Come ti volto la gabbana
by sasso67 (10/10/2008 - 18:24)
L'arte di arrangiarsi (Italia, 1954) di Luigi Zampa. Con Alberto Sordi (Rosario Scimoni, detto Sasà), Marco Guglielmi (l'avv. Giardini), Franco Coop (lo zio sindaco), Luisa Della Noce (Paola), Franco Jamonte (Pizzarro), Elena Gini (Mariuccia Giardini),
Elli Parvo (Emma), Armenia Balducci (Lilli De Angelis), Carletto Sposito (il duca di Lanocita), Gianni Di Benedetto (l'on. Toscano), Antonio Acqua (l'ing. Casamottola), Gino Buzzanca (il barone Maffei), Gino Baghetti (il marchese), Fernando Cerulli (Borrelli).
Una delle saghe zampasordiane sul trasformismo tutto italico di chi vuole rimanere sempre a galla, affidandosi ogni volta a qualcosa che pare vincente e poi al contrario di quel qualcosa, quando esso si sia rivelato perdente. Questo Sasà è un personaggio squallido, come ce ne sono tanti, che emergono soprattutto durante i periodi di crisi (nel film la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale) per saltare sul carro dei vincitori. Di recente abbiamo assistito ad un fenomeno analogo - e questo testimonia della sempiterna attualità del film di Zampa - durante il periodo di Mani Pulite e dell'emergere di fenomeni politici pseudonuovi come Forza Italia. Mi viene da pensare ad un signore corpulento, con la barba ed i capelli rossicci e bisunti che anni fa fu comunista, poi socialista, confidente della c.i.a., forzitalista, ed oggi fa il cattolico integralista, ma meriterebbe, come il protagonista dell'Arte di arrangiarsi, di finire a fare il piazzista di lamette da barba.
Carbonara scotta
by sasso67 (12/09/2008 - 20:08)
La carbonara (Italia, 2000) di Luigi Magni. Con Lucrezia Lante della Rovere (Cecilia, "la Carbonara"), Fabrizio Gifuni (Zaccaria), Valerio Mastandrea (Fabrizio), Nino Manfredi (il Cardinale), Claudio Amendola (Lupone), Pierfrancesco Favino (il sergente), Alberto Alemanno (il capitano), Fernando Cerulli (il Principe di Collepardo), Pino Ingrosso (il cantante), Andrea Garinei (il ritrattista), Marina Jlina (Bella Rosa), Marina Lorenzi (Angelina), Massimo Reali (il principe azzurro).
Che tristezza, vedere quanto sia caduto in basso il bravo Gigi Magni. Non c'è proprio niente da salvare in questa pellicola malnata e malriuscita. Non ha niente da spartire con film dall'ironia caustica ed anticlericale come Nell'anno del Signore o In nome del Papa Re, ma perfino il mediocre In nome del popolo sovrano è diverse spanne sopra. Qui proprio non si sa, fin dalla sceneggiatura (bucata come un colabrodo, con particolari che non tornano neanche a pagarli: tanto per fare un esempio: Cecilia entra di notte in casa del capitano delle guardie senza neanche bussare), dove andare a parare ed un finale interminabile sembra brancolare alla ricerca di una conclusione quanto meno plausibile, che non viene trovata. La trasformazione del carbonaro Zaccaria in un oste di campagna fa tristemente venire alla mente il finale di Sette chili in sette giorni (sì, proprio il film con Verdone e Pozzetto), dove i due protagonisti trasformano la clinica per dimagrire nel ristorante "I due porconi". Gifuni (che, suvvia, non è poi quel granché come attore) e Mastandrea sono completamente fuori parte, per non parlare di Claudio Amendola. Lucrezia Lante della Rovere forse è troppo vecchia per la parte e sicuramente non sa recitare. Quanto, infine, a farla passare per "la più bella donna di Roma" ce ne vuole di coraggio: figuriamoci le altre!
Dimentichiamoci di loro
by sasso67 (01/09/2008 - 20:16)
Ricordati di me (Italia, 2003) di Gabriele Muccino. Con Fabrizio Bentivoglio (Carlo Ristuccia), Laura Morante (Giulia), Nicoletta Romanoff (Valentina Ristuccia), Silvio Muccino (Paolo Ristuccia), Monica Bellucci (Alessia), Gabriele Lavia (Alfredo),
Enrico Silvestrin (Stefano Manni), Silvia Cohen (Elena), Pietro Taricone (Paolo Tucci), Alberto Gimignani (Riccardo), Amanda Sandrelli (Louise), Blas Roca Rey (Matt), Giulia Michelini (Ilaria), Andrea Roncato (Luigi), Maria Chiara Augenti (Anna Pezzi).
