Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese, BUR, 2001, pp. 518.
“La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici”
Soboul, più che raccontare la Rivoluzione francese, la spiega. E fornisce delucidazioni tutt’altro che scontate, su concetti che, negli ultimi anni, sono stati messi più volte in discussione. Punto primo: fu vera rivoluzione, come intuì, il 14 luglio 1789, un cameriere di Luigi XVI, che svegliò allarmato il sovrano e, al suo dubbio – “è una ribellione?” – rispose “di più: è una rivoluzione, maestà”. Punto secondo: fu una rivoluzione essenzialmente borghese, come testimoniano i principi che, al di là delle enunciazioni (libertà, uguaglianza, fratellanza), furono tradotte in concreto, quale quello, consacrato dalle varie Costituzioni, della proprietà privata (ma il carattere borghese è dato anche dall’aver posto fine ai lasciti del feudalesimo ed avere edificato le basi di uno stato moderno). Punto terzo: il movimento rivoluzionario fu possibile perché si saldarono le idee dei Philosophes con la fame delle masse parigine e francesi. Un movimento che fu libertà come fu pane, perché la libertà è pane e viceversa. Questo ci spiega Soboul, dicendoci qualcosa di più su cosa fu la Rivoluzione francese e su cosa siamo noi oggi.
Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, Marcos y Marcos, 2006, pp. 219, € 14,00.
Non si può mettere in discussione l’abilità di scrittore di Cristiano Cavina, che si nota soprattutto nelle ultime pagine, dove l’autore cerca di riassumere in un bel finale il senso delle vicende narrate. Che hanno un andamento scandito dalle eroicomiche partite di calcio del quattordicenne protagonista e dai suoi compagni di squadra e di scuola. Il modello è indubbiamente quello del Benni di “Bar Sport”, con qualche spruzzata della “Compagnia dei Celestini”, ma anche, per la punteggiatura cronologica delle vicende, del Nick Hornby di “Febbre a 90°” e dell’irlandese Michael Curtin della “Rivincita”. L’insieme ha, purtroppo, lo stile dei ricordi di gioventù, degli episodi e dei personaggi di paese, che fanno divertire soprattutto chi li ha conosciuti, dei racconti del servizio militare, che perdono il loro fascino quando chi li ascolta il militare non l’ha fatto.
Lanfranco Caretti, Ariosto e Tasso, Einaudi, 2001, p. 217, € 16,50 Caretti, ferrarese, è stato uno dei più grandi esperti italiani sia dell'Ariosto che del Tasso. A questi due autori ha dedicato una gran parte della sua prestigiosa carriera accademica. In questo saggio sono raccolti una serie di suoi interventi sui due grandi poeti del nostro Cinquecento. Non si tratta di un confronto tra due Autori fondamentali della nostra Letteratura, ma i contributi sono separati in due diverse sezione del libro, anche se qualche rimando a due modi diversi di avvicinarsi alla poesia - ed al poema cavalleresco in particolare - sono inevitabili. Una lettura molto interessante, anche per chi abbia una conoscenza superficiale dei due poeti, con l'esclusione dell'ultima Appendice della sezione tassiana, che è invece indirizzata specificamente agli studiosi.
Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, 2001, p. 178, € 8,00.
Per far capire in poche parole di cosa si tratti, a chi non abbia letto il libro, si può dire di fare riferimento ad un cartone animato di Hanna & Barbera, il celeberrimo Gli antenati, i Flintstones, per intenderci. I protagonisti sono gli ominidi nostri progenitori, vissuti appunto in Africa nel Pleistocene, inferiore o superiore non è dato saperlo, neanche a loro. Questi subumani – come orgogliosamente si autodefiniscono – non possiedono tutti gli utensili e i gadget moderni della famiglia yankee-paleolitica Flintstone, ma si servono di schemi mentali moderni. O, almeno, ne è dotato Edward (i nomi sono inequivocabilmente anglosassoni), il capofamiglia, nemico giurato della specializzazione, tipica delle bestie, caratteristica nella quale individua una premessa per l’estinzione di alcune specie animali. Lui vuole che i suoi figli – i maschi, ovviamente, mica era così moderno! – abbiano una cultura, per così dire, enciclopedica, e che conoscano e sappiano fare un po’ di tutto. I giovani, però, un po’ specialisti, purtroppo, lo sono. Il primogenito Oswald è portato per la caccia e le attività militaresche, il secondo figlio, Ernest, narratore della storia, si dà arie da filosofo, un altro è esperto nello scheggiare le selci (attività fondamentale, a quell’epoca), uno sa disegnare pitture rupestri e l’ultimo ha talento per addomesticare gli animali.
Con un narratore leibniziano, che già nel Pleistocene è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, io mi trovo in difficoltà. Nel triennio liceale, la mia classe cambiò cinque insegnanti di filosofia (tre solo il secondo anno), solo l’ultimo dei quali era veramente in gamba. Ma a me, oramai, mancavano le basi. L’insegnante del primo anno era una ex suora, che per esemplificare qualsiasi cosa, impugnava l’astuccio dei suoi occhiali, pronunciando invariabilmente la fatidica frase “questa custodia è marrone”. Con quella locuzione intese spiegarci in sequenza l’àpeiron, il panta rei di Eraclito, la sofistica, la maieutica, il demiurgo platonico e tutto il razionalismo aristotelico. Passare da questo metodo a quello del supplente romano che, sulla scorta del sacro principio “voi nun rompete er cazzo a me, e io nun rompo er cazzo a voi”, ci fece studiare Leibniz e saltare poi ad un professore con le palle quadrate che ci immerse nella filosofia positiva di Comte e nel razionalismo Hegeliano fu un’esperienza traumatica.
Per tornare al Più grande uomo scimmia del Pleistocene, bisogna dire che l’idea era veramente interessante, perché Roy Lewis è interessato al rapporto tra uomo e scienza, con una certa preoccupazione, probabilmente di derivazione post atomica, per gli utilizzi eventualmente pericolosi che il genere umano può fare di quella. Bisogna anche dire che, come in tutti i romanzi che si rispettano, vi entrano in gioco i sentimenti umani (o subumani) universali a qualunque essere vivente che risulti da un miracoloso intruglio di carne, sangue, mente e di quel soffio vitale che molti definiscono anima, tanto è vero che in alcuni punti il libro di Lewis è perfino emozionante, richiamando alla mente l’album capolavoro del gruppo musicale italiano Banco del Mutuo Soccorso, quel Darwin! che contiene canzoni come 750.000 anni fa… l’amore. E tuttavia non trovo questo romanzo così geniale e divertente come molti hanno ritenuto.
Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.
«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi,Al ristorante giapponese, p. 28)
Con Il secondo tragico libro di Fantozzi, Villaggio continua la narrazione dell’impiegato ormai più famoso d’Italia, già protagonista di una raccolta precedente, intitolata, appunto, Fantozzi. Che non è il supermnegasfigato che ci ha tramandato la saga cinematografica, ma un servile travet che ha modo di rifarsi delle umiliazioni subite nel contesto impiegatizio (non solo in ufficio, ma anche durante viaggi di lavoro e gite con i colleghi) con la moglie Pina e la figlia Mariangela. In questo libro, Fantozzi non è ancora il perseguitato dalla scalogna cosmica, ma è caso mai avventato nelle scelte, troppo ligio agli obblighi imposti dall’etichetta, troppo attaccato alle usanze ed ai pregiudizi: se deve andare in un posto che si presume freddo si veste con mutandoni di lana, maglia di lana, maglione di lana sotto la camicia, maglione di lana sopra la camicia, per concludere con un bello spigato siberiano e un cappottone modello Amundsen. Alcuni degli episodi raccontati da Villaggio sono ormai entrati nel mito (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”), altri sono un po’ così, invecchiati, ed altri francamente divertenti, con quello spirito innovativo che, nella prima metà degli anni Settanta, fecero apprezzare Paolo Villaggio come scrittore (da alcuni è considerato un nostro epigono di Gogol e Cecov) prima ancora che come attore.
Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Einaudi, 1992, 2 voll., pp. LX-1490 € 25,00. Ludovico Ariosto non scrisse soltanto l'Orlando furioso, però è certo che questa sia stata l'opera della sua vita. Come scrive Lanfranco Caretti (1915-1995), ferrarese come l'Ariosto (che pure era nato a Reggio Emilia), uno dei maggiori esegeti del poeta, «le opere minori e la vita stessa dell'Ariosto si collocano, dunque, nella loro giusta luce e acquistano valore quando siano considerate non per sé sole, ma in funzione del Furioso, che è veramente il libro in cui il poeta ha int6eso riassumere tutte le sue esperienze umane e letterarie ponendo la propria coscienza a specchio dei suoi contemporanei e interpretando, con la maggiore latitudine possibile, lo spirito multiforme della sua epoca». Non posso, nel mio piccolo, dire molto altro sul poema, se non ripetere quanto scrisse Borges a proposito della Divina Commedia, cioè che l'Orlando furioso «è un piacere di cui nessuno dovrebbe privarsi». In effetti, i paladini e i guerrieri saraceni sono dei veri supereroi: di un coraggio e di una forza smisurati, disposti a dare la vita per preservare il loro onore. L'eroe eponimo Orlando, l'onestissimo Ruggiero, Rodomonte e Gradasso passati in proverbio sono i superuomini capaci di capovolgere le sorti di una guerra con la loro sola presenza. Ma il cavaliere che meglio mi sembra riassumere in sé lo spirito del poema è il paladino Astolfo, figlio del re d'Inghilterra: non è il più coraggioso né il più forte di tutti, ma ha sete d'avventura e una grande fortuna. A un certo punto, infatti, si trova tra le mani un'armatura fatata, l'ippogrifo, l'anello magico e il corno incantato. E' lui che sbroglia molte matasse intricate dal poeta, non ultime la guerra per l'assedio di Parigi (collocata in un passato astorico) e il recupero del senno d'Orlando, finito sulla Luna. L'importanza del poema ariostesco fu chiara a tutti fin dal tempo della sua pubblicazione, tanto che, quando seppe di essere stato tralasciato, mentre tantissimi intellettuali italiani erano stati citati dall'Ariosto a conclusione del Furioso, l'iroso Niccolò Machiavelli così commentò in una lettera all'Alamanni del 1517: «...veramente el poema è bello tutto, e in di molti luoghi è mirabile. Se si truova costì, raccomandantemi a lui, e ditegli che io mi dolgo solo che, avendo ricordato tanti poeti, che m'abbi lasciato indreto come un cazzo».
Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia 1494-1530,Il Mulino, 2009, pp. 212, € 12,00. Le coordinate cronologiche di questo saggio sono costituite dalla calata di Carlo VIII in Italia (per andare a prendere possesso del Regno di Napoli) e dall'incoronazione di Carlo V, come Imperatore del Sacro Romano Impero, avvenuta a Bologna nel 1530. Un'opera divulgativa e documentatissima, che il professorMarco Pellegrini, ordinario di Storia all'Università di Bergamo, ci fa sapientemente leggere d'un fiato come un romanzo, senza peraltro lesinare su interessanti analisi storiche, ma anche accennando e contestualizzando episodi più famosi che significativi, come, solo ad esempio, la disfida di Barletta o la battaglia di Gavinana (quella di "Vile Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!"). Una lettura piacevolissima, che potrebbe benissimo essere anche un testo di studio, e che può contribuire a comprendere meglio un periodo nel quale furono anche composte alcune tra le opere più importanti della letteratura italiana, come l'Orlando furiosodell'Ariosto.
