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Storia della Rivoluzione francese

by sasso67 (26/09/2009 - 13:26)

Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese, BUR, 2001, pp. 518.

“La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici”

Soboul, più che raccontare la Rivoluzione francese, la spiega. E fornisce delucidazioni tutt’altro che scontate, su concetti che, negli ultimi anni, sono stati messi più volte in discussione. Punto primo: fu vera rivoluzione, come intuì, il 14 luglio 1789, un cameriere di Luigi XVI, che svegliò allarmato il sovrano e, al suo dubbio – “è una ribellione?” – rispose “di più: è una rivoluzione, maestà”. Punto secondo: fu una rivoluzione essenzialmente borghese, come testimoniano i principi che, al di là delle enunciazioni (libertà, uguaglianza, fratellanza), furono tradotte in concreto, quale quello, consacrato dalle varie Costituzioni, della proprietà privata (ma il carattere borghese è dato anche dall’aver posto fine ai lasciti del feudalesimo ed avere edificato le basi di uno stato moderno). Punto terzo: il movimento rivoluzionario fu possibile perché si saldarono le idee dei Philosophes con la fame delle masse parigine e francesi. Un movimento che fu libertà come fu pane, perché la libertà è pane e viceversa. Questo ci spiega  Soboul, dicendoci qualcosa di più su cosa fu la Rivoluzione francese e su cosa siamo noi oggi.

Caretti, "Ariosto e Tasso"

by sasso67 (19/07/2009 - 18:34)

Lanfranco Caretti, Ariosto e Tasso, Einaudi, 2001, p. 217, € 16,50
Caretti, ferrarese, è stato uno dei più grandi esperti italiani sia dell'Ariosto che del Tasso. A questi due autori ha dedicato una gran parte della sua prestigiosa carriera accademica. In questo saggio sono raccolti una serie di suoi interventi sui due grandi poeti del nostro Cinquecento. Non si tratta di un confronto tra due Autori fondamentali della nostra Letteratura, ma i contributi sono separati in due diverse sezione del libro, anche se qualche rimando a due modi diversi di avvicinarsi alla poesia - ed al poema cavalleresco in particolare - sono inevitabili. Una lettura molto interessante, anche per chi abbia una conoscenza superficiale dei due poeti, con l'esclusione dell'ultima Appendice della sezione tassiana, che è invece indirizzata specificamente agli studiosi.

Tag: libro,saggio

Le guerre d'Italia 1494-1530

by sasso67 (25/05/2009 - 20:09)

Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia 1494-1530, Il Mulino, 2009, pp. 212, € 12,00.
Le coordinate cronologiche di questo saggio sono costituite dalla calata di Carlo VIII in Italia (per andare a prendere possesso del Regno di Napoli) e dall'incoronazione di Carlo V, come Imperatore del Sacro Romano Impero, avvenuta a Bologna nel 1530. Un'opera divulgativa e documentatissima, che il professor Marco Pellegrini, ordinario di Storia all'Università di Bergamo, ci fa sapientemente leggere d'un fiato come un romanzo, senza peraltro lesinare su interessanti analisi storiche, ma anche accennando e contestualizzando episodi più famosi che significativi, come, solo ad esempio, la disfida di Barletta o la battaglia di Gavinana (quella di "Vile Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!"). Una lettura piacevolissima, che potrebbe benissimo essere anche un testo di studio, e che può contribuire a comprendere meglio un periodo nel quale furono anche composte alcune tra le opere più importanti della letteratura italiana, come l'Orlando furioso dell'Ariosto.

Tag: libro,saggio,storia

Storia del Giappone

by sasso67 (27/03/2009 - 19:32)

Kenneth G. Henshall, Storia del Giappone, Mondadori, 2005, pp. 321, € 10,40.
Avendo visto, negli ultimi anni, una serie notevole di film giapponesi, soprattutto di Kurosawa e diMizoguchi, era logico che mi informassi un po' meglio sulla storia del paese che ha prodotto quei geni cinematografici. Ed in effetti ne sapevo molto poco. A colmare, molto parzialmente, la mia lacuna, è servito questo libro di storia del Giappone del neozelandeseHenshall, che compie un excursus veloce ma documentato sul paese del cosiddetto sol levante, dalla preistoria ai giorni nostri. E' un libro assai documentato, che si sofferma molto sui dati economici del Giappone, anche in considerazione del fatto che i nipponici hanno sempre considerato il lavoro, e di conseguenza la produzione, come un metodo per affermare la loro identità nazionale, quando non addirittura una loro superiorità sugli altri popoli. In questo modo, tra altri, si spiega il perché questo nazione che fa base su poche isole ai margini dell'Oceano Pacifico abbia assunto un così elevato potere economico nel mondo e sia diventato, negli ultimi cento anni, anche una potenza politica, crollata fragorosamente dopo la disastrosa Seconda Guerra Mondiale. Un paese peraltro che, pur essendo l'unico nella storia mondiale ad avere subito l'attacco atomico, ha saputo risollevarsi con quello che Henshall preferisce non chiamare miracolo economico, in quanto il grande sviluppo del dopoguerra è il frutto di un consapevole, durissimo, lavoro. L'autore di questa Storia del Giappone non si sofferma su dati secondari, come la descrizione delle eventuali manie o malattie degli imperatori, il cui ruolo negli ultimi centocinquanta anni ha riassunto una posizione centrale, a seguito dell'abolizione della carica dello shogun, ma segue gli eventi fondamentali della storia nipponica, senza trascurare gli aspetti che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare secondari, come la valenza socio-politica del calcio e degli sport in genere, fino a rivelarci un aspetto inedito e curioso di certe zone del paese, dove vengono praticate con passione le gare di scorregge.