Epigono della commedia all'italiana, alla quale vorrebbe aggiungere (forse) un "retrogusto" amarognolo, senza riuscirci, Ricordati di me (ennesimo titolo mutuato da una canzone di Venditti) è il simbolo del cinema italiano agli inizi degli anni Duemila: falso e vuoto come i personaggi deteriori il cui comportamento finge di denunciare, salvo perdonarli tutti in un grande volemosebbene finale, dove tutti tornano, più maturi e consapevoli, al proprio posto. Da antologia dell'antisceneggiatura l'espediente dell'investimento automobilistico e tutte le assurde conseguenze che ne derivano. A parte l'aspetto economico, continua a rimanere misterioso perché attori seri come Bentivoglio e la Morante (il migliore è senza dubbio Lavia) si buttino via in film di questo tipo (forse perché il cinema italiano non offriva loro niente di meglio?). Muccino senior si conferma bravissimo nel dirigere il niente e vola meritatamente a Hollywood. Speriamo che ci resti a lungo.
Sotto la pioggia di Napoli
by sasso67 (22/08/2008 - 20:04)
Scusate il ritardo (Italia, 1983) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi (Vincenzo Rocco), Giuliana De Sio (Anna), Lello Arena (Tonino), Lina Polito (Patrizia Rocco), Francesco Acampora (Alfredo Rocco), Olimpia Di Maio (la mamma), Nicola Esposito (il professore), Luigi Uzzo (il ferroviere).
Quando uscì il secondo film di Troisi regista, dopo gli entusiasmi suscitati da Ricomincio da tre, qualcuno storse un po' il naso. Questo Scusate il ritardo, invece, è da rivalutare ampiamente. All'epoca della sua uscita, vidi il film al cinema, ma ricordo che non riuscii a capire molto, nel senso che mi sfuggiva sia gran parte del parlato partenopeo di Troisi sia il senso di molti dei suoi sproloqui. E' un film scritto bene (da Troisi e Anna Pavignano), ben recitato - oltre che dal protagonista anche da Giuliana De Sio e Lello Arena - con una regia discreta, che conosce i propri limiti e non cerca mai di strafare. Naturalmente il limite del film è quello di essere tutto al servizio del "nuovo comico", però, in questo caso, ben venga, perché Troisi scrive almeno cinque o sei scenette notevolissime (tra le quali la telefonata, il regalo alla mamma, la Madonnina che piange, gli sfoghi di Tonino, quella del "ti faccio mangiare da zio Vincenzo"), ma anche perché riesce a far trasparire, tra gli sproloqui logorroici del protagonista e i suoi silenzi imbarazzati, l'incapacità di comunicare, propria di un'intera generazione, come e forse meglio che in molti film di Antonioni. Direi che forse è proprio un film come questo, molto più che il celebrato (e sopravvalutato) Postino, a testimoniare il genio di Massimo Troisi.
La commedia non si addice a Costantino
by sasso67 (13/08/2008 - 23:41)
Consiglio di famiglia (Francia, 1986) di Constantin Costa-Gavras. Con Johnny Hallyday (il padre), Fanny Ardant (la madre), Guy Marchand (Maximilien Faucon), Laurent Romor (François bambino), Rémi Martin (Franòois ragazzo), Juliette Rennes (Martine bambina), Caroline Pochon (Martine ragazza), Ann-Gisel Glass (Sophie), Fabrice Luchini (l'avvocato balordo), Julien Bertheau (il proprietario rapinato), Patrick Bauchau (Octave, il fratello della madre), Anne Macina (Monique).
L'ottimo regista greco Costa-Gavras, autore di ammirevoli film impegnati sui fronti più diversi (dai colonnelli greci ai comunisti cecoslovacchi, dagli intrighi della CIA in Cile ai razzisti made in USA, dagli ex boia nazisti alle omertose gerarchie vaticane ai tempi dell'olocausto), prova con la commedia e rimedia un sonoro fiasco. La storia di questa famiglia borghese di scassinatori, in cui alla fine l'erede maschio dirazza per amore, sta in piedi a malapena, ma non cammina. La colpa è di una sceneggiatura che non sa dove andare a parare, ma anche del regista, che non avrebbe dovuto accettare di girare un film così lontano dalle sue corde. La trama cerca qualche colpo ad effetto, sfiora un paio di volte la comica alla Stanlio e Ollio, tocca di sfuggita il noir, la parodia del film di mafia (il ritorno del padre e Faucon dagli States dove si sono americanizzati), lo psicodramma familiare (l'incontro con il fratello della madre), ma non approfondisce niente, lasciando tutti gli spettatori a bocca asciutta. La colpa, poi, è anche del legnoso Hallyday, incapace di qualsiasi espressione facciale, mentre i veri attori del cast, a cominciare da Fanny Ardant, sono utilizzati poco e male. I primi a dover evitare questo film sono proprio i fan di Costa-Gavras.