Sergej Nosov, Il volo dei corvi,Voland, 2005, pp. 265, € 14,00 Tre amici di San Pietroburgo, un giorno, hanno fatto insieme la pipì da un ponte nel fiume Neva. Questo gesto, osannato da una critica d'arte come l'espressione di un gruppo di artisti "concettuali", li ha condannati a sentirsi artisti per sempre e ad interrogarsi su cosa significhi e comporti questo status. Tra le chiacchiere dei tre protagonisti, se ne va questo romanzo, presentato come l'opera diun nuovo talentuoso scrittore umorista russo, ma che è in realtà infarcito di discorsi concettosi (come quello, pur interessante, sul "Quadrato nero") destinati ad un pubblico di iniziati. Fino ad arrivare ad una conclusione poco plausibile sulle montagne della Germania. Insomma,GogoleCechovsono assai lontani. Forse 75 anni di regime sovietico hanno lasciato i loro effetti anche sulla capacità dei giovani autori russi di far ridere con le proprie disgrazie. O forse è soltanto la mia modestissima opinione.
Vittorio Cotronei, Meseta,Edizioni Clandestine, 2009, pp. 168, € 11,00. Quando Zidane decise di lasciare la Juventus, la scusa fu che sua moglie voleva vivere in una città sul mare. Infatti, il calciatore si trasferì al Real Madrid. E Madrid, come si sa, è una città quale Parigi, Praga, Mosca... tutte bellissime capitali, ma il mare, semplicemente, non c'è. Salvatore, invece, si sente il mare dentro, ed è questo uno dei fattori principali della sua irrequietezza di giovane che vive nel calderone multietnico che è la Madrid dei nostri giorni. Una capitale spagnola che troviamo, all'inizio del romanzo diVittorio Cotronei, sconvolta dagli attentati dell'11 marzo 2004, quelli che decretarono, nello spazio di un giorno, la fine dell'era Aznar e il sorgere dell'astro Zapatero. I tormenti di Salvatore sono quelli di uno dei nostri giovani, di chi appartiene ad una generazione che ha avuto grandi opportunità, grandissime speranze e, talvolta, delusioni di grandezza direttamente proporzionale. Si tratta di giovani quasi tutti laureati e quasi tutti, più o meno provvisoriamente, emigrati all'estero, chi a Madrid chi a Barcellona, Parigi o Edimburgo. Grazie al programma Erasmus e alle opportunità fornite dall'Interrail o dai viaggi aerei low cost, hanno già conosciuto l'Europa ed il mondo, ed hanno avuto modo di giudicarli migliori della nostra Italietta d'oggi. Altri tempi, quando a Montescudaio si parlava di Dandolo, quasi come se fosse un esploratore planetario del calibro del professor Livingstone o di Amundsen. Vittorio non ha ancora la malizia dello scrittore di professione e scrive da giovane innamorato, oltre che della vita, di questo potentissimo mezzo che è la scrittura, padroneggiata con notevole abilità, tale da rendere la lettura scorrevole e mai noiosa. Per di più, Vittorio dimostra di essere anche un lettore attento, che sa far tesoro degli autori assimilati e reinterpretati in un suo modo del tutto personale: inMesetavi sono omaggi espliciti, come quello all'amatoArturo Perez-Reverte, ed altri che risultano da suggestioni e richiami, come potrebbero essere quello aBukowski(come lo scrittore nato in Germania demistificò il sogno americano, così Vittorio, nel suo piccolo, erode un po' del mito della Madrid orfana della movida anni Ottanta) e alKerouacdiSulla stradae deiSotterranei. Ma laMeseta, in quanto paesaggio anche interiore del protagonista, fa venire in mente anche il Sertao descritto daGuimaraes Rosa: si tratta di paesaggi dell'anima, più che di espressioni geografiche. E se il Sertao è quando meno te lo aspetti, anche la Meseta ti aggredisce nei momenti meno opportuni e sembra ritornare in eterno a ricordarti che, dovunque tu sia, lei è sempre là a circondarti con la sua solitudine. E poi, però, esistono i luoghi della memoria, e Vittorio ce lo ricorda in alcuni passaggi - come quando il protagonista torna a casa per la prima volta - che fanno comprendere come, per quanto belle siano Madrid, la Spagna, Siviglia, i tramonti sull'Oceano, la mamma (e non è un richiamo retorico), la casa, il tuo paese continuano a rappresentare i valori primari che ti richiamano sempre a sé. Rappresentano i luoghi fisici e della mente che, per usare il linguaggio caro a Vittorio, sono i più grandi di tutti. Anche per i giovani "erasmiani".
Kenneth G. Henshall, Storia del Giappone,Mondadori, 2005, pp. 321, € 10,40. Avendo visto, negli ultimi anni, una serie notevole di film giapponesi, soprattutto diKurosawae diMizoguchi, era logico che mi informassi un po' meglio sulla storia del paese che ha prodotto quei geni cinematografici. Ed in effetti ne sapevo molto poco. A colmare, molto parzialmente, la mia lacuna, è servito questo libro di storia del Giappone del neozelandeseHenshall, che compie un excursus veloce ma documentato sul paese del cosiddetto sol levante, dalla preistoria ai giorni nostri. E' un libro assai documentato, che si sofferma molto sui dati economici del Giappone, anche in considerazione del fatto che i nipponici hanno sempre considerato il lavoro, e di conseguenza la produzione, come un metodo per affermare la loro identità nazionale, quando non addirittura una loro superiorità sugli altri popoli. In questo modo, tra altri, si spiega il perché questo nazione che fa base su poche isole ai margini dell'Oceano Pacifico abbia assunto un così elevato potere economico nel mondo e sia diventato, negli ultimi cento anni, anche una potenza politica, crollata fragorosamente dopo la disastrosa Seconda Guerra Mondiale. Un paese peraltro che, pur essendo l'unico nella storia mondiale ad avere subito l'attacco atomico, ha saputo risollevarsi con quello cheHenshallpreferisce non chiamare miracolo economico, in quanto il grande sviluppo del dopoguerra è il frutto di un consapevole, durissimo, lavoro. L'autore di questaStoria del Giapponenon si sofferma su dati secondari, come la descrizione delle eventuali manie o malattie degli imperatori, il cui ruolo negli ultimi centocinquanta anni ha riassunto una posizione centrale, a seguito dell'abolizione della carica dello shogun, ma segue gli eventi fondamentali della storia nipponica, senza trascurare gli aspetti che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare secondari, come la valenza socio-politica del calcio e degli sport in genere, fino a rivelarci un aspetto inedito e curioso di certe zone del paese, dove vengono praticate con passione le gare di scorregge.
"Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine". CosìThomas Stearns Eliotconclude il suo poemettoLa terra desolata, una delle sue opere più importanti. Qui il poeta angloamericano giunge ad una delle conclusioni più pessimiste che sia stato dato di leggere: per l'Autore, la vita è la morte, e la vita è ridotta al trinomio, ontologicamente inutile, nascita/copula/morte. E forse con quest'opera, magistralmente tradotta ed introdotta (ed annotata a margine) dal grandeMario Praz,Eliot, che attraversa l'inferno dantesco con l'ironia di un dandy decadente e la consapevolezza che prima di lui ci sono passati anche i poeti maledetti comeRimbaudoLautréamont, comunica che la poesia - forse meglio o forse ad un altro livello rispetto alla fede - può fungere da pagliuzza da afferrare prima che affondi questa malridotta nave fenicia sulla quale ci è capitato di navigare.
Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, Il Castoro, 1998, pp. 205, € 9,50 Dario Tomasi è il maggior esperto italiano vivente di cinema giapponese. E il suo "Castoro" costituisce la vera e propria Bibbia sul regista nipponico, purtroppo ancora poco conosciuto nel nostro paese. Il merito principale di Tomasi è quello di non focalizzare l'attenzione soltanto sui quattro grandi capolavori degli anni Cinquanta, piuttosto noti in Europa (almeno agli appassionati), ma di andare a scandagliare anche opere meno note degli anni Trenta e Quaranta, come "Le sorelle di Gion" o "La vendetta dei 47 Ronin". Sono film, anche questi, importanti e spesso all'altezza dei lavori più riusciti del regista di Tokyo. Certamente, Tomasi, da grande conoscitore di cinema, immerso nel mondo del cinema, talvolta si sofferma su elementi che potrebbero apparire quasi frutto esclusivo di pignoleria, fino a cronometrare la durata di alcuni piani-sequenza, ma ci rivela anche preziose informazioni sulla tecnica cinematografica (solo per fare un esempio, la differenza tra piano-sequenza e long take) e sul modus operandi di Mizoguchi. Viene sfatato, fra gli altri, il luogo comune secondo il quale il regista giapponese sarebbe stato una specie di maniaco del piano-sequenza, mentre invece egli ha saputo intelligentemente ed elasticamente variare, almeno a partire dai film degli anni Trenta, il montaggio classico, fatto di stacchi, con il cosiddetto "montaggio interno" all'inquadratura, costruito grazie alla profondità di campo, ai movimenti di macchina e agli spostamenti degli attori sulla scena. Tomasi si sofferma, poi, sui temi cari al regista e ricorrenti nel suo cinema, sviluppati anche grazie alla collaborazione con il prezioso sceneggiatore Yoshitaka Yoda, come la generosità di donne che si sacrificano, talvolta fino a perdere la vita o la dignità, per i loro uomini (mariti, fidanzati, figli o fratelli), molto spesso descritti come esseri gretti e formalisticamente aggrappati alle tradizioni, quasi sempre ingrati, oppure come l'ambientazione del film nel mondo ambiguo e difficile delle geisha. E Tomasi speiga la ricorrenza di queste tematiche con la biografia del regista, che da piccolo vide i genitori vendere la sorella maggiore ad una casa di geisha: e successivemante fu proprio la sorella, andata sposa ad un uomo ricco, ad aiutare molto il giovane Mizoguchi nell'avvio della propria carriera artistica.