Tag: libro,saggio,storia

"Kenji Mizoguchi"

by sasso67 (16/01/2009 - 17:54)

Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, Il Castoro, 1998, pp. 205, € 9,50
Dario Tomasi è il maggior esperto italiano vivente di cinema giapponese. E il suo "Castoro" costituisce la vera e propria Bibbia sul regista nipponico, purtroppo ancora poco conosciuto nel Mizoguchinostro paese. Il merito principale di Tomasi è quello di non focalizzare l'attenzione soltanto sui quattro grandi capolavori degli anni Cinquanta, piuttosto noti in Europa (almeno agli appassionati), ma di andare a scandagliare anche opere meno note degli anni Trenta e Quaranta, come "Le sorelle di Gion" o "La vendetta dei 47 Ronin". Sono film, anche questi, importanti e spesso all'altezza dei lavori più riusciti del regista di Tokyo. Certamente, Tomasi, da grande conoscitore di cinema, immerso nel mondo del cinema, talvolta si sofferma su elementi che potrebbero apparire quasi frutto esclusivo di pignoleria, fino a cronometrare la durata di alcuni piani-sequenza, ma ci rivela anche preziose informazioni sulla tecnica cinematografica (solo per fare un esempio, la differenza tra piano-sequenza e long take) e sul modus operandi di Mizoguchi. Viene sfatato, fra gli altri, il luogo comune secondo il quale il regista giapponese sarebbe stato una specie di maniaco del piano-sequenza, mentre invece egli ha saputo intelligentemente ed elasticamente variare, almeno a partire dai film degli anni Trenta, il montaggio classico, fatto di stacchi, con il cosiddetto "montaggio interno" all'inquadratura, costruito grazie alla profondità di campo, ai movimenti di macchina e agli spostamenti degli attori sulla scena. Tomasi si sofferma, poi, sui temi cari al regista e ricorrenti nel suo cinema, sviluppati anche grazie alla collaborazione con il prezioso sceneggiatore Yoshitaka Yoda, come la generosità di donne che si sacrificano, talvolta fino a perdere la vita o la dignità, per i loro uomini (mariti, fidanzati, figli o fratelli), molto spesso descritti come esseri gretti e formalisticamente aggrappati alle tradizioni, quasi sempre ingrati, oppure come l'ambientazione del film nel mondo ambiguo e difficile delle geisha. E Tomasi speiga la ricorrenza di queste tematiche con la biografia del regista, che da piccolo vide i genitori vendere la sorella maggiore ad una casa di geisha: e successivemante fu proprio la sorella, andata sposa ad un uomo ricco, ad aiutare molto il giovane Mizoguchi nell'avvio della propria carriera artistica.

Tag: libro,saggio,cinema

Italia odia

by sasso67 (07/12/2008 - 23:23)

Roberto Curti, Italia odia. Il cinema poliziesco italiano, Lindau, 2006, pp. 420, € 24,00.

La mia insana passione per il cinema m fa comprare e leggere anche queste monografie sul cinema poliziesco - o poliziottesco, ché Curti li considera sinonimi - un genere che, come pochi altri, ha caratterizzato un periodo del cinema italiano abbastanza lungo. e quando i saggi sul cinema sono scritti in maniera avvincente come questo, bisogna dire che ciò fa buon pro. Curti, infatti, non ha soltanto un'ottima competenza cinematografica (tanto che è uno dei collaboratori del famigerato Dizionario di Paolo Mereghetti), ma sa anche collegare i vari filoni del genere con i fatti della politica e della cronaca italiana del periodo (in buona sostanza i nostri anni Settanta). Così, se i prodromi del poliziottesco si hanno con Un maledetto imbroglio di Germi, il tappo della bottiglia salta con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri. Con l'omicidio di Pinelli e il susseguente assassinio del commissario Calabresi prende vita il filone della polizia che, di volta in volta, odia, spara, s'incazza o ha le mani legate. Vi sono poi i filoni legati al massacro del Circeo e alla sua gioventù violenta, quello scerbanenchiano, quello legato alla mafia (figlio di film come Il giorno della civetta e soprattuttoConfessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica) e quello che scaturisce dalla sceneggiata napoletana. Curtiriesce a proporre al lettore, anche quello digiuno della "materia" un excursus interessante, che non trascura le figure più significative, come, per fare solo un paio d'esempi, quella di Maurizio Merli, poliziotto solitudine e rabbia dal capello biondo e l'occhio azzurro, o quella del delinquente parolacciaro, poi passata alla madama, Tomas Milian.

Tag: libro,saggio,cinema

Non ci resta che ridere

by sasso67 (22/10/2008 - 18:55)

Enrico Giacovelli, Non ci resta che ridere, Lindau, 1999, pp. 197, € 12,39.

Il sottotitolo dice tutto: Una storia del cinema comico italiano. O, per meglio dire, un repertorio dei film comici girati in Italia dall'inizio dell'industria cinematografica, fino ai giorni nostri. Da Cretinetti a Pieraccioni eVirzì (ordine cronologico), da Abbasso la miseria! fino a Zitti e mosca (ordine alfabetico). Giacovelli, peraltro, non si limita ad uno sterile elenco di titoli, ma analizza, innanzitutto cosa sia il cinema comico (è comico ogni film che si propone come obiettivo quello di far ridere) e quali caratteristiche lo differenzino dal cinema drammatico: i film comici si riferiscono a cose concrete, che ci sono, come le bucce di banana o le scale che fanno cadere. Vabbe', non sempre è così, tanto è vero che spesso una stessa "sensazione", come la fame, può dare adito ad un film comico come ad un film tragico. L'excursus spazia dal cinema di commedia da quella annacquata dei "telefoni bianchi" (epoca fascista) all'altro, che ha dato alcuni frutti strepitosi, della commedia all'italiana, per arrivare alle uniche due vere e proprie maschere che il cinema comico abbia prodotto nella sua storia centenaria: Fantozzi e Benigni. Interessante.

