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Tag romanzo

Un’ultima stagione da esordienti

by sasso67 (04/09/2009 - 20:59)

Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, Marcos y Marcos, 2006, pp. 219, € 14,00.

Non si può mettere in discussione l’abilità di scrittore di Cristiano Cavina, che si nota soprattutto nelle ultime pagine, dove l’autore cerca di riassumere in un bel finale il senso delle vicende narrate. Che hanno un andamento scandito dalle eroicomiche partite di calcio del quattordicenne protagonista e dai suoi compagni di squadra e di scuola. Il modello è indubbiamente quello del Benni di “Bar Sport”, con qualche spruzzata della “Compagnia dei Celestini”, ma anche, per la punteggiatura cronologica delle vicende, del Nick Hornby di “Febbre a 90°” e dell’irlandese Michael Curtin della “Rivincita”. L’insieme ha, purtroppo, lo stile dei ricordi di gioventù, degli episodi e dei personaggi di paese, che fanno divertire soprattutto chi li ha conosciuti, dei racconti del servizio militare, che perdono il loro fascino quando chi li ascolta il militare non l’ha fatto.

I ragazzi della Via Pál

by sasso67 (30/08/2009 - 17:54)

Ferenc 

Molnár, I ragazzi della Via Pál, Einaudi, 2007, pp. 170, € 9,50.

Perché continuiamo a soffrire per il triste destino del piccolo Nemecsek, mentre, per esempio, non ci emozionano più le morti di Renato Cestiè in Ultima neve di primavera e negli altri film strappalacrime? Probabilmente perché nei film degli anni settanta tutto era teso a quella scena madre: alla morte, su un lettino d’ospedale, del giovanissimo protagonista, al cui capezzale i genitori, già sull’orlo del divorzio, trovavano un accordo per far piacere all’infante morituro. È diverso per il romanzo di Molnár, che racconta una vicenda essenzialmente autobiografica, con intenti tutt’altro che edificanti. Il finale doppiamente amaro è la degna conclusione di una storia, raccontata benissimo, sulla fine dell’adolescenza. I ragazzini della Via Pál, così come quelli dell’Orto botanico, si comportano secondo schemi da adulti, ma in una sorta di vuoto pneumatico, dove gli adulti non sono contemplati: al campo attiguo alla segheria c’è solo la presenza del guardiano ceco (non è un caso che si tratti di un povero immigrato straniero), mentre gli ingressi della cameriera e del padre di Geréb sono trattati alla stregua di vere e proprie intrusioni. Il risvolto di copertina dell’edizione Einaudi afferma che si tratta di “un capolavoro della letteratura per l’infanzia”: e questo è vero, ma non è abbastanza. È indubbiamente un capolavoro, ma non è soltanto per l’infanzia. A mio modestissimo parere, con la descrizione dei sistemi iperdemocratici della Società dello stucco (le prolungate discussioni sulla designazione del capo delegazione fanno arrivare il gruppo al capezzale di Nemecsek quando il biondino ha già perso conoscenza) e con quelli militareschi dell’esercito di Via Pál, Molnár non è da meno di scrittori come Kafka, Musil e Joseph Roth nella descrizione satirica dell’imminente caduta dell’Impero Asburgico (e del satellite Regno d’Ungheria).

(La pagina di Wikipedia dedicata al romanzo)

Tag: romanzo

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

by sasso67 (19/07/2009 - 18:26)

Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, 2001, p. 178, € 8,00.

Per far capire in poche parole di cosa si tratti, a chi non abbia letto il libro, si può dire di fare riferimento ad un cartone animato di Hanna & Barbera, il celeberrimo Gli antenati, i Flintstones, per intenderci. I protagonisti sono gli ominidi nostri progenitori, vissuti appunto in Africa nel Pleistocene, inferiore o superiore non è dato saperlo, neanche a loro. Questi subumani – come orgogliosamente si autodefiniscono – non possiedono tutti gli utensili e i gadget moderni della famiglia yankee-paleolitica Flintstone, ma si servono di schemi mentali moderni. O, almeno, ne è dotato Edward (i nomi sono inequivocabilmente anglosassoni), il capofamiglia, nemico giurato della specializzazione, tipica delle bestie, caratteristica nella quale individua una premessa per l’estinzione di alcune specie animali. Lui vuole che i suoi figli – i maschi, ovviamente, mica era così moderno! – abbiano una cultura, per così dire, enciclopedica, e che conoscano e sappiano fare un po’ di tutto. I giovani, però, un po’ specialisti, purtroppo, lo sono. Il primogenito Oswald è portato per la caccia e le attività militaresche, il secondo figlio, Ernest, narratore della storia, si dà arie da filosofo, un altro è esperto nello scheggiare le selci (attività fondamentale, a quell’epoca), uno sa disegnare pitture rupestri e l’ultimo ha talento per addomesticare gli animali.

Con un narratore leibniziano, che già nel Pleistocene è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, io mi trovo in difficoltà. Nel triennio liceale, la mia classe cambiò cinque insegnanti di filosofia (tre solo il secondo anno), solo l’ultimo dei quali era veramente in gamba. Ma a me, oramai, mancavano le basi. L’insegnante del primo anno era una ex suora, che per esemplificare qualsiasi cosa, impugnava l’astuccio dei suoi occhiali, pronunciando invariabilmente la fatidica frase “questa custodia è marrone”. Con quella locuzione intese spiegarci in sequenza l’àpeiron, il panta rei di Eraclito, la sofistica, la maieutica, il demiurgo platonico e tutto il razionalismo aristotelico. Passare da questo metodo a quello del supplente romano che, sulla scorta del sacro principio “voi nun rompete er cazzo a me, e io nun rompo er cazzo a voi”, ci fece studiare Leibniz e saltare poi ad un professore con le palle quadrate che ci immerse nella filosofia positiva di Comte e nel razionalismo Hegeliano fu un’esperienza traumatica.

Per tornare al Più grande uomo scimmia del Pleistocene, bisogna dire che l’idea era veramente interessante, perché Roy Lewis è interessato al rapporto tra uomo e scienza, con una certa preoccupazione, probabilmente di derivazione post atomica, per gli utilizzi eventualmente pericolosi che il genere umano può fare di quella. Bisogna anche dire che, come in tutti i romanzi che si rispettano, vi entrano in gioco i sentimenti umani (o subumani) universali a qualunque essere vivente che risulti da un miracoloso intruglio di carne, sangue, mente e di quel soffio vitale che molti definiscono anima, tanto è vero che in alcuni punti il libro di Lewis è perfino emozionante, richiamando alla mente l’album capolavoro del gruppo musicale italiano Banco del Mutuo Soccorso, quel Darwin! che contiene canzoni come 750.000 anni fa… l’amore. E tuttavia non trovo questo romanzo così geniale e divertente come molti hanno ritenuto.

