrito gruppo di ottimi attori (tra i quali primeggiano Norma Aleandro e Hector Alterio) LA STORIA UFFICIALE colpisce, commuove e non sfigura affatto accanto a MISSING - SCOMPARSO di Costa-Gavras.

Tag: cinema

Cumulativo film 5

by sasso67 (02/11/2008 - 19:09)

Sinfonia d'autunno (Norvegia, 1977) di Ingmar Bergman. Con Ingrid Bergman (Charlotte), Liv Ullmann (Eva), Lena Nyman (Helena), Halvar Björk (Viktor), Erland Josephson (Josef), Arne Bang-Hansen (zio Otto), Gunnar Björnstrand (Paul), Gerog Lokkeberg (Leonardo), Linn Ullmann (Eva bambina).

La prima cosa da rilevare è che, in effetti, sia dal titolo originale che dal tono del film si capisce benissimo che si tratta di una sonata (da camera, aggiungerei) e non di una sinfonia. La seconda cosa è che, mentre ho sempre amato Ingmar Bergman, non mi è mai piaciuta Ingrid, che non vedo, peraltro, adatta al cinema dell'omonimo regista. L'attrice inonda il cinema "ingmariano" di un'aura da vecchia Hollywood che non c'entra proprio per niente. Devo anche riconoscere che forse proprio quest'ultima caratteristica era funzionale al film in questione, poiché Charlotte doveva essere, in qualche modo, una diva - in questo caso del pianoforte. A tanto cospetto la figlia Eva deve apparire come una donna dappoco, ma mi pare che Liv Ullmann (generalmente bravissima) esageri in questo senso, facendola apparire (intendo sempre Eva) una mezza mentecatta, a tal punto che, quando la figlia accusa la madre del proprio sconfinato egoismo e rifiuta di perdonarla, si ha l'impressione di assistere ad una conversione fin troppo radicale, repentina ed immotivata. E' probabile che Bergman, con questo film, volesse lanciare un appello a parlarsi, a perdonare, perché non è mai troppo tardi, purché ci sia la volontà di parlarsi e di chiedere perdono. Ma anche su questa interpretazione (caldeggiata da Sergio Trasatti, autore del Castoro su Ingmar Bergman) non è che ci si possa adagiare troppo, perché dalle ultime scene ambientate in treno si potrebbe anche dedurre che Charlotte non abbia propriamente tratto la medesima lezione. Quello che più mi ha colpito negativamente, comunque, è il rifugiarsi di Ingmar Bergman in una sorta di cinema/teatro da camera che sa un po' troppo di manierismo: è un Bergman che fa del cinema alla maniera di Bergman, con delle attrici che recitano alla maniera di attrici del cinema bergmaniano. E' altissima maniera, d'accordo, ma si avverte la mancanza di una sincera ispirazione.

Totò contro i quattro (Italia, 1963) di Steno. Con Totò (il commissario Antonio Saracino), Peppino De Filippo (il cav. Alfredo Fiore), Aldo Fabrizi (Don Amilcare), Nino Taranto (l'ispettore Mastrillo), Erminio Macario (il col. La Matta), Ugo D'Alessio (il brigadiere Di Sabato), Mario Castellani (il comm. Filippo Lancetti), Rossella Como (la moglie di Lancetti), Dany Paris (Jacqueline), Nino Terzo (l'agente Pappalardo), Carlo Delle Piane (Pecorino), Mario De Simone (Spampinato), Luciano Bonanni (un meccanico ladro), Pietro Carloni (il cognato di Lancetti).

La giornata di un commissario di polizia cui hanno appena rubato l'automobile nuova. Quattro personaggi sembrano fare di tutto per peggiorargli l'umore, già deteriorato dal furto della macchina. I duetti tra Totò e tre dei suoi antagonisti sono divertenti: quelli con Macario e Castellani sono piuttosto sgonfi. Molto divertente è anche l'inizio, quando il commissario conosce per la prima volta il nuovo poliziotto Pappalardo, interpretato dall'impagabile caratterista Nino Terzo, che mette a dura prova la pazienza del commissario. Vi sono, comunque, alcune gag che ormai sono stravecchie e desuete (come quella sulle supposte) o addirittura di cattivo gusto, come quella in cui Totò e l'aiutante entrano in una boutique per comprare dei vestiti da donna e vengono scambiati per travestiti. Un film non eccezionale, anche se vedere Totò fa sempre piacere e strappa comunque qualche risata.

I cammelli (Italia, 1988) di Giuseppe Bertolucci. Con Paolo Rossi (Ferruccio Ferri), Diego Abatantuono (Camillo), Giulia Boschi (Anna Moretti), Sabina Guzzanti (Miriam), Claudia Pozzi (Paola), Fiorenzo Serra (il geom. Baiocco), Ennio Fantastichini (Pino), Laura Betti (Milena Moretti), Giancarlo Sbragia (il signor Moretti), Nicola De Buono (Luciano), Ugo Conti (il figlio di Alfredo), Claudio Bisio (l'ortolano), Carlo Monni (il capotreno), Stefano Sarcinelli (l'intervistatore).
Bertolucci junior continua un po' da sempre a cercare un proprio stile cinematografico. Qui segue le peripezie del giovane esperto di cammelli Ferruccio Ferri, prima alle prese con un impresario imbroglione e poi con la famiglia di una ragazza che gli ha chiesto di salvarla da un matrimonio non gradito. Lo spunto è interessante, però, dopo la prima parte che procede surrealmente a dorso di cammello attraverso la Pianura Padana, il film s'incarta in un episodio ferroviario, che sembra la brutta copia delle candid camera di Nanni Loy. Lo scioglimento del film quasi chapliniano non convince e lascia tutta l'operazione un po' vagolante a mezz'aria. Paolo Rossi, purtroppo, al cinema non ha sfondato né come cabarettista intellettuale né come comicarolo d'assalto.

Kamikazen - Ultima notte a Milano (Italia, 1987) di Gabriele Salvatores. Con Paolo Rossi (Walter Zappa), Silvio Orlando (Nicola Minichino), Claudio Bisio (Vincenzo Amato), Gigio Alberti (Bruno), Flavio Bonacci (Corallo), Nanni Svampa (Colombo), Mara Venier (Caterina De Lellis), Antonio Catania (Tony Pesci), Maria Luisa Santella Vittoria), David Riondino (Davide), Laura Ferrari (Angela Mazzoni), Alberto Storti (Achille), Pietro Sarubbi (Gino), Lucia Vasini (Marta), Diego Abatantuono (l'uomo all'ippodromo), Gabriele Salvatores (il cliente di Angela), Giovanni Storti (il poliziotto), Aldo Baglio (cliente della trattoria).
L'esordio cinematografico di Salvatores (escludendo l'esperimento del SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE) ci regala lo spaccato di una Milano che, al tramonto degli anni Ottanta, non è, fortunatamente, soltanto la città da bere e la metropoli presa in appalto da tangentari e paninari. Il regista denota, inoltre, una certa padronanza nel manovrare la macchina da presa, evidenziandosi già quale il cineasta che, di lì a poco, avrebbe portato a casa un immeritato Oscar (sebbene, in quanto a premi immeritati, si trovi in buona e numerosa compagnia). KAMIKAZEN mette anche in mostra una nuova generazione di comici di valore, da Paolo Rossi a Silvio Orlando, da Antonio Catania a Claudio Bisio. Il primo è forse quello che, al cinema, dà un profitto inferiore al proprio valore complessivo, mentre gli altri giustificano, fin da questo esordio, l'impiego che il cinema ha fatto di loro negli ultimi anni. Buona la resa spettacolare di una Milano notturna, pochissimo glamour. Il peso specifico del film resta, comunque, scarsino.


Pane, burro e marmellata (Italia, 1977) di Giorgio Capitani. Con Enrico Montesano (Bruno De Santis), Claudine Auger (Betty), Rossana Podestà (Simona), Rita Tushingham (Vera De Vizis), Laura Trotter (Margherita Bertelli), Adolfo Celi (il commendator Aristide Bertelli), Franco Giacobini (il marito di Simona), Jacques Herlin (il prof. Gaetano Arfè), Stefano Amato (garzone della drogheria), Simona Mariani (Martina), Dino Emanuelli (il prof. Colli-Pedretti), Emilio Delle Piane (Nicola), Ennio Antonelli (locandiere), Pietro Tordi (il prete), Angelo Pellegrino (il tecnico dello studio TV).
Il grado zero del cinema. Nel senso di zero assoluto (273,15 °C). Un copione insussistente che farebbe rabbrividire il povero Feydeau, recitato da uno dei nostri comici più mediocri e da un trio di attrici in decadenza artistica, oltre che fisica. Non c'è un guizzo registico, non una sola invenzione, nemmeno una gag che faccia arricciare il labbro in un qualcosa che possa lontanamente somigliare a un sorrisino. Non c'è niente: e quel poco che si vede è falso come la classica banconota da 6.700 lire del vecchio conio. L'unica preoccupazione del regista, oltre che tirare a campare fino alla fine di questa immonda ciofeca, è trovare qualche improbabile scusa per mostrare l'immancabile bottiglia di J&B. Dispiace soprattutto per la gloriosa Rita Tushingham di Sapore di miele, ma bisogna pur dire che questo Pane è risecchito, il Burro rancido e la Marmellata ammuffita.