Tag: libro,saggio,cinema

Breve storia del cinema britannico

by sasso67 (24/09/2008 - 21:09)

Philippe Pilard, Breve storia del cinema britannico, Lindau, pp. 160, € 7,75.

Interessante e conciso excursus nella storia del cinema britannico, un cinema che ha stentato molto ad affermarsi, dovendo scontare il diffuso pregiudizio secondo il quale gli inglesi e il cinema erano pressoché incompatibili. Il critico francese Pilard mette in evidenza alcune figure fondamentali, che contribuirono in maniera decisiva a diffondere il cinema nella mente e nella sale dell'isola, sottraendolo, così, almeno in qualche momento, alla straripante egemonia di Hollywood. Si conoscono, in tal modo, personalità importanti come Alexander Korda, John Grierson, Michael Balcon e perfino come quella di un italiano, Filippo Del Giudice, che fu il produttore di alcuni film fondamentali della cinematografia britannica, tra i quali l'Enrico V di Laurence Olivier. Naturalmente non mancano autori di kolossal all'inglese, quali David Lean, ma soprattutto l'autore si dilunga sui due momenti più creativi della storia cinematografica d'Inghilterra, come il free cinema d'inizio anni Sessanta, con i suoi paladini Reisz, Anderson(senza trascurare il suo maestro, il documentarista Humphrey Jennings), Richardson e Schlesinger, nonché, successivamente, quella che negli anni Ottanta fu chiamata la British Renaissance (il movimento che comprese, tra gli altri, Greenaway, Frears, i Monty Python ecc.). Direi che la lettura è interessante anche per chi, senza troppo impegno, voglia conoscere qualche buon titolo da recuperare sul mercato del dvd oppure da scaricare in rete.

Tag: libro,saggio,cinema

Fabrizio Borin, L'arte allo specchio

by sasso67 (14/09/2008 - 17:21)

Fabrizio Borin, L'arte allo specchio - Il cinema di Andrej  Tarkovskij, Jouvence, pp. 300, € 18,00.

Un'opera importante ed estremamente interessante, con la quale l'autore, senza tralasciare cenni agli artifici tecnici di cui si avvale il regista russo, ci fa essenzialmente entrare nel mondo poetico di Tarkovskij. Notevole il capitolo La forma della poesia, relativo all'opera tarkovskiana nel suo complesso, che si dilunga sugli elementi ricorrenti del cinema di Tarkovskij. L'approccio di Borin al regista russo si esplica tanto dal punto di vista della tecnica cinematografica quanto da quello letterario, come dimostrano le imprescindibili note al testo, dove, fra le altre cose, sono riportate le poesie diArsenij Tarkovskij, poeta e padre del regista, spesso citate e recitate nei film.

Tag: libro,saggio,cinema

Un altro Castoro su Tarkovskij

by sasso67 (05/08/2008 - 12:46)

Tullio Masoni, Paolo Vecchi, Andrej Tarkovskij, Il Castoro, 2005, pp. 128, € 9,90.

Il volumetto di Masoni e Vecchi è un doveroso aggiornamento del precedente Castoro di Achille Frezzato, datato 1977 e necessariamente privo dell'analisi di opere fondamentali del Maestro russo, deceduto nel 1986, come Stalker (1979), Nostalghia (1983) e Sacrificio (1986). Naturalmente, Masoni e Vecchi non prescindono dalla critica di Frezzato, ma anzi, ove necessario (per le opere già analizzate nel libro del '77 e anche in articoli scritti per riviste specializzate), citano ed integrano le osservazioni, assai spesso illuminanti, del primo curatore, così come quelle di Fabrizio Borin, autore di un altro importante libro italiano su Tarkovskij. Laddove l'analisi di Frezzato era più "filosofica" che tecnica, Masoni e Vecchi si soffermano anche su particolari del mestiere di regista, che un Autore come Tarkovskij utilizzava proprio per porre in evidenza gli elementi del suo discorso filosofico. E questo proprio perché un cineasta, seppure Autore di quelli con la A maiuscola, anche se fa riferimento ad una tradizione letteraria e culturale che trova tra i suoi maggiori esponenti Puškin, Dostoevskij e Tolstoj, è un artista che fa dei film, e quindi i suoi "messaggi" devono essere tradotti in immagini cinematograficamente valide, da coordinare successivamente attraverso espedienti tecnici, quali il montaggio. E proprio in questo Tarkovskij si differenzia dal massimo teorico del cinema sovietico (che rottura dover distinguere ogni volta il "sovietico" dal "russo"), cioè Ejzenstejn: mentre per quest'ultimo il montaggio era un elemento attivo dell'arte cinematografica, per Tarkovskij il film esiste già, prima del montaggio (che rischia di essere fin troppo esplicativo delle intenzioni del regista), essendo quest'ultimo una pura e semplice tecnica di assemblamento del materiale girato. Operazione che, peraltro, Tarkovskij riconosceva essere particolarmente difficoltosa per quanto riguarda Lo specchio, uno dei suoi film più difficili da decifrare. In questo ci sono di grande aiuto due critici importanti come Masoni e Vecchi, che passano poi a parlare di Stalker (indubbiamente il film da loro più amato, insieme ad Andrej Rublëv), Nostalghia e Sacrificio. Per chi ami il cinema d'arte, e quindi quello di Tarkovskij, quello che antepone l'Autore e la sua visione del mondo alle esigenze della produzione, il saggio di Masoni e Vecchi è una lettura fondamentale.