Tag: libro,romanzo

Il volo dei corvi

by sasso67 (06/04/2009 - 20:46)

Sergej Nosov, Il volo dei corvi, Voland, 2005, pp. 265, € 14,00
Tre amici di San Pietroburgo, un giorno, hanno fatto insieme la pipì da un ponte nel fiume Neva. Questo gesto, osannato da una critica d'arte come l'espressione di un gruppo di artisti "concettuali", li ha condannati a sentirsi artisti per sempre e ad interrogarsi su cosa significhi e comporti questo status.
Tra le chiacchiere dei tre protagonisti, se ne va questo romanzo, presentato come l'opera diun nuovo talentuoso scrittore umorista russo, ma che è in realtà infarcito di discorsi concettosi (come quello, pur interessante, sul "Quadrato nero") destinati ad un pubblico di iniziati. Fino ad arrivare ad una conclusione poco plausibile sulle montagne della Germania. Insomma, Gogol e Cechov sono assai lontani. Forse 75 anni di regime sovietico hanno lasciato i loro effetti anche sulla capacità dei giovani autori russi di far ridere con le proprie disgrazie. O forse è soltanto la mia modestissima opinione.

Tag: libro,romanzo

Meseta

by sasso67 (06/04/2009 - 19:56)

Vittorio Cotronei, Meseta, Edizioni Clandestine, 2009, pp. 168, € 11,00.
Quando Zidane decise di lasciare la Juventus, la scusa fu che sua moglie voleva vivere in una città sul mare. Infatti, il calciatore si trasferì al Real Madrid. E Madrid, come si sa, è una città quale Parigi, Praga, Mosca... tutte bellissime capitali, ma il mare, semplicemente, non c'è. Salvatore, invece, si sente il mare dentro, ed è questo uno dei fattori principali della sua irrequietezza di giovane che vive nel calderone multietnico che è la Madrid dei nostri giorni. Una capitale spagnola che troviamo, all'inizio del romanzo di Vittorio Cotronei, sconvolta dagli attentati dell'11 marzo 2004, quelli che decretarono, nello spazio di un giorno, la fine dell'era Aznar e il sorgere dell'astro Zapatero. I tormenti di Salvatore sono quelli di uno dei nostri giovani, di chi appartiene ad una generazione che ha avuto grandi opportunità, grandissime speranze e, talvolta, delusioni di grandezza direttamente proporzionale. Si tratta di giovani quasi tutti laureati e quasi tutti, più o meno provvisoriamente, emigrati all'estero, chi a Madrid chi a Barcellona, Parigi o Edimburgo. Grazie al programma Erasmus e alle opportunità fornite dall'Interrail o dai viaggi aerei low cost, hanno già conosciuto l'Europa ed il mondo, ed hanno avuto modo di giudicarli migliori della nostra Italietta d'oggi. Altri tempi, quando a Montescudaio si parlava di Dandolo, quasi come se fosse un esploratore planetario del calibro del professor Livingstone o di Amundsen.
Vittorio non ha ancora la malizia dello scrittore di professione e scrive da giovane innamorato, oltre che della vita, di questo potentissimo mezzo che è la scrittura, padroneggiata con notevole abilità, tale da rendere la lettura scorrevole e mai noiosa. Per di più, Vittorio dimostra di essere anche un lettore attento, che sa far tesoro degli autori assimilati e reinterpretati in un suo modo del tutto personale: inMeseta vi sono omaggi espliciti, come quello all'amato Arturo Perez-Reverte, ed altri che risultano da suggestioni e richiami, come potrebbero essere quello aBukowski (come lo scrittore nato in Germania demistificò il sogno americano, così Vittorio, nel suo piccolo, erode un po' del mito della Madrid orfana della movida anni Ottanta) e al Kerouac di Sulla strada e dei Sotterranei. Ma laMeseta, in quanto paesaggio anche interiore del protagonista, fa venire in mente anche il Sertao descritto da Guimaraes Rosa: si tratta di paesaggi dell'anima, più che di espressioni geografiche. E se il Sertao è quando meno te lo aspetti, anche la Meseta ti aggredisce nei momenti meno opportuni e sembra ritornare in eterno a ricordarti che, dovunque tu sia, lei è sempre là a circondarti con la sua solitudine.
E poi, però, esistono i luoghi della memoria, e Vittorio ce lo ricorda in alcuni passaggi - come quando il protagonista torna a casa per la prima volta - che fanno comprendere come, per quanto belle siano Madrid, la Spagna, Siviglia, i tramonti sull'Oceano, la mamma (e non è un richiamo retorico), la casa, il tuo paese continuano a rappresentare i valori primari che ti richiamano sempre a sé. Rappresentano i luoghi fisici e della mente che, per usare il linguaggio caro a Vittorio, sono i più grandi di tutti. Anche per i giovani "erasmiani".

Tag: libro,romanzo

Bollettino di guerra

by sasso67 (22/10/2008 - 18:52)

Edlef Köppen, Bollettino di guerra, Oscar Mondadori, 2008, pp. 404, € 9,80

«Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito al mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più.» (Bollettino di guerra, p. 390)

Pubblicato in Germania nel 1930, Bollettino di guerra è un romanzo sfortunato di un autore sfortunato. Appena tre anni dopo, alla presa di potere dei Nazisti, il libro sarà proibito, soppresso, dimenticato. E lo scrittore, rifiutatosi di aderire al Partito Nazionalsocialista, sarà emarginato, perdendo il lavoro alla redazione culturale della radio tedesca, che gli aveva dato un po' di tranquillità economica. Peraltro, Bollettino di guerra verrà soppiantato, anche nella considerazione dei lettori di tutto il mondo e di tutte le epoche (perfino quando sarà tramontata la follia bellica scatenata da Hitler), da testi, di analoga ispirazione pacifista, ma più fortunati - e forse meno ostici - come Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque e La guerra di Ludwig Renn. Eppure, Bollettino di guerra non ha niente da invidiare agli altri testi contemporanei che traevano ispirazione dalla Grande Guerra, sia dal punto di vista contenutistico che dal punto di vista stilistico. Su quest'ultimo lato, il romanzo è estremamente innovativo, somigliando ad alcuni esperimenti dell'epoca, quali quelli realizzati dall'americano Dos Passose dal tedesco Döblin, in quanto alla narrazione vera e propria alterna documenti originali dell'epoca, spesso in funzione di controcanto tragicamente ironico (o ironicamente tragico). Molto spesso, infatti, i proclami ufficiali, gli ordini interni, perfino le pubblicità sui giornali contrastavano in maniera stridente con quanto vedevano e vivevano sulla propria pelle i soldati al fronte. Questa consapevolezza ha quindi anche dei riflessi sul contenuto del libro, che è di netto rifiuto della guerra, esposto da uno scrittore che, come il suo protagonista Adolf Reisiger, era partito volontario nell'esaltante estate del 1914 (richiamo, a questo proposito, un altro capolavoro della letteratura come Agosto 1914 diSolgenitsyn) come soldato semplice e, per meriti acquisiti sul campo, era stato promosso ufficiale, guadagnandosi perfino una delle maggiori onorificenze previste dall'ordine militare tedesco: la croce di ferro. Forse anche questa fu una delle ragioni che contribuirono all'emarginazione di Köppen dalla vita letteraria tedesca durante gli anni del nazismo, oltre al suo già citato rifiuto di aderire al partito unico, nonché quello di lasciare la Germania. Per maggior segno di sfortuna, lo scrittore morì nel 1939, a soli 46 anni, per i postumi riportati durante la guerra, quando aveva subito lo schiacciamento della cassa toracica, che gli procurerà problemi respiratori per tutto il resto della sua breve vita. Ci restano, di lui, queste pagine nelle quali, forse con maggiore consapevolezza diRemarque, racconta lucidamente l'orrore provocato dai bombardamenti a tappeto, la stupita paura degli attacchi con i gas asfissianti, l'inutilità di sacrificarsi, inermi, di fronte ai carri armati americani.

