Alla maniera del poeta E. B. (ma forse anche meglio)
Tratto autostradale Ovada - Masone
Laddove il Piemonte
con la sorpresa di una subitanea
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diventa Liguria.
(e scusate l'enjambe-
-ment, la classe non è acqua)
blog di musica, libri, cinema, politica, sport eccetera
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Mons Scutarius. In applicazione dell’ormai famigerato Decreto Gelmini, anche le piccole comunità si stanno attrezzando per rispondere adeguatamente a quanto statuito dalla disposizione legislativa. Non tutte le novità sono recepite con favore da parte degli interessati, che tuttavia sono impegnati a rispondere con prontezza a quanto deciso dalla riforma del governo Berlusconi.
Naturalmente, si è cominciato dalla maestra unica. Grazie all’efficientissimo intervento del Provveditorato agli Studi, oltre al ripristino del grembiule e del voto in condotta, si è riusciti a rimettere al proprio posto, seppure con qualche osso rotto, la mitica e sempre amatissima signorina Rossi, la quale ha subito ripristinato i suoi metodi didattici preferiti: la riga di legno, i ceci e il granturco da inginocchiamento e il buon vecchio nocchino da aritmetica, che profuma sempre delle buone cose di un tempo.
La brillante idea ha riscosso notevoli consensi, tanto che si è pensato di estenderla un po’ a tutti i campi della vita civile e sociale del paese. Il vigile urbano Rocco è stato sostituito dall’inflessibile Goffredo, anche politicamente più consono rispetto agli orientamenti politici del paese. I partiti politici presenti sul territorio comunale sono stati, così, per semplice comodità, unificati ed affidati alle amorevoli cure di Arnaldone, mentre anche il nostro sindaco Aurelio è stato democraticamente estromesso e sarà sostituito dal vincitore del ballottaggio tra il podestà Tedeschi e il vecchio, ma sempre rimpianto, Bruno Frati.
Ma non ci si è certo fermati qui. La squadra di calcio dell’Unione Sportiva paesana ha rispolverato, in qualità di centrattacco, l’indomabile Furio, abbrustolito ma non arrugginito dalle lunghe stagioni estive trascorse alla casetta in pineta a rincorrere nipoti di quattro generazioni diverse. Il portalettere attuale è stato prontamente sostituito dal ben più mattiniero Pego, mentre si è definitivamente disdetto il contratto con l’inefficiente REA, per affidare nuovamente il servizio di pulizia urbana al più sbarazzino ed accomodante Lotti. Biadone e Carlomauro si sono associati nell’apertura di un nuovissimo barber’s shop, al cui interno la clientela potrà ascoltare anche i programmi musicali in filodiffusione, ed in particolare un pregevolissimo concerto in mi bemolle per rutto solista.
In omaggio ad un necessario sentimento d’austerità, dovuto anche ai tempi di crisi economica che stiamo vivendo, tutti i bar e i ristoranti del paese sono stati chiusi d’autorità e sostituiti con l’imperitura bancarella di Beppone il buon treccone. Alle necessità alimentari del paese collaborerà con il suddetto il vecchio Mugnaio, che provvederà alle consegne della farina a bordo di un Ape, accompagnato dal lieto abbaiare del fido Burilli. In paese, davanti ai bar e sulla piazzetta potranno circolare soltanto Beccafico, il Pimperi e la Littorina, mentre gli spettacoli in piazza, con un occhio di riguardo per la programmazione della prossima stagione estiva, sono stati affidati alla premiata ditta Cacchino & Lengino.
Ai pullman dell’ATL è stato fatto divieto di circolare su tutto il territorio comunale ed il servizio di trasporto è stato giustamente demandato al Capoccio che vi provvederà prontamente alla guida della sua fiammante FIAT 600 Multipla.
Le licenze commerciali sono state completamente ritirate e ne sono state distribuite soltanto tre nuove e precisamente ai seguenti esercenti: al Merre per i generi coloniali ed i giornali (tanto si venderà soltanto Il corrierino dei piccoli, che andrà bene per grandi e piccini), a Tosello per il settore alimentare e ad Azzelio per il settore merceria.
Nel campo della vita religiosa, le campane elettriche saranno fermate, anche per comprensibili motivazioni di risparmio energetico e si occuperà di suonarle il redivivo Sacrestano, mentre anche nelle vesti di parroco – e questa è veramente l’ultima – Don Piero sarà sostituito dall’abate Giubbolini.