Tag: cinema,libro,saggio

Il vecchio Castoro su Tarkovskij

by sasso67 (26/07/2008 - 18:12)

Achille Frezzato, Andrej Tarkovskij, La Nuova Italia (Collana Il Castoro Cinema), 1978, pp. 103.

TarkovskijUscito nel 1978, quando Takovskij aveva girato soltanto quattro dei suoi sette film, questo piccolo libro di Achille Frezzato è un'opera fondamentale - probabilmente la prima monografia in lingua italiana - su un Maestro del cinema. Scritto con un linguaggio elegante ed estremamente piacevole da leggere, il saggio analizza abbastanza approfonditamente i primi quattro lavori di Tarkovskij, sviscerandoli più dal punto di vista contenutistico che tecnico. Frezzato, infatti, mette in evidenza gli elementi ricorrenti del cinema tarkovskiano, cercando di offrire al lettore una chiave per districarsi tra i simboli di un linguaggio filmico tra i più densi e affascinanti di tutto il panorama mondiale. Da L'Infanzia di Ivan ad Andrej Rubliov, da Solaris a Lo specchio (un film spesso, anche ai nostri giorni, mal capito), è tutto un evidenziare gli elementi ricorrenti del cinema del regista russo, come i cavalli neri (molto spesso simbolo di libertà), l'acqua (fonte della vita) sotto forma di fiume (lo scorrere del tempo, il movimento fluente della natura) o di pioggia (non di rado purificatrice), la neve (uno stato, più fermo e d'ostacolo, dell'acqua), il fuoco, i campi spazzati dal vento, alberi solitari, case al cui interno filtra la pioggia e così via. Quello tracciato da Frezzato è, dunque, un itinerario affascinante tracciato all'interno dell'Arte di un Maestro, che ha saputo coinvolgere l'anima e la testa di milioni di spettatori di tutto il mondo,  facendo balenare l'Arcano della vita e della natura, senza tuttavia pretendere di svelarne il Mistero.

Tag: libro,saggio

Sante ragioni

by sasso67 (18/07/2008 - 13:35)

Carla Castellacci e Telmo Pievani, Sante ragioni, Chiarelettere, 2007, pp. 275, € 13,60

Sante ragioni è un libro difficile da spiegare in tutti i suoi contenuti, perché si addentra anche in discorsi piuttosto tecnici, ma semplicissimo da condensare nel suo assunto essenziale: basta con le ingerenze della Chiesa cattolica nella vita politica italiana. Sante ragioni è un appello a quanti ancora tengono alla morente laicità dello Stato italiano, sancita dalla Costituzione del 1948, e a far sì che i nostri politici non siano sempre così proni a subire i diktat di un'istituzione che prende dai contribuenti italiani - spesso inconsapevoli - centinaia di milioni di euro. La Chiesa, ormai, ha superato, nelle sue intenzioni, quello dello Stato sociale d'ispirazione nordeuropea, che intendeva assistere i cittadini "dalla culla alla tomba": ormai quest'assistenza forzata, almeno nell'Italia "ruinata" di questi ultimi anni, comincia molto prima, e, per parafrasare lo slogan sopra citato, si potrebbe dire cha va "dall'embrione alla tomba". «La Chiesa è padronissima di proibire o concedere scelte ai propri fedeli (almeno a quelli che riesce a convincere), è però allarmante che le sue proposizioni non vengano più presentate come "dogmi di fede, oggetto di devota e cieca credenza", ma come "manifestazioni di razionalità" [...] è però bene ricordare che gli atti d'una religione sono mera superstizione per i praticanti delle altre e che per chi è pacificamente laico (in Italia, grazie anche a certe proposizioni vaticane, la percentuale è rilevante), il sintagma "razionalità della fede" è e resta un ossimoro.» (Teo Lorini, PULP#71)

P.S. Il titolo completo del libro suona così: Non lasciamoci ingannare dalle SANTE RAGIONI. Dal nascere al morire la mano della Chiesa sulla nostra vita.

Tag: libro,saggio

"Tutto il cinema di Pietro Germi"

by sasso67 (23/06/2008 - 20:08)

