Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, Marcos y Marcos, 2006, pp. 219, € 14,00.
Non si può mettere in discussione l’abilità di scrittore di Cristiano Cavina, che si nota soprattutto nelle ultime pagine, dove l’autore cerca di riassumere in un bel finale il senso delle vicende narrate. Che hanno un andamento scandito dalle eroicomiche partite di calcio del quattordicenne protagonista e dai suoi compagni di squadra e di scuola. Il modello è indubbiamente quello del Benni di “Bar Sport”, con qualche spruzzata della “Compagnia dei Celestini”, ma anche, per la punteggiatura cronologica delle vicende, del Nick Hornby di “Febbre a 90°” e dell’irlandese Michael Curtin della “Rivincita”. L’insieme ha, purtroppo, lo stile dei ricordi di gioventù, degli episodi e dei personaggi di paese, che fanno divertire soprattutto chi li ha conosciuti, dei racconti del servizio militare, che perdono il loro fascino quando chi li ascolta il militare non l’ha fatto.
Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.
«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi,Al ristorante giapponese, p. 28)
Con Il secondo tragico libro di Fantozzi, Villaggio continua la narrazione dell’impiegato ormai più famoso d’Italia, già protagonista di una raccolta precedente, intitolata, appunto, Fantozzi. Che non è il supermnegasfigato che ci ha tramandato la saga cinematografica, ma un servile travet che ha modo di rifarsi delle umiliazioni subite nel contesto impiegatizio (non solo in ufficio, ma anche durante viaggi di lavoro e gite con i colleghi) con la moglie Pina e la figlia Mariangela. In questo libro, Fantozzi non è ancora il perseguitato dalla scalogna cosmica, ma è caso mai avventato nelle scelte, troppo ligio agli obblighi imposti dall’etichetta, troppo attaccato alle usanze ed ai pregiudizi: se deve andare in un posto che si presume freddo si veste con mutandoni di lana, maglia di lana, maglione di lana sotto la camicia, maglione di lana sopra la camicia, per concludere con un bello spigato siberiano e un cappottone modello Amundsen. Alcuni degli episodi raccontati da Villaggio sono ormai entrati nel mito (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”), altri sono un po’ così, invecchiati, ed altri francamente divertenti, con quello spirito innovativo che, nella prima metà degli anni Settanta, fecero apprezzare Paolo Villaggio come scrittore (da alcuni è considerato un nostro epigono di Gogol e Cecov) prima ancora che come attore.
Un eroe dei nostri tempi (Italia, 1955) di Mario Monicelli.Con Alberto Sordi (Alberto Menichetti), Franca Valeri (la dottoressa De Ritis), Giovanna Ralli(Marcella), Tina Pica (Clotilde), Mario Carotenuto (Gustavo), Leopoldo Trieste (Aurelio), Alberto Lattuada (il direttore), Carlo Pedersoli (Fernando), Pina Bottin (la segretaria), Lina Bonivento (la zia Giovanna), Mino Doro (il chirurgo, prof. Bracci), Paolo Ferrara (il commissario), Nino Vingelli (il brigadiere), Giulio Calì (l'uomo dei calzini).
Sebbene goda di scarsa fama,questo filmè uno dei gioiellini da riscoprire del periodo d'oro diAlberto Sordi. Nonostante che il personaggio, nella filmografia sordiana, non sia nuovo, lo sviluppo offre una serie quasi incalcolabile di situazioni divertenti, affidate naturalmente all'istrionismo del protagonista. Il personaggio, interpretato daSordiè l'ennesimo ritratto, molto caricaturale, dell'italiano medio, stavolta nella persona di un meschinissimo impiegato di una ditta produttrice di cappelli, pronto a tradire tutti e tutto pur di salvare la propria pellaccia. UnMonicellisulla via della propria maturità, ma con una freschezza di umorista già tutta sua, dirige al meglio un cast di comprimari extralusso, dallaValeriallaRalli, daCarotenutoaTrieste, da un giovane ma già colossaleCarlo Pedersoli(aliasBud Spencer) fino al registaAlberto Lattuada, nella parte del pignolissimo direttore dell'azienda. La battuta finale ("posso andare? ci sarà pericolo?"), pronunciata da unSordiappena arruolatosi nella Celere, è diventata quasi proverbiale.
Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia (Italia, 1974) di Luca Davan [Mario Forges Davanzati].Con Lino Banfi (Pasquale Zagaria), Francesca Romana Coluzzi (Pupetta), Aldo Giuffrè (Zoppas), Rosario Borelli (ilcommissario), Francesco Ager (il biondo che pedina), Sal Borgese (un sicario di Zoppas), Alfonso Tomas (il cervello elettronico), Gabriella Andreini (un'amante di Zoppas), Ines Pellegrini (Aida), Luca Sportelli (il contadino), Renzo Marignano (il sottosegretario), Alessandro Perrella (il secondo sicario di Zoppas), Mauro Vestri (il barista).
L'unica cosa divertente (si fa per dire) è il titolo di questo film, che doveva costituire il trampolino di lancio perLino Banfi. Questi, infatti, si mette completamente in gioco, addirittura esponendosi con il proprio nome anagrafico. Il buon Lino ce la mette davvero tutta: accenna perfino uno "striptìsolo" a beneficio di una mantide messagli alle costole dal malvivente Zoppas. Purtroppo nel film non funziona niente: néBanfinéGiuffrèné laColuzzie tantomeno la coppia di criminali maldestri, formata daSal BorgeseeAlessandro Perrella, fanno mai ridere. E non risulta divertente neanche il mattocchioAlfonso Tomas, qui nella parte del "cervello elettronico". L'unica cosa (involontariamente) comica, scaturita da questo film, è la recensione diMereghetti, il quale, nonostante l'evidenza del titolo, scrive:«...un maldestro carabiniere (Banfi) è degradato dopo ogni impresa, fino ad essere espulso dall'Arma». Poteva essere il caso di vedere il film, prima di recensirlo.
Ultimo tango a Zagarol (Italia, 1973) di Nando Cicero.Con Franco Franchi (Franco), Martine Beswick (la ragazza), Gina Rovere (Margherita, la moglie di Franco), Nicola Arigliano (Marcello, l'inquilino particolare), Franca Valeri (la regista impegnata), Ugo Fangareggi (il cameraman), Jimmy il Fenomeno (un cliente dell'albergo), Loredana Mongardini (Maria), Nerina Montagnani (la custode della toilette), Luciano Bonanni (il vigile).
Parlando degli albori del cinema comico italiano,Enrico Giacovelliscrive (inNon ci resta che ridere. Una storia del cinema comico italiano, Lindau, 1999) che i film comici«parlano di cose vere e concrete, che esistono senz'altro, come le torte in faccia e le cadute dalle scale». Ciò vale anche perUltimo tango a Zagarol: così comeUltimo tango a Parigi(del quale, a mio parere, si sarebbe parlato molto meno negli ultimi anni, se non fosse stato per le note vicende censorie e giudiziarie) lasciava trasparire le tematiche della solitudine, dell'incapacità a comunicare tra i sessi, del male di vivere, la tematica del film diNando Ciceroè sostanzialmente una, che più concreta non si può: la fame. Franco ha semplicemente fame, prima di tutto di cibo, che quasi non si regge in piedi, e poi di sesso e d'affetto. E la parodia diUltimo tango a Pariginon poteva che essere così, tutta basata sugli appetiti "materiali" del protagonista, il quale, grazie all'incontro con la bella sconosciuta, riesce a saziare il proprio bisogno d'amore carnale, ma non riuscirà a mangiare finché non l'avrà immobilizzata e non riuscirà a dormire su un vero materasso se non dopo che la ragazza se n'è andata dalla sua vita. Perfino i ragazzini poveri non possono fare altro che immaginarsi, nei loro giochi, di essere bambini ricchi, fingendo di fare la cacca, appunto, come bambini ricchi, che hanno fatto un lauto pasto da digerire. Franco, peraltro, una volta fuggito dall'alberghetto - lager della moglie, si guadagna da vivere facendo l'attore per una regista intellettuale che finge di girare film verità, nei quali Franco deve recitare i più svariati personaggi e, alla fine, la regista lo farà aggredire da animali feroci (una volta un molosso e un'altra addirittura un coccodrillo che lo fa fuggire a nuoto nelle acque fetide del Tevere), con effetti da comica finale, che è ciò di cui parlava ilGiacovellicitato all'inizio di questo commento.
La mia impressione è che chi ha fatto un culto di questo film dovrebbe dirigere le proprie attenzioni su ben altri oggetti cinematografici. Anche perché sul film diCicerosi riverbera la noia, che era elemento, forse programmatico, del film di Bertolucci. E tuttavia va detto cheFranco Franchiche si aggira per Roma col cappotto di cammello che aveva caratterizzatoMarlon Brandoproduce effetti oggettivamente comici, così come alcune mimiche che riportano all'interpretazione enigmatica dell'attore americano. Riusciti anche i duetti tra il protagonista e un divertenteNicola Arigliano.
Paparazzi (Italia, 1998) di Neri Parenti.Con Christian De Sica (er Faina),Massimo Boldi (il signor Bin), Diego Abatantuono (King), Nino D'Angelo (Ciro 3000), Roberto Brunetti (er Patata), Brando De Sica (il cameriere), Stefano Antonucci (il chirurgo), Emilo Fede, Elenoire Casalegno, Anna Falchi, Maurizio Mosca, Aldo Biscardi eccetera (sé stessi).