Alla maniera del poeta E. B. (ma forse anche meglio)
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Laddove il Piemonte
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(e scusate l'enjambe-
-ment, la classe non è acqua)
300 (U.S.A., 2007) di Zack Snyder. Con Gerard Butler (Leonida), Lena Headley (la regina Gorgo), David Wenham (Theron), Rodrigo Santoro (Serse), Dominic West (Dilios), Vincent Regan (il capitano), Michael Fassbender (Stelios).
Recentemente, a proposito del suo Milan, Berlusconi ha citato, naturalmente sbagliandola (v. la lettera di Lucio Villari su Repubblica del 30 ottobre 2007, p. 26), una frase del poeta latino Orazio, secondo il quale anche “Omero talvolta sonnecchia”. Nel caso di 300, tratto da una graphic novel (ricordarsi di verificare la differenza tra graphic novel e fumetto, anche per non apparire desueti) di Frank Miller, dormono della grossa anche Erodoto e Tucidide. Com'è ovvio, qui, all'autore nonché agli spettatori, più che la rispondenza dei fatti narrati alla storia, conta l'elemento visivo e, prima ancora, grafico. Certo che, però, alcune forzature, dovute soprattutto alla necessità di far apparire il film coerente nella trama ai prodotti che oggi vanno per la maggiore, potevano essere evitate, dalla figura eroica della moglie di Leonida, ai persiani con l'anello al naso, al traditore Efialte (figura peraltro storicamente documentata), ridotto ad una macchietta a metà tra Giuda Iscariota e il gobbo di Notre Dame. Per di più, anche lasciando da parte le esternazioni isteriche di Ahmadinejad (secondo il quale il film rinfocolerebbe un sentimento antipersiano e dunque anti-iraniano), se effettivamente si deve guardare all'ideologia espressa nel film, c'è da avere paura, per l'esposizione di un machismo superomistico che fa da perfetto pendant alla rudimentale filosofia dei kamikaze musulmani. E se, invece, l'aspetto fondamentale di questa operazione snyderiana e milleriana è proprio l'elemento grafico/visivo, c'è da domandarsi, con un po' d'angoscia, pensando agli sviluppi che questo metodo potrebbe avere in futuro: è ancora cinema questo, dove la regia (per così dire) si esplica fondamentalmente a livello di postproduzione, con location costruite di sana pianta al computer e con un abnorme abuso di sequenze rallentate? Secondo me, no. Il tutto somiglia molto di più a un pessimo videogioco, dove, oltre tutto, allo spettatore non è lasciato alcuno spazio di interazione con quanto scorre sullo schermo: si può soltanto subire l'esposizione dell'ideologia – diciamolo francamente – fascistoide degli autori.
Dopo aver ingerito alcune porzioni di involtini primavera andati a male, i passeggeri della nave da crociera Enlarge your penis si trasformano in zombie affamati di carne umana. In seguito al naufragio dell?imbarcazione alcuni morti viventi riescono a mettersi in salvo raggiungendo una sperduta isoletta abitata da una feroce tribù di cannibali, i Timanjo. Chi mangerà chi?
Vera pietra miliare dell?horror-splatter, Zombophagus fu girato da Vince Renato, uno dei maestri del genere, con un budget ristrettissimo, tanto che nel corso delle riprese la troupe non poteva lavarsi ed era costretta a riutilizzare i piatti e le posate di plastica usate durante i pasti. Alcune sequenze memorabili, come quella in cui il capo dei Timanjo, dopo aver ingoiato in un solo boccone la testa di un neonato-zombie, viene poi divorato dall?interno dalla testina, espellendo un fiotto di sangue violaceo dal retto. Per palati fini.
(Guglielmo)
Dal sito Morelli's Movie Guide
Ettore non è morto come tutti credevano. Il suo corpo è stato conservato nelle acque dello Stige e, dopo dieci anni di coma, grazie all'intervento di Esculapio si risveglia in una Troia distrutta. Avendo perduto tutto, uccide Paride, sposa Elena e, riunendo i suoi vecchi compagni d'arme, fonda una nuova città, ancora più grande e maestosa della precedente: Troiona. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, gli eserciti achei accerchiano di nuovo la fortezza: Achille, grazie ad un patto con Ade, è tornato più forte e più arrabbiato di prima, e stavolta, senza il proverbiale tallone.