Spari tu o sparo io?
by sasso67 (13/08/2008 - 23:39)
Una perfetta coppia di svitati (USA, 1986) di Peter Hyams. Con Billy Crystal (Danny Costanzo), Greg Hines (Ray Hughes), Darlanne Fluegel (Anna Costanzo), Dan Hedaya (il capitano Logan), Joe Pantoliano (snake), Steven Bauer (detective Frank Sigliano), Jon Gries (detective Tony Montoya), Jimmy smits (Julio Gonzales), Tracy Reed (Maryann), Natividad Ríos Kearsley (la donna nuda).
Due poliziotti anticonformisti, un italoamericano e un nero, danno la caccia ad un narcotrafficante di origini sudamericane.
Sulla scia di film come 48 ore (dove però non si trattava di due poliziotti, bensì di un poliziotto e di un galeotto) e prima di Arma letale (1987), una commedia poliziesca ben recitata e dove ai mille stereotipi il regista Hyams riesce a mettere qualcosellina di suo. C'è una bella scena di inseguimento in auto sulle rotaie della metropolitana e, in più, i duetti tra i due protagonisti funzionano a meraviglia. Raramente Chicago è stata fotografata così bene. Siamo comunque nella convenzione poliziesca hollywoodiana e non ci si deve asepttare chissà quali svolazzi. In Una perfetta coppia di svitati c'è, comunque, una libertà espressiva di cui si avverte la mancanza nella maggior parte dei prodotti odierni, che sembrano fatti con lo stampino.
Il salame del signor maggiore
by sasso67 (27/06/2008 - 20:05)
Tutti a casa (Italia/Francia, 1960) di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi (il sottotenente Alberto Innocenzi), Serge Reggiani (il geniere Assunto Ceccarelli),
Eduardo De Filippo (il padre di Alberto), Carla Gravina (Silvia Modena), Martin Balsam (il serg. Fornaciari), Didi Perego (Caterina Brisigoni), Nino Castelnuovo (l'artigliere Codegato), Mac Ronay (Evaristo Brisigoni), Claudio Gora (il colonnello), Mario Feliciani (il capitano Passerin), Mino Doro (il magg. Nocella), Ugo D'Alessio (il prete).
Lo sbandamento di un battaglione dell'esercito italiano dopo l'8 settembre 1943.
Uno dei migliori film degli annni Sessanta, da vedere e rivedere, grazie ad una serie di situazioni buffe e drammatiche, di personaggi indimenticabili, di battute da mandare a memoria. Stupendi i duetti tra due grandissimi attori, come Sordi e Reggiani. Il giovanissimo Castelnuovo fa la corte alla ragazza ebrea Carla Gravina, dicendole «non siamo tutti cristiani alla fine?».
Il film fu girato, almeno parzialmente, tra le macerie degli edifici bombardati di Livorno.
A mali estremi...
by sasso67 (09/06/2008 - 23:19)
Divorzio all'italiana (Italia, 1961) di Pietro Germi. Con Marcello Mastroianni (il barone Fefè Cefalù), Daniela Rocca (Rosalia), Stefania Sandrelli (Angela), Leopoldo Trieste (Carmelo Patanè), Odoardo Spadaro (don Gaetano Cefalù), Angela Cardile (Agnese Cefalù), Lando Buzzanca (Rosario Mulè), Margherita Girelli (Sisina), Laura Tomiselli (zia Fifidda), Pietro Tordi (l'avv. De Marzi), Ugo Torrente (don Calogero), Antonio Acqua (il parroco), Saro Arcidiacono (il dott. Talamone), Renzo Marignano (il dirigente comunista), Renato Pinciroli (il membro pelato del circolo), Francesco Nicastro (il giudice).
Un barone siciliano, sposato da quindici anni, s'invaghisce della cugina sedicenne. Non essendo previsto il divorzio nell'ordinamento giuridico italiano, il nobile pensa di poter approfittare dell'articolo del codice penale che prevede il tradimento come circostanza attenuante per l'omicidio del coniuge fedifrago. Architetta, così, di far cadere la moglie tra le braccia di un amante per poi ammazzarla.