Culastrisce, nobile veneziano (Italia, 1976) di Flavio Mogherini. Con Marcello Mastroianni (il marchese Luca Maria Sbrizon), Lino Toffolo (Agostino Nebiolo), Claudia Mori (Nadia; Luisa di Libo List), Adriano Celentano (Sprint Boss), Silvano Bernabei (Vincenzo), Flora Carabella (zia Alvisa), Anna Miserocchi (Helga), Olga Bisera (la barista), Alvaro Mancori (Nane), Andrea Aureli (l'onorevole).
Fellinista senza essere Fellini, Mogherini possiede spesso qualche attributo negativo, senza avere, in cambio, qualche elemento positivo che lo compensi. Culastrisce prende in prestito molte tra le caratteristiche deteriori del cinema italiano a cavallo tra i decenni Sessanta e Settanta. Prende la poetica dei mimi di Blow Up (senza la cognizione dei tempi di Antonioni) e la frulla con il fellinismo toninoguerriano che avanza tra gli anfratti meno riusciti di Amarcord. In più, cerca di aggiungere qualche improbabile elemento di commedia surreale, affidandolo al tuttofare Toffolo, nonché di sfruttare la fama immeritata della coppia più bella del mondo (forse del loro mondo) Celentano - Claudia Mori. Il risultato, nonostante Mastroianni, è patetico.

Il mostro di Firenze (Italia, 1985) di Cesare Ferrario. Con Leonard Mann (Andreas Ackerman), Bettina Giovannini (Giulia), Gabriele Tinti (Enrico), Lydia Mancinelli (la madre del mostro), Anna Orso (la madre di una ragazza uccisa).
La teoria del giornalista della Nazione Mario Spezi è, da sempre, che il cosiddetto mostro di Firenze sia stato per l'appunto un «mostro», nel senso del serial killer solitario che per problemi suoi - probabilmente traumi psichici - abbia un giorno cominciato ad uccidere, con una pistola trovata per caso sul luogo di un altro atroce duplice omicidio. Insomma, una serie di fattori che hanno contribuito a creare nella testa di questo personaggio, dipinto come d'estrazione borghese e di buona cultura, la spinta a commettere tutta quella serie di duplici omicidi. Il film di Ferrario adotta questa ipotesi investigativa, che Spezi ha continuato a sostenere anche dopo la scoperta della pista degli ormai celebri «compagni di merende» (di cui all'epoca ancora non si era parlato), a costo di andarci di mezzo personalmente: il giornalista fiorentino, infatti, due anni fa fu anche arrestato con l'accusa di depistaggio, sulla pista di elementi abbastanza inconsistenti. Detto questo, va rilevato come il film di Ferrario, già regista teatrale, non sia un granché, com'era peraltro prevedibile. E tuttavia, pur essendo uscito nei cinema a ridosso dell'ultimo clamoroso duplice omicidio del Mostro (quello della coppietta francese, mostrato nella sequenza iniziale), il film non mi pare né sciacallesco né truculento - anche se va detto che subì notevoli tagli in sede di censura. Nel 1985 le ferite erano ancora troppo fresche, soprattutto nelle famiglie dei poveri ragazzi trucidati. Devo, però, ribadire che il film di Ferrario, anche a dispetto della recitazione catatonica di Leonard Mann, mantiene una sua pur fragilissima dignità, anche nonostante alcuni elementi da thriller postargentiano (come la sequenza ambientata nel teatro lirico, che resta fine a sé stessa), abbastanza incongrui. Sono, però, valide tutte le sequenze che ricostruiscono l'omicidio del 1968, quello della coppia Lo Bianco - Locci, avvenuto a Signa e che sembra un po' il capostipite della tragica serie: gli ambienti squallidi della campagna toscana e il triste ménage a tre, con il marito della donna che addirittura serve il caffè a letto alla coppia di amanti, sembrano usciti dalle pagine di un verbale dei Carabinieri. Purtroppo, si perde un elemento che avrebbe potuto costutire un punto di forza di un serio film sul Mostro, ossia il parlato di tutti i giorni, in particolare il sardo dei primi protagonisti e il toscano di tutto il contesto. Per come è stato ricostruito da Ferrario, l'insieme di questi orribili fatti sembra essersi svolto in una specie di Arcadia. Sarebbe come se, al processo che l'ha riguardato proprio per questi delitti, Pacciani avesse parlato con il doppiaggio di Nando Gazzolo.

Io ho paura (Italia, 1977) di Damiano Damiani. Con Gian Maria Volonté (il brigadiere Ludovico Graziano), Erland Josephson (il giudice Cancedda), Mario Adorf (il giudice Moser), Angelica Ippolito (Gloria), Bruno Corazzari (il capitano La Rosa), Giorgio Cerioni (il maggiore Masseria), Joe Sentieri (Tognon), Laura De Marchi (Emma Meroni), Laura Trotter (la ragazza di Caligari), Paolo Malco (Caligari), Raffaele Di Mario (il col. Ruiz), Aldo Valletti (il direttore del carcere).
Il titolo sintetizza benissimo la sensazione di disagio e di sconforto che attanagliò moltissimi italiani durante gli anni di piombo. Specialmente quei "tutori dell'ordine" che erano mandati a sorvegliare gli uomini che rappresentavano lo Stato, e magari spesso si domandavano chi fossero coloro per i quali, ogni maledetto giorno, rischiavano la vita. Quando fu rapito Aldo Moro, si cominciarono a conoscere gli "uomini della scorta", si cominciò a capire che dietro le loro divise c'erano delle storie: dietro a dei nomi che ormai da anni mi rimbalzano nella testa (Leonardi, Rivera, Iozzino) c'erano delle storie di persone, spesso molto giovani, che venivano dal Sud, che avevano una famiglia, dei figli, dei genitori. Questo è ciò che mette in scena Damiano Damiani - non dimaentichiamocelo - un anno prima del rapimento di Moro. E il merito del regista friulano è soprattutto quello di metterci a confronto con questa realtà, ficcandoci in una trama labirintica ed inquietante, in cui i segnali si fanno sempre più minacciosi, nonostante i toni kafkianamente rassicuranti dei superiori, ignari che i loro giochetti sono stati scoperti. Il brigadiere Ludovico Graziano ha ottenuto di fare da scorta ad un anziano magistrato che non si occupa di politica, ma l'indagine di cui si occupa il giudice dimostrerà che in quel periodo della storia italiana tutto è politica: dovunque si mettano le mani esce fuori qualche trama losca che coinvolge i servizi segreti, deviati o meno. E si dimostrano pericolose connivenze tra potere politico e terrorismo (anche se qui Damiani rifiuta di chiarire se il famigerato Caligari sia un rosso o un nero). Il meccanismo del film funziona e ci conduce ad un finale davvero raggelante e pessimista, quasi un messaggio ad abbandonare ogni speranza (o voi ch'entrate), anche quando sembra filtrare un raggio di sole dalla cappa di piombo. Eccellente l'interpretazione di Volonté, che ribalta il personaggio dell'INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO, sia nel carattere che nell'esteriorità: quanto è sicuro di sé ben oltre il limite della provocazione il primo, tanto è insicuro e pauroso il secondo; tanto è elegante ed azzimato il Dottore, quanto è sciatto nel vestire con i suo giubbottini il nostro Graziano. Ottime anche le prestazioni di Josephson (capace di una mimesi che poco ha da invidiare a quelle di Volonté) e di Adorf, sempre bravissimo, specialmente nelle sue apparizioni nel nostro cinema.

Il grande racket (Italia, 1976) di Enzo G. Castellari. Con Fabio Testi (il maresciallo Nicola Palmieri), Renzo Palmer (Luigi, proprietario del ristorante), Vincent Gardenia (lo zio Pepe), Gianluigi Loffredo (Rudy il marsigliese), Salvatore Borgese (il serg. Salvatore Velasci), Orso Maria Guerrini (l'ing. Gianni Rossetti), Marcella Michelangeli (Marcy), Glauco Onorato (Mazzarelli), Romano Puppo (l'uomo del mitra), Antonio Marsina (l'avvocato della gang), Daniele Dublino (il commissario), Salvatore Billa (Fabrizi), Ruggero Diella (Piccio, il nipote di Pepe), Stefania G. Castellari (Stefania), Anna Zinnemann (Sandra Rossetti).
Nonostante un'ideologia che, se non fascista, è comunque preoccupantemente destrorsa (senza voler tirare in ballo IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE, si può pensare certamente ad alcuni modelli eastwoodiani, dove l'ispettore Callaghan,privato del tesserino da poliziotto, ammazza i criminali con la sua 44 Magnum), prevedendo la creazione di squadre armate per fare piazza pulita di criminali che la legge non riesce a condannare, e nonostante anche certe macroscopiche incongruenze in sede di sceneggiatura (il magistrato sospende dal servizio il maresciallo Palmieri: ma quando mai?), IL GRANDE RACKET è uno dei migliori polizieschi degli anni Settanta. Anche se i mezzi di cui potè giovarsi Castellari non erano di certo quelli di una produzione hollywoodiana, dal punto di vista tecnico il film contiene sequenze di notevolissima fattura, dalle sparatorie con trenta o quaranta personaggi, agli inseguimenti automobilistici, al ralenti nel quale l'auto di Fabio Testi rotola lungo una scarpata. Grande merito della riuscita dell'operazione va, secondo me, oltre che al regista, all'operatore Marcello Masciocchi che fotografa con perizia sia le scene ambientate alla luce del sole sia quelle notturne. Un cast che sa amalgamare bene un nutrito gruppo di attori/cascatori (tra i quali Puppo, Billa, Vanni) di buon livello ed attori di buona esperienza come Palmer, Onorato (la mitica Freccia Nera televisiva), Gardenia, lo stesso Fabio Testi o l'Orso Maria Guerrini che, nonostante un preoccupante rapporto feticistico con il proprio fucile, memore del suo David Fenwick (in ...E LE STELLE STANNO A GUARDARE di Majano), non può che stare dalla parte dei buoni.