Mario Sesti, Tutto il cinema di Pietro Germi, Baldini&Castoldi, 1997, p. 303, € 6,72
Mario SestiQuella del critico Mario Sesti è una delle analisi più esaustive sull’opera di uno dei più importanti cineasti della nostra storia. Con documentati accenni alla biografia di Germi, il critico cinematografico passa in rassegna le opere del regista genovese e le analizza dal punto di vista estetico, le inquadra nel contesto storico che le produsse e le correla anche agli stati d’animo personali che condussero Germi stesso a realizzarle, o a realizzarle in un certo modo anziché in un altro. Il libro, oltre che di estremo interesse per l’appassionato di cinema, è di piacevole lettura, anche grazie allo stile, quasi narrativo, di Sesti, nel quale si avverte una certa ammirazione per il soggetto trattato. Ciò non impedisce, tuttavia, al critico di esercitare appieno le proprie prerogative, e quindi di criticare i film quando lo ritiene il caso, ovvero di difenderli dagli eccessivi attacchi dei suoi colleghi, quando appare abbastanza evidente che essi non sono animati esclusivamente da esigenze estetiche. L’excursus di Sesti, infatti, ci permette di farci un panorama sulla critica cinematografica italiana dal dopoguerra ad oggi, con gli scrittori di cinema che, appena risorti dal torpore del Ventennio, subito dopo la guerra furono quasi tutti animati da una sorta di furore neorealista, che li portò a fondare qualsiasi giudizio critico sul contenuto più o meno sociale delle pellicole che uscivano nei cinematografi. Con questi schemi, il cinema di Germi ha avuto, nel corso degli anni, alterne fortune di pubblico e critica, nonché variegatissime qualificazioni ed incasellamenti. Considerato all’inizio della carriera (Il testimone, Gioventù perduta) come un paladino del neorealismo, appena mezzo gradino sotto a Rossellini e De Sica, sembrò assurgere, all’inizio degli anni Sessanta, al ruolo di alfiere della commedia all’italiana (in particolare con Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata). Uno dei meriti di Mario Sesti è di saper andare al di là delle etichette e, anche grazie alla distanza cronologica che gli fornisce un’ottica più svincolata dalle contingenze politiche e culturali, di attribuire, con equilibrio, la giusta importanza ad uno dei nostri maggiori registi di sempre, cui, peraltro, nessuno ha mai potuto negare una notevolissima perizia tecnica. Altro merito di Sesti è di non lasciarsi andare – forse anche per non condizionare il lettore/spettatore dal suo pulpito di esperto della materia – a giudizi troppo marcati e a termini enfatici come “capolavoro” e consimili. Anche se poi, va detto, qualche preferenza, qua e là sembra di coglierla, tanto che mi permetto di indovinare che i film germiani prediletti dal critico siciliano siano In nome della legge (1948), Il ferroviere (1955), Divorzio all’italiana (1961) e Signore e signori (1965).

Tag: libro,cinema,saggio

Breve storia del cinema giapponese

by sasso67 (25/04/2008 - 15:28)

Max Tessier, Breve storia del cinema giapponese, Lindau, 1998, pp. 142, € 7,75

Interessante panoramica sul cinema giapponese dalle origini fino al 1997, anno di pubblicazione del libello in Francia, paese dell'autore. Si parla, naturalmente, del periodo d'oro della cinematografia nipponica - gli anni Cinquanta - e di Kurosawa, Mizoguchi e Ozu, ma anche degli autori meno noti in occidente, come Naruse, e di coloro che portarono in Giappone le istanze della nouvelle vague francese, da Oshima a Imamura, passando per Ichikawa (il regista dell'Arpa birmana) e Kobayashi (autore di Harakiri).  Importanti sono gli accenni alla politica produttiva (spesso suicida) delle cosiddette major nipponiche, come la Toho, la Shochiku e la Daiei. Gli ultimi trent'anni, infine, sono stati di decadenza per l'arte cinematografica del Sol Levante, se si escludono i cartoni di Hayao Miyazaki e l'ascesa prepotente, avvenuta essenzialmente negli ultimi quindici anni, di Takeshi Kitano. Utile, in appendice, un glossario di termini giapponesi, da Bake-mono (i tradizionali film di fantasmi) a Zen (la più celebre delle sette buddiste).

Tag: libro,saggio,cinema

Il libro nero della RAI

by sasso67 (28/02/2008 - 20:22)

Loris Mazzetti, Il libro nero della RAI, BUR, 2007, pp. 420 € 10,20.

Usando come fulcro la vicenda professionale ed umana di Enzo Biagi, a partire dal famoso "editto bulgaro" di Berlusconi, Loris Mazzetti, dirigente RAI, coautore del programma televisivo Il fatto ed amico di Biagi compie un excursus sui misfatti RAI degli ultimi sei anni. Soffermandosi in particolare sulle figure quasi patetiche di Saccà, Baldassarre, Del Noce, solerti funzionari nell'obbedire all'ormai tristemente famoso diktat berlusconiano, Mazzetti svela un po' di magagne dell'azienda pubblica italiana, un tempo considerata la più grande industria produttrice di cultura del nostro paese. Secondo Mazzetti, la RAI è diventata, sotto le ultime presidenze e con consigli d'amministrazione totalmente asserviti alla politica (e al governo), un'azienda nella quale o ci si autocensura o si è censurati, un'azienda che non riesce più neppure a fare il proprio interesse (e il sospetto che abbia spesso fatto il gioco della concorrenza è forte), se lascia centinaia di milioni in risarcimenti nei confronti di dipendenti maltrattati o demansionati e se si priva di alcuni dei suoi personaggi di punta, come, appunto, Enzo Biagi. Basti pensare a quanto costò, in termini di mancati introiti pubblicitari, la soppressione del Fatto e la sua sostituzione (uno degli eventi più tragicamente grotteschi nella storia della RAI) con il programma Max e Tux: a parte i soldi dati a Biagi e ai suoi collaboratori per non fare più il programma, ci sono da calcolare quelli spesi prima per Solenghi e Lopez, poi quelli per i molto presunti surrogati di Biagi, Battista e Giannino, senza contare la perdita, ben più consistente, in introiti pubblicitari, dovuti al fatto che proprio dopo l'abolizione del Fatto, Striscia la notizia di Canale 5 registrò i suoi record d'ascolto.