Probabilmente il capolavoro assoluto di Germi, che affonda la lama nella psicologia e nella sociologia siciliane, come se, al suo terzo film realizzato nell'isola, il regista fosse espertissimo conoscitore dell'ambiente. Ma, oltre alla maestria da sociologo, che proviene anche da una sceneggiatura pressoché perfetta, Germi dimostra, per l'ennesima volta, una grande perizia registica. Il racconto è serrato e i colpi di scena si susseguono con studiata frequenza, punteggiati dalla voce off da narratore dell'avvocato De Marzi che, con linguaggio tipicamente forense, commenta le sequenze, sempre pronto a cambiare il corso della propria arringa, a seconda delle immagini che scorrono sullo schermo. E una delle ricchezze del film è senza dubbio la varietà dei registri linguistici utilizzati, da quello del pigro nobilastro (genialmente interpretato da Mastroianni), a quello da romanzo d'appendice della moglie, passando per il linguaggio avvocatesco e per quello intellettualoide del pittore, fino a quello, tutto fatto di ammicchi e sottintesi, del mafioso Mattara.
«Se il cinema di Germi è profondamente caratterizzato dalla ricerca della solidità e perfezione di una struttura narrativa, Divorzio all'italiana è qualcosa che somiglia al suo zenith.» (Mario Sesti, Tutto il cinema di Pietro Germi)

Aragosta muffita
by sasso67 (21/04/2008 - 18:24)
Aragosta a colazione (Italia/Francia, 1979) di Giorgio Capitani. Con Enrico Montesano (Enrico Tucci), Claude Brasseur (Mario Spinosi), Claudine Auger (Carla Spinosi), Janet Agren (Monique), Silvia Dionisio (Matilde Tucci), Geoffrey Copleston (Duchamp), Cesare Gelli (Franzi), Adriana Innocenti (la cantante), Franca Scagnetti (la vicina dei Tucci), Renzo Ozzano (il maitre del ristorante), Letizia D'Adderio (Domitilla Tucci), Roberto Della Casa (sommelier), Roberto Bonacini (Trocchia).
Un misero rappresentante di commercio pensa di chiedere aiuto economico ad un vecchio compagno di scuola, consorte di una miliardaria. Questi, però, ha bisogno che l'amico, in cambio, si finga il marito dell'amante che ha ospitato in casa all'insaputa della moglie.
Risaputa farsa che ripesca i rimasugli dal repertorio di Feydeau, con un Brasseur impegnato a sembrare frenetico, con un repertorio di smorfie che non convincerebbero un pubblico di bambini, e un Montesano che rispolvera la parodia di Jerry Lewis e qualche fiacca gag del Peter Sellers di Hollywood Party. Va bene che il film di Capitani è stato girato quasi trent'anni fa, ma anche allora sapeva già di muffa. L'unico motivo d'interesse è il corpo di Janet Agren, invitata a spogliarsi ogniqualvolta era presumibile che gli spettatori, nel buio della sala, cominciassero a ronfare.
Cento milioni per la galera
by sasso67 (27/01/2008 - 20:47)
Perdutamente tuo... mi firmo Macaluso Carmelo fu Giuseppe (Italia, 1975) di Vittorio Sindoni. Con Stefano Satta Flores (Carmelo Macaluso), Macha Méril (la baronessa Valeria Lamìa), Cinzia Monreale (Jessica), Luciano Salce (il barone Alfonso Lamìa), Leopoldo Trieste (don Calogero Liotti), Umberto Orsini (l'avvocato Vito Buscemi), Marisa Laurito (Tindara Liotti), Deddi Savagnone (la moglie di don Calogero), Pino Ferrara (l'avvocato difensore), Renato Pinciroli (don Saverio), Roberto Della Casa (l'impiegato di banca).
Un emigrato siciliano torna dalla Germania nell'isola natale, dalla quale era partito poverissimo, con una Mercedes e cento milioni in contanti. Si vuole riscattare nei confronti del barone che causò il suicidio del padre per un debito di 500 mila lire. Ma la famiglia del barone è ancora rampante...
Perdutamente tuo... è una commedia garbata, di cosiddetta satira sociale, che regge abbastanza bene il ritmo dall'inizio alla fine, senza scadere in inutili volgarità, abbastanza frequenti nei film di analogo argomento che venivano realizzati durante gli anni settanta. La misura del regista Sindoni, siciliano di Capo d'Orlando, e l'intelligente interpretazione di un attore bravo e molto rimpianto come Stefano Satta Flores (1937-1985) evitano che il film scivoli lungo il pericoloso crinale del filone siculo-buzzanchiano, con maschi ruspanti e dongiovanni da strapazzo. Del resto, anche la presenza di attori di un certo spessore, come la buñueliana Macha Méril (era stata una collega di Catherine Deneuve in Bella di giorno), il felliniano Leopoldo Trieste, nonché di Umberto Orsini, garantiscono una riuscita al di fuori dei binari della volgarità. L'ambientazione siciliana è dignitosissima, e così pure la presenza di Luciano Salce, nella parte di un barone un po' rincoglionito. A titolo di curiosità, si segnala la presenza di una giovane Marisa Laurito, che cerca un paio di volte di spogliarsi, durante un goffo tentativo di seduzione del protagonista.