Non è un film. Se lo fosse, andrebbe catalogato sotto la categoria "cessi". Non fa mai ridere, eccetto quando - si fa per dire - recitaAnna Falchi. Involontariamente tragico.
Anni 90 - Parte II (Italia, 1993) di Enrico Oldoini. Con Massimo Boldi, Christian De Sica, Nino Frassica, Andrea Roncato, Francesco Benigno, Nadia Rinaldi, Carol Alt, Ugo Conti, Tano Cimarosa, Alberto Castagna, Maurizio Costanzo, Pippo Baudo, Francesco Scali, Anna Falchi, Silvio Spaccesi, Barbara Marciano, Maurizio Prollo, Carola Stagnaro, Salvatore Termini.
Indubbiamente migliore del capitolo precedente, anche perché farlo peggiore sarebbe stata un'impresa non da poco. Si nota comunque una maggiore cura in sede di sceneggiatura, con episodi più lunghi e articolati. Certo, non è che tutto funzioni come in un meccanismo ad orologeria svizzero - gli episodi che vedono protagonista Benigno e gli ex ragazzi fuori sono poco riusciti - però se tutto il film si fosse mantenuto sul livello del primo episodio, quello con Frassica protagonista, saremmo di fronte ad una sorta di resurrezione della commedia totoesca ai suoi più alti livelli. Credo che nel segmento Il pentito, il comico siciliano abbia dato forse la sua interpretazione cinematografica più riuscita: il duetto con Boldi giudice d'assalto merita un posticino nell'antologia del cinema comico italiano. E proprio Boldi è il secondo elemento funzionante del film: non tutto quello che dice o fa è da contorcersi dalle risate, ma spoecialmente nell'ultimo episodio ha due o tre buoni numeri. Il resto è da buttare. Christian De Sica gigioneggia insopportabilmente e le sue macchiette sono ormai desuete e petulanti (Don Buro non si regge proprio), mentre Andrea Roncato si rivela incapace di reggere ruoli di un qualche minimo spessore: in un paio di episodi Oldoini cerca di trasformarlo in ciò che fu Gianni Agus per il Fracchia di Villaggio, ma i tentativi vanno a vuoto. Quanto alle donne, hanno ruoli secondari e si può tranquillamente sorvolare sulla loro presenza, specialmente su quella di Carol Alt, insignificante bellezza simbolo dei nostri (?) anni Ottanta.
Anni 90 (Italia, 1992) di Enrico Oldoini. Con Christian De Sica, Massimo Boldi, Ezio Greggio, Nino Frassica, Andrea Roncato, Francesco Benigno, Maurizio Mattioli, Nadia Rinaldi, Flavio Bucci, Valeria D'Obici, Guido Nicheli, Giorgio Conti, Fabiana Udenio, Leo Valli.
Negli anni Novanta, quelli della Milano da bere, prima di Mani Pulite, forse eravamo messi peggio di oggi. Salverei qualche gagghettina di Frassica (anche se ormai le abbiamo sentite decine di volte), ma questo cinepanettonide ante litteram di Oldoini è una nullità cinematografica.
Una moglie bellissima (Italia, 2007) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Mariano), Laura Torrisi (Miranda), Gabriel Garko (Andrea), Massimo Ceccherini (Baccano), Rocco Papaleo (Pomodoro), Francesco Guccini (il regista), Tony Sperandeo (Don Pierino), Alessandro Paci (Acciarito), Carlo Pistarino (agente immobiliare), Luis Molteni (direttore della rivista), Roberto Posse (il monsignore), Giorgio Ariani (l'onorevole), Niki Giustini (l'aiutante del monsignore), Chiara Francini (Giustina).
Questa volta Pieraccioni e Veronesi si sforzano di partorire un copione un po' più sostanzioso rispetto alle ultime, infelici, uscite cinematografiche. Non è un caso, infatti, che il protagonista faccia di mestiere l'ortolano, come dire: ragazzi, siamo alla frutta. Ed in effetti l'idea di partenza non sarebbe malaccio, ma è piccola piccola, tanto da costringere gli sceneggiatori ad allungare il brodo di una storiellina coniugale di corna, con personaggi incongrui e fuori contesto, come il prete depresso, o a riempire le scene di tanti elementi colorati, come i salami in una vignetta di Jacovitti: Ceccherini con figlio obeso e moglie napoletana, Papaleo cantante fallito (ma Pieraccioni pensa davvero di far ridere con le parrucche travoltine?), Guccini (ma chi glielo fa fare?) regista per il musical Grease, il redivivo Giorgio Ariani nei panni di un parlamentare che, forse per la parlata, ricorda da vicino il ministro Matteoli. Poi ci si mette l'ormai insopportabile logorrea del regista-protagonista, che non si cheta mai un attimo, né in Italia né alle Seychelles (tanto che quando Miranda lo lascia si tira un sospiro di sollievo), dove raggiunge anche qualche nota di vago razzismo. Su tutto brilla la bellezza di Laura Torrisi e Gabriel Garko. Forse il personaggio di quest'ultimo, ispirato alla figura di Fabrizio Corona, è quello più interessante, ed anche l'attore non è poi così male. La scena in chiesa di fornte ai due inviati della curia non c'entra proprio niente con il resto del film. E non fa né piangere né ridere, come tutto l'insieme, del resto. Quando si deciderà Pieraccioni a crescere e a fare un film degno di questo nome, anziché sperare ogni anno di continuare a mungere gli italiani che vanno al cinema a sentirlo dire le sue ripetitive bischerate?
Casablanca Casablanca (Italia, 1985) di Francesco Nuti. Con Francesco Nuti (Francesco Piccioli, detto "il Toscano"), Giuliana De Sio (Chiara), Daniel Olbrychski (Daniel), Marcello Lotti (Lo Scuro), Novello Novelli (il Merlo), Carlo Monni (Ricky), Alfred Thomas (Sam), Youssef El Merabat (Ibrahim).
Il Toscano, dopo la finale dei campionati italiani di biliardo persa contro lo Scuro, fa il cameriere in un locale frequentato da sole donne, mentre Chiara si esibisce come sassofonista di scarso successo nei locali notturni. Quando un manager s'innamora della ragazza e le propone di dirigere un'orchestra tutta sua su una nave da crociera, scoppia la gelosia, e le cose si ricomporranno a Casablanca, dove casualmente i due si ritrovano, lei in scalo della sua crociera, lui per i mondiali di biliardo.
La prima regia di Nuti è già abbastanza deludente. Il pretenzioso omaggio al film di Curtiz, al mito di Bogart ed anche al Provaci ancora, Sam di Woody Allen (autore del testo teatrale e della sceneggiatura del film di Herbert Ross) si risolve in una rimasticatura dei temini di Io, Chiara e lo Scuro: la passione e la bravura nel biliardo, il gusto della sfida, la lealtà sportiva e quella in amore, la donna che torna sempre all'ovile. Il tutto è un po' stucchevole e comincia ad affiorare il narcisismo che condurrà Nuti, nei film successivi, a girare a vuoto sul suo personaggio annegato in un mare di musica enfatica e piuttosto brutta. La cosa migliore, qui, è la riproposizione dell'anziano attore Novello Novelli. La De Sio (nonostante l'eccessivo spazio dedicato al suo sassofono) era cento volte meglio di Ornella Muti, successiva partner cinematografica del comico di Prato.
Il paradiso all'improvviso (Italia, 2003) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Lorenzo Puccianti), Angie Cepeda (Amaranta), Alessandro Haber (Taddeo Borromini), Rocco Papaleo (Giandomenico Bardella), Anna Maria Barbera (Nina), Franco Iavarone (Beppino), Gea Martire (Veronica), Giulia Montanarini (Mirna), Fabrizio Pizzuto (Fausto), Claudia Baroncini (Spiripicchio), Augustine Jayakumar Arumugan (Simur), Massimo Ceccherini (un passante), Ambra Gullà (una passante), Roberta Bregolin (Pinca Pallina), Marco conte (l'avvocato), Nunzia Schiano (la maga), Pietro Ghislandi (il regista), Gaetano Gennai (il regista teatrale), Cristiano Militello (l'attore teatrale).
C'era una pubblicità, qualche anno fa, se non mi sbaglio della Fiat, dove un single che stava lavando i piatti sentiva la vicina di casa che litigava al telefono con il proprio compagno. La donna gli urlava che sarebbe andata con il primo che incontrava e, quando apriva il portone di casa, si trovava sul pianerottolo il vicino di casa, ancora con i guanti di gomma calzati, che tutto suadente le diceva «buonaseraaa...». Secondo me ormai Pieraccioni si è identificato in questo furbetto del quartierino cinematografico, tanto da non escludere, in un prossimo futuro, di vederlo apparire sullo schermo con i guanti di gomma a dirci «buonaseraaa...». Il paradiso all'improvviso è, in assoluto, il peggior film di Pieraccioni (il che è tutto dire). Manca una sola idea di sceneggiatura, che non sia saccheggiare i classici del comico, dal Woody Allen imitato nel discorsino iniziale come in Io e Annie, alla scommessa tra i due ricchi scioperati, come in Una poltrona per due di John Landis. E' tutto raccogliticcio in questa commediola, che per il resto sfrutta gli stereotipi pieraccioniani (la bella moretta che, nonostante le difficoltà, s'innamora del protagonista, la bonomia toscana, il matrimonio finale) e la recentissima quanto immeritata popolarità della siciliana Anna Maria Barbera. Pieraccioni evidentemente, altro che Una poltrona per due, vuole il divano tutto per sé perché ci sta bello comodo, senza curarsi minimamente della verosimiglianza, che avrebbe sconsigliato di far innamorare la bella Angie Cepeda di uno come il Lorenzo Puccianti del film. Ma, come suggerisce un commentatore italiano che ho rintracciato sull'Internet Movie Database, ormai Pieraccioni si crede d'esser diventato Brad Pitt. Voto: 0.