Lodevole l'iniziativa della Mondadori di mandare per la prima volta nelle librerie italiane il romanzo di Köppen, corredato da un'utile postfazione di Jens Malte Fischer e dalla pregevole traduzione di Luca Vitali.

Tag: romanzo,libro,guerra

In fuga

by sasso67 (10/08/2008 - 17:35)

Massimo Ulivari, In fuga, La Riflessione, 2008, pp. 100, € dieci.

La prima cosa che si nota, in questo romanzo breve di Massimo Ulivari (livornese, quarantasettenne), è la quasi totale assenza di nomi. Tranne che la moglie del protagonista e il suo migliore amico, che hanno nomi fin troppo banali, Luisa e Gino, tutti gli altri personaggi sono indicati con dei soprannomi, che, stranamente, ricordano i nomi degli indiani d'America. La constatazione di questo modo di scrivvere, che quarant'anni fa sarebbe stato senz'altro originale (almeno in Italia), fa passare in secondo piano l'interrogativo sul perché e da che cosa il protagonista - io narrante stia fuggendo. Ma per rispondere a quest'interrogativo, è utile proprio l'assenza di nomi: si tratta di una fuga da tutto, in primis da una famiglia e da un lavoro egualmente alienanti. Ed è una fuga che si svolge, prima ancora che per le strade d'Europa, dentro la testa del protagonista, alienato psichico ed alcolista.

Personalmente, penso che In fuga sia un libro inusuale e coraggioso, sia per il modo in cui è scritto che per il tema affrontato. Il quale, però, avrebbe, a mio parere, avuto bisogno, come supporto, di una trama forse più solida e di qualche congegno narrativo meglio oliato e meno forzato. Intendo dire che il protagonista, un essere - comunque la si voglia mettere - mentalmente disturbato, finisce troppo spesso e troppo facilmente a letto con le donne, né si riesce ad accettare perché sua moglie continui a stare, anche con le bambine, insieme ad un individuo simile.

Devono, tuttavia, essere sottolineate alcune pagine felici, come quelle in cui, con ironia, si descrive la forzata (ma quanto, poi?) convivenza con un «puzzafiato», oppure quelle in cui il protagonista assapora la libertà in compagnia dei pacifici «peli verdi» tedeschi.

Tag: romanzo,libro

Il venditore di pianeti

by sasso67 (02/08/2008 - 15:01)

Marco Sommariva, Il venditore di pianeti, Tropea, 2008, pp. 218. € 12,00.

Ho avuto la fortuna di poter scambiare, via internet, qualche parola con l'autore del libro, ed anche la fortuna di azzeccare un paio di riferimenti letterari desumibili dalle sue pagine. Gli ho chiesto se l'ultimo Bukowski (quello di Pulp) e il Benni di Bar Sport potessero essere riferimenti plausibili per il suo romanzo e lui mi ha risposto che Bar Sport non l'ha mai letto, ma che gli ultimi due libri che aveva letto prima di scrivere Il venditore di pianeti erano Pulp di Bukowski e Baol di Benni. Ci aggiungerei un po' di Kafka (l'incontro con il vecchio su cui l'Io narrante, alla fine, vomita, ricorda la dormita di K. del Castello), ma quello che colpisce è il risultato originale ottenuto da Sommariva, che scarnifica la scrittura all'essenziale, per concentrarsi sui dialoghi, che sono talvolta comici, molto più spesso surreali, come una scenetta di Ale e Franz, periodo Gin&Fizz. Non direi che si tratta di un capolavoro - come hanno fatto alcuni incauti commentatori, anche sul sito dell'Internet Bookshop - e credo che, nella sua apprezzabile modestia, non lo direbbe neppure l'autore. Però questa quest (che bel bisticcio di parole) postmoderna, attraverso una Sestri invasa dal vapore che esce dalle fogne, per trovare un venditore di pianeti, omonimo di un più prosaico arrotino, che comunque non ha granché da rivelare, colpisce perché consente di entrare in contatto con un'umanità che pare avere "già dato" in quanto a grandi sogni, ma che, nel suo piccolo, può fare ancora molto, come insegna il bel gesto di Carlo Tomaszewski, sempre alla ricerca della grande parata. Il difetto del romanzo risiede, secondo me, in una costante ricerca a tutti i costi della battuta ad effetto, come se si trattasse del testo di un comico da cabaret, nonché nella descrizione di un'umanità tutta fin troppo maschilista, dove le donne sono fedifraghe oppure prostitute di professione. Oppure le solite sorelle o madri da tirare in ballo quando c'è un "maschio" da offendere.