«Il ritratto è mesto, ma umano; paradossale, ma sostanzialmente credibile.» (B. Caporale, 1976)
Impara a zufolar
by sasso67 (12/01/2008 - 15:10)
L'eterna illusione (USA, 1938) di Frank Capra. Con Jean Arthur (Alice Sycamore), James Stewart (Tony Kirby), Lionel Barrymore (nonno Vanderhof), Edward Arnold (Anthony Kirby), Spring Byington (Penny Sycamore), Samuel S. Hinds (Paul Sycamore), Ann Miller (Essie Carmichael), Dub Taylor (Ed Carmichael), Mischa Auer (Kolenkhov), Mary Forbes (la signora Kirby), Donald Meek (Poppins), H. B. Warner (Ramsey), Halliwell Hobbes (De Pinna), Eddie "Rochester" Anderson (Donald), Harry Davenport (il giudice), Lillian Yarbo (Rheba).
Il rampollo di un ricco e spietato banchiere s'innamora di una delle sue dipendenti, proveniente da una famiglia dignitosamente folle. Scoppieranno dei contrasti tra le due famiglie, ma alla fine l'amore saprà trionfare.
Sì, d'accordo, è un vecchio film, ma soprattutto, e a differenza di altri film di Capra (si pensa in particolare a La vita è meravigliosa e ad Arsenico e vecchi merletti), è un film vecchio. Si ammira, indubbiamente la capacità del regista di orchestrare in maniera sapiente scene con anche dieci personaggi che si muovono contemporaneamente sullo schermo, azzeccando sempre l'angolo di ripresa, così come si apprezza la freschezza interpretativa del giovane James Stewart e dell'anziano Lionel Barrymore, sempre costretto a recitare con le stampelle, ed anche rintracciabile una certa qual spregiudicatezza dei costumi, come dimostrano le sequenze in cui è presente Essie (Ann Miller), la sorella sposata di Alice, che nelle sue evoluzioni danzanti mostra spesso le gambe nude ad un'altezza che supera ogni tanto il livello di guardia. Come giustamente sostengono Alessandro Bencivenni e Guido Di Falco nel Dizionario del cinema americano (Editori Riuniti, 1996), «la morale troppo semplicistica e la satira priva di vero mordente lo hanno fatto molto invecchiare, a paragone delle altre commedie a sfondo sociale di Capra». In effetti, se nessuno può mettere in dubbio l'assunto che il denaro non ci si può portare dietro quando inevitabilmente si andrà a finire all'altro mondo (il titolo originale suona appunto You Can't Take It With You, cioè "non te lo puoi portare dietro"), la moraletta secondo la quale, prafrasando il proverbio "con il denaro non si compra la felicità", con la felicità si può acquistare il denaro (anche qui, come successivamente in La vita è meravigliosa, si assiste a una colletta della gente comune), è più che discutibile. E quando, poi, alla fine, i due anziani del film, Vandenhof e Kirby senior, cercano di risolvere i loro problemi suonando l'armonica a bocca, dimenticandosi fra l'altro il fresco suicidio di una persona (Ramsey), sembrano agire secondo l'etica enunciata nella canzoncina per bambini Impara a fischiettar. Archeologia cinematografica.
Cose che capitano
by sasso67 (04/01/2008 - 21:45)
Quelle strane occasioni (Italia, 1976) di Nanni Loy, Luigi Magni, Luigi Comencini. 1. Episodio Italian superman: Paolo Villaggio (Giobatta), Valeria Moriconi (Piera), Flavio Bucci (il regista), Lars Bloch (il direttore del teatro); 2. Episodio Il cavalluccio svedese: Nino Manfredi (Antonio Pecoraro), Giovanna "Jinny" Steffan (Cristina), Olga Karlatos (Giovanna Pecoraro), Giovannella Grifeo (Paola Pecoraro), Bryan Rostron (Adam); 3. Episodio L'ascensore: Alberto Sordi (Mons. Ascanio La Costa), Stefania Sandrelli (Donatella), Beba Loncar (la vedova Adami).