Purtroppo, Mazzetti non è uno scrittore di professione e si sente nell'esposizione dei fatti, che colpisce negativamente per gli errori d'ortografia e le ripetizioni di particolari già detti, difetto che si ripercuote sull'attenzione del lettore. Leggendo Il libro nero della RAI monta la rabbia del cittadino italiano che oltre tutto è anche costretto a pagare il canone, ma soprattutto si nota la differenza con un giornalista che quando tratta queste materie è assolutamente imperdibile, e cioè Marco Travaglio. Il libro di Mazzetti, invece, è utile, ma sicuramente non indispensabile.

Tag: libro,saggio

Fascisti rossi

by sasso67 (12/02/2008 - 16:23)

Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 2007, p. 316, € 9,80.

Qui si parla essenzialmente dei primi anni di vita (1947-1953) della rivista Pensiero Nazionale, che riunì, nel dopoguerra, una serie di personalità le quali, dopo la fine del fascismo, si accostarono ai partiti di sinistra e in particolare al PCI. Gli avversari politici li definivano "fascisti rossi", mentre essi preferivano chiamarsi "ex fascisti di sinistra". Capeggiati dal giornalista sardo Giovanni De Rosas, meglio conosciuto come Stanis Ruinas, i fascisti rossi che facevano capo al Pensiero Nazionale, sostenevano di avere aderito al Fascismo per le istanze che portava avanti originariamente: l'idea repubblicana, laica e di socializzazione delle risorse e dei mezzi di produzione. Propugnavano sostanzialmente un ideale socialista, sulla base della loro idea che Mussolini fosse un rivoluzionario di sinistra, i cui ideali furono traditi dai tanti gerarchi compromessi con il grande capitale. Ruinas ce l'aveva soprattutto con quei gerarchi che definiva "il Granducato di Toscana", quelli alla Ciano, per intenderci, che intesero l'adesione al Fascismo in funzione conservatrice. Dopo la guerra, Ruinas e i suoi sodali (per la maggior parte ex marò della Repubblica Sociale Italiana, come Lando Dell'Amico, Giampaolo Testa e Alvise Gigante) sentirono che, mentre il neonato MSI si spostava su posizioni conservatrici, filomonarchiche e filoatlantiche - andando ad abbracciare i tradizionali avversari dell'Inghilterra e degli Stati Uniti d'America -, le istanze tipiche del Fascismo delle origini erano ormai portate avanti soltanto dal blocco socialcomunista. Più o meno in segreto, dunque, gli aderenti alle ideee del Pensiero Nazionale intavolarono trattative con Botteghe Oscure, di cui si fecero (come diceva senza mezzi termini lo stesso Ruinas) fiancheggiatori nelle campagne elettorali e politiche in genere. La presa di posizione di redattori e simpatizzanti del Pensiero Nazionale non fu certo dovuta a ragioni opportunistiche, poiché è un dato di fatto che essi scontarono anni di solitudine politica e non soltanto politica; alcuni di loro, in primis Ruinas medesimo, furono anche incarcerati  e comunque sempre tenuti sotto controllo dalla polizia del Ministro degli Interni Mario Scelba. Quello che chiedevano Ruinas e soci era in sostanza una sorta di riconoscimento del loro essere sempre stati dalla parte delle forze lavoratrici, anche quando, sbagliando in buona fede, avevano ritenuto che le istanze delle classi più deboli fossero rappresentate dal Fascismo. La rivista Pensiero Nazionale fu pubblicata fino al 1977 (Ruinas morì a Roma nel 1984), ma già dopo le elezioni politiche del 1953, quelle della famosa "legge truffa", con la cessazione della collaborazione con il PCI di Togliatti, essa aveva cessato la sua funzione storica, quella di "traghettare" i repubblichini verso i partiti di sinistra.

Il saggio di Buchignani è molto interessante e documentato, anche se inevitabilmente indirizzato ad un pubblico se non di addetti ai lavori, quanto meno di iniziati delle vicende politiche del nostro paese.

Tag: libro,saggio

Il parà-caduto

by sasso67 (06/08/2007 - 22:47)

Il parà-caduto

Isabella Guarino e Corrado Scieri, "Folgore" di morte e di omertà, Kaos, 2007, pp. 260, € 16,00

mediaFolgoreIl 13 agosto 1999 il giovane allievo paracadutista Emanuele Scieri fu ucciso all'interno della caserma "Gamerra" di Pisa, dove era appena arrivato da Scandicci dove aveva sostenuto il C.A.R. I comandanti della Brigata "Folgore" - cui fa capo la Gamerra fornirono versioni più o meno fantasiose dei fatti, come il suicidio o la disgrazia del parà salito su una scala per telefonare con il cellulare. E questo, dopo che era stato rinvenuto il cadavere del giovane parà, tre giorni dopo la tragedia, perché fino a quel momento era stata avvalorata l'ipotesi della fuga volontaria dalla caserma. Il corpo di Scieri, infatti, fu trovato soltanto il 16 agosto. La prima cosa che viene spontaneo domandarsi è come sia possibile che per tre giorni non si trovi un cadavere all'interno di una caserma di paracadutisti, pur sapendo che il militare, quel 13 agosto, era rientrato dalla libera uscita (come risulta dai documenti della caserma). La risposta che si trae da quanto ci viene fornito nel libro è che per trovare bisogna voler cercare; è quando non si cerca, che raramente si trova.