La morte risale a ieri sera (Italia/RFT, 1970) di Duccio Tessari. Con Frank Wolff (Duca Lamberti), Raf Vallone (Amanzio Berzaghi), Gabriele Tinti (Mascaranti), Gillian Bray (Donatella), Gigi Rizzi (Salvatore), Beryl Cunningham (Terrell).
Come nei romanzi e racconti di Scerbanenco, anche in questo film la cosa più riuscita è l'ambientazione milanese. Vi si respira, infatti, un'aria di Milano vera, fatta di palazzotti con androni e scale, case di ringhiera e gente che si fa gli affari suoi, mentre da qualche parte qualcuno va a puttana e qualcun altro rapisce e ammazza una bella ragazza con la testa che non funziona. Il film di Tessari è come spaccato in due: funziona benissimo quando sono in scena l'ispettore Duca Lamberti (Wolff) e il suo aiutante (Tinti), mentre perde molto quando sono descritte le vicende più private dei personaggi. Mentre, ad esempio, è descritta con buon realismo l'indagine poliziesca, che, come in La città si difende di Germi, è lenta ma inesorabile, la narrazione dell'indagine privata e della giustizia sommaria del cittadino Raf Vallone lasciano a desiderare. Peraltro sarebbe da spiegare com'è che il personaggio Duca Lamberti, che nelle pagine di Scerbanenco è un ex medico radiato dall'ordine, qui diventi un ispettore di polizia; e sarebbe da spiegarlo soprattutto a Mereghetti, il quale dice che "l'ispettore Lamberti era stato interpretato da Bruno Cremer in IL CASO VENERE PRIVATA". Il film di Yves Boisset era brutto, molto peggiore di questo di Tessari, ma lì Duca Lamberti era correttamente rappresentato come ex medico, mentre qui è inquadrato nei ranghi della polizia. Con il materiale scerbanenchiano, comunque, saprà fare molto di meglio l'ottimo Fernando Di Leo qualche anno dopo, a partire da quel gioiellino che è MILANO CALIBRO 9.

La pecora nera (Italia, 1968) di Luciano Salce. Con Vittorio Gassman (l'on. Mario Agazzi; Filippo Agazzi), Lisa Gastoni (Alma), Adrienne La Russa (Kitty), Ettore G. Mattia (il ministro Mattia), Antonio Centa (il commendator Mannocchi), Umberto D'Orsi (Roberto Franceschini), Giampiero Albertini (il sen. Santarini), Fiorenzo Fiorentini (il comm. Bertieri), Ennio Balbo (il padre di Alma), Eugene Walter (monsignor Faldella), Marisa Fabbri (la signora Mattia), Donatella Ceccarello (la domestica), Jimmy il Fenomeno (un povero alla festa di beneficenza), Lino banfi (un intervistatore), James Riley (Felix Tombalazza), Jeanine Handy (la moglie di Tombalazza), John Bartha (l'ambasciatore della Germania Est).
Satira politica per come ci si poteva permettere di farla nel 1968. La vicenda dei gemelli, vecchia come la commedia stessa (a partire dal personaggio di Sosia, nell'ANFITRIONE di Plauto), serve a Salce per alludere alla doppiezza degli uomini politici, affidandosi ad uno dei pochi attori italiani che avrebbero potuto reggere la duplice parte per tutta la durata di un film. Il quale, però, è lento e prolisso, risente di un po' troppi stereotipi del periodo (per diren uno: il giovane rampollo dell'industrialotto che legge Mao), troppe macchiette (il ministro e il prete) e battute scontate. E perfino Gassman, più gigione e mattatore del solito, risulta insopportabile.

Tag: cinema

Cumulativo film 4

by sasso67 (31/10/2008 - 20:10)

Uno contro l'altro... praticamente amici (Italia, 1981) di Bruno Corbucci. Con Renato Pozzetto (Franco Colombo), Tomas Milian (Quinto Cecioni, detto "er Monnezza"), Anna Maria Rizzoli (Silvana), Anna Cardini (Ines), Riccardo Billi (il nonno, detto "er Chiavica"), Bombolo (Capoccione), Leo Gavero (l'onorevole Ventimiglia), Alfredo Rizzo (l'Avv. Randolfi), Caterina Boratto (la mamma di Franco), Francesco Anniballi (Sor Gigi), Ennio Antonelli (Cicerchia), Salvatore Baccaro (l'anima gemella), Sergio Di Pinto (Pancotto), Andrea Aureli (Giacinto), Tony Scarf (Ciarsbronson), Elisa Mainardi (Madama di Tebe), Valerio Isidori (Bingo), Mimmo Poli (Er Buiaccaro).

Un Pozzetto catatonico e un Tomas Milian che urla sempre, anche quando parla con un interlocutore a due centimetri, sono o dovrebbero essere i motivi d'attrazione di questo film, che avrebbe l'ambizione di abbinare la comicità surreale e lumbàrd di Pozzetto e quella caciarona e romanesca di Milian. Come a volte accade per i piatti cosiddetti "mare e monti", la pietanza risulta indigesta, oltre che sciapita. Non valgono a rallegrare la situazione la particina affidata a Bombolo (retrocesso da Venticello a Capoccione) né quella di rimbambito cui veniva condannato il povero Riccardo Billi negli ultimi anni della sua carriera. E non parliamo del trito e tristissimo spogliarello della Rizzoli. Becero e dimenticabilissimo sottoprodotto della commediaccia all'amatriciana con spolverata di grana padano rancido.

A luci spente (Italia, 2004) di Maurizio Ponzi. Con Giuliana De Sio (Elena Monti), Giulio Scarpati (Giovanni Forti), Filippo Nigro (Andrea Gautieri), Toni Bertorelli (Ettore Benedetti), Andrea Di Stefano (Primo Ratelli), Francesca Perini (Gabriella), Damiano Andriano (Silvio), Ginevra Colonna (Ester), Armando De Razza (Dorian), Michele Melega (don Antonio), Aldo Puglisi (prete confessore).

Un regista cinefilo per una storia di cinema. La premessa era buona. Il risultato non lo è. Doveva essere una ricostruzione più o meno fedele - e sotto mentite spoglie - della lavorazione del film La porta del cielo di Vittorio De Sica, avvenuta durante il periodo dell'occupazione tedesca di Roma. Ciò che alla fine si vede è un prodotto paratelevisivo, pieno zeppo di luoghi comuni e recitato, salvo un paio d'eccezioni, con una piattezza che induce ad un vendicativo sbadiglio. I personaggi, a cominciare dal regista (affidato al diligente ma inespressivo Scarpati) sono quasi tutti descritti secondo i canoni di un buonismo veltroniano che alla lunga non può che irritare: sono tutti molto carini, con dei denti bianchissimi da fare invidia alla vecchia pubblicità del Durbans, ma sono talmente inutili che non riescono mai ad emozionare, neanche nei momenti più drammatici (personalmente, durante i bombardamenti, ho sperato che le bombe solitamente poco intelligenti degli americani avessero l'ingegno di colpire questi scemi a cottimo). La maggior parte delle storie sono incastrate male e ce n'è una che non c'entra un tubo con il resto, ovverosia la storiellina d'amore tra la costumista e il fotografo. Insomma, il momento di passaggio dal cinema dei telefoni bianchi a quello del neorealismo, benissimo incarnato dalla sempre brava Giuliana De Sio, meritava un cantore più ispirato. Ponzi mirava a comporre un poema ed invece ha costruito una più che mediocre filastrocca.

Sull'interpretazione di Andrea Di Stefano. Qualche suo sogghigno gli vale una nota di merito, per essere ricordato in questa parte di attore maledetto, compromesso con il regime fascista, un po' alla Osvaldo Valenti.

Colpo rovente (Italia, 1969) di Pietro Zuffi. Con Michael Reardon (Frank Berin), Barbara Bouchet (Monica Brown), Carmelo Bene (Billy Desco), Susanna Martinkova (Susanna), David Groh (Don Carbo), Isa Miranda (la tenutaria del bordello), Eduardo Ciannelli (Parker), Vittorio Duse (Mac Brown), Nello Pazzafini (un poliziotto).