1. Un povero emigrato italiano in Olanda, che tira la carretta come venditore ambulante di castagnaccio e lupini, viene ingaggiato da un teatro a luci rosse come stallone; quando la moglie lo scopre, lo perdona a condizione di lavorare con lui; incapace di esibirsi in pubblico con la moglie, però, il pover'uomo sarà soppiantato da un superdotato turco. 2. Un architetto romano, felicemente sposato, riceve a casa la giovane e disinibita figlia di amici svedesi: ci finirà a letto insieme, ma scoprirà anche che sua moglie aveva avuto una tresca con il padre della ragazza. 3. Un sacerdote e una ragazza restano chiusi nell'ascensore di un grande palazzo della periferia romana durante il ponte di Ferragosto: il sacerdote si dimostrerà assatanato e astuto come un fratacchione medievale.
Un film a episodi tutto sommato passabile. Contrariamente a quanto stabilito dalla critica, l'episodio migliore mi sembra il primo (nonostante che Nanni Loy abbia ritirato la firma), con un Paolo Villaggio che all'epoca furoreggiava dopo il successo dei primi due Fantozzi e del Fracchia televisivo: è un momento di cinema talmente trash che non può non diventare di culto. C'è, fra l'altro, una Valeria Moriconi (1931-2005) che, donna già matura, si mostra disinibitamente nuda senza sfigurare, contrariamente a quantoi ne scrive Marco Giusti in Stracult). Il secondo episodio ha alti e bassi, alternando qualche accento sinceramente comico (come quando Manfredi, parlando della figlia che gliene combina di tutti i colori, dice "me dà tante soddisfazioni...") a momenti iirritanti, nei quali, come fece rabbiosamente notare Nanni Moretti in Ecce bombo, il protagonista esibisce senza motivo il proprio pacchetto di sigarette (molti tra i più giovani, a ragione, ricorderanno manfredi più per la sua pubblicità di una nota marca di caffè che per gli innumerevoli film - alcuni anche memorabili - interpretati). L'ultimo episodio è quello che, almeno a livello di sceneggiatura, prometteva di più. Ed in effetti è quello più famoso, essendoci stato riproposto più e più volte, anche nella famosa trasmissione Storia di un italiano che anni fa celebrò Sordi in televisione. In realtà proprio il grande attore romano risulta il punto debole del segmento sceneggiato da Rodolfo Sonego e diretto da Comencini: il suo gigionismo nel tratteggiare la figura del monsignore è, almeno a tratti, logorroicamente insopportabile.
Una commedia che si può comunque vedere per divertirsi.
Il biscotto della sfortuna
by sasso67 (17/03/2007 - 18:38)
Non per soldi... ma per denaro (USA, 1966) di Billy Wilder. Con Jack Lemmon (Harry Hinkle), Walter Matthau (Willie Gingrich), Ron Rich (Luther "Boom Boom" Jackson), Judy West (Sandy), Cliff Osmond (Purkey), Lurene Tuttle (la mamma di Harry), Marge Redmond (Charlotte Gingrich), Harry Holcombe (O' Brien), Maryesther Denver (l'infermiera con la faccia da furetto), Sig Ruman (Professor Winterhalter).
Non è certo una delle migliori commedie di Wilder, ma è comunque un film godibile, soprattutto per la performance istrionica di Walter Matthau, che si guadagnò un meritato Oscar come miglior attore non protagonista. Il temi di fondo è la misoginia, incarnata dall'avida ex moglie di Harry, usata come esca per far ingoiare al candido protagonista tutta la messinscena ideata in danno della compagnia assicuratrice, nonché dalla piagnucolosa madre e dall'insignificante sorella del medesimo protagonista. E se il motore di tutta la vicenda è proprio l'avvocato fallito interpretato da Matthau, non si può non notare un sottofondo di velata matrice omosessuale, nel rapporto che si crea tra il giocatore di football "Boom Boom" Jackson e il protagonista (Lemmon). Infatti, nonostante che il prestante atleta dichiari di avere una fidanzata in ogni città in cui si reca a giocare (qui l'azione è ambientata a Cleveland), non lo vediamo mai in compagnia di una ragazza, se non di una bionda di colore che il ragazzone respinge in maniera sprezzante. E i problemi sportivi del giocatore cominciano non con l'incidente che mette in moto tutta la vicenda, bensì quando arriva a casa di Harry l'ex moglie Sandy, che lo estromette dal fare la donna di casa (abbiamo difatti visto Jackson cucinare e rifare il letto per il falso paralitico Harry).