Valerio Evangelisti e Antonio Moresco, Controinsurrezioni, Mondadori, 2008, pp. 121 € 8,40. Come sappiamo, in campo artistico non sempre alle buone intenzioni si accompagnano buoni risultati. E questo libro a quattro mani, scritto da due dei più importanti scrittori del panorama italiano attuale, conferma, purtroppo, la regola. Si tratta di due "pezzi" di argomento risorgimentale, un racconto diValerio Evangelisti, ambientato alla fine dell'esperienza della Repubblica Romana, quando anche Garibaldi decide di abbandonare il campo. Il contributo diMorescoè invece una sorta di racconto cinematografico che ruota intorno alla spedizione di Carlo Pisacane a Ponza e Sapri, con il contorno della presenza di Giacomo Leopardi, che compone iParalipomeni alla Batracomiomachia. Il risultato sono due testi di sconcertante banalità, che hanno l'unico merito, di partenza, di focalizzare l'attenzione del lettore su un periodo cruciale della storia italiana, una delle nostre rivoluzioni mancate o tradite. L'unità d'Italia è passata attraverso la monarchia sabauda, che in niente era diversa dalle altre monarchie europee dell'epoca, se non che era, interessatamente, antiasburgica, al contrario, ad esempio, dei Borboni del Regno delle Due Sicilie. E' comunque dal punto di vista prettamente letterario che l'operazione delude: l'Evangelistidella Controinsurrezioneè lontanissimo parente del fantasioso autore di un piccolo gioiello comeCherudek, mentre ilMorescodell'Insurrezionenon giustifica la stima di autore totale di cui gode attualmente. Nonostante il titolo collettivo che, rispecchiando l'assunto dell'operazione - le insurrezioni non funzionano mai, solo le controinsurrezioni riescono -, doveva essere di buon auspicio, il libercolo non vale, a mio parere, il prezzo della carta su cui è stampato. E me ne dispiaccio.
Roberto Curti, Italia odia. Il cinema poliziesco italiano,Lindau, 2006, pp. 420, € 24,00. La mia insana passione per il cinema m fa comprare e leggere anche queste monografie sul cinema poliziesco - o poliziottesco, ché Curti li considera sinonimi - un genere che, come pochi altri, ha caratterizzato un periodo del cinema italiano abbastanza lungo. e quando i saggi sul cinema sono scritti in maniera avvincente come questo, bisogna dire che ciò fa buon pro.Curti, infatti, non ha soltanto un'ottima competenza cinematografica (tanto che è uno dei collaboratori del famigeratoDizionariodi Paolo Mereghetti), ma sa anche collegare i vari filoni del genere con i fatti della politica e della cronaca italiana del periodo (in buona sostanza i nostri anni Settanta). Così, se i prodromi del poliziottesco si hanno conUn maledetto imbrogliodiGermi, il tappo della bottiglia salta conIndagine su un cittadino al di sopra di ogni sospettodiPetri. Con l'omicidio di Pinelli e il susseguente assassinio del commissario Calabresi prende vita il filone della polizia che, di volta in volta, odia, spara, s'incazza o ha le mani legate. Vi sono poi i filoni legati al massacro del Circeo e alla sua gioventù violenta, quello scerbanenchiano, quello legato alla mafia (figlio di film comeIl giorno della civettae soprattuttoConfessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica) e quello che scaturisce dalla sceneggiata napoletana.Curtiriesce a proporre al lettore, anche quello digiuno della "materia" un excursus interessante, che non trascura le figure più significative, come, per fare solo un paio d'esempi, quella diMaurizio Merli, poliziotto solitudine e rabbia dal capello biondo e l'occhio azzurro, o quella del delinquente parolacciaro, poi passata alla madama,Tomas Milian.
Enrico Giacovelli, Non ci resta che ridere, Lindau, 1999, pp. 197, € 12,39.
Il sottotitolo dice tutto:Una storia del cinema comico italiano. O, per meglio dire, un repertorio dei film comici girati in Italia dall'inizio dell'industria cinematografica, fino ai giorni nostri. Da Cretinetti aPieraccionieVirzì(ordine cronologico), daAbbasso la miseria!fino aZitti e mosca(ordine alfabetico).Giacovelli, peraltro, non si limita ad uno sterile elenco di titoli, ma analizza, innanzitutto cosa sia il cinema comico (è comico ogni film che si propone come obiettivo quello di far ridere) e quali caratteristiche lo differenzino dal cinema drammatico: i film comici si riferiscono a cose concrete, che ci sono, come le bucce di banana o le scale che fanno cadere. Vabbe', non sempre è così, tanto è vero che spesso una stessa "sensazione", come la fame, può dare adito ad un film comico come ad un film tragico. L'excursus spazia dal cinema di commedia da quella annacquata dei "telefoni bianchi" (epoca fascista) all'altro, che ha dato alcuni frutti strepitosi, della commedia all'italiana, per arrivare alle uniche due vere e proprie maschere che il cinema comico abbia prodotto nella sua storia centenaria: Fantozzi e Benigni. Interessante.
Edlef Köppen, Bollettino di guerra, Oscar Mondadori, 2008, pp. 404, € 9,80
«Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito al mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più.»(Bollettino di guerra, p. 390)
Pubblicato in Germania nel 1930,Bollettino di guerraè un romanzo sfortunato di un autore sfortunato. Appena tre anni dopo, alla presa di potere dei Nazisti, il libro sarà proibito, soppresso, dimenticato. E lo scrittore, rifiutatosi di aderire al Partito Nazionalsocialista, sarà emarginato, perdendo il lavoro alla redazione culturale della radio tedesca, che gli aveva dato un po' di tranquillità economica. Peraltro,Bollettino di guerraverrà soppiantato, anche nella considerazione dei lettori di tutto il mondo e di tutte le epoche (perfino quando sarà tramontata la follia bellica scatenata da Hitler), da testi, di analoga ispirazione pacifista, ma più fortunati - e forse meno ostici - comeNiente di nuovo sul fronte occidentalediErich Maria RemarqueeLa guerradiLudwig Renn. Eppure,Bollettino di guerranon ha niente da invidiare agli altri testi contemporanei che traevano ispirazione dalla Grande Guerra, sia dal punto di vista contenutistico che dal punto di vista stilistico. Su quest'ultimo lato, il romanzo è estremamente innovativo, somigliando ad alcuni esperimenti dell'epoca, quali quelli realizzati dall'americanoDos Passose dal tedescoDöblin, in quanto alla narrazione vera e propria alterna documenti originali dell'epoca, spesso in funzione di controcanto tragicamente ironico (o ironicamente tragico). Molto spesso, infatti, i proclami ufficiali, gli ordini interni, perfino le pubblicità sui giornali contrastavano in maniera stridente con quanto vedevano e vivevano sulla propria pelle i soldati al fronte. Questa consapevolezza ha quindi anche dei riflessi sul contenuto del libro, che è di netto rifiuto della guerra, esposto da uno scrittore che, come il suo protagonista Adolf Reisiger, era partito volontario nell'esaltante estate del 1914 (richiamo, a questo proposito, un altro capolavoro della letteratura comeAgosto 1914diSolgenitsyn) come soldato semplice e, per meriti acquisiti sul campo, era stato promosso ufficiale, guadagnandosi perfino una delle maggiori onorificenze previste dall'ordine militare tedesco: la croce di ferro. Forse anche questa fu una delle ragioni che contribuirono all'emarginazione diKöppendalla vita letteraria tedesca durante gli anni del nazismo, oltre al suo già citato rifiuto di aderire al partito unico, nonché quello di lasciare la Germania. Per maggior segno di sfortuna, lo scrittore morì nel 1939, a soli 46 anni, per i postumi riportati durante la guerra, quando aveva subito lo schiacciamento della cassa toracica, che gli procurerà problemi respiratori per tutto il resto della sua breve vita. Ci restano, di lui, queste pagine nelle quali, forse con maggiore consapevolezza diRemarque, racconta lucidamente l'orrore provocato dai bombardamenti a tappeto, la stupita paura degli attacchi con i gas asfissianti, l'inutilità di sacrificarsi, inermi, di fronte ai carri armati americani.
Lodevole l'iniziativa della Mondadori di mandare per la prima volta nelle librerie italiane il romanzo diKöppen, corredato da un'utile postfazione diJens Malte Fischere dalla pregevole traduzione diLuca Vitali.
Philippe Pilard, Breve storia del cinema britannico, Lindau, pp. 160, € 7,75.
Interessante e conciso excursus nella storia del cinema britannico, un cinema che ha stentato molto ad affermarsi, dovendo scontare il diffuso pregiudizio secondo il quale gli inglesi e il cinema erano pressoché incompatibili. Il critico francesePilardmette in evidenza alcune figure fondamentali, che contribuirono in maniera decisiva a diffondere il cinema nella mente e nella sale dell'isola, sottraendolo, così, almeno in qualche momento, alla straripante egemonia di Hollywood. Si conoscono, in tal modo, personalità importanti comeAlexander Korda,John Grierson,Michael Balcone perfino come quella di un italiano,Filippo Del Giudice, che fu il produttore di alcuni film fondamentali della cinematografia britannica, tra i quali l'Enrico VdiLaurence Olivier. Naturalmente non mancano autori di kolossal all'inglese, qualiDavid Lean, ma soprattutto l'autore si dilunga sui due momenti più creativi della storia cinematografica d'Inghilterra, come ilfree cinemad'inizio anni Sessanta, con i suoi paladiniReisz,Anderson(senza trascurare il suo maestro, il documentaristaHumphrey Jennings), RichardsoneSchlesinger, nonché, successivamente, quella che negli anni Ottanta fu chiamata laBritish Renaissance(il movimento che comprese, tra gli altri,Greenaway,Frears, iMonty Pythonecc.). Direi che la lettura è interessante anche per chi, senza troppo impegno, voglia conoscere qualche buon titolo da recuperare sul mercato del dvd oppure da scaricare in rete.
Fabrizio Borin, L'arte allo specchio - Il cinema di Andrej Tarkovskij, Jouvence, pp. 300, € 18,00.
Un'opera importante ed estremamente interessante, con la quale l'autore, senza tralasciare cenni agli artifici tecnici di cui si avvale il regista russo, ci fa essenzialmente entrare nel mondo poetico diTarkovskij. Notevole il capitoloLa forma della poesia, relativo all'opera tarkovskiana nel suo complesso, che si dilunga sugli elementi ricorrenti del cinema diTarkovskij. L'approccio diBorinal regista russo si esplica tanto dal punto di vista della tecnica cinematografica quanto da quello letterario, come dimostrano le imprescindibili note al testo, dove, fra le altre cose, sono riportate le poesie diArsenij Tarkovskij, poeta e padre del regista, spesso citate e recitate nei film.
Massimo Ulivari, In fuga, La Riflessione, 2008, pp. 100, € dieci.
La prima cosa che si nota, in questo romanzo breve di Massimo Ulivari (livornese, quarantasettenne), è la quasi totale assenza di nomi. Tranne che la moglie del protagonista e il suo migliore amico, che hanno nomi fin troppo banali, Luisa e Gino, tutti gli altri personaggi sono indicati con dei soprannomi, che, stranamente, ricordano i nomi degli indiani d'America. La constatazione di questo modo di scrivvere, che quarant'anni fa sarebbe stato senz'altro originale (almeno in Italia), fa passare in secondo piano l'interrogativo sul perché e da che cosa il protagonista - io narrante stia fuggendo. Ma per rispondere a quest'interrogativo, è utile proprio l'assenza di nomi: si tratta di una fuga da tutto, in primis da una famiglia e da un lavoro egualmente alienanti. Ed è una fuga che si svolge, prima ancora che per le strade d'Europa, dentro la testa del protagonista, alienato psichico ed alcolista.