Malriuscito antesignano del poliziesco all'italiana, diretto da un rinomato scenografo. Ispirato al noir americano alla Grande sonno, dei modelli originali conserva l'andamento ingarbugliato, una pletora di personaggi e la caratteristica di confondere le idee allo spettatore con una trama confusionaria e senza alcuna idea di cinema. Probabilmente lo spunto di partenza era quello di una critica alla società americana (come se l'Italia non offrisse sufficienti motivi d'ispirazione...), con la corruzione che la pervade a tutti i livelli, ma il dilettantismo registico di Zuffi, unito alla pochezza dei suoi interpreti, nonché ad una sceneggiatura abborracciata - che si stenta a credere che vi abbia collaborato Ennio Flaiano - porta ad un risultato incomprensibile e insulso. Per fortuna Zuffi non ripeterà l'esperimento registico.

Gangster '70 (Italia, 1968) di Mino Guerrini. Con Joseph Cotten (Fabio Destil), Franca Polesello (Franca, l'attrice), Giampiero Albertini ("Sempresì"), Giulio Brogi (Rudy), Bruno Corazzari (Affatato), Milly Vitale (la sorella di Affatato), Jean Louis (scagnozzo di Affatato), Franco Ressel (il "Viaggiatore"), Dennis Patrick Kilbane (il complice con la fiamma ossidrica), Cesare Miceli Picardi (Cavallo), Vivien Starleton (Anna), Giancarlo Badessi (il "Banchiere").

Un noir diretto da un regista in fama d'intellettuale, ispirato a certi capostipiti d'origine francese e soprattutto americana (Giungla d'asfalto, Rapina a mano armata). Manca, però, il genio di un Huston o di un Kubrick, cui neanche un cast di tutto rispetto (Cotten, Albertini, Brogi) può sopperire. Dopo la rapina e la resa dei conti (dove, più che nel resto del film sovrabbondano stereotipi e luoghi comuni del genere), poi, Guerrini parte in quarta con un disperato inseguimento a sirene spiegate di un finale plausibile. Inutilmente.

V per Vendetta (USA/Germania, 2005) di James McTeigue. Con Natalie Portman (Evey), Hugo Weaving (V), Stephen Rea (l'ispettore Finch), Stephen Fry (Deitrich), John Hurt (Adam Sutler), Tim Pigott-Smith (Creedy), Rupert Graves (Dominic), Sinéad Cusack (Delia Surridge), Clive Ashborn (Guy Fawkes).

"London's burning, London's burning//Fetch the engine, fetch the engine//Fire, fire! Fire, fire!//Pour on water, pour on water". Così dice una notissima filastrocca inglese per bambini, che significa: "Londra brucia, chiamate i pompieri. Al fuoco, al fuoco! Versate l'acqua!". Questo film è un po' così... una filastrocca per bambini che pretende di parlare di cose grosse e tragiche. Insomma, con suggestioni orwelliane, il regista ci parla di una Londra futura, ridotta da una pestilenza in condizioni più degradate di quella mostratatci da Kubrick in Arancia meccanica, su cui domina un tirannello (John Hurt), che è un mix tra Hitler e il Grande Fratello di 1984. Qualcuno ha detto che è un fumettone ed io sono d'accordo. Curato, girato benissimo, interpretato da attori britannici di ottima scuola e da una delle poche attrici in circolazione capaci di mantenere un livello di dignità e bravura superiore a quello del proprio divismo, il film di McTeigue è noioso e troppo lungo, seppure un gradino meno lugubre e funereo del Corvo di Proyas, cui per qualche verso si avvicina. Un finale ad effetto non riscatta l'insieme, nel quale un messaggio positivo - tutti dobbiamo ribellarci alle dittature che ci opprimono e possiamo farcela se lo facciamo tutti insieme in nome di un'Idea - è proposto con il linguaggio roboante e con le frasi ad effetto tipiche sia del videoclip che della graphic novel odierna. In conclusione, direi che se ne può fare a meno.

L'ombra del vampiro (USA/GB/Lussemburgo, 2000) di E. Elias Merhige. Con John Malkovich (Wilhelm Friedrich Murnau), Willem Dafoe (Max Schreck), Udo Kier (Albin Grau), Cary Elwes (Fritz Arno Wagner), Catherine McCormack (Greta Schröder), Eddie Izzard (Gustav von Wagenheim), Aden Gillett (Henrik Galeen).

Chi è il vero vampiro? Mentre il film di Merhige ci propone un Max Schreck che, secondo le parole del Murnau di John Malkovich, non esiste, trattandosi di invece di un vero vampiro transilvano, l'idea che si fa strada mentre procedono parallelamente i due film (il Nosferatu di Murnau e L'ombra del vampiro) è che il vero vampiro sia il regista. A dimostrazione di ciò, nelle ultime scene il Murnau personaggio continua a girare la manovella anche quando il non morto uccide in sequenza la primattrice, il direttore della fotografia e lo scenografo, mentre il resto della troupe si fa strada nella stanza buia, facendovi entrare la luce del giorno e provocando, così, la morte dello stesso Schreck. In una cornice storica di grande effetto e di riuscita quasi perfetta, si sviluppa questo giochino, impreziosito da un paio di interpretazioni notevoli (Malkovich, ma ancora di più Willem Dafoe, pressoché irriconoscibile), ma un po' fine a sé stesso.

Tag: cinema

Cumulativo film 3

by sasso67 (27/10/2008 - 19:20)

Il tempo si è fermato (Italia, 1959) di Ermanno Olmi. Con Natale Rossi (il guardiano), Roberto Seveso (lo studente), Paolo Quadrubbi (l'altro guardiano).

Magari verrà qualcuno a dire che servono i sottotitoli anche qui. Invece in questo piccolo capolavoro di "neorealismo panteista" non c'è proprio bisogno di niente, anche se qua e là qualche parola sfugge. E' la montagna che conta, perché c'è posto per tutti: per chi tenta silenziosamente e pazientemente, giorno dopo giorno, di catturare una lepre, e per chi spara sul giradischi un rock di Celentano a tutto volume. Perché la montagna può diventare complice dell'amicizia tra due persone tanto diverse. Perché forse è vero che i vecchi hanno sempre ragione, ma anche i giovani non sono poi così male e possono portare qualche ventata d'aria fresca (a volte anche troppo fresca...) tra le pagine del vecchio libro Cuore.

Il terribile ispettore (Italia, 1969) di Mario Amendola. Con Paolo Villaggio (Paolo De Angelis), Agostina Belli (Giorgina Lorenzi), Francesco Mulè (il dott. Agapito Trigallo), Umberto D'Orsi (l'on. Giluio Scorzarelli-Micci), Didi Perego (la signora Scorzarelli-Micci), Elio Crovetto (il commendator Zamborghelli), Carlo Campanini (il padre di Paolo), Nino Besozzi (il presidente dell'EIAL), Luciana Turina (Orietta Guidotti).

Prima di Fantozzi, Villaggio faticava ad entrare in un personaggio che potesse essere memorabile e riconoscibile. Eppure qualche elemento di novità, in questo falso dottor De Angelis, si nota, anche se si resta un po' a metà tra il futuro Fantozzi e il professor Kranz. Ci sono già le "doti" negative di arrivismo e vigliaccheria che caratterizzeranno il personaggio più famoso di Paolo Villaggio, ma forse questo De Angelis ha ancora dentro di sé una certa dose di velleità contestatorie derivanti dalle proteste studentesche del '68. Il ragionier Ugo Fantozzi sarà invece un prodotto del pieno riflusso, un frutto dell'amara consapevolezza che qualsiasi ribellione è inutile, perché eventualmente destinata a durare lo spazio di una giornata, come la rivolta contro Guidobaldo Maria Riccardelli e la sua Corazzata Potemkin. Il film, in ogni caso, è trascurabile, seppure cerchi in qualche modo di mettere in evidenza il malcostume della sanità e della politica italiana, su cui era intervenuto con maggiore efficacia Luigi Zampa e Alberto Sordi con Il medico della mutua.

Senza famiglia nullatenenti cercano affetto (Italia, 1972) di Vittorio Gassman. Con Vittorio Gassman (Armando Zavanatti a.k.a. Mister X), Paolo villaggio (Agostino Antoniucci), Rossana Di Lorenzo (la prostituta), Isa Bellini (Giacoma, la zingara), Corrado Gaipa (il sostituto procuratore), Augusto Mastrantoni (il principe Tarquinio Maccaresi), Renzo Marignano (il principe Cesare Maccaresi), Enzo Robutti (il licantropo), Luigi Zerbinati (Cesarina, il travestito), Giancarlo Fusco (Cesare Maccaresi, mondezzaro), Toni Ucci (l'infermiere Lepore), Carlo Delle Piane (Luparelli), Liù Bosisio (la direttrice dell'orfanatrofio), Massimo Sarchielli (Buglialozzi), Fortunato Arena (il prof. Pampardella), Luciano Bonanni (un invitato al party), Salvatore Baccaro (un infermiere).

Gassman dirige sé stesso e l'amico Villaggio in un film difficile da catalogare, ma di cui è facile comprendere la scarsa riuscita, nonostante qualche nobile ispiratore, come Chaplin, Tati o il Gianni Celatidelle Avventure di Guizzardi, che fu pubblicato proprio nel 1972. Il film, naturalmente, non fa ridere, ed è, anzi, un'amarissima satira sull'Italia contemporanea. Il problema è che stenta a trovare qualsiasi registro e lascia di continuo lo spettatore in attesa di qualcosa che stenta ad arrivare, rischiando spesso di farlo addormentare.