Si sente in questo discreto sequel la mano di Tim Burton, la cui direzione riesce a tappare qua e la le falle della sceneggiatura. Il suo tocco visionario si sbizzarrisce specie nella sua Troiona gotica, che strizza l'occhio a "Notre dame de Paris". Bene la new entry Vin Diesel nella parte di Ettore, cui conferisce grinta e spessore psicologico, mentre di nuovo non convince Brad Pitt nei panni di Achille, inutilmente bamboccio e appesantito nel fisico. Durante le riprese alcuni attori, impressionati dalla saga ellenica, si sono convertiti al politeismo. (Guglielmo e Filippo C.)
Intrecciando sapientemente il tema del tradimento con quello della fisica quantistica, il geniale scrittore Pulvanelli, autore di Mio marito è un tachione?, il libro che è in cima alla classifica dei più sfogliati nelle librerie d'Italia - ci propone una profonda riflessione sul perché della vita e sul perché della morte, cogliendo l?elemento comune alle due domande ? e dunque la loro essenza - nella congiunzione "perché", non a caso la parola più pronunciata del film (soltanto nella prima inquadratura se ne contano novantasette). Sebbene non manchino alcuni passaggi a vuoto (la sequenza dell'attacco di diarrea convulsa di Marcus, il timido fratello del criceto del protagonista) il film offre un tale quantità di interessantissimi spunti che lo spettatore non potrà uscire dalla sala senza essersi prima svegliato.
(Sasha)
Un'antichissima setta religiosa orientale cerca di influenzare la politica internazionale ricattando i capi di governo, condizionando le coscienze dei suoi adepti e minacciando, per chi osi contrastarla, terribili castighi nell'aldilà.
Mai distribuito in Italia a causa della strenua opposizione da parte della Chiesa Cattolica, è un interessante thriller fanta-religioso sulla scia de 'Il codice Da Vinci', nonostante l'ipotetica società futura descritta nel film difetti spesso di credibilità (si pensi, ad esempio, ai simboli religiosi affissi addirittura all'interno di scuole e tribunali). Buona prova di Ian McDiarmid (l'Imperatore Palpatine della saga di 'Star Wars') nel ruolo del malvagio Gran Sacerdote Bianco.
(Guglielmo)
La vita tranquilla e sonnolenta della cittadina di Ogallala, nel Nebraska, viene sconvolta da un?orda di formiche carnivore geneticamente modificate, fuggite da un vicino laboratorio ortofrutticolo. Gli insetti attaccano la popolazione, distruggono gli tutto quello che incontrano e pretendono di imporre agli abitanti i propri costumi e stili di vita. Ma proprio nel bel mezzo dell? invasione, arrivano in città Jeff (Dick Head) e Jake (Will Beefakt), con il loro circo di formichieri e pangolini giganti.
Gustoso action movie, a metà strada tra l'horror, il catastrofico e la commedia sofisticata anni '50, si segnala soprattutto per l'incredibile prestazione recitativa del formichiere Sligo, in seguito protagonista del serial poliziesco televisivo 'Il commissario Sly'.
(Guglielmo)
Il sito di Repubblica ha pubblicato le foto delle scritte comparse sui muri di Genova contro l'arcivescovo Bagnasco (e anche contro il papa), nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana. In tutte quelle foto si vedono di spalle, come se fossero passanti, una donna bionda piuttosto corpulenta e una bambina con i codini e un maglioncino verde. Saranno la moglie e la figlia del fotografo?



Prime impressioni sul nuovo supermercato Coop di Cecina, Via Pasubio, il cui restauro è stato inaugurato lo scorso martedì 27 marzo.
Il sito internet del settimanale FilmTV - che io leggo abitualmente da alcuni anni - dove chiunque può esprimere le proprie opinioni su film e artisti vari, è una vera miniera, oltre che di informazioni cinematografiche, anche di strafalcioni grammaticali e sintattici tutti da ridere. In passato ne ho già pubblicati alcuni, ma oggi mi sono casualmente imbattuto in altri, che è il caso di riportare.
"La riuscita del film lo si deve sopratutto a lui."
:: opinione di IGLI
:: inviata: 27 marzo 2004, 00:48 (a proposito della regia di Mike Nichols per Una donna in carriera)
"Un regia quasi di routine, ma non o sottovalutiamo, avrei voluto vedere un altro cosa avrebbe fatto"
:: opinione di emmepi8
:: inviata: 24 aprile 2006, 10:01 (a proposito della regia di Mike Nichols per Heartburn - Affari di cuore)
"Sto imparando ad apprezzare questo regista: è davvero bravo, e realistico. [...]"