Personalmente, penso che In fuga sia un libro inusuale e coraggioso, sia per il modo in cui è scritto che per il tema affrontato. Il quale, però, avrebbe, a mio parere, avuto bisogno, come supporto, di una trama forse più solida e di qualche congegno narrativo meglio oliato e meno forzato. Intendo dire che il protagonista, un essere - comunque la si voglia mettere - mentalmente disturbato, finisce troppo spesso e troppo facilmente a letto con le donne, né si riesce ad accettare perché sua moglie continui a stare, anche con le bambine, insieme ad un individuo simile.
Devono, tuttavia, essere sottolineate alcune pagine felici, come quelle in cui, con ironia, si descrive la forzata (ma quanto, poi?) convivenza con un «puzzafiato», oppure quelle in cui il protagonista assapora la libertà in compagnia dei pacifici «peli verdi» tedeschi.
Tullio Masoni, Paolo Vecchi, Andrej Tarkovskij, Il Castoro, 2005, pp. 128, € 9,90.
Il volumetto di Masoni e Vecchi è un doveroso aggiornamento del precedente Castoro di Achille Frezzato, datato 1977 e necessariamente privo dell'analisi di opere fondamentali del Maestro russo, deceduto nel 1986, come Stalker (1979), Nostalghia (1983) e Sacrificio (1986). Naturalmente, Masoni e Vecchi non prescindono dalla critica di Frezzato, ma anzi, ove necessario (per le opere già analizzate nel libro del '77 e anche in articoli scritti per riviste specializzate), citano ed integrano le osservazioni, assai spesso illuminanti, del primo curatore, così come quelle di Fabrizio Borin, autore di un altro importante libro italiano su Tarkovskij. Laddove l'analisi di Frezzato era più "filosofica" che tecnica, Masoni e Vecchi si soffermano anche su particolari del mestiere di regista, che un Autore come Tarkovskij utilizzava proprio per porre in evidenza gli elementi del suo discorso filosofico. E questo proprio perché un cineasta, seppure Autore di quelli con la A maiuscola, anche se fa riferimento ad una tradizione letteraria e culturale che trova tra i suoi maggiori esponenti Puškin, Dostoevskij e Tolstoj, è un artista che fa dei film, e quindi i suoi "messaggi" devono essere tradotti in immagini cinematograficamente valide, da coordinare successivamente attraverso espedienti tecnici, quali il montaggio. E proprio in questo Tarkovskij si differenzia dal massimo teorico del cinema sovietico (che rottura dover distinguere ogni volta il "sovietico" dal "russo"), cioè Ejzenstejn: mentre per quest'ultimo il montaggio era un elemento attivo dell'arte cinematografica, per Tarkovskij il film esiste già, prima del montaggio (che rischia di essere fin troppo esplicativo delle intenzioni del regista), essendo quest'ultimo una pura e semplice tecnica di assemblamento del materiale girato. Operazione che, peraltro, Tarkovskij riconosceva essere particolarmente difficoltosa per quanto riguarda Lo specchio, uno dei suoi film più difficili da decifrare. In questo ci sono di grande aiuto due critici importanti come Masoni e Vecchi, che passano poi a parlare di Stalker (indubbiamente il film da loro più amato, insieme ad Andrej Rublëv), Nostalghia e Sacrificio. Per chi ami il cinema d'arte, e quindi quello di Tarkovskij, quello che antepone l'Autore e la sua visione del mondo alle esigenze della produzione, il saggio di Masoni e Vecchi è una lettura fondamentale.
Marco Sommariva, Il venditore di pianeti, Tropea, 2008, pp. 218. € 12,00.
Ho avuto la fortuna di poter scambiare, via internet, qualche parola con l'autore del libro, ed anche la fortuna di azzeccare un paio di riferimenti letterari desumibili dalle sue pagine. Gli ho chiesto se l'ultimo Bukowski (quello di Pulp) e il Benni di Bar Sport potessero essere riferimenti plausibili per il suo romanzo e lui mi ha risposto che Bar Sport non l'ha mai letto, ma che gli ultimi due libri che aveva letto prima di scrivere Il venditore di pianeti erano Pulp di Bukowski e Baol di Benni. Ci aggiungerei un po' di Kafka (l'incontro con il vecchio su cui l'Io narrante, alla fine, vomita, ricorda la dormita di K. del Castello), ma quello che colpisce è il risultato originale ottenuto da Sommariva, che scarnifica la scrittura all'essenziale, per concentrarsi sui dialoghi, che sono talvolta comici, molto più spesso surreali, come una scenetta di Ale e Franz, periodo Gin&Fizz. Non direi che si tratta di un capolavoro - come hanno fatto alcuni incauti commentatori, anche sul sito dell'Internet Bookshop - e credo che, nella sua apprezzabile modestia, non lo direbbe neppure l'autore. Però questa quest (che bel bisticcio di parole) postmoderna, attraverso una Sestri invasa dal vapore che esce dalle fogne, per trovare un venditore di pianeti, omonimo di un più prosaico arrotino, che comunque non ha granché da rivelare, colpisce perché consente di entrare in contatto con un'umanità che pare avere "già dato" in quanto a grandi sogni, ma che, nel suo piccolo, può fare ancora molto, come insegna il bel gesto di Carlo Tomaszewski, sempre alla ricerca della grande parata. Il difetto del romanzo risiede, secondo me, in una costante ricerca a tutti i costi della battuta ad effetto, come se si trattasse del testo di un comico da cabaret, nonché nella descrizione di un'umanità tutta fin troppo maschilista, dove le donne sono fedifraghe oppure prostitute di professione. Oppure le solite sorelle o madri da tirare in ballo quando c'è un "maschio" da offendere.
Achille Frezzato, Andrej Tarkovskij, La Nuova Italia (Collana Il Castoro Cinema), 1978, pp. 103.
Uscito nel 1978, quando Takovskij aveva girato soltanto quattro dei suoi sette film, questo piccolo libro di Achille Frezzato è un'opera fondamentale - probabilmente la prima monografia in lingua italiana - su un Maestro del cinema. Scritto con un linguaggio elegante ed estremamente piacevole da leggere, il saggio analizza abbastanza approfonditamente i primi quattro lavori di Tarkovskij, sviscerandoli più dal punto di vista contenutistico che tecnico. Frezzato, infatti, mette in evidenza gli elementi ricorrenti del cinema tarkovskiano, cercando di offrire al lettore una chiave per districarsi tra i simboli di un linguaggio filmico tra i più densi e affascinanti di tutto il panorama mondiale. Da L'Infanzia di Ivan ad Andrej Rubliov, da Solaris a Lo specchio (un film spesso, anche ai nostri giorni, mal capito), è tutto un evidenziare gli elementi ricorrenti del cinema del regista russo, come i cavalli neri (molto spesso simbolo di libertà), l'acqua (fonte della vita) sotto forma di fiume (lo scorrere del tempo, il movimento fluente della natura) o di pioggia (non di rado purificatrice), la neve (uno stato, più fermo e d'ostacolo, dell'acqua), il fuoco, i campi spazzati dal vento, alberi solitari, case al cui interno filtra la pioggia e così via. Quello tracciato da Frezzato è, dunque, un itinerario affascinante tracciato all'interno dell'Arte di un Maestro, che ha saputo coinvolgere l'anima e la testa di milioni di spettatori di tutto il mondo, facendo balenare l'Arcano della vita e della natura, senza tuttavia pretendere di svelarne il Mistero.
Carla Castellacci e Telmo Pievani, Sante ragioni, Chiarelettere, 2007, pp. 275, € 13,60
Sante ragioni è un libro difficile da spiegare in tutti i suoi contenuti, perché si addentra anche in discorsi piuttosto tecnici, ma semplicissimo da condensare nel suo assunto essenziale: basta con le ingerenze della Chiesa cattolica nella vita politica italiana. Sante ragioni è un appello a quanti ancora tengono alla morente laicità dello Stato italiano, sancita dalla Costituzione del 1948, e a far sì che i nostri politici non siano sempre così proni a subire i diktat di un'istituzione che prende dai contribuenti italiani - spesso inconsapevoli - centinaia di milioni di euro. La Chiesa, ormai, ha superato, nelle sue intenzioni, quello dello Stato sociale d'ispirazione nordeuropea, che intendeva assistere i cittadini "dalla culla alla tomba": ormai quest'assistenza forzata, almeno nell'Italia "ruinata" di questi ultimi anni, comincia molto prima, e, per parafrasare lo slogan sopra citato, si potrebbe dire cha va "dall'embrione alla tomba". «La Chiesa è padronissima di proibire o concedere scelte ai propri fedeli (almeno a quelli che riesce a convincere), è però allarmante che le sue proposizioni non vengano più presentate come "dogmi di fede, oggetto di devota e cieca credenza", ma come "manifestazioni di razionalità" [...] è però bene ricordare che gli atti d'una religione sono mera superstizione per i praticanti delle altre e che per chi è pacificamente laico (in Italia, grazie anche a certe proposizioni vaticane, la percentuale è rilevante), il sintagma "razionalità della fede" è e resta un ossimoro.» (Teo Lorini, PULP#71)
P.S. Il titolo completo del libro suona così: Non lasciamoci ingannare dalle SANTE RAGIONI. Dal nascere al morire la mano della Chiesa sulla nostra vita.
Kurt Vonnegut, Comica finale, Elèuthera, 1998, p. 238, € 15,00
Nell'aprile del 2007, quando morì Kurt Vonnegut, Michele Serra su Repubblica gli dedicò la sua rubrica L'amaca, scrivendo che era morto un grande scrittore ed invitando a leggere le sue opere. Diceva che i suoi romanzi più noti sono Mattatoio n. 5, Ghiaccio nove e La colazione dei campioni, ma consigliava chi non avesse ancora letto niente dello scrittore americano, a cominciare da Comica finale. Io ho fatto così e ne sono rimasto deluso. Ho letto un romanzo postmoderno, che brulicherà pure di idee, come scrive Goffredo Fofi nella prefazione, ma lascia interdetti ed insoddisfatti. Nell'ambito della dissoluzione del mondo, e degli Stati Uniti in particolare (che si frammentano in una serie di staterelli medievali, come il Regno del michigan e il Ducato dell'Oklahoma), si racconta la storia del personaggio deforme William Giunchiglia-11 Swain, essere mostruoso e quasi neanderthaliano, che assurge alla carica di ultimo Presidente degli USA. Ma il libro non decolla e non riesce ad emozionare neanche nelle ultime pagine, nelle quali l'assurdo sfacelo di un'umanità ormai ridotta dalle guerre e dalle malattie (la terribile Morte Verde) allo stato brado lascia intravedere qualche briciola d'umanità nella persona di una bambina che si è portata dietro, lungo un viaggio allucinante tra le rovine americane, il candeliere di Dresda, novello Sacro Graal di una civiltà ridotta al lumicino.
Sia chiaro: Comica finale non fa ridere. Come anticipa Vonnegut nelle prime pagine del libro, il titolo è dovuto, sì, alle comiche di Stanlio e Ollio, ma perché i due personaggi, nelle loro patetiche avventure, qualsiasi cosa stessero facendo, ci mettevano tutti sé stessi, andando inevitabilmente incontro ad un tragico fallimento.