Beati i ricchi (Italia, 1972) di Salvatore Samperi. Con Lino Toffolo (Geremia), Paolo Villaggio (Augusto), Sylva Koscina (la contessa), Neda Arneric (Lucia Barti), Gigi Ballista (il commendatore), Eugene Walter (il sindaco), Enzo Robutti (il direttore di banca), Enrica Bonaccorti (Adele), Edda Ferronao (la signora Barti), Olga Bisera (la moglie del sindaco).

Francamente mi aspettavo di peggio. Non che questa satira sui ricchi (ed anche sui poveri che non sperano altro che diventarlo alla svelta) sia un capolavoro, però è abbastanza divertente e ben fatta. Forse all'epoca daSamperi, che proveniva da qualche riuscita e graffiante sparata antiborghese come Grazie zia, Cuore di mamma e Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, ci si attendeva qualcosa di più. Ed in effetti il tono del film è piuttosto indeciso tra il satirico-grottesco della festa in camicia nera e la comicità più ruspante e proletaria di Lino Toffolo (forse qui in una delle sue apparizioni migliori) e Paolo Villaggio (che ha qualche atteggiamento prefantozziano). E tuttavia l'insieme regge, con qualche scenetta sinceramente divertente (come quella dove si canta L'uselìn dela comare) e l'eccellente colonna sonora di Luis Bacalov, che comprende una sigla inizialetutta rock anni Settanta, cantata da Ivano Fossati.

Tag: cinema

Cumulativo film 2

by sasso67 (25/10/2008 - 14:37)

W la foca (Italia, 1982) di Nando Cicero. Con Lory Del Santo (Andrea), Bombolo (il dottor Patacchiola), Dagmar Lassander (la moglie del dottor Patacchiola), Michela Miti (Marisa), Riccardo Billi (il nonno), Fabio Grossi (il figlio del dottor Patacchiola), Victor Cavallo (l’imbianchino), Franco Bracardi (il barbone), Alfredo Adami (un paziente), Vincenzo Andronico (il maniaco), Giovanni Attanasio (il portinaio), Martufello (l’impiegato comunale), Angelo Pellegrino (il maestro), Moana Pozzi (la passeggera del treno), Carmine Faraco (l’amico di Marisa).
Lory Del Santo scende la scalinata di Trinità de' Monti e chiama un taxi; un signore si ferma con la macchina e le domanda "come, non sa che oggi c'è sciopero dei taxi?"; nel frattempo intorno sfrecciano taxi da tutte le parti. Questo soltanto per far capire il livello di professionalità dell'operazione. Si tratta, in realtà, di un ennesimo film - barzelletta, appena più divertente di quelli basati su Pierino. L'unico motivo di preferenza per questo film, rispetto ai Pierini, è la presenza di Bombolo al posto di Alvaro Vitali. Quando è in scena il buffo caratterista romano, il film si risolleva un po', mentre per tutto il resto siamo nei bassifondi della serie zeta. W la foca è talmente trash che qualcuno ha pensato di rivalutarlo sostenendo che confina con il sublime. Alla fine di tutto il discorso, però, non si può che provare pena per molti attori che si sono ridotti a fare film come questo, e tra questi mettono tristezza l'ormai anziano Riccardo Billi e la povera foca. Che filmaccio... e chi lo vuole rivalutare, che Dio lo maledOca!
 
Breaking News (Hong Kong/Cina, 2004) di Johnny To. Con Richie Ren (Yuen), Kelly Chen (tenente Rebecca Fong), Nick Cheung (l’ispettore Cheung), Maggie Siu (Grace Chow).
Apprezzabile variante al solito poliziesco adrenalinico di stampo hongkonghese, con l'introduzione dell'incultura dell'immagine all'interno della polizia. Una tenentina del reparto antimafia della polizia di Hong Kong, che pare uscita da un corso di marketing della Fininvest, decide che non solo si deve acchiappare una pericolosa banda di delinquenti che s'è asserragliata in un grattacielo alveare, ma si deve mostrare tutta l'operazione alla cittadinanza, con tanto di musica trionfalistica di sottofondo e tagliando le immagini laddove è necessario. Stranamente i vertici della polizia le danno carta bianca. Ma la poliziotta dimostrerà un coraggio da leone, senza tuttavia perdere lucidità anche nei momenti più drammatici. Tutto è girato benissimo da Johnny To, con movimenti di macchina (spesso a mano) frenentici, tanto da stordire lo spettatore, il quale talvolta si perde e non capisce se è morto un poliziotto, un bandito o un ostaggio, se è scoppiata una bomba a mano o una bombola del gas e così via. Ma la cosa che più lascia perplessi è la psicologia di questi personaggi, che il regista non si preoccupa minimamente di sgrossare. Una volta si sarebbe detto "tagliata con l'accetta", presupponendo quanto meno un lavoro artigianale. I protagonisti diBreaking News sembrano piuttosto, sia psicologicamente che fisicamente, i personaggi di un videogame.
La sbornia (USA, 1930) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Anita Garvin (la moglie di Stanlio).
Una scenaDivertentissimo cortometraggio (dura non più di una ventina di minuti), nel quale Stanlio ed Ollio organizzano una messinscena nei confronti della moglie del primo, per poter uscire ed andare a sbronzarsi in un night club. Essendo nel periodo del proibizionismo, l'alcol se lo dovranno portare, di nascosto, da casa. Ma la signora Laurel ha sentito tutto al telefono e prima sostituisce il contenuto della bottiglia con del tè, poi, compratasi un fucile, segue i due al night club. La parte più divertente è quando, al tavolo del locale, i due amici riescono ugualmente a sbronzarsi, nonostante che stiano bevendo soltanto del tè con il seltz. E c'è una scena irresistibile - ripresa poi anche nel più celebre lungometraggio Fra' Diavolo - in cui i due buffoni cominciano, senza motivo, a ridere, in maniera assolutamente contagiosa.
Marinai a terra (USA, 1928) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Thelma Hill (la ragazza mora), Ruby Blaine (la ragazza bionda).
Due marinai noleggiano un'auto ed invitano due ragazze a fare un giro. Ad un blocco stradale per lavori in corso, i due creeranno un ingorgo e poi una colossale rissa tra automobilisti. Il cortometraggio comincia bene, con la divertentissima scena del distributore di chewing gum (grandissima la performance di Stanley), ma poi si perde nella seconda parte, nella quale la megarissa tra automobilisti usa la tecnica dell'accumulo, coinvolgendo negli scontri un numero sempre maggiore di persone: i meccanismi sono oliati a regola d'arte, ma tutto l'insieme non ha la scintilla della genialità che è invece riscontrabile in altre prove della inestimabile coppia.

Sotto il sole di Roma (Italia, 1948) di Renato Castellani. Con Oscar Blando (Ciro), Francesco Golisano (Geppetto), Liliana Mancini (Iris), Alberto Sordi (Fernando), Gisella Monaldi (Tosca), Ferruccio Tozzi (il padre di Ciro).

Proposto con i modi della commedia, inserita negli stilemi del neorealismo allora imperante, ma lontano mille miglia (checché se ne sia detto) dal "neorealismo rosa",SOTTO IL SOLE DI ROMA è un romanzo di formazione doloroso, seppure abbastanza tradizionale nel finale edificante. Molto criticato all'epoca, il cinema di Castellaniresiste agli attacchi del tempo. Forse la colpa principale del regista fu di non essere abbastanza neorealista, o forse non abbastanza di sinistra, oppure non abbastanza romano (era nato in Argentina, ma la sua formazione cinematografica si svolse a Milano); eppure qualche panno sporco lo portò ai lavatoi pubblici, come dimostra proprio questo film. Qui, forse, si tiene un po' troppo lontano dalla politica: i tedeschi si limitano a rinchiudere i due prigionieri nel cesso, mentre i bombardamenti hanno come effetto di creare una via di fuga, e la mamma muore, come nei racconti ottocenteschi per ragazzi, di crepacuore. Qualche figura, però, funziona, a cominciare dai personaggi femminili, quello di Iris e soprattutto quello di Tosca, borsanerista innamorata del giovane protagonista. Anche il personaggio di Ciro, comunque, è sfaccettato, soprattutto in quel suo volersi accertare ogni volta dell'amore di Iris per poi umiliarla regolarmente, anticipando, in questo senso, qualche protagonista pasoliniano, primo dei quali Accattone. Molto bravo il giovane Francesco Golisano (Geppa), che interpreterà Totò il buono nel MIRACOLO A MILANO di De Sica e morirà a soli 29 anni in un incidente stradale. Alberto Sordi interpreta solo una particina, già in tema, in ogni caso, con i suoi personaggi meschini degli anni Cinquanta.

Il mattatore (Italia, 1959) di Dino Risi. Con Vittorio Gassman (Gerardo Latini), Anna Maria Ferrero (Annalisa Rauseo), Dorian Gray (Elena), Peppino De Filippo (Chinotto), Mario Carotenuto (Lallo Cortina), Alberto Bonucci (Gloriapatri), Mario Scaccia (un gioielliere), Fosco Giachetti (il generale Mesci), Luigi Pavese (Rebuschini), Aldo Bufi Landi (il truffatore delle statuette).