I laureati (Italia, 1995) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Leonardo Paci), Massimo Ceccherini (Pino Noferini), Gian marco Tognazzi (Bruno), Rocco Papaleo (Rocco), Maria Grazia Cucinotta (Letizia), Alessandro Haber (il prof. Galliano), Barbara Enrichi (Sonia), Tosca D'Aquino (Anna), Elisabetta Cavallotti (Marta), Sabrina Knaflitz (Cecilia), Adriano Wayskol (Luciano), Manuela Arcuri (la cubista sadomaso), Bruno Colella (l'impresario).
L'esordio cinematografico di Pieraccioni non faceva presagire, per i successivi film, esiti tanto lusinghieri al botteghino né tanto disastrosi dal punto di vista puramente artistico. I laureati non è certo un capolavoro di comicità (la tragica comicità di Amici miei, per capirci, è ancora lontana, anche se Pieraccioni pare aspirare ad ereditare la vis toscana del film di Monicelli), però ha alcune situazioni e momenti divertenti, nonché diversi spunti indovinati anche dal punto di vista sociologico, specialmente quando parla di questi quattro vitelloni fiorentini, sempre incapaci di prendere una sola decisione importante nella vita. Molti elementi sono risaputi (l'innamoramento per la fotomodella, così come la corsa per il conto del ristorante), ma, insomma, qualcosa di buono c'era, soprattutto nella recitazione ancora fresca del protagonista e di Ceccherini, ma anche nel solido professionismo di Papaleo, Haber e Tognazzi (che, comunque, non riesce a competeere con il padre quanto a credibilità toscaneggiante). E poi c'è un elemento quasi profetico, nella bestemmia pronunciata in diretta tv dal comico impersonato da Ceccherini, che si esibirà davvero in questo numero nel 2006, durante L'isola dei famosi. Inguardabile, assolutamente incapace di recitare, la Cucinotta.
Una notte a Casablanca (USA, 1946) di Archie Mayo. Con Groucho Marx (Ronald Kornblow), Harpo Marx (Rusty), Chico Marx (Corbaccio), Charles Drake (ten. Pierre Delmar), Lois Collier (Annette), Sig Ruman (il conte Pfferman/Heinrich Stubel), Lisette Verea (Beatrice Rheiner), Lewis L. Russell (il governatore Galoux), Dan Seymour (il prefetto Brizzard), Frederick Giermann (Kurt), Harro Mellor (Emile), Paul Harvey (il signor Smythe).
I direttori dell'Hotel Casablanca muoiono uno dopo l'altro, assassinati da un falso conte tedesco, che vuole a sua volta diventare direttore per scoprire dove sia stato nascosto un prezioso tesoro di capolavori artistici trafugati dall'Europa. Ma per un contrattempo del conte, sarà chiamato come direttore lo squinternato Ronald Kornblow.
Una notte a Casablanca è il primo film dei Marx dopo la guerra ed il penultimo che li vede tutti e tre riuniti. Più che una parodia di Casablanca di Curtiz, è una rivisitazione delle atmosfere che vi si respirano: qui i nazisti non sono mai un reale pericolo e il falso conte non ha schiere o scherani da scatenare contro nessuno, i francesi fanno da semplice sfondo e i tre protagonisti sono sicuramente apolidi. Ormai non c'è più niente di nuovo nella comicità dei Fratelli Marx, e si ha una ripetizione all'infinito delle gag che avevano decretato il successo dei film degli anni Trenta, ma questo film funziona proprio perché è una summa e un riepilogo dei film precedenti: così ai giochi di parole di Groucho si sommano le battutacce di chico («senza soldi non otterrà niente da quel pidocchio, è proprio come me») e le gag visuali di Harpo (celeberrima quella in cui sta appoggiato ad un muro e quando un poliziotto gli intima «togliti di lì, credi di reggere la parete?» lui si sposta e l'edificio crolla davvero; insieme, i tre stipano all'inverosimile una sala da ballo, così come la cabina della nave in Una notte all'opera, Harpo suona l'arpa, Chico il piano, c'è il Sig Ruman già visto in Un giorno alle corse e... ci manca soltanto Margaret Dumont. Voto 6½.
Ti amo in tutte le lingue del mondo (Italia, 2005) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Gilberto), Giorgio Panariello (Cateno), Marjo Berasategui (Margherita), Rocco Papaleo (Anselmi), Massimo Ceccherini (padre Massimo), Giulia Gorietti (Paolina), Francesco Guccini (il preside), Monica Dugo (Priscilla), Gaetano Gennai (Panerai), Barbara Enrichi (Betty Uno), Pietro Ghislandi (il vigile), Giuliano Grande (l'inserviente veterinario), Yoon C. Joyce (Giugizzu), Luis Molteni (frate Minimo), Andrea Muzzi (pizza express), Marco Spiga (lo psicologo), Nicolas Vaporidis (il figlio dello psicologo), Barbara Tabita (Deborah).
Un insegnante di educazione fisica, divorziato, s'innamora di una donna che, all'insaputa l'uno dell'altra, è la madre di un'allieva del prof., innamoratissima di lui.
Ennesima sciocchezzuola pieraccioniana, eseguita con l'unico scopo di sfruttare uno schema ormai collaudato che, se sul piano artistico dà risultati penosi, al botteghino continua a funzionare eccome. L'importante è metterci l'accento toscano (qui siamo in quel di Pistoia), la bellona di turno che di cui s'innamora, ovviamente ricambiato, il protagonista, qualche parolaccia, un paio d'agnizioni plautine e un bel paio di scurregge tanto per gradire. Qui c'è anche Panariello, nella parte del fratello ritardato del protagonista, fissato, chissà perché, con il nuoto in apnea. Pieraccioni neutralizza, ancora una volta, Ceccherini, affidandogli una parte quasi seria (e chissà perché, all'incontro con la ragazzina, anzichè in saio si presenta con camicia e kilt scozzese), ed aggiunge qualche spruzzata di psiconalisi da osteria e un accenno a pratiche sessuali sado maso, nella persona del collega Anselmi. C'è perfino Guccini (ma chi gliel'ha fatto fare...?) nella parte del preside della scuola, che spedisce il Nostro a Borgo a Buggiano. E poi c'è la fatalona, molto bella, come al solito, ma questa volta inusualmente assai ammaschiata, e il nome dell'interprete, Marjo, doveva mettere Pieraccioni sull'avviso riguardo a possibili sorprese...
Fuochi d'artificio (Italia, 1997) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Ottone), Massimo Ceccherini (Germano Reale), Vanessa Lorenzo (Luna), Claudia Gerini (Lorenza), Barbara Enrichi (Barbarina), Mandala Tayde (Demiu), Luigi Petrucci (lo psicoanalista), Roberto Brunetti (Er Patata), Anita Caprioli (Mara), Gaetano Gennai (il macellaio), Bud Spencer (il cieco), Alessandro Haber (l'attore teatrale), Claudio Santamaria (Er Banana), Bruno Bilotta (Er Tigre), Renzo Cantini (Cantini), Adriana Crespina (la moglie di Cantini), Mariolina De Fano (la zia di Barbarina), Giuliano Grande (Bartolo), George Hilton (Gerard de la Fasse), Alberto Marozzi (Er Piuma), Milena Miconi (Virginia), Osvaldo Pieraccioni (l'edicolante).
Il socio (al 10%) di un negozio d'animali s'innamora di una giovane e bella spagnola. Ma non sarà questo l'amore della sua vita. Sviluppo e finale prevedibili fin dall'inizio.
Forse non tutti sanno che... nel Dizionario dei registi del cinema mondiale (Einaudi, 2008), tra Lupu Pick e Antonio Pietrangeli, figura anche Leonardo Pieraccioni. Non che Lorenzo Codelli, incaricato da Gian Piero Brunetta di redigere la voce, lo tratti in guanti bianchi, ma insomma c'è. Che dire di Fuochi d'artificio? Poco: è un film nato con l'unica esigenza di sfruttare alla svelta il successo del Ciclone, e del film precedente di Pieraccioni raggiunge gli stessi risultati al botteghino (74 miliardi di lire d'incasso) e il medesimo livello artistico, cioè zero. Fa ridere? No, esclusa la breve sequenza, effettivamente buona, del gioco della bottiglia, messa lì come riempitivo. A demerito di Pieraccioni, oltre che di avere girato questa schifezzuola, disegnando personaggi (dal primo all'ultimo) assolutamente inconsistenti, va anche il fatto di non aver saputo utilizzare una forza della natura come Massimo Ceccherini: bastava che gli dicesse "vai e fai", che quello avrebbe combinato qualcosa; e invece, forse timoroso che l'allampanato fiorentino potesse rubare la scena al protagonista, gli fa fare la bella statuina.