Insomma, è un film che si può vedere divertendosi, anche se le situazioni buffe (ad esempio quella del consulto dei luminari, con il professore svizzero, interpretato dal veterano Sig Ruman, alla sua penultima recita, che continua a dire "Simula!") e le battute comiche latitano in maniera insolita per una commedia di Billy Wilder con Lemmon e Matthau.
Il titolo originale del film è The Fortune Cookie, che si riferisce al biscotto con la scritta secondo la quale "si può fregare tutti per un po' di tempo; si può fregare qualcuno per sempre, ma non si può fregare tutti per sempre". Robert Altman userà una variazione di questo titolo, Cookie's Fortune, per un suo mediocre film del 1999.
Woody non abita più qui
by sasso67 (12/02/2007 - 19:04)
Alice (USA, 1990) di Woody Allen. Con Mia Farrow (Alice), Joe Mantegna (Joe), William Hurt (Doug), Keye Luke (dottor Yang), Cybill Shepherd (Nancy Brill), Alec Baldwin (Ed), Blythe Danner (Dorothy), Robin Bartlett (Nina), Linda Wallem (Penny), Bernadette Peters (la musa), James Toback (il professore), Elle Macpherson (la modella).
Anche questo film di Woody Allen del 1990 è una bella delusione. Fra l'altro mi è sempre piaciuta poco anche Mia Farrow, che qui imperversa. E inoltre in questo film siamo alla rimasticatura di vecchie battute. Sembra di sentire le battute dei vecchi film di Allen ripetute dalla Farrow. Lo spunto di partenza è l'Alice nel paese delle meraviglie di Carroll, filtrato attraverso una situazione simile a quella della Giulietta degli spiriti (1965) felliniana. L'ambiente è quello dell'alta borghesia newyorkese (sai che novità...), dove si muove la protagonista, inserita in una situazione matrimoniale compenetrata di realismo magico. Le situazioni si susseguono in una sfilza irritante di sequenze déjà-vu, con pochissime situazioni e battute divertenti e con espedienti narrativi (l'ipnosi, il sogno, le varie polverine magiche) che denunciano una pochezza d'idee e perfino una scorrettezza artistica che lasciano senza parole in un simile autore. L'unica battuta divertente c'è quando Alice sogna di reincontrare il suo primo amore, morto in un incidente stradale, e gli domanda se sia stato a letto con molte donne, al che lui risponde «sì, ma tu sei l'unica che voleva farsi suora». E infatti Alice è perseguitata dai sensi di colpa instillatile ai tempi dell'educazione cattolica ricevuta dalle suore, tanto che alla fine della vicenda (che prevede che la mogliettina timorata abbia un flirt con un tizio conosciuto alla scuola delle figlie, con la successiva scoperta che anche il marito la tradiva), in un finale pressoché incomprensibile, sentirà la necessità di andare a Calcutta per aiutare Madre Teresa, anche se poi, chissà perché, preferirà trasferirsi in periferia per prendersi cura delle bambine (lavorare non se ne parla, non fosse mai).
L'unica sequenza veramente emozionante non l'ha girata Woody Allen, ma è quella che Alice e Doug vedono al cinema, con Madre Teresa tra i miserabili di Calcutta. Il resto è sfoggio di cappellini e abitini ben fotografati da Carlo Di Palma, autocitazioni del regista (alla fine le pseudoamiche dicono di Alice che «è proprio un'altra donna») e la solita sequela, ormai stucchevole, di brani jazz. Se è vero che ormai per Woody Allen il cinema ha una funzione terapeutica, che vada a curarsi in privato: vado io forse a fargli vedere le mie pasticche per la colite? Voto mio: 4.
La sfortuna ci vede benissimo
by sasso67 (01/01/2007 - 17:41)
La capra (Francia/Messico, 1982) di Francis Veber. Con Pierre Richard (François Perrin), Gérard Depardieu (Campana), Pedro Armndáriz jr. (il capitano), Corynne Charbit (Marie Bens), André Valardy (Meyer), Jorge Luke (Arbal), Sergio Calderón (il carcerato), Michel Robin (Alexandre Bens), Michel Fortin (il tizio all'aeroporto di Orly).