Tag: libro,romanzo

Comica finale

by sasso67 (28/06/2008 - 18:22)

Kurt Vonnegut, Comica finale, Elèuthera, 1998, p. 238, € 15,00

Nell'aprile del 2007, quando morì Kurt Vonnegut, Michele Serra su Repubblica gli dedicò la sua rubrica L'amaca, scrivendo che era morto un grande scrittore ed invitando a leggere le sue opere. Diceva che i suoi romanzi più noti sono Mattatoio n. 5, Ghiaccio nove e La colazione dei campioni, ma consigliava chi non avesse ancora letto niente dello scrittore americano, a cominciare da Comica finale. Io ho fatto così e ne sono rimasto deluso. Ho letto un romanzo postmoderno, che brulicherà pure di idee, come scrive Goffredo Fofi nella prefazione, ma lascia interdetti ed insoddisfatti. Nell'ambito della dissoluzione del mondo, e degli Stati Uniti in particolare (che si frammentano in una serie di staterelli medievali, come il Regno del michigan e il Ducato dell'Oklahoma), si racconta la storia del personaggio deforme William Giunchiglia-11 Swain, essere mostruoso e quasi neanderthaliano, che assurge alla carica di ultimo Presidente degli USA. Ma il libro non decolla e non riesce ad emozionare neanche nelle ultime pagine, nelle quali l'assurdo sfacelo di un'umanità ormai ridotta dalle guerre e dalle malattie (la terribile Morte Verde) allo stato brado lascia intravedere qualche briciola d'umanità nella persona di una bambina che si è portata dietro, lungo un viaggio allucinante tra le rovine americane, il candeliere di Dresda, novello Sacro Graal di una civiltà ridotta al lumicino.

Sia chiaro: Comica finale non fa ridere. Come anticipa Vonnegut nelle prime pagine del libro, il titolo è dovuto, sì, alle comiche di Stanlio e Ollio, ma perché i due personaggi, nelle loro patetiche avventure, qualsiasi cosa stessero facendo, ci mettevano tutti sé stessi, andando inevitabilmente incontro ad un tragico fallimento.

Tag: libro,romanzo

Verderame

by sasso67 (05/03/2008 - 19:51)

Michele Mari, Verderame, Einaudi, 2007, pp. 164, € 16,50

"Verderame: s.m.inv., miscela contenente solfato di rame usata in agricoltura come anticrittogamico". Se fosse stato un romanzo di Anthony Burgess, sarebbe probabilmente cominciato così. Ma Michele Mari non lesina di certo i nomi dei suoi modelli, più vicini o lontani che siano. Ammiratore di scrittori che hanno saputo "giocare" con il linguaggio parlato e letterario, come Céline e Gadda, qui il professor Mari dell'Università di Milano ricorda anche Umberto Eco e Tommaso Landolfi e cita esplicitamente Hoffmann, Poe, Lovecraft e Kafka, mettendoli sapientemente in cima alla lista degli scrittori preferiti del piccolo Michelino, il protagonista di questo romanzo. Il quale si trova alle prese, durante l'estate del 1969 - scandita dagli sceneggiati RAI interpretati da Arnoldo Foà e Loretta Goggi (protagonisti del mitico La freccia nera), Ugo Pagliai e Umberto Orsini - con la perdita della memoria di Felice, il giardiniere del villone di campagna dei borghesissimi nonni. Sarà l'estate dei quattordici anni, quella che segnerà maggiormente il protagonista, non a caso omonimo dell'autore, che si troverà di fronte ad argomenti mai affrontati prima in vita sua, quali la morte, l'amore, il tradimento, l'abbandono, tutti momenti che al tempo stesso spaventano e incuriosiscono il "Michelìn", e figuriamoci cosa possono avere provocato nella mente ormai devastata di Felice, che sembra veramente essere nato sotto un cavolo, con una madre che sembra non essere mai esistita (non è un caso che la parola verderame nasconda l'anagramma "vera madre") e un padre quasi mitizzato, di cui c'è solo un ricordo in divisa da dragone. Definito da Umberto Rossi su PULP Libri #71 come "un solido, avvincente, vorticoso, inarrestabile thriller", Verderame è uno di quei libri (lo si potrebbe definire un romanzo breve) che, una volta iniziato, è quasi impossibile abbandonare prima di averlo terminato. Una lettura che non fa certo rimpiangere il tempo impiegato.

Tag: romanzo,libro

E poi siamo arrivati alla fine

by sasso67 (28/02/2008 - 19:19)

Joshua Ferris, E poi siamo arrivati alla fine, Neri Pozza, 2006, pp. 398, € 17,00.

Anche le agenzie pubblicitarie hanno un'anima. Ed è l'anima pulsante di coloro che vi lavorano e, come tutti i lavoratori del mondo, aspirano a una posizione migliore (un vero ufficio anziché un cibicolo), sperano in una retribuzione più alta, temono di essere licenziati (lo spaventoso "volo alla spagnola"). Chiunque abbia lavorato in un ufficio, specie se di grandi dimensioni, sa che le dinamiche e i meccanismi descritti dall'americano Joshua Ferris (classe 1974) rispondono a ciò che effettivamente avviene tra i colleghi di lavoro. Era proprio questo che mi aveva spinto a comprare e poi a leggere questo romanzo che profuma di realtà. Ed è forse proprio questo - far capire al lettore che dietro alle campagne pubblicitarie che si vedono in tv, così come dentro ai grattacieli di settanta piani, vi sono persone vive che pensano e soffrono ogni giorno - che voleva dire il giovane romanziere, che non per caso narra tutta la storia con la prima persona plurale, senza identificarsi con nessuno dei suoi personaggi in particolare, ma comunicando che al di là delle invidie, delle ripicche e del mors tua vita mea che inevitabilmente si creano all'interno di un ufficio, i colleghi pensano e sentano come un'unica grande anima.

Non è un romanzo perfetto: a momenti sfiora la noia ed immagino che la sensazione sia accentuata per ch non abbia mai lavorato in un ufficio. Però Ferris, pur non avendo le qualità narrative di un Franzen o di un Lethem, si capisce che ha del talento di scrittore.

«Romanzo claustrofobico per il predominio dei rapporti interni all'ufficio e per la costante rilettura dell'esterno attraverso le vicende del lavoro, l'assoluta mancanza di un protagonista e l'ostentazione di un punto di vista collettivo rappresentano una visione narrativa che è rappresentazione di un ulteriore modo di sentirsi umani. La vita, quella vera, non inizia alla fine del lavoro, ai vecchi tempi segnalata con la sirena e oggi scandita con il beep del lettore di badge, ma dal tempo del lavoro che invade ogni altra ora del giorno, vampirescamente, fino a spegnere la vitalità di queste persone.» (Domenico Gallo, PULP libri #64)

Tag: libro,romanzo

Agosto 1914

by sasso67 (06/01/2008 - 12:20)

Aleksandr Isaevič Solženicyn, Agosto 1914, Club degli Editori, 1972, pp. 616.