Sarebbe ingeneroso definirlo semplicemente una galleria di macchiette:è piuttosto un monumento a Vittorio Gassman e alle sue capacità mimetiche e fregoliane. Il protagonista è un guitto senza soldi che si lascia coinvolgere da un volpone in una truffa e finisce in prigione. Da qui si dipana la sua carriera di truffatore professionale, in società con due compari conosciuti al fresco: Chinotto (Peppino) e Gloriapatri (Bonucci). La sfilata dei personaggi, interpretati da Gassman con la maestria che gli è unanimemente riconosciuta, è divertente, soprattutto all'inizio, ma, ahimè, un po' troppo lunga.

Tag: cinema

Ipercumulativo film

by sasso67 (22/10/2008 - 18:59)

Accadde al penitenziario (Italia, 1955) di Giorgio Bianchi. Con Aldo Fabrizi (l'agente Cesare Cantelli), Alberto Sordi (Giulio Parmitoni), Walter Chiari (Walter Polacchi), Mara Berni (la truffatrice), Peppino De Filippo (Peppino), Mario Riva (il detenuto n. 77), Riccardo Billi (il detenuto n. 969), Nino Besozzi il prof. Zaccanti), Carlo Romano (il capo delle guardie), Natale Cirino (il detennuto n. 49), Ignazio Balsamo (il detenuto mafioso), Turi Pandolfini (il detenuto che vuole il gatto).

Collage di barzellette carcerarie che, quanto a valore filmico, è prossimo allo zero. Alcune scenette sono però spassose, soprattutto quelle che vedono protagonista Peppino De Filippo e la coppia Billi eRiva. Aldo Fabrizi, checché ne dicano i critici di FilmTV, è sottotono e non funzionano mai le sue gag con il capo delle guardie Carlo Romano. Walter Chiari è sottoutilizzato, nella parte di uno sprovveduto gioielliere, e le scene con lui protagonista sono le più deboli del film, sebbene si salvi il duetto con il medico interpretato da Nino Besozzi. Il numero di Sordi funziona, anche se per un attore della sua caratura, recitare il ruolo di un ubriaco è come rubare le caramelle a un bambino; per di più il suo personaggio c'entra come i cavoli a merenda. Il filo conduttore del film (un quaderno su cui i carcerati raccontano la propria esperienza) è debole, ed inusitato è il finale al sapor di melassa e appiccicato con lo sputo.

Anastasia, mio fratello (Italia/RFT, 1973) di Steno. Con Alberto Sordi (Don Salvatore Anastasia), Richard Conte (Alberto Anastasia), Edoardo Fajeta (Sonny Boy).

Ennesima commediola che prevede una trasferta americana per Alberto Sordi, stavolta intabarrato nella tonaca da prete calabrese. Il sacerdote si reca a New York per incontrare un fratello emigrato tanti anni prima, che nel frattempo è diventato un boss della mafia, grazie all'organizzazione del sindacato dei lavoratori portuali. Abbandonata la tonaca per il clergyman, Don Salvatore cercherà di fare del bene al quartiere, senza rendersi conto che quanto ottiene l'ottiene grazie al potere mafioso del fratello. L'idea di partenza sarebbe anche buona, ispirandosi ad un fatto vero, narrato in un libro da un vero prete cui era capitata quest'avventura, ma forse sarebbe stato necessario un attore diverso da Sordi, che qui gigioneggia quanto mai e straparla (come il sacerdote del celebre episodio dell'ascensore in Quelle strane occasioni) con la sua calata romanesca che mal si adatta a un uomo che dovrebbe provenire dalla Calabria. Per di più, l'ambientazione è approssimativa (si dovrebbe essere nel 1949, ma New York somiglia troppo a quella degli anni Settanta) e qualche elemento troppo macchiettistico (come il cinesino e la sorella del prete veneto).

Le rose del deserto (Italia, 2006) di Mario Monicelli. Con Michele Placido (Frate Simeone), Alessandro Haber (il Maggiore Strucchi), Giorgio Pasotti (il Tenente Marcello Salvi), Fulvio Falzarano (il Serg. Barzottin), Moran Atias (Aisha), Tatti Sanguineti (il generale).

Il film fila via innocuo, ben fatto, ben fotografato, recitato così così. E' una montagna che partorisce il topolino, perché con tanto ben di Dio a disposizione (i mezzi non sono certo mancati a Monicelli) il risultato è di un anonimato sconcertante. Fa quasi rimpiangere Scemo di guerra, il film che Dino Risi trasse dal medesimo soggetto nel 1984. Si capisce abbastanza poco il senso di questa operazione, anche se va pure detto che nella nostra cinematografia il "filone coloniale" è stato sfruttato abbastanza poco (mi vengono alla mente soltanto un paio di film sulla battaglia di El Alamein, il sopra citatoScemo di guerra, Tempo di uccideredi Montaldo e, se proprio si vuole, I due nemici di Guy Hamilton). Però, se i risultati devono essere questi, meglio così. Curioso il personaggio affidato aMichele Placido, mentre è sprecato Haber ed abbastanza inconsistenteGiorgio Pasotti. Evitabile la macchietta di Tatti Sanguineti. Moran Atias eClaudio Bigagli si vedono a malapena.

La terrazza (Italia, 1980) di Ettore Scola. Con Jean-Louis Trintignant (Enrico), Marcello Mastroianni (Luigi), Ugo Tognazzi (Amedeo), Vittorio Gassman (Mario Dorazio), Serge Reggiani (Sergio), Stefano Satta Flores (Tizzo), Carla Gravina (Carla), Stefania Sandrelli (Giovanna), Ombretta Colli (Enza), Milena Vukotic (Emanuela), Galeazzo Benti (Galeazzo), Maurizio Micheli (Cerioni).
Considerato il traguardo finale della strada percorsa dalla commedia all'italiana (la partenza è unanimemente considerato I soliti ignoti), La terrazza è un film che, all'epoca della sua uscita, fu poco amato sia dal pubblico che dalla critica, ed ancora oggi è annoverato tra le opere meno significative di Scola, anche da parte di qualche "scoliano" militante. Lo stesso Roberto Ellero, curatore del "Castoro" suScola lo bolla come "facilmente collocabile tra le cose meno riuscite del regista". Eppure, rivista a quasi trent'anni di distanza, questa amarissima carrellata di personaggi tutti falliti e consapevoli di esserlo regge le due ore e passa della sua durata, grazie ad un divertimento che scaturisce dalle intenzioni di satira per niente autoassolutoria di Scola e dei suoi sceneggiatori Age e Scarpelli. I protagonista sono alcuni intellettuali che in passato sono stati dalla parte giusta (il politico Mario Dorazio ha fatto addirittura il partigiano), hanno combattuto battaglie meritevoli ed occupano posti, nella società, tutt'altro che disprezzabili e ben retribuiti; sono persone che hanno voluto accanto donne forti ed emancipate e adesso, un po' invecchiati ed imbolsiti se le ritrovano quasi tutte contro. Del resto anche loro sono tutti in crisi: lo sceneggiatore non scrive una riga e si autopunisce infilando un dito nel temperamatite elettrico, il produttore non fa più successi, il giornalista è soppiantato dalle nuove leve, il funzionario RAI è relegato in uno sgabuzzino e si dissolve di giorno in giorno ("Peso 63 chili. E sono 63 chili di troppo" dice), il politico è emarginato nel partito, il guitto rientrato dal Venezuela è costretto a tornarci, il critico cinematografico fa citazioni errate, parla per frasi fatte ("questo film, pure nel suo manierismo, è manierista") e tutti quanti ripetono da decenni le stesse battute ("Di che segno sei? Pesci, ascendente maionese"), alle stesse cene sulla stessa terrazza romana. Film della crisi da parte di un regista specializzato in bilanci generazionali - talvolta, è vero, fatti un po' col senno di poi - e di una generazione di attori, scrittori e autori della commedia all'italiana (tra i protagonisti manca solo Sordi, comunque rammentato nei dialoghi) ormai oltre la cinquantina, La terrazza è un duro bilancio sull'intellighenzia di sinistra che, sull'orlo degli anni Ottanta, ha ormai esaurito qualsiasi spinta propulsiva che l'ha animata in passato. Non a caso, la moglie del parlamentare afferma che il marito era molto più attivo ai tempi della Resistenza, "ma non si può mica dichiarare guerra alla Germania solo per farlo sentire di nuovo giovane!".
Quando le donne persero la coda (Italia/RFT, 1972) di Pasquale Festa Campanile. Con Senta Berger (Filli), Lando Buzzanca (Ham), Renzo Montagnani (Maluc), Lino Toffolo (Put), Francesco Mulè (Uto), Frank Wolff (Grr), Mario Adorf (Pap), Fiammetta Baralla (Katorcia), Aldo Puglisi (Zog).
Con tutto il rispetto per Festa Campanile (sia per la festa che per il campanile), per Senta Berger e per Renzo Montagnani (che strappa l'unica risata di tutto il film e sceglie un dignitoso suicidio), si tratta di una inenarrabile ed ignobile cazzata.
Borat (USA, 2006) di Larry Charles. Con Sacha Baron Cohen (Borat Sagdyev), Ken Davitian (Azamat), Pamela Anderson (sé stessa), Luenell (Luenell).
E questo dovrebbe far ridere? A me è capitato solo una volta, durante tutta la durata del film: quando il protagonista, al rodeo, canta l'inno nazionale kazako sulle note dell'inno americano. Per il resto si ha una serie di volgarità assolutamente gratuite, scontate e per niente divertenti. L'operazione sembra una sorta di Mr. Crocodile Dundee (che aveva almeno il pregio dell'originalità) condotta dai Gemelli Ruggeri versione Croda. E questo sarebbe l'umorismo britannico del ventunesimo secolo? Quanto rimpiango gli irripetibili Monty Python...
 