Vacanze di Natale '90 (Italia, 1990) di Enrico Oldoini. Con Massimo Boldi (Bindo), Christian De Sica (Tony), Diego Abatantuono (Nick), Ezio Greggio (Arturo), Andrea Roncato (Beppe), Corinne Clery (Alessandra), Moira Orfei (Gloria), Giannina Facio (Rita), Colette Poupon (Eliette), Maria Grazia Cucinotta (Arabella), Ugo Conti (Alvaro), Antonio Cantafora (Pippo), Giovanna Pini (Gianna), Galeazzo Benti (il principe Raimondo Ricceri), Saverio Vallone (Lupo), Isaac George (Tumbo), Paolo Paoloni (il padre di Eliette), Maria Tedeschi (la nonna).
Un gruppo di italiani supercafoni in vacanza di Natale in un lussuoso albergo di Saint Moritz.
Perché nell'hotel di Saint Moritz ci siano soltanto italiani è un mistero, che tuttavia non vale la pena di indagare. Il film non vale niente, anche se la parte che vede protagonista Abatantuono (che tornò qui al suo personaggio terrunciello dopo anni d'impegno con Avati e Salvatores) regala qualche spunto di comicità. Su tutto il resto (solo per fare un esempio: c'è una parrucchiera che parla in fiorentino, ma si dichiara livornese ), meglio stendere un pietoso velo (che invece si tolgono le belle Corinne Clery e Giannina Facio); anche se l'insieme non raggiunge gli abissi di patetica volgarità del seguito del 1991, questo di Oldoini resta una totale nullità cinematografica. Categoria: cinepanettoni scaduti.
Come rubammo la bomba atomica (Italia/Egitto, 1967) di Lucio Fulci. Con Franco Franchi (Franco e Nonno Turi), Ciccio Ingrassia (Ciccio, l'agente n. 87), Julie Menard (Cinzia), Youssef Wahby (il dott. Sì), Eugenia Litrel (Modesty Bluff), Franco Bonvicini (Derek Flit), Adel Adham (James Bomb), Leda Palma (la giornalista), Enzo Andronico (l'aiutante di 87).
Modesta parodia dei film di 007 e dei suoi cloni americani e britannici. Lo spunto iniziale viene da un fatto della cronaca dell'epoca. Franco e Ciccio si inseriscono come meglio possono, dando vita a qualche duetto anche divertente, come il primo incontro tra i due o quando Franco sottopone Ciccio alla tortura dei calci nel sedere, urlando "Forza Sivori! Forza Sivori!". L'insieme, però, dopo un po' si sfilaccia e si nota tutta la povertà di mezzi con la quale dovette lottare Fulci. Insomma: uno spettacolicchio per spettatori molto ben disposti verso il duo Franchi - Ingrassia.
Servizio in camera (USA, 1938) di William A. Seiter. Con Groucho Marx (Gordon Miller), Harpo Marx (Faker Englund), Chico Marx (Harry Binelli), Lucille Ball (Christine), Ann Miller (Hilda Manney), Frank Albertson (Leo Davis), Donald Mac Bride (Wagner), Cliff Dunstan (Joseph Gribble), Philip Loeb (Timothy Hogarth), Alexander Asro (Sasha), Charles Halton (il Dott. Glass), Philip Wood (Simon Jenkins).
Un produttore teatrale senza soldi rischia di non vedere andare in scena il suo spettacolo e addirittura di essere sfrattato, insieme a tutta la compagnia, dall'albergo in cui alloggia. Con tanti stratagemmi, aiutato da un regista e da un manager, riuscirà ad esordire.
Seppure affidato a un professionista della comicità cinematografica, che solo qualche anno prima aveva girato l'ottimi I figli del deserto con Laurel & Hardy, questo è il peggior film dei Marx, girato dopo l'ultima loro commedia che può considerarsi riuscita, ovvero Un giorno alle corse. Questo filmetto, che sembra girato in fretta e furia, e fa venire in mente una brutta copia di Per favore non toccate le vecchiette (1967), è basato su una pièce che imbriglia i tre fratelli a tal punto da non consentire loro di esprimere al meglio la propria comicità. Il personaggio di Chico è addirittura insignificante, se non fosse per un paio di battute ciniche buttate là verso la fine ("il cadavere è ancora caldo!" esclama inorridito il direttore dell'hotel, "vado a prendere del ghiaccio" risponde indifferente Chico), mentre a Groucho manca sia un interlocutore valido (Mac Bride non vale Margaret Dumont) sia la possibilità di debordare verbalmente da un testo prestabilito, peraltro poco divertente di suo. All'epoca della sua uscita, il film fu un successo dal punto di vista commerciale, ma, rivisto oggi, mette molta tristezza, perché ci si rende conto di stare assistendo al mesto tramonto di un geniale trio comico.
I cowboys del deserto (USA, 1940) di Edward Buzzell. Con Groucho Marx (S. Quentin Quale), Harpo Marx (Rusty Panello), Chico Marx (Joseph Panello), John Carroll (Terry Turner), Diane Lewis (Eve Wilson), Robert Barrat (Red Baxter), Walter Wolf King (Mr. Beecher), June Mac Cloy (Lulubelle), George Lessey (il presidente delle Ferrovie), Mitchell Lewis (il meticcio), Tully Marshall (Dan Lewis), Harry Tyler (l'impiegato del telegrafo).
Due strani cercatori d'oro italoamericani e uno strampalato rappresentante si recano nel West, dove entrano in possesso di un terreno sul quale deve passare la ferrovia transamericana.
E' uno degli ultimi film del trio di fratelli, e non certo una delle loro migliori commedie: forse negli spazi aperti della prateria i Marx non si trovavano troppo a loro agio, al contrario, per fare un esempio di Buster Keaton (la cui comicità aveva comunque già subito un duro colpo all'avvento del sonoro). I cowboys del deserto si salva in quanto parodia del genere western, soprattutto grazie a qualche riuscita gag, che sfrutta, in ogni caso, gli schemi messi a punto nei capolavori precedenti. Sono da ricordare la sequenza alla stazione, con la banconota da dieci dollari tenuta allo spago da Harpo, quella in cui il treno entra in una casa buttando fuori e poi riprendendo lo stesso Harpo e qualche altra scenetta qua e là, che non fanno annoiare. Ma i veri grandi Marx erano un'altra cosa.
Remo e Romolo. Storia di due figli di una lupa (Italia, 1975) di Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci. Con Enrico Montesano (Remo; Papirio), Pippo Franco (Romolo), Gabriella Ferri (Lupa), Maria Grazia Buccella (Rea Silvia), Maurizio Arena (Marte), Oreste Lionello (Etrusco), Gianfranco D’Angelo (Tito Tazio), Paola Maiolini (Ersilia), Ugo Fangareggi (Faustolo), Solveig D’Assunta (Metella), Daniel Sander (Amulio), Pino La Licata (il burino), Bombolo (Pappo), Salvatore Baccaro (un romano).
La storia dei due gemelli, figli di Marte e Rea Silvia, allattati da una lupa (in realtà una prostituta di nome Lupa), poi fondatori di Roma, con molti riferimenti storici più alla politica moderna che a quella di tremila anni fa. Romolo è la forza bruta che ha la meglio sul fratello intelligente e godereccio Remo, che, dopo la morte si reincarna in tale Papirio e va ad insediarsi su un trono sul colle del Vaticano… Sì, l’antifona è proprio quella, tanto che Montesano si produce proprio nell’imitazione di Paolo VI. Il primo vero film bagaglinesco è un’esaltazione di Roma caput mundi nunc et semper, anche nel ventesimo secolo, quando ormai non ci credeva più nessuno. Questo film sembra un Rugantino dell’antichità, con canti e balli e parecchie tette e culi in bella vista. Anche la comicità si adegua ed è volgarotta, anche se la prima apparizione cinematografica di Bombolo riscatta un po’ la situazione.
Remo e Romolo. Storia di due figli di una lupa (Italia, 1975) di Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci. Con Enrico Montesano (Remo; Papirio), Pippo Franco (Romolo), Gabriella Ferri (Lupa), Maria Grazia Buccella (Rea Silvia), Maurizio Arena (Marte), Oreste Lionello (Etrusco), Gianfranco D’Angelo (Tito Tazio), Paola Maiolini (Ersilia), Ugo Fangareggi (Faustolo), Solveig D’Assunta (Metella), Daniel Sander (Amulio), Pino La Licata (il burino), Bombolo (Pappo), Salvatore Baccaro (un romano).