Mario Sesti, Tutto il cinema di Pietro Germi, Baldini&Castoldi, 1997, p. 303, € 6,72
Quella del critico Mario Sesti è una delle analisi più esaustive sull’opera di uno dei più importanti cineasti della nostra storia. Con documentati accenni alla biografia di Germi, il critico cinematografico passa in rassegna le opere del regista genovese e le analizza dal punto di vista estetico, le inquadra nel contesto storico che le produsse e le correla anche agli stati d’animo personali che condussero Germi stesso a realizzarle, o a realizzarle in un certo modo anziché in un altro. Il libro, oltre che di estremo interesse per l’appassionato di cinema, è di piacevole lettura, anche grazie allo stile, quasi narrativo, di Sesti, nel quale si avverte una certa ammirazione per il soggetto trattato. Ciò non impedisce, tuttavia, al critico di esercitare appieno le proprie prerogative, e quindi di criticare i film quando lo ritiene il caso, ovvero di difenderli dagli eccessivi attacchi dei suoi colleghi, quando appare abbastanza evidente che essi non sono animati esclusivamente da esigenze estetiche. L’excursus di Sesti, infatti, ci permette di farci un panorama sulla critica cinematografica italiana dal dopoguerra ad oggi, con gli scrittori di cinema che, appena risorti dal torpore del Ventennio, subito dopo la guerra furono quasi tutti animati da una sorta di furore neorealista, che li portò a fondare qualsiasi giudizio critico sul contenuto più o meno sociale delle pellicole che uscivano nei cinematografi. Con questi schemi, il cinema di Germi ha avuto, nel corso degli anni, alterne fortune di pubblico e critica, nonché variegatissime qualificazioni ed incasellamenti. Considerato all’inizio della carriera (Il testimone, Gioventù perduta) come un paladino del neorealismo, appena mezzo gradino sotto a Rossellini e De Sica, sembrò assurgere, all’inizio degli anni Sessanta, al ruolo di alfiere della commedia all’italiana (in particolare con Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata). Uno dei meriti di Mario Sesti è di saper andare al di là delle etichette e, anche grazie alla distanza cronologica che gli fornisce un’ottica più svincolata dalle contingenze politiche e culturali, di attribuire, con equilibrio, la giusta importanza ad uno dei nostri maggiori registi di sempre, cui, peraltro, nessuno ha mai potuto negare una notevolissima perizia tecnica. Altro merito di Sesti è di non lasciarsi andare – forse anche per non condizionare il lettore/spettatore dal suo pulpito di esperto della materia – a giudizi troppo marcati e a termini enfatici come “capolavoro” e consimili. Anche se poi, va detto, qualche preferenza, qua e là sembra di coglierla, tanto che mi permetto di indovinare che i film germiani prediletti dal critico siciliano siano In nome della legge (1948), Il ferroviere (1955), Divorzio all’italiana (1961) e Signore e signori (1965).
Ryunosuke Akutagawa, Rashômon e altri racconti, TEA, 2002, pp. 304, € 9,00
Akutagawa (1892-1927) fu uno scrittore, la cui breve parabola artistica coincise con la sua breve vita: probabilmente rendendosi conto di star perdendo l'ispirazione, si suicidò ad appena trentacinque anni. E questo elemento tragico potrebbe anche suonare contraddittorio, se si considera che Akutagawa era un giapponese che si era convertito al cristianesimo. Non tutti i racconti di questa raccolta raggiungono lo stesso livello e, essendo stati composti in periodi lontanissimi, affrontano le tematiche care all'autore - sinteticamente, l'estrema difficoltà di afferrare il senso della vita (non ci scordiamo che Akutagawa fu un contemporaneo di Kafka) - con stili diversissimi: così, per citare soltanto i racconti che mi sono sembrati i suoi migliori, si passa dall'estremo realismo di Rashômon e Nel bosco (fondendo i quali Akira Kurosawa genialmente compose la sceneggiatura del suo primo grande successo internazionale) alle atmosfere satiriche e fantastiche di Toshishun e Nel paese dei Kappa. Molto significativo, per comprendere l'approccio cristiano alla vita di Akutagawa, anche il bel racconto Il Gesù di Nanchino, dove una giovane prostituta malata di sifilide, grazie al suo proposito di non accoppiarsi più con gli uomini per non essere causa di morte, viene riscattata da un redivivo Gesù, materializzatosi sulla Terra sotto la forma di un giovane puttaniere americano. Per dirla tutta, l'esperienza di lettura di questa raccolta di racconti non è stata esaltante come avrei sperato - ma non è stata l'unica delusione che ho ricevuto in quest'ultimo periodo - però il libro di Akutagawa tutto sommato appaga il lettore curioso di capire di più di una cultura che, nonostante tv e cinema, conosciamo ancora poco.
Max Tessier, Breve storia del cinema giapponese, Lindau, 1998, pp. 142, € 7,75
Interessante panoramica sul cinema giapponese dalle origini fino al 1997, anno di pubblicazione del libello in Francia, paese dell'autore. Si parla, naturalmente, del periodo d'oro della cinematografia nipponica - gli anni Cinquanta - e di Kurosawa, Mizoguchi e Ozu, ma anche degli autori meno noti in occidente, come Naruse, e di coloro che portarono in Giappone le istanze della nouvelle vague francese, da Oshima a Imamura, passando per Ichikawa (il regista dell'Arpa birmana) e Kobayashi (autore di Harakiri). Importanti sono gli accenni alla politica produttiva (spesso suicida) delle cosiddette major nipponiche, come la Toho, la Shochiku e la Daiei. Gli ultimi trent'anni, infine, sono stati di decadenza per l'arte cinematografica del Sol Levante, se si escludono i cartoni di Hayao Miyazaki e l'ascesa prepotente, avvenuta essenzialmente negli ultimi quindici anni, di Takeshi Kitano. Utile, in appendice, un glossario di termini giapponesi, da Bake-mono (i tradizionali film di fantasmi) a Zen (la più celebre delle sette buddiste).
Michele Mari, Verderame, Einaudi, 2007, pp. 164, € 16,50
"Verderame: s.m.inv., miscela contenente solfato di rame usata in agricoltura come anticrittogamico". Se fosse stato un romanzo di Anthony Burgess, sarebbe probabilmente cominciato così. Ma Michele Mari non lesina di certo i nomi dei suoi modelli, più vicini o lontani che siano. Ammiratore di scrittori che hanno saputo "giocare" con il linguaggio parlato e letterario, come Céline e Gadda, qui il professor Mari dell'Università di Milano ricorda anche Umberto Eco e Tommaso Landolfi e cita esplicitamente Hoffmann, Poe, Lovecraft e Kafka, mettendoli sapientemente in cima alla lista degli scrittori preferiti del piccolo Michelino, il protagonista di questo romanzo. Il quale si trova alle prese, durante l'estate del 1969 - scandita dagli sceneggiati RAI interpretati da Arnoldo Foà e Loretta Goggi (protagonisti del mitico La freccia nera), Ugo Pagliai e Umberto Orsini - con la perdita della memoria di Felice, il giardiniere del villone di campagna dei borghesissimi nonni. Sarà l'estate dei quattordici anni, quella che segnerà maggiormente il protagonista, non a caso omonimo dell'autore, che si troverà di fronte ad argomenti mai affrontati prima in vita sua, quali la morte, l'amore, il tradimento, l'abbandono, tutti momenti che al tempo stesso spaventano e incuriosiscono il "Michelìn", e figuriamoci cosa possono avere provocato nella mente ormai devastata di Felice, che sembra veramente essere nato sotto un cavolo, con una madre che sembra non essere mai esistita (non è un caso che la parola verderame nasconda l'anagramma "vera madre") e un padre quasi mitizzato, di cui c'è solo un ricordo in divisa da dragone. Definito da Umberto Rossi su PULP Libri #71 come "un solido, avvincente, vorticoso, inarrestabile thriller", Verderame è uno di quei libri (lo si potrebbe definire un romanzo breve) che, una volta iniziato, è quasi impossibile abbandonare prima di averlo terminato. Una lettura che non fa certo rimpiangere il tempo impiegato.
Loris Mazzetti, Il libro nero della RAI, BUR, 2007, pp. 420 € 10,20.
Usando come fulcro la vicenda professionale ed umana di Enzo Biagi, a partire dal famoso "editto bulgaro" di Berlusconi, Loris Mazzetti, dirigente RAI, coautore del programma televisivo Il fatto ed amico di Biagi compie un excursus sui misfatti RAI degli ultimi sei anni. Soffermandosi in particolare sulle figure quasi patetiche di Saccà, Baldassarre, Del Noce, solerti funzionari nell'obbedire all'ormai tristemente famoso diktat berlusconiano, Mazzetti svela un po' di magagne dell'azienda pubblica italiana, un tempo considerata la più grande industria produttrice di cultura del nostro paese. Secondo Mazzetti, la RAI è diventata, sotto le ultime presidenze e con consigli d'amministrazione totalmente asserviti alla politica (e al governo), un'azienda nella quale o ci si autocensura o si è censurati, un'azienda che non riesce più neppure a fare il proprio interesse (e il sospetto che abbia spesso fatto il gioco della concorrenza è forte), se lascia centinaia di milioni in risarcimenti nei confronti di dipendenti maltrattati o demansionati e se si priva di alcuni dei suoi personaggi di punta, come, appunto, Enzo Biagi. Basti pensare a quanto costò, in termini di mancati introiti pubblicitari, la soppressione del Fatto e la sua sostituzione (uno degli eventi più tragicamente grotteschi nella storia della RAI) con il programma Max e Tux: a parte i soldi dati a Biagi e ai suoi collaboratori per non fare più il programma, ci sono da calcolare quelli spesi prima per Solenghi e Lopez, poi quelli per i molto presunti surrogati di Biagi, Battista e Giannino, senza contare la perdita, ben più consistente, in introiti pubblicitari, dovuti al fatto che proprio dopo l'abolizione del Fatto, Striscia la notizia di Canale 5 registrò i suoi record d'ascolto.
Purtroppo, Mazzetti non è uno scrittore di professione e si sente nell'esposizione dei fatti, che colpisce negativamente per gli errori d'ortografia e le ripetizioni di particolari già detti, difetto che si ripercuote sull'attenzione del lettore. Leggendo Il libro nero della RAI monta la rabbia del cittadino italiano che oltre tutto è anche costretto a pagare il canone, ma soprattutto si nota la differenza con un giornalista che quando tratta queste materie è assolutamente imperdibile, e cioè Marco Travaglio. Il libro di Mazzetti, invece, è utile, ma sicuramente non indispensabile.
Joshua Ferris, E poi siamo arrivati alla fine, Neri Pozza, 2006, pp. 398, € 17,00.