Quando le donne si chiamavano madonne (Italia, 1972) di Aldo Grimaldi. Con Edwige Fenech (Giulia Varrone), Vittorio Caprioli (Ser Checco, il podestà), Don Backy (Marcuzio), Mario Carotenuto (Quinto Fulvio), Stefania Careddu (Francesca), Peter Berling (Romildo Varrone), Carlo Sposito (Fra' Mariaccio), Paolo Turco (Tazio), Renato Malavasi (il cerusico), Antonia Brancati (Lucia), Francesca Benedetti (Gisa), Carlo De Mejo (Gisippo), Jurgen Drews (Ruberto).
Da un regista come Aldo Grimaldi non c'era da aspettarsi granché: il suo film migliore è probabilmente Franco e Ciccio sul sentiero di guerra. Ma una schifezza del genere è raro trovarla anche nell'immondezzaio del cinema di serie zeta degli anni Settanta. Questo pseudofilm falsamente protofemminista è la prova "vivente" che non bastava avere un paio d'attori di vaglia (Caprioli eCarotenuto) e una bella gnocca (la Fenech) per fare un film decente (forse per fare un film demente, però, sì). Ci vuole almeno una sceneggiatura degna di tal nome, ma qui si ha al massimo un canovaccio che sembra scritto da un paio di studenti liceali all'ultimo giorno di scuola. Spazzatura allo stato puro.
La ragazza del bersagliere (Italia, 1966) di Alessandro Blasetti.Con Graziella Granata (Anita Reali), Antonio Casagrande (Salvatore Esposito), Vittorio Caprioli (Settimo), Tony Renis (Carletto), Leopoldo Trieste (il sergente), Renato Salvatori (Antonio), Luigi Proietti (Cesare Bottazzi), Rossano Brazzi (Fernando), Franca Valeri (Bice, la medium), Piero Morgia (il bersagliere romano), Ettore Geri (Don Lorenzo), Tanya Lopert (la Contessa Medioli), Solveyg D’Assunta (Italia), Sabina De Guida (Ada).
Film della piena decadenza di Blasetti, tratto da una commedia, sembra una versione rosacea e padana di Fantasmi a Roma, che già non era quel granché. All'inizio c'è qualche situazione buffa (l'esercitazione militare) e qualche battuta indovinata, ma quando entra in scena la maggiorata fisica Graziella Granata, il film scade completamente a un tardo prodotto del neorealismo rosa, cui rimanda anche la presenza di un ormai poco significativo Renato Salvatori. E comunque, la presenza di qualche attore valido, come Caprioli, Trieste (ma farlo parlare in veneziano è una bestemmia) e lo stesso Salvatori, non basta per salvare un prodotto irrimediabilmente mediocre. Cinematograficamente nulla la presenza (ché dire recitazione sarebbe troppo) di Tony Renis.

Tag: cinema

Non ci resta che ridere

by sasso67 (22/10/2008 - 18:55)

Enrico Giacovelli, Non ci resta che ridere, Lindau, 1999, pp. 197, € 12,39.

Il sottotitolo dice tutto: Una storia del cinema comico italiano. O, per meglio dire, un repertorio dei film comici girati in Italia dall'inizio dell'industria cinematografica, fino ai giorni nostri. Da Cretinetti a Pieraccioni eVirzì (ordine cronologico), da Abbasso la miseria! fino a Zitti e mosca (ordine alfabetico). Giacovelli, peraltro, non si limita ad uno sterile elenco di titoli, ma analizza, innanzitutto cosa sia il cinema comico (è comico ogni film che si propone come obiettivo quello di far ridere) e quali caratteristiche lo differenzino dal cinema drammatico: i film comici si riferiscono a cose concrete, che ci sono, come le bucce di banana o le scale che fanno cadere. Vabbe', non sempre è così, tanto è vero che spesso una stessa "sensazione", come la fame, può dare adito ad un film comico come ad un film tragico. L'excursus spazia dal cinema di commedia da quella annacquata dei "telefoni bianchi" (epoca fascista) all'altro, che ha dato alcuni frutti strepitosi, della commedia all'italiana, per arrivare alle uniche due vere e proprie maschere che il cinema comico abbia prodotto nella sua storia centenaria: Fantozzi e Benigni. Interessante.

Tag: libro,saggio,cinema

Tono e la piramide di legno

by sasso67 (22/10/2008 - 18:49)

Il negozio al corso (Cecoslovacchia, 1965) di Ján Kadár eElmar Klos. Con Ida Kaminska (Rozalie Lautmann), Jozef Króner (Antonin Brtko), Hana Slivková (Evelyna Brtkova), Martin Hollý (Imro Kuchar), Adám Matejka (Piti Báci), Frantisek Zvarík (Marcus Kolkotsky), Martin Gregor (Jozef Katz, il barbiere), Alojz Kramar (Balko, il direttore della banda), Helena Zvaríková (Rose Kolkotsky), Eugen Senaj (Blau), Luise Grossová (Elianova).
Gioiellino della nová vlna del cinema cecoslovacco, quella stessa che produsse lavori come L'asso di picche e Gli amori di una bionda di Milos Forman, nonchéTreni strettamente sorvegliati di Jiri Menzel. Con il modo leggero - che non vuol dire superficiale - per così dire "hrabliano", tipico del cinema cecoslovacco degli anni precedenti alla repressione sovietica, Kadár e Klos raccontano una vicenda il cui sottofondo ed i cui sviluppi affondano nel tragico: la Slovacchia descritta nel film (siamo nel 1942) è occupata dai Tedeschi ed attraversata dalle tenebrose squadre dei miliziani fascisti seguaci di monsignor Tiso e costituisce lo scenario per le leggi disciminatorie nei confronti degli Ebrei, e poi per la loro deportazione verso i campi di sterminio. Per di più, il tema del film ha a che fare con il senso di colpa di chi, come il falegname ariano protagonista (cui viene affidato il compito di "arianizzare" la merceria dell'anziana vedova ebrea Lautmann), collaborò, quasi senza accorgersene, all'olocausto.
Dal punto di vista critico non si può, come fa per esempio Mereghetti - facendola ancora una volta fuori dal vaso - esaltare un film come La vita è bella di Benigni e condannare Negozio al corso perché affronta con tono leggero un argomento serio come lo sterminio degli Ebrei: chi abbia guardato con occhio attento quest'opera appassionata di Kadár e Klos comprende facilmente che è lontana le mille miglia dalle loro intenzioni qualsiasi tentazione di facile comicità, come testimonia la minacciosa piramide di legno costruita dai fascisti; mentre chi conosca anche minimamente la civiltà e la cultura cecoslovacca (oggi purtroppo divisa nelle due distinte repubbliche Ceca e Slovacca) non può non sapere che la vita stessa di quel popolo è fatta di bonaria accettazione dei fatti della vita, spesso aiutata da colossali bevute, canti e ballate. Non è colpa loro se hanno vissuto la tragedia della guerra con stato d'animo diverso dal nostro, seppure con gli stessi tragici problemi.
Ottimi tutti gli attori, tra i quali preferisco non fare distinzioni.

Tag: cinema

Cumulativo film

by sasso67 (19/10/2008 - 23:50)

James e la pesca gigante (USA, 1996) di Henry Selick. Con Paul Terry (James), Joanna Lumley (zia Stecco), Myriam Margolyes (zia Spugna), Pete Postlethwaite (il vecchio), Steven culp (il padre di James), Susan Turner-Cray (la madre di James).

Come si può arrivare nella città chiamata "la grande mela", se non a bordo di una pesca gigante? Il regista dell'incubo prenatalizio (Nightmare Before Christmas, 1993) di qualche anno fa torna con la direzione di un film misto attori/animazione, basato su un racconto del grande Roald Dahl (ma perché qui da noi nessun cineasta s'impadronisce del patrimonio che ci ha lasciato quel genio di Gianni Rodari?) fin troppo timburtoniano. E purtroppo l'ispirazione non è il Burtondella SPOSA CADAVERE (a mio modestissimo avviso un piccolo capolavoro) ma il Burton un po' dolciastro di EDWARD MANI DI FORBICE e BIG FISH. Il che non toglie che nel film siano presenti delle sequenze bellissime, come quella della traversata dell'Oceano Atlantico, ed in particolare la battaglia subacquea contro gli scheletri dei pirati. Suvvia, consoliamoci: è pur sempre cinema per ragazzi.

Babbo bastardo (USA, 2003) di Terry Zwigoff. Con Billy Bob Thornton (Willie), Tony Cox (Marcus), Brett Kelly (Roger), Lauren Graham (Sue), Lauren Tom (Lois), Bernie Mac (Gin), John Ritter (Bob Chipesca).