Il libro in questione, che racconta questa assurda vicenda, è stato scritto dai genitori del povero Emanuele, e riporta, grazie soprattutto alla proposizione degli atti ufficiali delle inchieste - quella penale e quella militare - le incongruenze e le aporie che hanno condotto, giocoforza, a un nulla di fatto per quanto riguarda per quanto riguarda l'accertamento degli eventi di quel 13 agosto 1999. Entrambe le inchieste, infatti, si sono concluse con richiesta di archiviazione per l'ipotesi di omicidio preterintenzionale. E l'impressione che rimane è che esse siano state condotte con superficialità e indolenza (a dispetto della mole di accertamenti esperiti e persone interrogate), allo scopo, forse, di non scoperchiare un pentolone contenente episodi di nonnismo, dei quali, ai tempi della leva obbligatoria (e specialmente in corpi quali quello dei paracadutisti), sapevano anche le pietre.

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La Repubblica dei briganti

by sasso67 (09/07/2007 - 20:07)

Claudio Fracassi, La meravigliosa storia della repubblica dei briganti, Mursia, 2005, pp. 576, € 21,00.

Come già nella Lunga notte di Mussolini e in Matteotti e Mussolini, Fracassi utilizza la sperimentata tecnica che si richiama al montaggio cinematografico, e che era piaciuta nei libri precedenti dello scrittore-giornalista milanese. Qui si parla della Repubblica Romana - quella di Mazzini, Saffi e Armellini - che funzionò per centocinquanta giorni, tra il febbraio e il giugno del 1849, dopo l'inopinata fuga a Gaeta di Pio IX, avvenuta alla fine dell'anno precedente. Quello della Repubblica Romana fu un caso che sconvolse l'Europa intera, quella dei governi a cui si era rivolto il papa per essere restituito al suo trono di sovrano spirituale e temporale. Seguendo una scansione cronologica, Fracassi ci porta in giro per l'Europa, andando da Gaeta a Parigi e poi, a volo d'uccello sul Tirreno, indietro fino a Roma, dove la Repubblica, nel breve tempo che le fu concesso dalla Reazione, riuscì a sfornare una delle costituzioni più avanzate (dal punto di vista sociale e dei diritti civili) della storia. All'impresa concorsero, fra gli altri (oltre ai cittadini romani, ovviamente), alcuni tra i più bei nomi del patriottismo italiano, da Mazzini a Garibaldi, da Carlo Pisacane ai fratelli Dandolo, da Mameli a Emilio Morosini, considerati pericolosi briganti dall'Europa reazionaria di metà ottocento, ma eroi dalla nostra storia patria. La sorte della Repubblica, purtroppo, fu segnata dall'intervento di quella che i costituenti romani  consideravano una repubblica sorella, la Francia di Luigi Napoleone, formalmente ancora presidente, ma intimamente già avviato sulla strada del colpo di stato che lo avrebbe trasformato nell'imperatore Napoleone III. Il corpo di spedizione francese, inviato nell'ex Stato Pontificio al comando del generale Oudinot, riuscì, nonostante qualche iniziale batosta infertagli da Garibaldi, grazie al numero e alla potenza militare preponderanti, a restaurare Pio IX sul trono di papa re. Per assumere il ruolo di cerberi del papato, i francesi non si fecero scrupolo di utilizzare gli squallidi mezzucci che da sempre hanno macchiato di fango la reputazione di militari e diplomatici di carriera. E nel far questo sporcarono anche l'onore di persone perbene come Ferdinand De Lesseps, che qualche anno più tardi passerà alla storia per essere il promotore della realizzazione del Canale di Suez.

Sul terreno della Repubblica Romana fu versato il sangue di tanti giovani italiani, come Mameli, Manara, Emilo Dandolo e il già citato Morosini: ma quel sangue fu seme per la futura unità italiana. Sul papato (in primis, va da sé su Pio IX), però, non può che continuare a pesare, quel sangue, anche a distanza di più di un secolo e mezzo.

Ottimo Fracassi, che ci restituisce l'atmosfera e le passioni di quel periodo.

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Ali di piombo

by sasso67 (12/05/2007 - 20:30)

Concetto Vecchio, Ali di piombo, BUR, 2007, pp. 291, € 9,40.

Come dice l'autore alla fine del libro, esso è, sostanzialmente, la storia dell'omicidio del giornalista della Stampa Carlo Casalegno, inserita nel contesto di quanto avvenne in quell'anno terribile di trent'anni fa.

Dalle occupazioni delle università (la prima a Palermo) per protestare contro la riforma Malfatti, si arriva all'agguato omicida di Casalegno (Torino, 16 novembre), passando per le tragiche morti di Francesco Lorusso (Bologna) e Giorgiana Masi (Roma), nonché per il rogo dell'Angelo Azzurro (Torino), dove vittime furono sempre dei giovanissimi. Per inquadrare meglio il clima del periodo, comunque, Vecchio ci racconta anche altre vicende, come quella della bolognese Radio Alice, chiusa dal governo all'indomani dei disordini seguiti al raduno contro la repressione in Italia, o quella del giornalista di Repubblica Carlo Rivolta, sopravvissuto agli anni di piombo, ma caduto vittima della droga.

Quello di Concetto Vecchio (non sempre nomina sunt omina) è un libro utile e non convenzionale, in quanto pone al centro della materia trattata il rapporto, molto sui generis, tra Carlo Casalegno, piemontese vecchio stampo, conservatore e taciturno, e il figlio Andrea, aderente a Lotta Continua, assalito dai dubbi di fronte alle violenze dei compagni dell'Autonomia Operaia e alle minacce ricevute dal padre a causa delle idee espresse sul giornale.

Personalmente, del 1977 ricordo la visita ai bisnonni sull'Appennino Tosco-Emiliano, fatta dopo diversi anni, e l'incontro con lo zio Mengo che, tartagliando, disse a Fele e a me «e... e... f-f-fate i bravi, eh?». Ricordo l'inizio della quinta elementare, dove non feci molto il bravo, ma soprattutto ricordo - strano a dirsi - una corsa ciclistica giovanile nella "strada di sotto": la vidi con il mio babbo, e, quando lo speaker chiamò alla partenza la classe 1967, lui mi disse «Questi hanno dieci annoni come te!».