Anche le agenzie pubblicitarie hanno un'anima. Ed è l'anima pulsante di coloro che vi lavorano e, come tutti i lavoratori del mondo, aspirano a una posizione migliore (un vero ufficio anziché un cibicolo), sperano in una retribuzione più alta, temono di essere licenziati (lo spaventoso "volo alla spagnola"). Chiunque abbia lavorato in un ufficio, specie se di grandi dimensioni, sa che le dinamiche e i meccanismi descritti dall'americano Joshua Ferris (classe 1974) rispondono a ciò che effettivamente avviene tra i colleghi di lavoro. Era proprio questo che mi aveva spinto a comprare e poi a leggere questo romanzo che profuma di realtà. Ed è forse proprio questo - far capire al lettore che dietro alle campagne pubblicitarie che si vedono in tv, così come dentro ai grattacieli di settanta piani, vi sono persone vive che pensano e soffrono ogni giorno - che voleva dire il giovane romanziere, che non per caso narra tutta la storia con la prima persona plurale, senza identificarsi con nessuno dei suoi personaggi in particolare, ma comunicando che al di là delle invidie, delle ripicche e del mors tua vita mea che inevitabilmente si creano all'interno di un ufficio, i colleghi pensano e sentano come un'unica grande anima.
Non è un romanzo perfetto: a momenti sfiora la noia ed immagino che la sensazione sia accentuata per ch non abbia mai lavorato in un ufficio. Però Ferris, pur non avendo le qualità narrative di un Franzen o di un Lethem, si capisce che ha del talento di scrittore.
«Romanzo claustrofobico per il predominio dei rapporti interni all'ufficio e per la costante rilettura dell'esterno attraverso le vicende del lavoro, l'assoluta mancanza di un protagonista e l'ostentazione di un punto di vista collettivo rappresentano una visione narrativa che è rappresentazione di un ulteriore modo di sentirsi umani. La vita, quella vera, non inizia alla fine del lavoro, ai vecchi tempi segnalata con la sirena e oggi scandita con il beep del lettore di badge, ma dal tempo del lavoro che invade ogni altra ora del giorno, vampirescamente, fino a spegnere la vitalità di queste persone.» (Domenico Gallo, PULP libri #64)
Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 2007, p. 316, € 9,80.
Qui si parla essenzialmente dei primi anni di vita (1947-1953) della rivista Pensiero Nazionale, che riunì, nel dopoguerra, una serie di personalità le quali, dopo la fine del fascismo, si accostarono ai partiti di sinistra e in particolare al PCI. Gli avversari politici li definivano "fascisti rossi", mentre essi preferivano chiamarsi "ex fascisti di sinistra". Capeggiati dal giornalista sardo Giovanni De Rosas, meglio conosciuto come Stanis Ruinas, i fascisti rossi che facevano capo al Pensiero Nazionale, sostenevano di avere aderito al Fascismo per le istanze che portava avanti originariamente: l'idea repubblicana, laica e di socializzazione delle risorse e dei mezzi di produzione. Propugnavano sostanzialmente un ideale socialista, sulla base della loro idea che Mussolini fosse un rivoluzionario di sinistra, i cui ideali furono traditi dai tanti gerarchi compromessi con il grande capitale. Ruinas ce l'aveva soprattutto con quei gerarchi che definiva "il Granducato di Toscana", quelli alla Ciano, per intenderci, che intesero l'adesione al Fascismo in funzione conservatrice. Dopo la guerra, Ruinas e i suoi sodali (per la maggior parte ex marò della Repubblica Sociale Italiana, come Lando Dell'Amico, Giampaolo Testa e Alvise Gigante) sentirono che, mentre il neonato MSI si spostava su posizioni conservatrici, filomonarchiche e filoatlantiche - andando ad abbracciare i tradizionali avversari dell'Inghilterra e degli Stati Uniti d'America -, le istanze tipiche del Fascismo delle origini erano ormai portate avanti soltanto dal blocco socialcomunista. Più o meno in segreto, dunque, gli aderenti alle ideee del Pensiero Nazionale intavolarono trattative con Botteghe Oscure, di cui si fecero (come diceva senza mezzi termini lo stesso Ruinas) fiancheggiatori nelle campagne elettorali e politiche in genere. La presa di posizione di redattori e simpatizzanti del Pensiero Nazionale non fu certo dovuta a ragioni opportunistiche, poiché è un dato di fatto che essi scontarono anni di solitudine politica e non soltanto politica; alcuni di loro, in primis Ruinas medesimo, furono anche incarcerati e comunque sempre tenuti sotto controllo dalla polizia del Ministro degli Interni Mario Scelba. Quello che chiedevano Ruinas e soci era in sostanza una sorta di riconoscimento del loro essere sempre stati dalla parte delle forze lavoratrici, anche quando, sbagliando in buona fede, avevano ritenuto che le istanze delle classi più deboli fossero rappresentate dal Fascismo. La rivista Pensiero Nazionale fu pubblicata fino al 1977 (Ruinas morì a Roma nel 1984), ma già dopo le elezioni politiche del 1953, quelle della famosa "legge truffa", con la cessazione della collaborazione con il PCI di Togliatti, essa aveva cessato la sua funzione storica, quella di "traghettare" i repubblichini verso i partiti di sinistra.
Il saggio di Buchignani è molto interessante e documentato, anche se inevitabilmente indirizzato ad un pubblico se non di addetti ai lavori, quanto meno di iniziati delle vicende politiche del nostro paese.
Aleksandr Isaevič Solženicyn, Agosto 1914, Club degli Editori, 1972, pp. 616.
Con tatnta robaccia che esce nelle nostre librerie, non si capisce perché questo bellissimo libro sia da tanti anni fuori catalogo. Sono riuscito a leggerlo soltanto per caso, grazie a Elena, una mia collega, che possiede una copia di quest'opera, nell'edizione del Club degli Editori. Il romanzo costituisce il "primo nodo" di un ciclo intitolato La ruota rossa, che narra di eventi verificatisi durante quelli che per Solženicynsono i momenti cruciali della storia russa (ma con conseguenza pesanti sull'intera storia mondiale). Agosto 1914 narra con più di 600 pagine gli eventi avvenuti sul fronte russo - tedesco in circa venti giorni, nei primi giorni seguiti allo scoppio della Grande Guerra. Solženicyn racconta, con la sua bella scrittura, ampia e forte, non priva di qualche venatura ironica (e resa perfettamente dall'eccellente traduzione di Pietro Zveteremich, una delle migliori che mi sia mai capitato di leggere), di personaggi storici, come il generale Samsonov e il Granduca Nicola, zio dello Zar e comandante in capo dell'esercito russo, ma inserisce nella narrazione figure immaginarie, come il colonnello Vorotyntsev, il tenente Charitonov e il caporale Blagodarev. E li descrive tutti nelle loro psicologie, mentre si muovono nello scenario della grande tragedia della guerra, con pagine suggestive ed emozionanti (quali la "passeggiata" di Vorotyntsev nelle trincee russe prese di mira dai bombardamenti dell'artiglieria tedesca, o quelle relative al suicidio del generale Samsonov, sconvolto per la disfatta dei Laghi Masuri), che però non rinunciano ad essere minuziose e documentatissime nella descrizione delle operazioni militari. Se un difetto c'è, in questo romanzo, è un'imperfetta opera d'amalgama tra le pagine belliche e quelle che si svolgono in uno scenario di pace, nelle città e nelle campagne lontane dal teatro di guerra, e che sono in parte dedicate ad una famiglia che si capisce adombrare quella avita dello scrittore. Letterariamente ispirato a Guerra e pace di Tolstoj, Agosto 1914 non è emotivamente coinvolgente come All'ovest niente di nuovo di Remarque, ma costituisce senza dubbio un fondamentale tassello nella migliore letteratura ispirata alla Prima Guerra Mondiale.
Nel 1984 Solženicyn ha pubblicato il "secondo nodo" del ciclo, Novembre 1916, mentre nel 1986 è uscito Marzo 1917, "terzo nodo", e nel 1989 il "quarto nodo", Aprile 1917.
Del 1980 è un film sovietico (premio Oscar come miglior film straniero) di Vladimir Menshov, intitolato Mosca non crede alle lacrime. Il titolo del film è ispirato ad una frase che si legge in Agosto 1914 (v. pag. 139), quando un sottufficiale russo, che scorta dei prigionieri polacchi, li apostrofa dicendo «Cammina, cammina, Mosca non crede alle lacrime!».
Beati gli zoppi, perché essi parleranno (San Gimmi)
by sasso67 (30/12/2007 - 21:02)
Federico Maria Sardelli - I MIRACOLI di PADREPIO - Mario Cardinali Editore srl, 2002, pp. 100, € 10,00
"Allora cera un uomme che mette 'na pentola di fagioli a i'ffuoche e poi guardava la tivvù che se ne dimentiche di guardare la pentola co'i faggiuole". A un uomo così sbadato sarebbe potuta capitare una disgrazia, ovviamente senza il provvidenziale intervento di Padrepio, sempre pronto a sventare le sciagure provocate da uomini sbadati e anche poco devoti. La narrazione dei miracoli di Padrepio fatta fatta da Federico Maria "Boria" Sardelli in questo libriccino, che porta come sottotitolo "che avvenettero veramende, potesse stiantare chi non ci crede. Ame.", comincia sempre, più o meno, così. Il Sardelli è un genio, ancora non pienamente riconosciuto. È un musicista di grande valore, direttore di un'orchestra barocca, addirittura nominato due volte ai Grammy Awards per le sue incisioni di musica antica. È anche un pittore affermato, che già a quattordici anni poteva vantare un'esposizione personale. Ed è conosciuto, almeno nella sua città natale - Livorno - come uno degli autori di punta del Vernacoliere di Mario Cardinali. Ma, a parte questo, va detto che il libro del Sardelli, già autore di almeno due opere fondamentali come Il Libro Cuore (forse) - un capolavoro, forse la migliore parodia di romanzo mai scritta - e Proesìe, fa stiantare (dal ridere non per scarsa fede nei miracoli del frate di Pietralcina). Ma la genialità dell'autore si vede anche dal rigore che mette nella postfazione, dove, con la precisione del filologo che dimostra anche nella sua professione di musicsta, ripercorre sinteticamente la storia della "santità" di Padrepio, mai riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa e dagli scienziati che aveva mandato ad esaminare il caso, fino alla frettolosa santificazione voluta da papa Wojtyla negli ultimi anni del suo pontificato. Un libro da leggere per ridere, ma, come succede con i testi dei veramente grandi, anche per pensare.
Elmore Leonard, Hot Kid, Einaudi, 2006, pp. 313, € 14,50
«Resto sempre meravigliato quando qualcuno mi viene a parlare di una certa idea in un mio libro. Certo, ci può essere un tema, ma io non me ne rendo conto, perché quando scrivo un romanzo lo faccio per scoprire cosa succede, per scoprire cosa fanno i personaggi» (Elmore Leonard, intervista a Fabio Zucchella su PULP #65)
Oklahoma, gli anni della Grande Depressione. Il giovane Carlos Webster ha - rivelatasi quando era ragazzino - la vocazione a diventare poliziotto, anzi: il poliziotto più famoso d'America. Il suo coetaneo Jack Belmont, figlio di un miliardario, mancandogli invece una vocazione, aspira a diventare il criminale più famoso d'America. Poi c'è la giovanissima Louly, aspirante fidanzata di Pretty Boy Floyd, notissimo criminale. E c'è, infine, Tony Antonelli, che rende immortali le gesta di poliziotti e criminali, diventando anch'egli stesso parte della leggenda.