Già visto tanti anni fa, su consiglio di Luca. La capra è una di quelle commedie che partono quasi dal nulla, ma riescono ad intrattenere per tutta la loro durata e alla fine ti lasciano con un sorriso sulle labbra. Tutto basato sulla figura dinoccolata di Pierre Richard (un po' come succedeva con i film di Totò), La capra ha come carta vincente questa strana accoppiata formata dal puro folle e catastrofico inconsapevole protagonista e dal seriosissimo investigatore privato interpretato da un Depardieu nella forma dei tempi migliori. Il film diverte anche per quella sua capacità di spiazzare lo spettatore, poiché le disgrazie che invariabilmente capitano allo scalognatissimo Perrin riverberano i loro effetti più negativi sull'incredulo Campana, che a un certo punto teme perfino un effetto transfert della sfiga. Il lieto fine d'obbligo è saggiamente poco insistito, facendo di questo filmetto francese un piccolo classico della commedia che si riallaccia a prototipi nobili (Laurel & Hardy, addirittura Keaton), rifatto anche in America. Viene la voglia di vedere (o rivedere) altri film dello stralunato Richard, oggi settantaduenne e attivissimo sul piano lavorativo, come Alto, biondo e con una scarpa nera (1972) e Il grande biondo (1974), nonché Le compères - Noi siamo tuo padre, quest'ultimo con la coppia Richard - Depardieu.
Normalmente eccezzziunale
by sasso67 (28/10/2006 - 12:00)
Eccezzziunale... veramente (Italia, 1982) di Carlo Vanzina. Con Diego Abatantuono (Donato Cavallo/Franco Alfano/Tirzan), Massimo Boldi (Massimo), Teo Teocoli (Teo), Ugo Conti (Ugo), Stefani Sandrelli (Loredana), Franco Caracciolo (autostoppista), Clara Colosimo (suocera di Franco), Renato D'Amore (Sandrino il mazzulatore), Enio Drovandi (poliziotto toscano), Anna Melato (moglie di Franco), Yorgo Voyagis (lo slavo), Guido Nicheli (uomo del bar), Renzo Ozzano (commissario della sureté).
La vetta del cinema di Abatantuono prima maniera, quanto meno dal punto di vista commerciale, poiché a me piace di più I fichissimi (con il fratello ibrido e tutto il resto). In questo film, non più impacciato dalla presenza del mediocre Jerry Calà, Abatantuono diventa il vero e proprio mattatore, moltiplicandosi per tre personaggi che, nonostante facciano il tifo rispettivamente per Milan, Inter e Juve, rappresentano lo stesso tipo umano, quello già accennato per l'appunto nei Fichissimi (1981) e anche nella breve apparizione del fornaio di Fantozzi contro tutti (1980). Il tipo umano per il quale nella vita contano solo due cose, delle quali la seconda (ma molto spesso anche la prima) è il calcio.
Considerando che Eccezzziunale... veramente è un film quasi privo di sceneggiatura (le vicende sono davvero ridotte all'osso), si tratta comunque di uno spettacolino divertente, soprattutto in grazia dei monologhi stralunati del protagonista, irresistibile quando si sente male in curva ogniqualvolta il Milan subisce un gol.
Gli spezzerei anche i braccini
by sasso67 (08/01/2006 - 23:15)
È simpatico ma gli romperei il muso (Francia, 1972) di Claude Sautet. Con Yves Montand (César), Romy Schneider (Rosalie), Sami Frey (David), Bernard Le Coq (Michel), Umberto Orsini (Antoine), Eva Maria Meinecke (Lucie), Isabelle Huppert (Marite); Hervé Sand (Georges).
Questo è uno di quei film che fra molte persone hanno creato la brutta fama di cui gode ancora oggi il cinema francese. Un cinema di papà senza padri nobili dietro la macchina da presa, ma allo stesso tempo truffautiano senza la grazia di Truffaut. Il titolo italiano deriva da una frase pronunciata da uno dei protagonisti di César et Rosalie, ma nessuno dei due è simpatico: in compenso a entrambi si romperebbe volentieri il muso, e anche al regista che li ha messi insieme con una sceneggiatura che è già insipida in partenza e, volendo sottilizzare, non è nemmeno tanto originale. La trama ricorda infatti Jules et Jim, che già non è che fosse quel granché, ma se non altro aveva il pregio dell'originalità. Questo film affronta certi temi, quelli della coppia borghese, con banalità e superficialità, anche se in certi tratti è apprezzabile la macchietta di Montand come "quello che si è fatto da sé", una specie di cumenda padano anni cinquanta da commedia di Sordi. La commediola di Sautet, che comunque saprà riscattarsi da questa operina malriuscita, ha anche accenti antifemministi, nella parte in cui prevede che i due uomini diano ordini perentori a Rosalie ("portami il whisky, fai il caffè..."), la quale da parte sua li accetta piuttosto supinamente. Gli attori sono tutti abbastanza mediocri, anche se si nota, in una particina, una giovanissima Isabelle Huppert in una delle sue prime apparizioni cinematografiche.
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