SolzenicynCon tatnta robaccia che esce nelle nostre librerie, non si capisce perché questo bellissimo libro sia da tanti anni fuori catalogo. Sono riuscito a leggerlo soltanto per caso, grazie a Elena, una mia collega, che possiede una copia di quest'opera, nell'edizione del Club degli Editori. Il romanzo costituisce il "primo nodo" di un ciclo intitolato La ruota rossa, che narra di eventi verificatisi durante quelli che per Solženicyn sono i momenti cruciali della storia russa (ma con conseguenza pesanti sull'intera storia mondiale). Agosto 1914 narra con più di 600 pagine gli eventi avvenuti sul fronte russo - tedesco in circa venti giorni, nei primi giorni seguiti allo scoppio della Grande Guerra. Solženicyn racconta, con la sua bella scrittura, ampia e forte, non priva di qualche venatura ironica (e resa perfettamente dall'eccellente traduzione di Pietro Zveteremich, una delle migliori che mi sia mai capitato di leggere), di personaggi storici, come il generale Samsonov e il Granduca Nicola, zio dello Zar e comandante in capo dell'esercito russo, ma inserisce nella narrazione figure immaginarie, come il colonnello Vorotyntsev, il tenente Charitonov e il caporale Blagodarev. E li descrive tutti nelle loro psicologie, mentre si muovono nello scenario della grande tragedia della guerra, con pagine suggestive ed emozionanti (quali la "passeggiata" di Vorotyntsev nelle trincee russe prese di mira dai bombardamenti dell'artiglieria tedesca, o quelle relative al suicidio del generale Samsonov, sconvolto per la disfatta dei Laghi Masuri), che però non rinunciano ad essere minuziose e documentatissime nella descrizione delle operazioni militari. Se un difetto c'è, in questo romanzo, è un'imperfetta opera d'amalgama tra le pagine belliche e quelle che si svolgono in uno scenario di pace, nelle città e nelle campagne lontane dal teatro di guerra, e che sono in parte dedicate ad una famiglia che si capisce adombrare quella avita dello scrittore. Letterariamente ispirato a Guerra e pace di Tolstoj, Agosto 1914 non è emotivamente coinvolgente come All'ovest niente di nuovo di Remarque, ma costituisce senza dubbio un fondamentale tassello nella migliore letteratura ispirata alla Prima Guerra Mondiale.

Nel 1984 Solženicyn ha pubblicato il "secondo nodo" del ciclo, Novembre 1916, mentre nel 1986 è uscito Marzo 1917, "terzo nodo", e nel 1989 il "quarto nodo", Aprile 1917.

Del 1980 è un film sovietico (premio Oscar come miglior film straniero) di Vladimir Menshov, intitolato Mosca non crede alle lacrime. Il titolo del film è ispirato ad una frase che si legge in Agosto 1914 (v. pag. 139), quando un sottufficiale russo, che scorta dei prigionieri polacchi, li apostrofa dicendo «Cammina, cammina, Mosca non crede alle lacrime!».

Tag: romanzo,libro

Elmore Leonard - Hot Kid

by sasso67 (06/10/2007 - 17:43)

Elmore Leonard, Hot Kid, Einaudi, 2006, pp. 313, € 14,50

«Resto sempre meravigliato quando qualcuno mi viene a parlare di una certa idea in un mio libro. Certo, ci può essere un tema, ma io non me ne rendo conto, perché quando scrivo un romanzo lo faccio per scoprire cosa succede, per scoprire cosa fanno i personaggi» (Elmore Leonard, intervista a Fabio Zucchella su PULP #65)

Oklahoma, gli anni della Grande Depressione. Il giovane Carlos Webster ha - rivelatasi quando era ragazzino - la vocazione a diventare poliziotto, anzi: il poliziotto più famoso d'America. Il suo coetaneo Jack Belmont, figlio di un miliardario, mancandogli invece una vocazione, aspira a diventare il criminale più famoso d'America. Poi c'è la giovanissima Louly, aspirante fidanzata di Pretty Boy Floyd, notissimo criminale. E c'è, infine, Tony Antonelli, che rende immortali le gesta di poliziotti e criminali, diventando anch'egli stesso parte della leggenda.

Non lo so se Hot Kid sia il capolavoro di Elmore Leonard, essendo il primo romanzo dello scrittore americano che leggo. Di sicuro, posso dire che non mi sembra un capolavoro della letteratura. È anche vero che non amo particolarmente la letteratura noir, ma se un libro è scritto particolarmente bene ed esce dai confini del genere non esito ad apprezzarlo. Si tratta indubbiamente di un buon romanzo, teso e secco, particolarmente ben dialogato, che si legge bene dall'inizio alla fine, ma senza guizzi che facciano gridare al miracolo letterario. Del resto, come ammette lo stesso Leonard "io non faccio mai uso di metafore [...] soprattutto perché non sono capace di usarle bene". A parte il merito di essere un noir ben fatto, Hot Kid ha il merito - ma questa è una caratteristica di un po' tutti i romanzi, perfino di quelli di Moccia - di dirci qualcosa sulla società e sui tempi di cui parlano, in questo caso sull'America della Grande Depressione. In particolare sulla provincia americana, quella che generalmente non viene raccontata dal cinema hollywoodiano, quella che sta negli enormi spazi che stanno tra i due poli rappresentati da Los Angeles e New York. Qui si parla di una società, ancora profondamente colpita dal crack di Wall Street, ma beneficiata in alcuni possidenti fondiari dalla scoperta del petrolio che costruisce alcune improvvise fortune, gettando, però, alcuni figli di quest'America profonda nella confusione. Allo stesso tempo, si diffondono, in questa periferia americana, attraverso le riviste specializzate, le leggende sui grandi criminali che scorrazzano a bordo di automobili rapinando le banche (Dillinger, Pretty Boy Floyd, Bonnie e Clyde), e sui poliziotti che danno loro la caccia. Al di là di questo, si può andare a vedere le caratteristiche dei singoli personaggi, le cause lontane ed i meccanismi che li spingono sulla strada che intraprendono. Il poliziotto Webster, ad esempio, è figlio di una cubana (morta quando lui era piccolissimo) e si porta dietro un nome, Carlos, che egli muta nel più anglofono Carl, ma è anche flglio di un uomo che da giovane è stato fuciliere, ed eroe, nella guerra ispanoamericana del 1898. Jack Belmont, figlio di un miliardario, non è accettato dalla propria famiglia, che lo ritiene responsabile dell'infermità che ha colpito la sorellina.

C'è da stigmatizzare la superficialità con la quale l'Einaudi ha mandato in libreria questo romanzo, con una serie di refusi quasi inspiegabili e, a memoria mia, senza precedenti per la casa editrice torinese. Soltanto tra pagina 72 e pagina 73, a parte un "affittava camere a di Kansas City", si assiste a un Joe Young che all'improvviso diventa Jim Young, all'età di Louly Brown che nel capitolo Cinque non quadra mai, a un Oris (Belmont) che una volta diventa Otis e un'altra, addirittura, Orin (e per fortuna che non si tratta di una donna), e alla località di Coalgate che si trasforma in Colgate, neanche fosse un dentifricio. In più, sia all'inizio che alla fine del romanzo, ci viene elargito un bel "dò" (prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo dare) di petto. Colpa del traduttore o meno, l'editore avrebbe dovuto controllare meglio.