Non lo so se Hot Kid sia il capolavoro di Elmore Leonard, essendo il primo romanzo dello scrittore americano che leggo. Di sicuro, posso dire che non mi sembra un capolavoro della letteratura. È anche vero che non amo particolarmente la letteratura noir, ma se un libro è scritto particolarmente bene ed esce dai confini del genere non esito ad apprezzarlo. Si tratta indubbiamente di un buon romanzo, teso e secco, particolarmente ben dialogato, che si legge bene dall'inizio alla fine, ma senza guizzi che facciano gridare al miracolo letterario. Del resto, come ammette lo stesso Leonard"io non faccio mai uso di metafore [...] soprattutto perché non sono capace di usarle bene". A parte il merito di essere un noir ben fatto, Hot Kid ha il merito - ma questa è una caratteristica di un po' tutti i romanzi, perfino di quelli di Moccia - di dirci qualcosa sulla società e sui tempi di cui parlano, in questo caso sull'America della Grande Depressione. In particolare sulla provincia americana, quella che generalmente non viene raccontata dal cinema hollywoodiano, quella che sta negli enormi spazi che stanno tra i due poli rappresentati da Los Angeles e New York. Qui si parla di una società, ancora profondamente colpita dal crack di Wall Street, ma beneficiata in alcuni possidenti fondiari dalla scoperta del petrolio che costruisce alcune improvvise fortune, gettando, però, alcuni figli di quest'America profonda nella confusione. Allo stesso tempo, si diffondono, in questa periferia americana, attraverso le riviste specializzate, le leggende sui grandi criminali che scorrazzano a bordo di automobili rapinando le banche (Dillinger, Pretty Boy Floyd, Bonnie e Clyde), e sui poliziotti che danno loro la caccia. Al di là di questo, si può andare a vedere le caratteristiche dei singoli personaggi, le cause lontane ed i meccanismi che li spingono sulla strada che intraprendono. Il poliziotto Webster, ad esempio, è figlio di una cubana (morta quando lui era piccolissimo) e si porta dietro un nome, Carlos, che egli muta nel più anglofono Carl, ma è anche flglio di un uomo che da giovane è stato fuciliere, ed eroe, nella guerra ispanoamericana del 1898. Jack Belmont, figlio di un miliardario, non è accettato dalla propria famiglia, che lo ritiene responsabile dell'infermità che ha colpito la sorellina.
C'è da stigmatizzare la superficialità con la quale l'Einaudi ha mandato in libreria questo romanzo, con una serie di refusi quasi inspiegabili e, a memoria mia, senza precedenti per la casa editrice torinese. Soltanto tra pagina 72 e pagina 73, a parte un "affittava camere a di Kansas City", si assiste a un Joe Young che all'improvviso diventa Jim Young, all'età di Louly Brown che nel capitolo Cinque non quadra mai, a un Oris (Belmont) che una volta diventa Otis e un'altra, addirittura, Orin (e per fortuna che non si tratta di una donna), e alla località di Coalgate che si trasforma in Colgate, neanche fosse un dentifricio. In più, sia all'inizio che alla fine del romanzo, ci viene elargito un bel "dò" (prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo dare) di petto. Colpa del traduttore o meno, l'editore avrebbe dovuto controllare meglio.
João Guimarães Rosa, Grande Sertão, Feltrinelli, 2003, p. 499 € 13,00.
«Ma, in quello stesso giorno, sui nostri cavalli così buoni, percorremmo nove leghe. Nove. E in più altre dieci, fino al lago dell'Amarume. E sette per arrivare a una cascata nel Gorutuba. E dieci, facendo tappa tra Quem-Quem e Solidão; e molte marce: sempre sertão. Il sertão è questo; uno lo spinge indietro, ma di colpo quello torna a circondarti da tutte le parti. Il sertão è quando meno lo si aspetta; dico.» (p. 238)
Questo libro fu consigliato da Claudio Magris, al cospetto della cui autorità umilmente m'inchino, durante la trasmissione di Fabio Fazio, poco prima di Natale dell'anno scorso. Ipse dixit. Magris disse che in questo libro c'è tutto: l'amore, l'avventura, la guerra, la morte. Ed è vero, ma che fatica! Considerato un capolavoro della letteratura del Novecento, definito l'Ulisse (nel senso di Joyce, ovviamente) della letteratura brasiliana, a me è sembrato piuttosto una sorta di Cent'anni di solitudine riscritto dal Gadda della Cognizione del dolore. È una lettura molto faticosa (la traduzione è piuttosto difficoltosa) che non sempre ripaga dello sforzo patito. Protagonista assoluto è il sertão, un ambiente petroso ma anche boscoso del nord est brasiliano, comprendente anche una parte dello stato meridionale del Minas Gerais. Narrato da Riobaldo, detto Tatarana, jagunço promesso sposo alla bella Otacilia, ma fortemente attratto dal compagno Diadorim, vissuto nel mito di capi leggendari come Joca Ramiro e Medeiro Vaz, il romanzo di Guimarães Rosa narra le avventure di queste bande di fuorilegge - giustizieri che scorrazzano per gli altipiani incorniciati tra sentieri e canali, come gli antichi paladini, in cerca di avventure. E dappertutto appare e scompare, con la sua fauna (anche umana) e la sua flora, il sertão, invadente e discreto al tempo stesso. Alla fine, come in tutti i buoni romanzi di formazione, il protagonista, passato anche attraverso la stipula di un patto col Diavolo, segnato dal dolore per la perdita di compagni e dell'amore della sua vita, avrà imparato la lezione. Il prezzo che, però, avrà pagato il lettore sarà molto più alto del valore acquistato. Insomma, se questo libro è stato caldamente consigliato dal grande critico, non è consigliato dal piccolo lettore.
Isabella Guarino e Corrado Scieri, "Folgore" di morte e di omertà, Kaos, 2007, pp. 260, € 16,00
Il 13 agosto 1999 il giovane allievo paracadutista Emanuele Scieri fu ucciso all'interno della caserma "Gamerra" di Pisa, dove era appena arrivato da Scandicci dove aveva sostenuto il C.A.R. I comandanti della Brigata "Folgore" - cui fa capo la Gamerra fornirono versioni più o meno fantasiose dei fatti, come il suicidio o la disgrazia del parà salito su una scala per telefonare con il cellulare. E questo, dopo che era stato rinvenuto il cadavere del giovane parà, tre giorni dopo la tragedia, perché fino a quel momento era stata avvalorata l'ipotesi della fuga volontaria dalla caserma. Il corpo di Scieri, infatti, fu trovato soltanto il 16 agosto. La prima cosa che viene spontaneo domandarsi è come sia possibile che per tre giorni non si trovi un cadavere all'interno di una caserma di paracadutisti, pur sapendo che il militare, quel 13 agosto, era rientrato dalla libera uscita (come risulta dai documenti della caserma). La risposta che si trae da quanto ci viene fornito nel libro è che per trovare bisogna voler cercare; è quando non si cerca, che raramente si trova.
Il libro in questione, che racconta questa assurda vicenda, è stato scritto dai genitori del povero Emanuele, e riporta, grazie soprattutto alla proposizione degli atti ufficiali delle inchieste - quella penale e quella militare - le incongruenze e le aporie che hanno condotto, giocoforza, a un nulla di fatto per quanto riguarda per quanto riguarda l'accertamento degli eventi di quel 13 agosto 1999. Entrambe le inchieste, infatti, si sono concluse con richiesta di archiviazione per l'ipotesi di omicidio preterintenzionale. E l'impressione che rimane è che esse siano state condotte con superficialità e indolenza (a dispetto della mole di accertamenti esperiti e persone interrogate), allo scopo, forse, di non scoperchiare un pentolone contenente episodi di nonnismo, dei quali, ai tempi della leva obbligatoria (e specialmente in corpi quali quello dei paracadutisti), sapevano anche le pietre.
Claudio Fracassi, La meravigliosa storia della repubblica dei briganti, Mursia, 2005, pp. 576, € 21,00.
Come già nella Lunga notte di Mussolini e in Matteotti e Mussolini, Fracassi utilizza la sperimentata tecnica che si richiama al montaggio cinematografico, e che era piaciuta nei libri precedenti dello scrittore-giornalista milanese. Qui si parla della Repubblica Romana - quella di Mazzini, Saffi e Armellini - che funzionò per centocinquanta giorni, tra il febbraio e il giugno del 1849, dopo l'inopinata fuga a Gaeta di Pio IX, avvenuta alla fine dell'anno precedente. Quello della Repubblica Romana fu un caso che sconvolse l'Europa intera, quella dei governi a cui si era rivolto il papa per essere restituito al suo trono di sovrano spirituale e temporale. Seguendo una scansione cronologica, Fracassi ci porta in giro per l'Europa, andando da Gaeta a Parigi e poi, a volo d'uccello sul Tirreno, indietro fino a Roma, dove la Repubblica, nel breve tempo che le fu concesso dalla Reazione, riuscì a sfornare una delle costituzioni più avanzate (dal punto di vista sociale e dei diritti civili) della storia. All'impresa concorsero, fra gli altri (oltre ai cittadini romani, ovviamente), alcuni tra i più bei nomi del patriottismo italiano, da Mazzini a Garibaldi, da Carlo Pisacane ai fratelli Dandolo, da Mameli a Emilio Morosini, considerati pericolosi briganti dall'Europa reazionaria di metà ottocento, ma eroi dalla nostra storia patria. La sorte della Repubblica, purtroppo, fu segnata dall'intervento di quella che i costituenti romani consideravano una repubblica sorella, la Francia di Luigi Napoleone, formalmente ancora presidente, ma intimamente già avviato sulla strada del colpo di stato che lo avrebbe trasformato nell'imperatore Napoleone III. Il corpo di spedizione francese, inviato nell'ex Stato Pontificio al comando del generale Oudinot, riuscì, nonostante qualche iniziale batosta infertagli da Garibaldi, grazie al numero e alla potenza militare preponderanti, a restaurare Pio IX sul trono di papa re. Per assumere il ruolo di cerberi del papato, i francesi non si fecero scrupolo di utilizzare gli squallidi mezzucci che da sempre hanno macchiato di fango la reputazione di militari e diplomatici di carriera. E nel far questo sporcarono anche l'onore di persone perbene come Ferdinand De Lesseps, che qualche anno più tardi passerà alla storia per essere il promotore della realizzazione del Canale di Suez.
Sul terreno della Repubblica Romana fu versato il sangue di tanti giovani italiani, come Mameli, Manara, Emilo Dandolo e il già citato Morosini: ma quel sangue fu seme per la futura unità italiana. Sul papato (in primis, va da sé su Pio IX), però, non può che continuare a pesare, quel sangue, anche a distanza di più di un secolo e mezzo.