La storia dei due gemelli, figli di Marte e Rea Silvia, allattati da una lupa (in realtà una prostituta di nome Lupa), poi fondatori di Roma, con molti riferimenti storici più alla politica moderna che a quella di tremila anni fa. Romolo è la forza bruta che ha la meglio sul fratello intelligente e godereccio Remo, che, dopo la morte si reincarna in tale Papirio e va ad insediarsi su un trono sul colle del Vaticano… Sì, l’antifona è proprio quella, tanto che Montesano si produce proprio nell’imitazione di Paolo VI. Il primo vero film bagaglinesco è un’esaltazione di Roma caput mundi nunc et semper, anche nel ventesimo secolo, quando ormai non ci credeva più nessuno. Questo film sembra un Rugantino dell’antichità, con canti e balli e parecchie tette e culi in bella vista. Anche la comicità si adegua ed è volgarotta, anche se la prima apparizione cinematografica di Bombolo riscatta un po’ la situazione.
Sfrattato cerca casa equo canone (Italia, 1983) di Pier Francesco Pingitore. Con Pippo Franco (Mario Stroppaghetti), Anna Mazzamauro (Angelica Stroppaghetti), Oreste Lionello (il nonno), Bombolo (Maciste), Marisa Merlini (la moglie di Maciste), Enzo Cannavale (Gildo, il guardiano del cimitero), Tano Cimarosa (Carmelo Laganà), Gigi Reder (Pellecchia), Sergio Di Pinto (il figlio maggiore), Daniela De Carmine (Tiziana), Francesco Pezzulli (Massimiliano), Ennio Antonelli (il custode del condominio), Corrado Olmi (il commissario), Maurizio Mattioli (l’uomo della schedina), Fabrizio Martufello (l’uomo in fila), Roberto Della Casa (l’ufficiale giudiziario), Salvatore Baccaro (lo schiattamorto), Marcello Martana (il poliziotto).
Mario Stroppaghetti, disoccupato e con a carico famiglia composta da moglie, tre figli e un padre rimbambito, subisce lo sfratto con forza pubblica e viene buttato fuori di casa. Recatosi all’ufficio comunale per l’assegnazione delle case popolari, il pover’uomo ottiene la promessa di un alloggio, in cambio di una bustarella di tre milioni di lire. In realtà, l’autore della proposta non è un funzionario del comune, ma un astuto truffatore: la famiglia Stroppaghetti sarà di nuovo cacciata e finirà prima ad alloggiare su un autobus, poi in un cimitero e infine nei cassonetti dell’immondizia.
Il tema della difficoltà di reperire la casa era già stato sfruttato da Totò in almeno due film (rispettivamente del 1949 e del 1959), cioè Totò cerca casa e Arrangiatevi!. Nel primo la famiglia del protagonista finiva prima in un cimitero e poi in una scuola, mentre nel secondo addirittura in un appena dismesso bordello. Qui Pippo Franco affronta – per modo di dire – un tema che ancora oggi è più che mai attuale. Nel film di Pingitore vi è indubbiamente qualche accenno interessante, come la descrizione dell’esecuzione dello sfratto con la forza pubblica, dove spesso la tragedia confina con la farsa, anche grazie all’italica arte d’arrangiarsi. Il tono generale del film, però, è abbastanza anodino, e nonostante la presenza di comici di vaglia (lo stesso Pippo Franco, Bombolo, Cannavale), si ride poco.
Un genio, due compari, un pollo (Italia/Francia/Germania, 1975) di Damiano Damiani. Con Terence Hill (Joe Thanks), Miou Miou (Lucy), Robert Charlebois (Locomotiva Bill), Patrick McGoohan (il magg. Cabot), Raymund Harmstorf (il serg. Milton), Klaus Kinski (Doc Faster), Jean Martin (il col. Pembroke), Piero Vida (Jelly Roll), Clara Colosimo (la madame), Fernando Cerulli (il tenutario), Benito Stefanelli (Mortimer), Renato Baldini (lo sceriffo nel saloon), Roy Bosier (Jeremy), Friedrich Von Ledebuhr (il prete).
Nel West, un imbroglioncello si associa a un mezzo indiano e a una ragazza un po’ strana, per impadronirsi di un gruzzolo, frutto di una truffa perpetrata da un colonnello dell’esercito ai danni di una tribù indiana.
Western comico, girato sulla scia del successo di Trinità e dei suoi vari cloni, con Terence Hill, ma senza Bud Spencer. La regia di Damiani è, come sempre, garanzia di buona qualità, ma l’assenza del compare usuale di Terence Hill priva il film di qualche freccia che poteva scoccare dal suo arco. Del resto, la coppia protagonista francese, clausola obbligatoria del contratto di coproduzione italo-franco-tedesca, è piuttosto anonima. Qualche buona sequenza acrobatica contribuisce alla riuscita del film, che, però, funziona soltanto dal punto di vista formale, mentre il ribaltamento – che si presupporrebbe comico – di alcuni luoghi comuni del western lascia a desiderare. Bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento di San Damiano.
La mia vita a stelle e strisce (Italia, 2004) di Massimo Ceccherini. Con Massimo Ceccherini (Lando), Victoria Silvstedt (Wendy), Novello Novelli (il padre di Lando), Manuela Magherini (la zia Giuly), Cyrus Elias (lo zio Jack), Isabella Cecchi (la ragazza di Lando), James Holly (Nicholas), David Corbett (Matt).
Il contadino toscano Lando, che vive da solo con il padre paralizzato, è stato a "Carràmaba che sorpresa!" per incontrare la famigla della zia che vive in America da molti anni. La donna, con suo marito, si installa nel casale del giovane. Dopo di che dagli USA arriva la bionda cuginetta. Lando s'innamora, gran casino e lieto fine.
Oddio! Ceccherini ci è diventato Pieraccioni! La mia vita a stelle e strisce diventa ben presto Il ciclone, sotto forma di formosa bionda, impersonata dall'inutile pseudoattrice svedese Victoria Silvstedt. Purtroppo l'ex ruspnate Ceccherini s'incarta in un filmaccio insulso, che non mantiene le promesse esibite nei suoi film precedenti, che non erano affatto male. Qui c'è l'intenzione di criticare l'american way of life, e in particolare gli aspetti deleteri dell'attuale (in)civiltà statunitense: la bulimia globale (di cibo, di soldi, di divertimento, di tutto), il nazionalismo portato al fanatismo, il culto per l'efficienza, ma anche il militarismo, la pena di morte, l'aggressività bellica. Il tutto, però, annega purtroppo in una serie impressionante di luoghi comuni sull'America e sulla dolce campagna toscana, che fa cascare le braccia. Non basta rispolverare il vecchio Novello Novelli per raddrizzare questa glicemica parabola pieraccioniana.
Vacanze di Natale '91 (Italia, 1991) di Enrico Oldoini. Con Christian De Sica (Enzo), Massimo Boldi (Nanni), Ezio Greggio (Leopoldo), Andrea Roncato (Mimmo), Nino Frassica (Rino), Alberto Sordi (Sabino), Ornella Muti (Giuliana), Nadia Rinaldi (Fernanda), Claudio Gora (l'on. Mariotti), Geppy Glejeses (Filippo), Francesco Benigno (Salvatore), Connie Nielsen (Brunilde/Vanessa), Susana Becquer (Marta), Daniele Dublino (il direttore dell'hotel), Herry Hubbard (Ingrid), Francesco Caracciolo (Lenzi), Paolo Paoloni (Martelli), Franco Angrisano (Pistolesi), Jimmy il Fenomeno (lanciatore di piattelli), Gianni Zullo (il sacerdote).
Un gruppo di persone, chissà perché tutte italiane, in un lussuoso hotel di Saint Moritz durante le vacanze di Natale del '91. Qualche coppia scoppierà, qualche altra si ricomporrà, in un trionfo di pacchianeria e furbizia tutta italica.
Un film insulso e squallido che dovrebbe far vergognare chi l'ha progettato e realizzato, anche a distanza di diciassette anni. Chissà cosa avranno pensato, all'uscita dal cinema, gli spettatori che avevano pagato il biglietto questo squallore. Credo che questo sia il punto in assoluto più basso della lunga carriera di Alberto Sordi. Ed è sicuramente uno dei più bassi della carriera di Greggio, che fuori dal piccolo schermo non è mai riuscito a realizzare qualcosa di meno che plausibile. Da salvare c'è poco o niente: forse, ma proprio tirati per i capelli, si potrebbero escludere dal naufragio generale Boldi e Frassica. Tutto il resto, via nella pattumiera del cinema italiano.
Tre pazzi a zonzo (USA, 1939) di Edward Buzzell. Con Groucho Marx (J. Cheever Loophole), Harpo Marx (Punchy), Chico Marx (Antonio Pirelli), Margaret Dumont (Mrs. Dukesbury), Florence Rice (Julie Randall), Kenny Baker (Jeff Wilson), Eve Arden (Peerless Pauline), Nat Pendleton (Goliath), Fritz Feld (Jardinet), James Burke (John Carter), Jerry Marenghi (il piccolo professor Atom).
Il giovane Jeff Wilson, proprietario del Circo Wonder, è diseredato dalla ricca zia Mrs. Dukesbury. Oberato dai debiti, dovrà cedere il circo se non pagherà l'avido John Carter. Quest'ultimo, con l'aiuto del forzuto Goliath e del piccolo professor Atom, deruba Jeff dei soldi degli incassi del circo, costringendo il giovane a dichiarare fallimento. Interverranno in suo aiuto l'acrobata circense Punchy, il musicista italoamericano Pirelli e il bislacco avvocato Loophole.