Tag: libro,romanzo

Grande Sertão

by sasso67 (28/08/2007 - 20:14)

João Guimarães Rosa, Grande Sertão, Feltrinelli, 2003, p. 499 € 13,00.

«Ma, in quello stesso giorno, sui nostri cavalli così buoni, percorremmo nove leghe. Nove. E in più altre dieci, fino al lago dell'Amarume. E sette per arrivare a una cascata nel Gorutuba. E dieci, facendo tappa tra Quem-Quem e Solidão; e molte marce: sempre sertão. Il sertão è questo; uno lo spinge indietro, ma di colpo quello torna a circondarti da tutte le parti. Il sertão è quando meno lo si aspetta; dico.» (p. 238)

Questo libro fu consigliato da Claudio Magris, al cospetto della cui autorità umilmente m'inchino, durante la trasmissione di Fabio Fazio, poco prima di Natale dell'anno scorso. Ipse dixit. Magris disse che in questo libro c'è tutto: l'amore, l'avventura, la guerra, la morte. Ed è vero, ma che fatica! Considerato un capolavoro della letteratura del Novecento, definito l'Ulisse (nel senso di Joyce, ovviamente) della letteratura brasiliana, a me è sembrato piuttosto una sorta di Cent'anni di solitudine riscritto dal Gadda della Cognizione del dolore. È una lettura molto faticosa (la traduzione è piuttosto difficoltosa) che non sempre ripaga dello sforzo patito. Protagonista assoluto è il sertão, un ambiente petroso ma anche boscoso del nord est brasiliano, comprendente anche una parte dello stato meridionale del Minas Gerais. Narrato da Riobaldo, detto Tatarana, jagunço promesso sposo alla bella Otacilia, ma fortemente attratto dal compagno Diadorim, vissuto nel mito di capi leggendari come Joca Ramiro e Medeiro Vaz, il romanzo di Guimarães Rosa narra le avventure di queste bande di fuorilegge - giustizieri che scorrazzano per gli altipiani incorniciati tra sentieri e canali, come gli antichi paladini, in cerca di avventure. E dappertutto appare e scompare, con la sua fauna (anche umana) e la sua flora, il sertão, invadente e discreto al tempo stesso. Alla fine, come in tutti i buoni romanzi di formazione, il protagonista, passato anche attraverso la stipula di un patto col Diavolo, segnato dal dolore per la perdita di compagni e dell'amore della sua vita, avrà imparato la lezione. Il prezzo che, però, avrà pagato il lettore sarà molto più alto del valore acquistato. Insomma, se questo libro è stato caldamente consigliato dal grande critico, non è consigliato dal piccolo lettore.

Tag: libro,romanzo

I ragazzi del coro

by sasso67 (28/03/2007 - 20:45)

Joseph Wambaugh, I ragazzi del coro, Einaudi, 2006, pp. 416, € 14,00.

Uscito in America nel 1975, il romanzo di Wambaugh è, nel suo genere, un piccolo capolavoro. Il titolo è quanto mai azzeccato, perché si tratta di un'opera corale, che si svolge all'interno di una squadra del servizio notturno della polizia di Los Angeles. Il valore del libro, già di per sé notevole sia dal punto di vista della critica sociale che da quello prettamente letterario (Wambaugh, ottimamente tradotto da Marina Valente, scrive benissimo), è accentuato dal film che ne trasse nel 1977 il pur bravo Robert Aldrich, dove il grottesco tragico del romanzo si trasforma in macchietta semicomica.  Il finale amarissimo del romanzo si degrada addirittura, nel film di Aldrich che porta lo stesso titolo del libro, ad una sorta di precursore del filone di Scuola di polizia. Ma al di là del confronto con il film di Aldrich, I ragazzi del coro versione romanzo di Wambaugh non può non lasciare nella memoria alcuni personaggi davvero indelebili, come il miles gloriosus ottuso e fascistoide Roscoe Rules (nomina sunt omina, si direbbe continuando a citare i nostri progenitori latini), il rozzo ma leale Balena Whalen (stupendo il gioco di parole e di nomi in versione originale, Spermwhale Whalen, che in italiano suonerebbe letteralmente Capodoglio, con la parola whale che significa appunto balena), che nel finale durissimo sarà costretto al gesto più umiliante della sua vita, il sensibile e colto Baxter Slate, laureato in materie classiche, nonché il paranoico Dean Pratt, con il tic di ripetere ossessivamente la frase "cosa vuoi dire?" e soprannominato appunto Cosavuoidire Dean (in inglese Whatdoyoumean Dean, e fa pure rima). E tutti costoro sono circondati da un ambiente sociale che è ben lontano dagli stereotipi che ci hanno mostrato per anni tanti film hollywoodiani, su un'America gaudente e felice: le menti dei giovani poliziotti (solo Balena e Spencer Van Moot superano i quarant'anni) sono segnate da divorzi, esperienze traumatiche nelle varie sezioni della polizia e dalla tragedia della guerra, l'ultima delle quali, quella del Viet Nam, appena terminata (ma il vecchio Balena ha preso parte anche alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra di Corea).

Una lettura di buon intrattenimento, ma anche di grande intelligenza e valore letterario.

Tag: libro,romanzo

L'ultimo tema prima della vacanza

by sasso67 (07/02/2007 - 19:00)

Philip Roth, Everyman, Einaudi, 2007, pp. 123, € 13,50.

la copertinaPhilip Roth ci narra, nel suo ultimo romanzo, di un uomo di 71 anni, che si rende conto di approssimarsi alla morte. Pezzo dopo pezzo se ne sta andando, così come, pezzo dopo pezzo, ha perso le persone che nella vita gli sono state più care. Alcune le ha perdute per colpa sua (in particolare le prime due mogli e i due figli maschi), altre per le vicissitudini della vita (gli amici e i colleghi, la figlia). E quest'uomo, l'uomo qualunque del titolo lasciato in originale, l'uomo senza nome, si sta avvicinando alla morte senza la consolazione della religione o della filosofia, e alla fine muore. Anzi, muore all'inizio, perché tutto il libro è raccontato come un lungo flashback post mortem, come nel film Viale del tramonto (1951) di Billy Wilder.