Ottimo Fracassi, che ci restituisce l'atmosfera e le passioni di quel periodo.
Stefano Benni, Dottor Niù, Feltrinelli, 2007, pp. 155, € 6,00.
Uscito in prima edizione nel 2001con il sottotitolo Corsivi diabolici per tragedie evitabili, Dottor Niù raccoglie i pezzi di Benni usciti su Repubblica nel periodo del primo governo ulivista, e in particolare tra la fine del 1998 (governo D'Alema) e i primi mesi del 2001 (governo Amato), quando la vittoria di Berlusconi alle successive elezioni politiche (una delle tragedie evitabili di cui al sottotitolo) appariva ormai scontata. La maggior parte dei pezzi sono piuttosto datati, se si pensa che sono stati tutti scritti prima dell'11 settembre 2001, e alcuni riferimenti - a Clinton, Eltsin, Milosevic - sembrano arrivare da un'altra era geologica. Alcuni articoli, però, mantengono intatta la loro validità, e, nonostante che gli avvenimenti degli ultimi anni si susseguano a ritmi vertiginosi, anche grazie al moltiplicarsi delle televisioni satellitari, e quindi qualsiasi riferimento all'attualità rischi di essere inutilizzabile a distanza di pochi giorni, grazie alla maestria di Benni, sono ancora divertenti. Per brevità cito soltanto tre pezzi che secondo me sono tra le cose migliori: Natale a Monte Candido (20/12/2000), Confessione di un povero compagno (22/10/1998) e La Storia (31/12/2000). Benni, che è notoriamente di sinistra, in questo libro è bipartisan negli attacchi satirici a Berlusconi come a D'Alema, e ciò fa di Dottor Niù una lettura ancora godibilissima.
La Storia
Da "Storia d'Italia" di Gasparri, Previti e Storace. Testo per le scuole medie e superiori dell'anno 2010
Ai primi del Novecento un giovane pittore di nome Adolf Hitler, si accorse che la dittatura comunista stava cingendo d'assedio la Germania e il mondo. Dopo essere stato perseguitato dalla magistratura e incarcerato, scrisse un veemente saggio sulla superiorità della razza nordica, che lo rese assai popolare. Egli si recò con una piccola scorta militare in Polonia, per promuovere le sue idee. Subito l'Europa filocomunista e parcondicionista gridò all'invasione e lo attaccò. Hitler si difese eroicamente. Per evitare danni ai civili, evacuò alcune città e sistemò gli abitanti in centri di accoglienza quali Auschwitz e Buchenwald. Purtroppo il grande numero di persone causò disagi e carenze nell'accoglienza. La storiografia marxista, con la consueta enfasi settaria, bollò l'accaduto col termine "Olocausto". In realtà, anche se ci fu qualche eccesso da parte dei militari tedeschi, la vicenda è ancora così oscura che, per la sua delicatezza e la violenza di alcune immagini, il ministro dell'istruzione Rovagnati l'ha vietata ai minori di anni 18. Potrete eventualmente studiarla all'università se passerete l'esame delle "quattro i": (Internet, Impresa, Inglese e "ll papà mi dà trenta milioni per iscrivermi"). Dopo il presunto Olocausto, tutti si accanirono contro il povero Adolf. Egli affrontò con coraggio le armate staliniane, la lobby giudaica, i depravati inglesi e i sanguinari francesi. Ma alla fine fu travolto da un massiccio sbarco di extracomunitari in Normandia, favorito dalla politica lassista delle sinistre italiane. Intanto in Italia Benito Mussolini e altri carbonari, che avevano appoggiato il generoso sforzo liberista hitleriano, furono rovesciati da una congiura di partigiani sostenuti dalla magistratura. La dittatura comunista regnò per molti anni, con la collaborazione dei cattolici rossi, dei massoni e della lobby omosessuale. Uomini come Fanfani, Rumor, Scelba, e Taviani, tutti di stretta osservanza marxista, detennero a lungo il potere, e nelle scuole la propaganda stalinista cancellò ogni traccia di verità storica. Lo scoppio di una caldaia alla stazione di Bologna, sostenuto a lungo dal solo perseguitato Bruno Vespa, fu contrabbandato per strage, e così pure venne deviata la verità su Ustica (l'aereo scontratosi contro un sottomarino russo impazzito) e sul guasto meccanico dell' Italicus. Si giunse persino a dire che Hitler era dotato di un membro sotto la media, mentre invece… (vedi illustrazione pagina 145 in alto). Ma ecco irrompere sulla scena mondiale un giovane eroico lombardo, Silvio Berlusconi (vedi illustrazione pagina 145 in basso). Egli cantava in un piano-bar e non pensava alla politica, quando un giorno vide apparire, su un prato alla periferia di Milano, un angelo con la spada fiammeggiante che gli disse: "O unto da Dio, tu sei il prescelto: libererai l'Italia dai comunisti e diventerai ricco e famoso. Eccoti i fondi per fare tre televisioni". E di colpo Berlusconi si ritrovò pieno di monete d'oro. I magistrati persecutori gli chiesero a lungo come avesse fatto quei soldi così in fretta, ma dovettero arrendersi di fronte al miracolo. Nella cantina della sua modesta abitazione di Arcore, Silvio preparò la riscossa insieme a patrioti come Dell'Utri, Previti, Confalonieri e Pilo. Con pochi mezzi e coi i media tutti in mano al nemico bolscevico, riuscì a vincere le elezioni, ma il tradimento di un altro lombardo, Bossi, lo privò del giusto diritto a governare. La dittatura rossa tornò a opprimere l'Italia. I comunisti tolsero a Berlusconi ogni avere, tutte le televisioni e lo incarcerarono per lunghi anni. Silvio Berlusconi fu rinchiuso insieme a Silvio Pellico allo Spielberg, un castello appartenuto al produttore americano. Ma un giorno l'angelo fiammeggiante riapparve e liberò Berlusconi, che rivinse le elezioni a capo di un triumvirato. Questa volta non commise gli errori precedenti. Liquidò con un congruo assegno gli altri triumviri Bossi e Fini e divenne imperatore d'Italia col nome di Silviodoro primo. Sotto di lui la Fininvest e il paese godettero di un periodo di prosperità senza pari. Fu iniziato il ponte di Messina, per congiungere Messina a Reggio Emilia. Fu genialmente creato un milione di posti di lavoro licenziando un milione di vecchi lavoratori. La battaglia tra magistratura e mafia fu finalmente vinta, sconfiggendo la magistratura. Oggi nel 2010, il nostro paese è invidiato e temuto, anche se è tuttora accerchiato dai centri sociali, dall'Europa bolscevica e dai molli americani del primo presidente ex nero Michael Jackson. Ma l'imperatore Silviodoro si prepara a fare dell'Italia la più grande potenza del mondo libero. Le nostre truppe e le nostre parabole televisive hanno già conquistato la Svizzera, e dall'Austria del nostro alleato Kaiser Haider accerchiano Praga e puntano verso la Polonia. E stavolta, non falliremo.
Concetto Vecchio, Ali di piombo, BUR, 2007, pp. 291, € 9,40.
Come dice l'autore alla fine del libro, esso è, sostanzialmente, la storia dell'omicidio del giornalista della StampaCarlo Casalegno, inserita nel contesto di quanto avvenne in quell'anno terribile di trent'anni fa.
Dalle occupazioni delle università (la prima a Palermo) per protestare contro la riforma Malfatti, si arriva all'agguato omicida di Casalegno (Torino, 16 novembre), passando per le tragiche morti di Francesco Lorusso (Bologna) e Giorgiana Masi (Roma), nonché per il rogo dell'Angelo Azzurro (Torino), dove vittime furono sempre dei giovanissimi. Per inquadrare meglio il clima del periodo, comunque, Vecchio ci racconta anche altre vicende, come quella della bolognese Radio Alice, chiusa dal governo all'indomani dei disordini seguiti al raduno contro la repressione in Italia, o quella del giornalista di RepubblicaCarlo Rivolta, sopravvissuto agli anni di piombo, ma caduto vittima della droga.
Quello di Concetto Vecchio (non sempre nomina sunt omina) è un libro utile e non convenzionale, in quanto pone al centro della materia trattata il rapporto, molto sui generis, tra Carlo Casalegno, piemontese vecchio stampo, conservatore e taciturno, e il figlio Andrea, aderente a Lotta Continua, assalito dai dubbi di fronte alle violenze dei compagni dell'Autonomia Operaia e alle minacce ricevute dal padre a causa delle idee espresse sul giornale.
Personalmente, del 1977 ricordo la visita ai bisnonni sull'Appennino Tosco-Emiliano, fatta dopo diversi anni, e l'incontro con lo zio Mengo che, tartagliando, disse a Fele e a me «e... e... f-f-fate i bravi, eh?». Ricordo l'inizio della quinta elementare, dove non feci molto il bravo, ma soprattutto ricordo - strano a dirsi - una corsa ciclistica giovanile nella "strada di sotto": la vidi con il mio babbo, e, quando lo speaker chiamò alla partenza la classe 1967, lui mi disse «Questi hanno dieci annoni come te!».
Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, 2006, pp. 316, € 15,00.
Per una strana coincidenza, il libro comincia e finisce in Ungheria, nell'arco di cinquant'anni. Travaglio apre con un magistrale saggio di giornalismo di Indro Montanelli, che racconta, quasi in diretta, la rivolta ungherese del 1956. Lo fa in maniera sofferta e autocritica, subito dopo avere detto tutto il male possibile, ed era tanto, della repressione sovietica. Un pezzo del miglior giornalismo, che dovrebbe essere la bibbia dei giovani giornalisti, altro che le redazioni del Foglio o del Tg4...
Ogni libro di Travaglio è una scarica di pugni nello stomaco del lettore, perché il bravo giornalista torinese ci fa una sorta di riassunto, accurato come non l'abbiamo mai letto, di fatti e misfatti che giornali e tv ci fanno fagocitare smussati di tutto quanto possa urtare il potente di turno, infarcendoli di commenti bipartisan per rispettare la cosiddetta par condicio, che non scontenta i politici ma tiene all'oscuro di quanto succede l'ignaro cittadino.
Ma in questo caso, va detto, il libro di Travaglio è soprattutto una dolorosa autocritica dello stato del mestiere di giornalista in Italia, servo e succube di chi gli passa lo stipendio, e sempre in danno del cittadino che dovrebbe semplicemente essere messo al corrente di cosa accade nel mondo.
Da Mani pulite alla guerra in Iraq per arrivare a Calciopoli e Vallettopoli, Travaglio ci fornisce un inquietante e sconsolato ritratto del giornalismo italiano, troppo spesso complice dei politici e troppo spesso bugiardo verso i lettori dei giornali o gli spettatori dei TG. Con un ordine professionale tenerissimo nei confronti di chi sgarra, come, solo ad esempio, il giornalista di LiberoRenato Farina, meglio noto come agente Betulla, al soldo del Sismi per diffondere notizie false in danno di politici avversari.
Una lettura come sempre indispensabile, sebbene sia da sconsigliare a chi soffra di mal di fegato.
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