Tre pazzi a zonzo fa già parte della parabola discendente dei Fratelli Marx al cinema. Si può tranquillamente affermare che con Un giorno alle corse (1937) i tre geniali fratelli americani avevano detto tutto. Dopo quel film (nel mezzo c'è Room Service del 1938), si limiteranno a ripetere una formula già collaudata, senza aggiungere elementi nuovi, nel tentativo di sfruttare i loro punti di forza più sperimentati e via via sempre più logori. Costretti a questo modus operandi dalle nuove strategie della Metro Goldwyn Mayer, specialmente dopo il decesso del geniale produttore Irving Thalberg, i Marx non riescono più a dare il meglio di sé stessi. Nonostante che qualche gag riesca ancora a divertire il pubblico, i pezzi musicali cominciano a diventare fastidiosi (fa eccezione Groucho che si esibisce in Lydia, The Tattooed Lady), le situazioni ripetono quelle più famose dei film precedenti: così quella del distintivo ricorda (in peggio) quella della parola d'ordine di Horse Feathers (1932), mentre quella della casetta del nano ricalca quella della cabina della nave di Una notte all'opera (1935). «...è solo grazie all'estro con cui i Marx gestiscono anche i minimi scarti rispetto ai modelli di riferimento se tutto non si riduce a pura iterazione» (Andrea Martini, Il Castoro)
Lucignolo (Italia, 1999) di Massimo Ceccherini. Con Massimo Ceccherini (Lucio, detto Lucignolo), Alessandro Paci (Pino), Claudia Gerini (Fatima Turchini), Flavio Bucci (il babbo di Lucignolo), Carlo Monni (il babbo di Pino), Tinto Brass (l'avvocato difensore), Gino Menicucci (il giudice), Giancarlo Antognoni e Paolo Rossi (i giurati), Sergio Forconi (Marini), Cosetta Mercatelli (la mamma di Lucignolo), Evelina Gori (la contessa), Alessia Dina Barela (l'infermiera), Giovanni Cacioppo (il guardiano), Giuliano Del Taglia (Giulianino), Bruno Arena (il cameriere).
Il nullafacente Lucignolo sostituisce per qualche giorno la sorella come inserviente presso una casa di riposo. Lì conosce la bella direttrice Fatima, che vuole organizzare una recita. Lucignolo si offre volontario e coinvolge l'amico scansafatiche Pinocchio, ma poi le cose si complicano perché entrambi s'innamorano della ragazza.
La trama del film è, naturalmente, inconsistente, però, sarà anche la mia simpatia per Ceccherini, il filmetto funziona. Sul versante puramente comico, è anche più riuscito di Faccia di Picasso (2000), anche grazie a qualche intervento di comici bravi come Cacioppo. Certo, il mondo di Ceccherini è sempre quello: il calcio (non per caso i giudici sono un ex arbitro e due ex calciatori), i film di Tinto Brass e le seghe. Rispetto al primo Benigni - quello di Berlinguer ti voglio bene - cui pure è stato paragonato, manca una vera consapevolezza politica, sociale e culturale (insomma, non vedremo mai Ceccherini leggere la Divina Commedia in Piazza Santa Croce, ci è bastata ed avanzata la sua rilettura di Pinocchio), però il comico fiorentino qualcosa di suo ci mette e lo sa offrire al pubblico con molta maggiore onestà di, per fare un nome, Pieraccioni. Quest'ultimo offre agli spettatori la Firenze da bere, lastricata a suo tempo dai Medici, o i casali di campagna in stile Mulino Bianco, Ceccherini si aggira tra i barrettacci che sembrano usciti dal Bar Sport di Stefano Benni, ma anche dai primi film di Nuti e Benvenuti, nonché dalle canzoni popolari degli anni Settanta di Pupo ("I primi pendolari la mattina/quest'anno è forte la tua Fiorentina/la colazione con i bomboloni/e guai a chi parla male di Antognoni" cantava in Firenze Santa Maria Novella). Il difetto principale del film è, a parte il processo, una lunga sequenza finale che sembra appiccicata con lo sputo, forse dovuta al fatto che l'esordiente regista non sapeva come congedarsi da questa sua storiella, e qualche indugio di troppo sulle resistibili grazie della Gerini (fiorentina come i senegalesi di Ponte Vecchio). E' da condividere, almeno fino a un certo punto, il commento di Marco Giusti, che scrive: «Grande inizio con belle trovate e grandi personaggi toscani. La sgradevolezza del protagonista, il suo insistere sulle donne e sulle seghe funziona e ricorda il primo Benigni. Sono ottimi anche il Paci come amico e soprattutto Carlo Monni che fa un misto di Geppetto e del vecchio Bozzone di Berlinguer ti voglio bene. Per un po' il miracolo resiste. Poi il film crolla» (non si capisce poi se Giusti, quando parla di "un terribile incubo calcistico" che butta tutto sul grottesco, si riferisca al processo, che è, in effetti, la parte meno riuscita del film). Comunque un Ceccherini da vedere.
La maestra di sci (Italia, 1981) di Alessandro Lucidi. Con Carmen Russo (Celia), Andy Luotto (Franco Landi, il fotografo), Cinzia De Ponti (Carla), Renzo Ozzano (il prof. Thompson), Ghigo Masino (Manzi, il direttore dell'hotel), Giacomo Rizzo (uno dei due rapitori), Sonia Otero (Stella), Daniele Vargas (l'emiro).
Celia, modella di riviste per soli uomini, riceve un'eredità, di cui potrà, però, entrare in possesso, soltanto se si dimostrerà di specchiata moralità. Parte quindi per la montagna, doce proverà a riciclarsi come maestra di sci. A controllare sulla sua moralità sarà il presidente dell'associazione benefica che riceverebbe l'eredità se Celia non si rivelasse degna. A complicare le cose, ci si mettono un fotografo imbranato, un emiro arabo, e tre poveracci che lo vogliono rapire.
Un film imbastito sulle generose grazie di Carmen Russo, messa soltanto un paio di volte in condizione di non deludere i suoi fan. Di tutto l'ambaradàn si salva soltanto Ghigo Masino (ed è anche l'unica ragione per cui ho guardato il film), nella parte del direttore dell'hotel, mentre gli altri comici non fanno ridere mai e il rimanente è meno che desolante. Andy Luotto si rivela anche qui una delle invenzioni meno riuscite di Renzo Arbore.
Una cavalla tutta nuda (Italia, 1972) di Franco Rossetti. Con Don Backy (Folcacchio de' Folcacchieri), Renzo Montagnani (Gulfardo de' Bardi), Vittorio Congia (Mattias), Barbara Bouchet (Gemmata), Leopoldo Trieste (il marito di Gemmata), Carla Romanelli (Pampinea), Ghigo Masino (l'oste).
Un soldato di ritorno a casa in Toscana dalle guerre tra guelfi e ghibellini viene inviato, insieme a un suo amico scultore, come ambasciatore presso il vescovo di Volterra. Il problema è che i due non hanno capito l'ambasceria, perciò passeranno un sacco di guai.
Nato probabilmente sulla scia del successo del Decameron (1971) di Pasolini, questo film che riunisce il regista senese Rossetti, il fiorentino (seppure nato ad Alessandria) Montagnani e il pisano (di Santa Croce sull'Arno) Aldo Caponi, in arte Don Backy. Ed è un film che, ancora, punta più sulla comicità boccaccesca che non sull'erotismo che imperverserà di lì a poco nel filone cosiddetto decamerotico: c'è qui, un episodio, già messo in scena da Pasolini, di cui è protagonista la Bouchet, che è di un erotismo quasi casto, rispetto a quanto si vedrà pochi anni dopo. Qualche episodio strappa una franca risata; i due protagonisti sono simpatici e funzionano e di contorno c'è qualche azzeccata figura minore, come l'oste interpretato dal vertadero comico fiorentino Ghigo Masino.
The Cocoanuts (USA, 1929) di Robert Florey e Joseph Stanley. Con Groucho Marx (Mr. Hammer), Harpo Marx (Harpo), Chico Marx (Chico), Zeppo Marx (Jamison), Margaret Dumont (la signora Potter), Mary Eaton (Polly Potter), Oscar Shaw (Bob Adams), Kay Francis (Penelope), Cyril Ring (Harvey Yates), Basil Ruysdael (Hennessy).
Un direttore d'albergo cerca di vendere come edificabili dei lotti di terreno paludoso. Nello stesso tempo un poco di buono tenta di farsi sposare da una giovane e ricca ereditiera, fidanzata con un architetto alle prime armi. Tutti i piani salteranno grazie all'intervento di due ladruncoli.
Il primo film dei Fratelli Marx e non certo il loro migliore, risentendo ancora troppo dell'impostazione teatral-vaudevilliana. Anche i duetti tra Groucho e la Dumont non sono ancora sviluppati a dovere. Certo che, però, quando Harpo sente i discorsi retorici alla cerimonia del fidanzamento e fa le sue facce schifate, l'ilarità parte spontanea...
Monkey Business (USA, 1931) di Norman Z. McLeod. Con Groucho, Harpo, Chico e Zeppo Marx (i quattro clandestini), Thelma Todd (Lucille), Rockliffe Fellowes (Joe Helton), Ruth Hall (Mary Helton), Harry Woods (Alky Briggs), Ben Taggart (il capitano), Orto Fries (il secondo), Evelyn Pierce (la manicure), Maxine Castle (la cantante d'opera).