In Everyman Roth ha al suo attivo, come quasi sempre, alcune idee forti da proporre e una scrittura fluida e intelligente, che gli è unanimemente riconosciuta, sebbene non abbia ancora convinto i parrucconi di Stoccolma ad assegnargli un meritatissimo Premio Nobel per la Letteratura. Le idee forti di questo libro sono, a mio parere, il sentimento di tristezza per l'approssimarsi della morte, la necessità per gli anziani di convivere con gli acciacchi («la loro biografia coincideva ormai con le loro cartelle cliniche»), la nostalgia per quanto si poteva fare (il sesso, lo sport) e che con la vecchiaia non è più consentito, la perdita delle persone care, il rapporto di amore e al tempo stesso d'invidia per un fratello irraggiungibile in ogni campo. Purtroppo, però, questa volta Roth non riesce a dare una forma distesa e compiuta a questa materia, stiracchiando 123 pagine come in un riassuntino dei suoi personaggi passati o come nel teminoPhilip Roth di fine anno dello studente primo della classe che aspetta con impazienza le vacanze estive. Con Everyman (la copertina significativamente nera da cima a fondo) Roth non graffia, come aveva invece fatto in quel libro di terribile umanità e di meravigliosa riuscita letteraria che è Il teatro di Sabbath, limitandosi a scrivere un'autobiografia postuma di un uomo qualunque che tanto qualunque non è (ha tre matrimoni alle spalle, una carriera di pubblicitario di successo, donne allo schioccar di dita come Fonzie). Pur dichiarandosi devoto dello scrittore Saul Bellow, qui Roth non sa dare al suo romanzo l'ampio respiro di un libro cui Everyman mi ha rimandato spesso nel corso della lettura, e cioè Herzog (1964).

Il ritratto di quest'artista mancato da vecchio, un uomo solo, si riscatta nelle pagine intensissime e toccanti dedicate al rapporto di odio/amore e invidia/ammirazione per il fratello Howie.

Tag: libro,romanzo

Piccolo grande uomo

by sasso67 (21/01/2007 - 12:50)

Thomas Berger, Piccolo grande uomo, Fanucci, 2006, pp. 567, € 19,00.

piccolograndeuomoChi può non si perda questo capolavoro della letteratura americana, impreziosito, nell'edizione italiana, dalla stupenda traduzione di Luciano Bianciardi, che sa rendere scorrevole  la scrittura di un romanzo (pubblicato nel 1964) che è grande già di per sé. La storia è quella di Jack Crabb, personaggio inventato da Thomas Berger (Cincinnati, 1924), che si muove lungo la frontiera nel periodo in cui questa viene spostata sempre più a ovest, a danno delle popolazioni indigene, mano a mano emarginate nelle riserve, quando non addirittura scientemente sterminate. Berger ci racconta, attraverso l'ottica privilegiata di Jack Crabb, la nascita di una nazione appena uscita dalla Guerra di Secessione, con la fondazione di città oggi importanti come Denver, Colorado, sorte durante una delle molte corse all'oro. L'ottica del protagonista del romanzo è privilegiata, come dicevo, perché lui, bianco, a dieci anni si aggrega a una tribù di Cheyenne, gli "Esseri umani", come si definivano, che, per un malinteso (gli indiani volevano soltanto del caffè), ha ucciso suo padre. Crabb cresce con gli indiani, poi a sedici anni torna con i bianchi, dove viene adottato da un reverendo e dalla sua giovane e desiderabile moglie; qui Jack conosce l'amore, il tradimento e la disillusione (e conosce anche Lavender, uno schiavo negro liberato, che anela a vivere come i pellerossa). Jack, quindi, fugge di nuovo verso gli indiani, poi torna con i bianchi, sposa una bianca che viene rapita dagli indiani e poi tornato con questi, sposa un'indiana che viene uccisa dai soldati bianchi. Egli, dunque, vede il mondo con gli occhi del bianco e dell'indiano; non giudica né gli uni né gli altri, ma comprende che da questo scontro di civiltà (capita l'attualità del romanzo?) i pellerossa non potranno che soccombere: sono i bianchi che uccidono donne e bambini, non viceversa, e dopo ogni sconfitta, anziché sentirsi umiliati, tornano alla carica con forze sempre maggiori, e tradiscono la parola data agli indiani, infischiandosene dei trattati sottoscritti. Jack Crabb, durante la sua lunga vita (è lui stesso che la racconta a un giornalista, alla bella età di 121 anni), dice di avere incontrato alcune tra le leggende del West dal pistolero Wild Bill Hickock al generale Custer - al fianco del quale si trovò nella fatidica giornata del Little Big Horn - fino alla fuorilegge Calamity Jane: bugiardo o meno che fosse, nei primi 34 anni della sua vita fu guerriero Cheyenne, cercatore d'oro, truffatore, cacciatore di bisonti, giocatore di carte e mulattiere per l'esercito.

Ma oltre che il mito della frontiera, per la verità molto smitizzato dallo scrittore americano, conta questo personaggio Jack Crabb che, se non pensassi di incorrere in un pericoloso ossimoro, definirei un antieroe epico, e la scrittura di Thomas Berger, il quale in alcuni momenti delle quasi 600 pagine del romanzo, tocca vette di vera poesia, come quando narra la leggenda del guerriero Cheyenne Uomo Piccolo, che combatté contro i Serpenti anche privo della testa, o quando ci racconta della morte di Pellevecchia, che sembra quella di San Francesco.

Tag: romanzo,libro

Bravi ragazzacci

by sasso67 (27/11/2006 - 19:53)

Nicholas Pileggi, Quei bravi ragazzi, Newton & Compton, 2006, pp. 295. € 8,90

la copertina dell'originaleQuei bravi ragazzi è un buon libro, scritto con schietto, ma non sciatto, stile giornalistico da Nicholas Pileggi, il quale, poco dopo l'uscita del romanzo, collaborò con Martin Scorsese alla sceneggiatura del film omonimo che il grande regista italoamericano ne trasse nel 1990, per le interpretazioni di Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, che compaiono ritratti in copertina. E proprio del film di Scorsese si rimpiange la geniale sintesi che ne fa una delle migliori opere cinematografiche degli anni novanta. Ma anche il libro di Pileggi, pur restando sempre fedele alla "fredda cronaca", riserva qualche geniale colpo d'ala, come nel finale, quando l'ormai "pentito" Henry Hill confessa di rimpiangere la bella vita che faceva quando era un "bravo ragazzo" (pp. 283-284): «Oggi tutto è diverso. Niente più azione, pericolo. Devo fare la fila come tutte le persone normali. Non sono più nessuno. Mi tocca vivere il resto della vita come un fesso qualunque».

«Tutto vero, tutto documentato, in questo libro secco e trascinante, dove Pileggi alterna, nel resoconto di una vita violenta, la sua voce a quella di Hill e signora. Senza omissioni e, soprattutto, senza indulgenze» (Ombretta Romei, PULP Libri #61 maggio-giugno 2006).

Consiglio: leggere il libro di Pileggi e vedere il film di Scorsese. O viceversa, non ha importanza.