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Travaglio: La scomparsa dei fatti

by sasso67 (21/04/2007 - 00:03)

Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, 2006, pp. 316, € 15,00.

Per una strana coincidenza, il libro comincia e finisce in Ungheria, nell'arco di cinquant'anni. Travaglio apre con un magistrale saggio di giornalismo di Indro Montanelli, che racconta, quasi in diretta, la rivolta ungherese del 1956. Lo fa in maniera sofferta e autocritica, subito dopo avere detto tutto il male possibile, ed era tanto, della repressione sovietica. Un pezzo del miglior giornalismo, che dovrebbe essere la bibbia dei giovani giornalisti, altro che le redazioni del Foglio o del Tg4...

Ogni libro di Travaglio è una scarica di pugni nello stomaco del lettore, perché il bravo giornalista torinese ci fa una sorta di riassunto, accurato come non l'abbiamo mai letto, di fatti e misfatti che giornali e tv ci fanno fagocitare smussati di tutto quanto possa urtare il potente di turno, infarcendoli di commenti bipartisan per rispettare la cosiddetta par condicio, che non scontenta i politici ma tiene all'oscuro di quanto succede l'ignaro cittadino.

Ma in questo caso, va detto, il libro di Travaglio è soprattutto una dolorosa autocritica dello stato del mestiere di giornalista in Italia, servo e succube di chi gli passa lo stipendio, e sempre in danno del cittadino che dovrebbe semplicemente essere messo al corrente di cosa accade nel mondo.

Da Mani pulite alla guerra in Iraq per arrivare a Calciopoli e Vallettopoli, Travaglio ci fornisce un inquietante e sconsolato ritratto del giornalismo italiano, troppo spesso complice dei politici e troppo spesso bugiardo verso i lettori dei giornali o gli spettatori dei TG. Con un ordine professionale tenerissimo nei confronti di chi sgarra, come, solo ad esempio, il giornalista di Libero Renato Farina, meglio noto come agente Betulla, al soldo del Sismi per diffondere notizie false in danno di politici avversari.

Una lettura come sempre indispensabile, sebbene sia da sconsigliare a chi soffra di mal di fegato.

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La guerra di Spagna

by sasso67 (11/10/2006 - 20:02)

Bartolomé Bennassar, La guerra di Spagna. Una tragedia nazionale, Einaudi, 2006, p. XV-520, € 28,00.

Il 18 luglio di settant'anni fa, con la ribellione dei militari (guidati dal generale Mola) al legittimo governo della Repubblica,  scoppiava la guerra civile spagnola, una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo. Quella di Bennassar è probabilmente la migliore opera tradotta in italiano su questa immane follia umana. Non che il libro sia immune da pecche, specialmente per il lettore normale, per chi non sia uno storico di professione o comunque un cultore appassionato anche alle statistiche. In alcune parti, infatti, per fortuna molto minoritarie, la mania per i numeri, benché funzionale, fa sfiorare la noia. Ma quella di Bennassar è un'impostazione rigorosa e mai partigiana, che si guadagna sul campo il rispetto di tutti i lettori. Ovviamente l'autore non manca mai di ricordare che i generali che alla fine vinsero la guerra insorsero contro un governo (del fronte popolare) che aveva legittimamente vinto delle elezioni democratiche, mentre il regime che uscì dalla guerra fu una dittatura che, con le debite differenze, somigliava molto al regime fascista italiano (che insieme ai nazisti tedeschi contribuirono in maniera decisiva alla vittoria dei ribelli). Meritoriamente, però, Bennassar mette anche in evidenza una delle ragioni fondamentali che causarono la sconfitta del fronte popolare e quindi la caduta della Repubblica, cioè le divisioni interne allo stesso Fronte. Non tutti lo sanno, ma queste divisioni (già evidenziate una decina d'anni fa da Ken Loach nel suo film Terra e libertà) furono sanguinose quanto la guerra ai fascisti: i comunisti spagnoli, che monopolizzavano i rifornimenti bellici sovietici, indispensabili per condurre la guerra, s'imposero e riuscirono ad estromettere dall'alleanza antifranchista forze importanti quali il POUM (il partito di estrema sinistra di cui facevano parte anche i trockisti invisi a Stalin) e gli anarchici, che proprio agli albori della guerra, per la prima volta nella storia, si ritrovarono al governo.

Questo La guerra di Spagna - che, sembra di capire, fu più che una tragedia nazionale, anche per i tanti stranieri che sull'uno e sull'altro fronte vi presero parte - è un'opera indispensabile per chi voglia sapere, senza pregiudizi da Pasionaria, cosa davvero produsse e cosa implicò questa grandissima catastrofe, nella quale rimasero coinvolti, in qualche modo, anche grandi intellettuali, come, solo per ricordarne alcuni, Federico Garcia Lorca (che vi perse la vita), Ernest Hemingway e George Orwell.

Una critica vorrei riservarla alla traduzione, quasi sempre puntuale, ma oscura in alcuni passaggi, come questo: «Nulla è più avvilente, per lo storico amante del vero, che non il potere di produrre danni prolungati nel tempo che esercitano le falsificazioni protette dal prestigio di un magistero intellettuale o spirituale». Forse troppa fretta di mandare il saggio in libreria in tempo per celebrare il settantesimo anniversario dello scoppio della guerra?

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