Un film sul Natale che non è per bambini. Il personaggio del titolo non è babbo se non per forza, ma è piuttosto un alcolizzato e fallito apritore di cassaforti, in società con un nano di colore, che si propone come uno degli gnomi di Babbo Natale. La trovata è sicuramente originale ed anche l'interpretazione di Billy Bob Thornton è adeguata, ma il finale edificante sparge un bel po' di melassa su tutta l'operazione. Non male, comunque, l'idea di appioppare al personaggio principale due spalle comiche come il nano di colore ed il bambino ciccionissimo. Se mai Bukowski avesse scritto un racconto su Babbo Natale, probabilmente sarebbe stato più o meno così.

Faccia a faccia (Italia/Spagna, 1967) di Sergio Sollima. Con Gian Maria Volonté (il prof. Brett Fletcher), Tomas Milian (Solomon 'Beauregard' Bennet), William Berger (Charlie Siringo), Jolanda Modio (Maria), Gianni Rizzo (Williams), Carole André (Cattle Annie), Aldo Sambrell (Zachary Schon), Ángel Del Pozo (Maximilian De Winton), Nello Pazzafini (Vance), José Torres (Aaron Chase), Federico Boido (lo sceriffo di Purgatory City), Antonio Casas (Taylor), Linda Veras (la ragazza bionda), Frank Braña (Jason), Lydia Alfonsi (Belle De Winton), Francisco Sanz (Rusty Rogers), John Karlsen (il preside), Goffredo Unger (il pistolero che sorride).

Spaghetti western con idee (un po' confuse), ma dei meglio realizzati nel periodo d'oro dell'epopea leoniana. Sollima, regista di ottimo mestiere, mette peraltro insieme alcuni tra i migliori attori del genere (ed anche fuori dai suoi schemi), come Volonté, Milian eBerger. E tuttavia si resta pur sempre all'interno di un genere cinematografico che non mi ha mai troppo appassionato. Vi sono alcune incongruenze (lo scontro tra Williams e Taylor a Purgatory City è lasciato a sé stesso), ma il finale, in ogni caso, è troppo inverosimile, con il criminale e l'agente segreto che fanno a gara a chi è più buono (e i cacciatori di taglie che se la danno a gambe), mentre il timido professore si è ormai trasformato in un criminale incallito. E poi, se veramente con film simili si voleva veicolare la rivoluzione, c'era davvero bisogno di travestire ogni volta Tomas Milian da messicano? 6½

Tag: cinema

Che omo questo re!

by sasso67 (16/10/2008 - 20:32)

Edoardo II (GB, 1991) di Derek Jarman. Con Steven Waddington (Edoardo II), Kevin Collins (Lightborn, il carceriere), Andrew Tiernan (Piers Gaveston), Tilda Swinton (Isabella), John Lynch (Spencer), Dudley Sutton (il vescovo di Winchester), Jerome Flynn (Kent), Nigel Terry (Mortimer), Jody Graber (il principe Edoardo).

Boh... beh... bah... Un film sulla scia delGreenaway dell'ULTIMA TEMPESTA? Oppure Jarman seguiva una strada tutta sua, già a partire da SEBASTIANE? Comunque, la mia impressione è che film di questo genere riescano meglio quando sono affidati a grandi attori (come è accaduto per il RICCARDO IIIdi Loncraine o il TITUS della Taymor): qui c'è solo la stupenda Tilda Swinton e tutto il resto è noia. Di Jarman continuo a preferire il più maturo WITTGENSTEIN. Questo EDOARDO II mi lascia perplesso e mi fa pensare: bah... beh... boh???

Tag: cinema

Dietro alla cometa

by sasso67 (16/10/2008 - 20:28)

Camminacammina (Italia, 1983) di Ermanno Olmi. Con Alberto Fumagalli (Mel), Antonio cucciarrè (Rupo), Eligio Martellucci (Kaipaco), Renzo Samminiatesi (Shepher), Marco Bartolini (Cushi), Stefano Tonelli (Telin), Vittorio Trinciarelli (Jazdegard).

Assolutamente da rivalutare questa "fantastoria sacra" (Kezich), di critica del tradimento degli intellettuali di fronte alla verità. Un film d'ispirazione tarkovskiana, lunghissimo (175 minuti), spiazzante all'inizio, ma sempre più coinvolgente man mano che il cammino procede. Un'opera di un cristianesimo di base, la cui religiosità plebea insita nel film - per cui questi popolani si consumano i piedi per giorni e giorni allo scopo di trovare l'inviato da Dio che porti la Giustizia e nel frattempo rubano e si azzuffano - la riconduce al Rossellini di FRANCESCO, GIULLARE DI DIO, piuttosto che a quello delMESSIA. La messinscena ispirata alla pittura bruegheliana impreziosisce un film che in questi venticinque anni è cresciuto molto nella considerazione, anche perché costituisce un tassello importante nella filmografia olmiana. La parlata toscana talvolta deborda, ma il regista non ha voluto tagliare niente neanche degli eccessi e degli intoppi verbali dei personaggi, tra i quali il mio pensiero va all'amico ed ottimo pittore Stefano Tonelli (il traduttore). Altro cheCENTOCHIODI!

Tag: cinema

Don Pixote

by sasso67 (16/10/2008 - 20:25)

Pixote - La legge del più debole (Brasile, 1981) di Hector Babenco. Con Fernando Ramos da Silva (Pixote), Jorge Julião (Lilica), Gilberto Moura (Dito), Edilson Lino (Chico), Zenildo Oliveira Santos (Fumaça), Marília Pêra (Suelì), Elke Maravilha (Debora),Tony Tornado (Cristal).

Film durissimo dell'argentino trapiantato in Brasile Babenco. Più che il suo successivo IL BACIO DELLA DONNA RAGNO, questoPIXOTE anticipa film più recenti comeCENTRAL DO BRASIL (cui è apparentato anche dalla presenza, nel cast, di Marilia Pera) e CIDADE DE DEUS. C'è il sospetto di un certo compiacimento nel mostrare scene di uno squallore abissale, sia di sesso che di violenza sadica di ogni tipo: ad un certo punto il piccolo protagonista (dieci anni) è mostrato mentre fa la pipì in un cesso imbrattato del sangue del feto appena abortito dalla prostituta che lo ospita. Va, peraltro, detto che quanto è filmato da Babenco, non si discosta purtroppo da quanto realmente accade ogni giorno per le strade delle metropoli brasiliane come Rio e San Paolo. I meninhos de rua, di cui il piccolo Pixote è un rappresentante, non hanno famiglia né casa (neppure una baracca di favela) e le prime quattro mura che vedono sono, con ogni probabilità, quelle del riformatorio. E il loro destino è di uccidere o essere uccisi. E non si può neanche dire che, quando impugnano pistole più grandi di loro, abbiano ancora il latte sulle labbra, perché non l'hanno mai poppato. Un film dignitoso che parla di un abisso d'infamia di cui si dovrebbe vergognare tutta l'umanità.

Tag: cinema

Scoppi sotto le nuvole

by sasso67 (16/10/2008 - 20:23)

Gomorra (Italia, 2008) di Matteo Garrone. Con Toni Servillo (Franco), Gianfelice Imparato (Don Ciro), Salvatore Abruzzese (Totò), Maria Nazionale (Maria),Carmine Paternoster (Roberto), Italo Celoro (un contadino), Salvatore Cantalupo (Pasquale), Gigio Morra (Iavarone), Marco Macor (Marco), Ciro Petrone (Ciro).

Di getto, direi che è il miglior film italiano degli ultimi vent'anni (salvo, naturalmente, quelli che non ho visto). Geniale, nella sua semplicità, perché riporta ciò che accade sotto i nostri occhi (quanto meno di spettatori dei telegiornali) ogni giorno, quando la morte si presenta sotto diverse forme, ma improvvisa e terribile. Non si preannuncia né dà il tempo di salutare amici e parenti e neppure dà luogo a duelli epici: al massimo si maschera con la giacca e la cravatta del tecnico della ditta che smaltisce (si fa per dire) i rifiuti tossici e si ripresenta sotto forma di cancro nascosto nelle verdure o nelle mozzarelle di bufala. Grandissimo Garrone, che, dopo due buone prove, come "L'imbalsamatore" e "Primo amore" (meglio il primo del secondo), sforna il suo capolavoro.

"Narrazione impassibile, osservazione da entomologo, esplosioni di orrore e di follia mischiate alla quotidianità di un 'sistema' di cui vive (e muore) non solo una circoscritta banda di delinquenti ma una vasta comunità, con ramificazioni che arrivano dappertutto. Lecito naturalmente appellarsi o appigliarsi a tutti i riferimenti di rito, dai modelli coppoliano o scorsesiano a quello del nostro grande Rosi. Ma è tanto vero che Garrone esprime un punto di vista e uno sguardo che il suo cinema e il suo film non somigliano a niente." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 maggio 2008)

"Soprattutto un film d'antropologia sociale. 'Gomorra' si distingue e si distacca dal libro da cui è tratto: non è un'opera di informazione né di rivelazione, né di denuncia né di protesta. Come in un formicaio superattivo, la gente è sempre in movimento alla ricerca di un'occasione. I camorristi sparano come se allontanassero le mosche, con una frequenza e impassibilità da massacro: i colpi sono secchi, senza eco. Nel paese del sole il cielo è grigio, opprimente. La regia di Matteo Garrone e gli interpreti sono ammirevoli." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 maggio 2008)

Tag: cinema
Tag cinema