Quattro clandestini, provenienti chissà da dove, cercano di sbarcare in America, nascondendosi in quattro barili di sardine nella stiva di un transatlantico. Riusciranno nell'impresa spacciandosi a turno (anche uno di loro che è muto!) per il cantante francese Maurice Chevalier.
Il film più corale dei Fratelli Marx (in molte scene i quattro compaiono simultaneamente sulla scena) è anche, allo stesso tempo, il loro più anarchico, e li vede continuamente alle prese con gli ufficiali e i marinai di bordo che tentano di prenderli e metterli ai ferri. Si salvano mettendosi al servizio, in coppie separate, di due boss della mala: Groucho e Zeppo con il cattivo Alky Briggs, Chico e Harpo con il boss "buono" Joe Helton. A mio parere, la parte del leone la fa, in quanto a gag personali, proprio Harpo, che è impagabile nella scena in cui riesce a fingersi un burattino. La bionda e brava Thelma Todd, anche qui nelle vesti di protagonista femminile, morì a soli trent'anni nel 1935, intossicata dal monossido di carbonio. Il caso fu chiuso come suicidio, ma più probabilmente si trattò di un omicidio, poiché l'attrice si era inimicata alcuni boss di Los Angeles, dove possedeva un locale di cui i malviventi si volevano impadronire.
Horse Feathers (USA, 1932) di Norman Z. McLeod. Con Groucho Marx (il Prof. Quincy Adams Wagstaff), Chico Marx (Baravelli), Harpo Marx (Pinky), Zeppo Marx (Frank Wagstaff), Thelma Todd (Connie Bailey), David Landau (Jennings), Robert Craig (il professore di biologia), James Pierce (Mullen), Nat Pendleton (Mac Hardie), Reginald Barrow (il preside dimissionario), Florine McKinney (Peggy Carrington), E. J. Le Saint e E. H. Calvert (i due professori).
Il nuovo preside del college di Huxley è chiamato all'impresa in cui i suoi predecessori hanno sempre fallito: battere il college rivale di Darwin nell'annuale partita di football. Per riuscire in questo arduo compito, si avvale di due sgangherati spioni, il portinaio Baravelli e l'accalappiacani Pinky.
Uno dei film più anarchici dei Fratelli Marx, che riesce a concentrare il maggior numero di gag, quasi senza soluzione di continuità. L'inizio è tutto appannaggio di Groucho, che canta un pezzo ormai divenuto celebre: I'm Against It, poi vi è l'altra gag, altrettanto famosa e citata, nella quale Groucho e Chico sono alle prese con la famosa parola d'ordine (swordfish, cioè pescespada), che serve per entrare nello speakeasy. Dopo l'altra sequenza, esilarante, in cui Harpo e Chico dovrebbero rapire due giocatori della squadra avversaria, c'è finalmente la partita di football, che funge da campo di battaglia per l'esplosione comica finale (come sarà successivamente, in Una notte all'opera (1935), la rappresentazione del Trovatore di Verdi): qui succede di tutto e diventa protagonista assoluto Harpo - che in questo film sta mettendo a punto il suo personaggio, a metà tra un bambino e un animale - il quale imbroglia gli avversari legando ad un elastico il pallone, e poi segna una meta addirittura correndo su una biga trainata dai cavalli. Horse Feathers è una scatenata farsa, la cui trama è piuttosto un pretesto per sbrigliare l'inventiva dei Fratelli Marx, nella quale già si esercita la scatenata comicità del geniale trio.
Il titolo Horse Feathers, letteralmente "piume di cavallo", non ha un significato preciso, e si può intendere come "cose da poco, quisquilie, baggianate".
«I Marx ci consegnano una delle più aspre satire delle meccaniche di apprendimento e della piatta riproduzione di una sempre identica cultura che si possano immaginare.» (Andrea Martini, Fratelli Marx, Il Castoro)
La settimana al mare (Italia, 1981) di Mariano Laurenti. Con Enzo Cannavale (Antonio Martinelli), Annamaria Rizzoli (Angela Marconcini), Andrea Occhipinti (Carlo Martinelli), Bombolo (Orazio Canestrari), Francesca Romana Coluzzi (Elvira Martinelli), Anna Maria Clementi (la mogliettina vogliosa), Paola Senatore (Margareth), Vincenzo Crocitti (Tito), Lucio Montanaro (il complice di Tito), Jimmy il Fenomeno (il/la cliente).
Un padre porta il figlio in un villaggio turistico sul mare per farlo svegliare e per farlo recedere dagli studi universitari di psicologia. Ma il ragazzo, anche grazie ai suoi studi, è molto più sveglio di quanto sembri...
Film quasi gemello di La settimana bianca. Se quello non era un granché, questo è proprio una ciofeca. E dispiace, soprattutto perché Bombolo e Cannavale ci danno dentro come non mai ele tentano tutte per portare a casa una dignitosa pagnotta. Qui, fra l'altro, Laurenti spinge parecchio sul piano dell'erotismo, forse proprio perché le lacune della sceneggiatura sono ancora più evidenti che negli altri suoi film similari. Per dirla tutta, poi, la Rizzoli, pur bella, non mi ha mai attizzato più di tanto, mentre sono nel loro fulgore la Senatore (qui prima di dedicarsi al circuito semi hard) e Anna Maria Clementi, sposina siciliana in calore. Torna in questo film Jimmy il Fenomeno in ben due parti, delle quali una muliebre (ed è tutto dire), mentre la coppia pseudocomica composta da Crocitti e Montanaro è veramente impresentabile. «La commedia si trascina stancamente verso il lieto fine senza sussulti.» (Roberto Poppi)
La settimana bianca (Italia, 1980) di Mariano Laurenti. Con Gianfranco D'Angelo (il rag. Piergallini), Annamaria Rizzoli (Angela Marconcini), Enzo Cannavale (Ercolani), Bombolo (Giulio Cesare), Giacomo Furia (il cav. Pasquarelli), Paolo Giusti (Fabio), Renzo Ozzano (Bartocci), Carmen Russo (Orchidea), Vincenzo Crocitti (Tarcisi), Graziella Polesinanti (Matilde Marconcini), Sal Borgese (il sardo), Jimmy il Fenomeno (la zitella).
Un capufficio organizza una settimana bianca aziendale, con lo scopo di portarsi a letto la bella impiegata Angela, che, invece, finirà tra le braccia dell'aitante maestro di sci.
Il film sconta pesantemente la mancanza di una sceneggiatura da potersi chiamare tale, limitandosi a mettere in scena i goffi tentativi, sempre frustrati, di un gruppo di maturi impiegati di accaparrarsi le grazie della bella collega. Alcuni dei personaggi sono accompagnati dalle mogli, naturalmente gelose, altri invece sono scapoli: c'è poi quello (Bombolo) a cui delle donne non gliene frega niente e pensa soltanto ad arrotondare il magro stipendio, ma riceve soprattutto sganassoni, e una matura zitella (Jimmy il Fenomeno, in una caratterizzazione davvero surrealista) che non ha perso le speranze. Se qualcosa si salva è grazie alla simpatia di alcuni interpreti, Bombolo e Cannavale più di D'Angelo. «Filmetto scacciapensieri senza infamia e senza lode.» (Roberto Poppi)
Assassinio sul Tevere (Italia, 1979) di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian (il maresciallo Nico Giraldi), Marina Lante Della Rovere (Eleonora Ruffini), Roberta Manfredi (Angela), Bombolo (Venticello), Enzo Liberti (Er Pinna), Angelo Pellegrino (il Procuratore Cardone), Renato Mori (il commissario), Marcello Martana (Trentini), Massimo Vanni (Gargiulo), Alberto Farnese (Manfredo Ruffini), Leo Gavero (l'onorevole), Enzo Andronico (l'avvocato difensore), Marino Masè (Nardelli), Andrea Aureli (il giudice), Puccio Ceccarelli (il vecchio pugile), Jimmy il Fenomeno (spettatore al concerto), Ennio Antonelli (guardiano dell'obitorio), Luca Sportelli (l'antiquario).
Durante una riunione della Società Tiberina, un'organizzazione che dietro un'apparenza rispettabile nasconde la gestione di affari poco puliti, viene ucciso l'importante membro Manfredo Ruffini. Il maresciallo Giraldi, affascinato dalla bella vedova, indaga per scoprire il colpevole. Alla fine delle indagini, troverà anche moglie.
Il film, nel complesso, non è un granché, anche per la sostanziale insipienza della protagonista femminile. Sono contenute, però, almeno un paio delle battute migliori di Bombolo: tra queste, quando al processo esclama «Io so' innocente signor Presidente, mi' madre è vedova e mi' padre pure!». Altra battuta memorabile è quella pronunciata dal maresciallo Giraldi, quando sorprende Venticello, travestito da prete, intento a tentare di truffare un gioielliere: dopo averlo schiaffeggiato, il gioielliere esclama «ma questo è un importante prelato paraguayano!» e lui risponde «no, questo è un prelato paraculiano!». Un po' di divertimento c'è.