Tag: romanzo,libro,mafia

Fontamara

by sasso67 (08/10/2006 - 11:35)

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1984, pp. 207, € 7,40

Ciò che è naturale è razionale; così potremmo sintetizzare la filosofia dei cafoni di Fontamara, se avessero una minima coscienza, non dico hegeliana, ma filosofica. Tutto quello che appartiene all'ordine naturale delle cose è comunque accettato, perché è voluto da Dio. Così l'ingiustizia, le differenze sociali ed economiche tra cafoni e proprietari terrieri sono ritenute ineluttabili come l'avvicendarsi del giorno e della notte o come lo scorrere dell'acqua del fiume. E proprio la volontà, da parte dell'affarista sostenuto dal regime fascista, di deviare il corso di un ruscello, lasciando Fontamara priva della poca irrigazione che aveva, farà capire ai cafoni di avere subito un imbroglio. Ci vorrà molto di più perché uno di loro giunga a ribellarsi.

Denuncia dell'ingiustizia perenne tra ricchi  e poveri, ma anche denuncia della politica conservatrice e doppiogiochista della dittatura fascista (Silone scrisse il romanzo durante l'esilio in Svizzera), che, come tutti i regimi prima di lei, appoggia i potenti in danno dei poveracci, con un sovrappiù di arrogante violenza, Fontamara è, per certi versi un romanzo didascalico, con il suo invito, secondo me abbastanza esplicito, ai cafoni (di tutto il mondo?) a restare uniti (non è un caso che Silone avesse partecipato, nel 1921 alla fondazione del P.C.I.), ad istruirsi (i cafoni si sentono colpevoli della propria ignoranza) e almeno a domandarsi, come già fece Lenin: che fare?

Quel po' di programmatico e schematico (il prete del paese si chiama Don Abbacchio), che pure c'è nel romanzo, deve in ogni caso essere perdonato in virtù di una narrazione quasi brechtiana, che attenua il tragico quotidiano della vicenda con una buona dose di rassegnata ironia.

Tag: romanzo

Piccoli gattopardi crescono

by sasso67 (17/09/2006 - 16:40)

Federico De Roberto, I Vicerè, BUR, 2006, p. XXXV-654, € 8,40.

De Roberto (1861-1929) rischiò la follia per scrivere e riscrivere I Vicerè, che per me, almeno fino a ieri, era uno di quei romanzi che gli insegnanti liceali mettono sempre in una lista dei libri da leggere ma che nessuno studente legge mai. Ed è un peccato perché si tratta di uno dei pochi capolavori della letteratura italiana, degnissimo di figurare a fianco dei Promessi sposi e dei Malavoglia. Detto questo, si potrebbe anche non dire altro. Però va sottolineata la capacità dell'autore di descrivere le psicologie dei personaggi come pochi altri scrittori hanno saputo fare, con un misto di ironia e di disprezzo che, nonostante l'antipatia di quasi tutti i personaggi, affascina. Infatti non c'è un solo personaggio interamente positivo nel romanzo, e manca anche quella compassione umana che aveva caratterizzato la migliore prova del Verga, amico e maestro del De Roberto. Questo è, ovviamente, un sintomo del tetro pessimismo dell'autore catanese (sebbene fosse nato a Napoli). Un pessimismo non tanto e non solo sul destino dell'Italia risorgimentale, ma soprattutto sulla natura umana e sui suoi modi di perpetuarsi, dall'accalappiamento del favore popolare (e che triste popolo, se si fa abbindolare da una siffatta classe dirigente!) all'accattonaggio più abietto, fino alla procreazione e alla conservazione in vitro di veri e propri mostriciattoli. Su tutti domina uno dei personaggi indimenticabili della nostra letteratura, quel Don Blasco frate per forza, alternativamente retrivo e codino a seconda delle convenienze, turpe, volgare e sobillatore di discordia tra i parenti, ma in fondo in fondo il più simpatico di tutti, un incrocio tra la Monaca di Monza manzoniana e il Franti deamicisiano.

Su questa saga familiare, ambientata a cavallo tra la fine del Regno delle Due Sicilie e la nascita dell'Italia unitaria, domina la prosa incisiva e scorrevole del De Roberto, che riesce a toccare accenti di inusitata modernità, tanto da sembrare scritto ieri. Basti citare questo passo per farsi riportare all'immediata attualità politica: «Tutti erano animati dal più vivo entusiasmo; la gente minuta che veniva la prima volta al palazzo, che sedeva sulle poltrone di raso sotto gli sguardi immobili dei Viceré, si sarebbe fatta tagliare a pezzi per quel candidato che prometteva mari e monti, il bene generale e quello particolare d'ogni singolo votante. Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.»

P.S. Porrei l'accento sugli "articoli di fede" (o Fede?).

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Ianto

by sasso67 (08/08/2006 - 23:43)

Niall Griffiths, Ianto, Feltrinelli, 2005, pp. 283, € 14,00.

Questo romanzo è una scarica di pugni e calci nello stomaco del lettore. Quanto salutare, poi, potrà giudicarlo soltanto il lettore medesimo.

Ambientato in un Galles quanto mai selvaggio e lontano dalla civilizzata Europa, racconta le gesta atroci e la morte altrettanto atroce del giovane Ianto, che dà il titolo italiano al libro dell'inglese Niall Griffiths, nato a Liverpool, ma che porta un nome che sa di irlandese e gallese piuttosto che d'inglese. E per gli inglesi in questo libro c'è solo odio. A cominciare dal titolo originale, Sheepshagger, che è l'appellativo dato dagli inglesi ai ruspanti gallesi, popolo di pastori; e infatti non significa altro che Trombapecore.

Nell'odio per gli inglesi e nelle ferite inferte al Galles e al piccolo Ianto, così come la completa adesione a una natura selvaggia e violenta, con la contraddizione della fuga nei paradisi (o inferni) artificiali creati dalla chimica e dalla musica techno - due delle invenzioni più assurdamente idolatrate dai giovani perfettamenti descritti già in Trainspotting libro e film, risiede la ragione di vita e di morte del protagonista.

Griffiths sa indubbiamente scrivere e lo dimostra riuscendo a tenere viva l'attenzione del (sempre più scioccato) lettore, nonostante alcune pagine letteralmente da voltastomaco, con descrizioni minuziose di pratiche mai così esplicitamente crude in un libro: perversioni da far impallidire il Mickey Sabbath del libro di Philip Roth e omicidi così efferati e difficili da surclassare il terribile assassinio di Decalogo 5 di Kieslowski. In tanta minuzia nel descrivere tali violenze, fa capolino il sospetto di eccessiva programmaticità, specialmente quando alla violenza sessuale si accompagna l'insulto razzista nei confronti dei gallesi e quando alla vendetta si accompagna un sentimento di rivincita nazionalista gallese.

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