«Questo film segna il passaggio dalla serie delle squadre alla serie dei delitti, è una pietra miliare del cinema italiano e per questo merita quasi il massimo dei voti, Milian fenomenale Bombolo incorreggibile come al solito, fanno del film un capolavoro.» (Paolo Scirè)
Attenti a quei P2 (Italia, 1982) di Pier Francesco Pingitore. Con Pippo Franco (Tonio Tatarella; l'On. Forlotti), Oreste Lionello (Licio Belli), Annamaria Rizzoli (Juliette De Groschild), Bombolo (il portiere d'albergo), Giorgio Porcaro (l'agente Porcaro), Pippo Santonastaso (il generale S.), Roberto Della Casa (un massone), Franco Diogene (lo sceicco Kashieri), Tito Leduc e Maurizio Martufello (i due travestiti), Ugo Fangaregi (l'uomo che nessuno cerca).
Il faccendiere Licio Belli, capo di una loggia massonica segreta, combina un affare con uno sceicco arabo, per riscuotere una tangente da un miliardo. Per convincere lo sceicco, però, serve la collaborazione del capo del governo, l'On. Forlotti. Resosi indisponibile quest'ultimo, viene reclutato un sosia, il miserabile, sfrattato cronico, Tonio Tatarella.
Farsa tutta basata sui fatti dello scandalo della Loggia P2, con Oreste Lionello nei panni di Licio Gelli e Pippo Franco nella parte di un politico che è una via di mezzo tra Forlani e Andreotti. Bombolo ha alcuni momenti strepitosi («Te fratturo tutti l'ossi, più IVA!» urla a Pippo Franco, che domanda «Che IVA?».«IVAffanculo!» risponde Bombolo), Pippo Franco si sbatte come al solito, così come il povero Porcaro, che cerca invano di rivendicare a sé il personaggio del terrunciello, già sfruttato da Abatantuono. Il film, però, non funziona: ha poco sugo, la satira è slavata e la comicità, piuttosto scialba, confina con il qualunquismo (oltre tutto, vengono attaccati più certi funzionari che non i politici), anche se resta abbastanza pulita la figura di Sandro Pertini.
Squadra antigangsters (Italia, 1978) di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian (il maresciallo NIco Giraldi), Enzo Cannavale (Salvatore Esposito), Asha Puthli (Fiona Strike), Margherita Fumero (Maria Sole Giarra), Leo Gavero (Don Vito Sartieri), Andrea Aureli (Don Mimì), Gianni Musy (Gitto Cardone), Salvatore Baccaro (esattore degli usurai).
Il maresciallo Giraldi è ancora New York, dove deve sgominare un'organizzazione mafiosa. Infiltratosi nelle file della malavita in qualità di esattore degli strozzini protetti dai boss, reincontra il povero pizzaiolo Salvatore Esposito che, dopo la morte di Don Girolamo Giarra, è caduto in disgrazia presso i nuovi padrini, ai quali deve una somma colossale. Il doppio impegno del maresciallo sarà quello di neutralizzare la rete mafiosa e di ingraziarsi (ma non troppo) Maria Sole, l'erede di Don Girolamo.
Sorta di seguito di Squadra antimafia, l'episodio più debole di tutta la serie delle Squadre corbuccian-tomasmiliane si snoda dalle strade di New York alle paludi della Florida, infestate di alligatori. Qualche battuta, qua e là, è divertente ("Puppi che?"), le musiche dei Goblin funzionano, Cannavale s'impegna a fare da spalla, come se avesse di fianco Bud Spencer, ma non vale Bombolo, e questa ennesima trasferta americana del maresciallo Giraldi si risolve in un buco nell'acqua.
Squadra antitruffa (Italia, 1977) di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian (il maresciallo Nico Giraldi), David Hemmings (Robert Clayton), Anna Cardini (la ragazza sequestrata da Nico), Alberto Farnese (l'avv. Ferrante), Massimo Vanni (Gargiulo), Leo Gullotta (Tarcisio Pollaroli, detto "il Fibbia"), Bombolo [qui Franco Lechner] (Venticello), Tony De Leo (Milord), Marcello Martana (Trentini), Roberto Messina (il commissario Tozzi), John P. Dulaney (Ballarin), Nazzareno Natale (il tassista), Giancarlo Badessi (Baruffaldi), Primo Marcotulli (il Nasone), Giovanni Attanasio (il carabiniere calvo), Andrea Aureli (Angelo Tornabuoni), Omero Capanna (Armando, il killer), Paolo Fiorini (l'intervistatore TV), Mimmo Poli (Milady), Fortunato Arena (il portinaio), Mario Donatone (l'uomo truffato dal Fibbia), Franco Anniballi (il barista).
Il maresciallo Giraldi si vede affidare un'indagine al fianco dell'investigatore inglese Clayton dei Lloyds, truffati da una banda di malviventi italiani, coordinati da un misterioso e potente capo.
Questa volta il maresciallo Giraldi si ritrova ad indagare perfino nella San Francisco dell'ispettore Callaghan, dove, affiancato da un collega britannico che ha la faccia furbetta di David Hemmings (Blow Up, Profondo rosso), mette in atto una serie di sòle - con lo scopo di mettersi in evidenza con la malavita locale - e l'immancabile inseguimento tra le strade a saliscendi della città californiana. Nasce qui il personaggio, che diventerà d'obbligo nei film successivi della serie, del ladruncolo Bertarelli Franco, detto Venticello, così soprannominato poiché non riesce a trattenere le scorregge. Il film è convenzionale, ma abbastanza divertente, anche grazie alla presenza di una serie di ottimi caratteristi del cinema commerciale italiano: a parte Bombolo, è imperdibile il generico Mimmo Poli, nella parte dell'omosessuale travestito Milady.
Delitto sull'autostrada (Italia, 1982) di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian (il maresciallo Nico Giraldi), Viola Valentino (Anna Danti), Olimpia Di Nardo (Angela), Paco Fabrini (Rocky Giraldi), Bombolo (Venticello), Giorgio Trestini (Andrea Carboni), Adriana Russo (Laura Carboni), Aldo Ralli (il camionista toscano), Andrea Aureli (Mariotti), Gabriella Giorgelli (Cinzia Bocconotti), Marcello Martana (il commissario Trentini), Enzo Andronico (il falso dottore), Marina Hedman (la donna in confessionale).
Il maresciallo Giraldi si traveste da camionista per scoprire gli autori di un omicidio e di alcuni furti del carico dei tir sull'Autostrada del Sole. Conosce anche una giovane cantante, per la quale medita di separarsi dalla moglie. Rischierà anche di morire, ma sarà salvato da Venticello e dai suoi allievi della scuola di pugilato.
Ennesima avventura, tutto sommato divertente, del maresciallo Giraldi. Il merito, a parte il buon professionismo del cast al completo, è quasi tutto dell'ormai mitologico personaggio di Venticello, interpretato da Bombolo, più che della storielletta gialla o della presenza della bella cantante Viola Valentino, che all'epoca lanciò la canzone Sola, dopo il successo di qualche anno prima con Comprami. Le scene di "morti voi", del "Vigorello", o della fidanzata Bocconotti Cinzia (interpretata dalla toscana Gabriella Giorgelli), con Venticello protagonista, sono giustamente entrate nel mito.
Squadra antimafia (Italia, 1978) di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian (il maresciallo Nico Giraldi), Enzo Cannavale (Salvatore Esposito), Eli Wallach (Don Girolamo Giarra), Bombolo (Venticello), Margerita Fumero (Maria Sole Giarra), Massimo Vanni (Gargiulo), Enzo Pulcrano (Masino), Roberto Messina (il commissario Tozzi), Alfredo Rizzo (il guardone derubato), Franco Anniballi (un ladro), Roberto Alessandri (Ballarin), Ennio Antonelli (scommettitore).
Maria Sole - Nico, portami a ballare, io ci ho la febbre del sabato sera...
Giraldi - E pijate 'n'aspirina si ci hai la febbre, ma annamo via de qqua perché fa freddo!
Il maresciallo Giraldi viene mandato in incognito a New York per smascherare l'assassino di un pentito della mafia iataloamericana che avrebbe dovuto testimoniare contro il boss Girolamo Giarra. Per entrare nelle grazie del boss, si fa assumere come cameriere nel ristorante gestito dall'emigrato napoletano Salvatore Esposito. A complicare le cose si aggiunge il fatto che del maresciallo s'innamora Maria Sole, la non bellissima figlia di Don Girolamo.
In trasferta newyorkese, Nico Giraldi acquista come spalla Enzo Cannavale, ma purtroppo perde Bombolo, il cui ruolo, confinato all'inizio del film, è molto marginale. Il maresciallo, la cui missione è segreta per tutti, tranne che per il solo commissario Tozzi, rischia di finire i suoi giorni nella camera a gas dello stato del Nevada, ma è salvato proprio dal boss cui aveva in precedenza salvato la vita. Il film riserva qualche bella gag, come i dialoghi tra il maresciallo e la figlia del boss, o il discorso al poliziotto americano che lo ferma alla guida di un taxi rubato ("Io... first day, first day tassinaro..."), oppure quello tra lo stesso Giraldi e uno scommettitore alle corse dei cavalli, impersonato da un altro mito del cinema italiano di serie B, Ennio Antonelli.
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