:: opinione di Luisa86
:: inviata: 18 marzo 2004, 22:41 (a proposito della regia di Mike Nichols per Silkwood) P.S. Strafalcione strano, perché di solito Luisa86 scrive correttamente e con uno stile piuttosto maturo, anche se ha cambiato opinione proprio su Nichols, in maniera diametralmente opposta, nel giro di pochi mesi: fino a metà marzo 2004 lo disprezzava, a maggio ormai lo adorava. Vedi qui sotto.
"Piatto e noioso. Forse è meglio che si limiti a fare il produttore..."
:: opinione di Luisa86
:: inviata: 8 febbraio 2004, 19:14 (a proposito della regia di Mike Nichols per I colori della vittoria)
"Un grande. Anche in questo film mostra tutta la sua capacità narrativa. E niente gli riesce bene come narrare storie sgradevoli."
:: opinione di Luisa86
:: inviata: 6 maggio 2004, 23:21 a proposito della regia di Mike Nichols per Conoscenza carnale)
E, per finire, il vero e proprio capolavoro nel suo genere:
"Finalmente Nichols è tornato al cinema con A maiuscola, dopo la parentesi Televisa, che a me non è piaciuta in modo particolare, anche per colpa di una impostazione interpretativa sbagliata. Resta il grande regista di IL Laureato, Chi a paura di Virginia Woolf?, Comma 22, Conoscenza Carnale,Il giorno del Delfino (senza scandalizzare nessuno),Silkwoode poi qualche prodotto di consumo... esagerato.. Qui è tornato a temi a lui cari, e sa dare un' ottima impostazione di recitazione, dando opportunità non comuni agli intepretti, tutti all'altezza. Il taglio registico ed il taglio dei tempi,(intevalli senza didascali di mesi), sono originali e rendono benissimo al soggetto"
:: opinione di emmepi8
:: inviata: 13 dicembre 2004, 11:03
LEI: Se io morissi all'improvviso, ti risposeresti?
LUI: Certo che no...
LEI: No? Perchè no? Non sei contento di essere sposato?
LUI: Beh, sì... che c'entra
LEI: C'entra, perché non ti risposeresti se apprezzi il matrimonio?
LUI: Vabbè, ok, mi risposerei, se ti può far piacere...
LEI: (con aria triste) Ah, ti risposeresti...
LUI: Beh, sì! Non parlavamo di questo?
LEI: E la faresti dormire nel nostro letto?
LUI: E dove vuoi che la faccia dormire?
LEI: E la faresti mangiare nei nostri piatti?
LUI: Penso di sì... certo... non è che posso cambiare tutto il servito...
LEI: E le lasceresti guidare la mia macchina?!
LUI: Beh, no, non ha ancora diciott'anni!
Giacomo Giacomo
Con il mio collega ci siamo posti questa domanda che giro a voi in quanto noi, con le nostre conoscenze, non siamo capaci di venirne a capo: dalle nostre parti (Arezzo e provincia) si dice che le gambe fanno Giacomo Giacomo (mentre alcuni dicono Diego Diego) quando tremano. Da dove deriva? Grazie Laura
Autore : Lauraar71 - Email : Lauraar71@yahoo.it
Giacomo Giacomo
«Voce fonosimbolica, nata probabilmente dall'onomatopea -gi... -ci... relativa allo scricchiolio delle articolazioni e incrociata col nome Giacomo» (Devoto).
«"Giaco", corta camiciola irrobustita da fili di ferro, con cui i contadini rivoltosi combattevano contro i signori, assai meglio armati. E non è escluso che proprio in quei momenti nascesse, per la manifesta inferiorità dei primi, l'espressione "le gambe mi fanno giacomo giacomo"» (G.A. Rossi).
"Far diego diego"... «è basato sul nome spagnolo, che è riduzione dal greco 'dídaco'='istruito'» (G.A. Rossi).
Autore : scout - Email : deap@gem.it
Giacomo Giacomo
Anche nel Trentino nel dialetto più popolare esiste tale modo di dire. Posso azzardare un'ipotesi: percorrendo il "Camino de Santiago" cioè il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela (San Giacomo) le gambe dei pellegrini imploravano: Giacomo! Giacomo! sperando in un arrivo non troppo distante essendo vicine alla mancanza di forze. Il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela figura ben presente nelle storie tramandate dagli avi.
Autore : artigiano - Email : pisettagiorgio@virgilio.it
Perché le gambe fanno giacomo giacomo
Varie sono state le interpretazioni, che si sono avvicendate a spiegare tale modo di dire. Ne offre un elenco –recente– Ornella Castellani Polidori nel saggio «Per la storia del detto Le gambe fanno giacomo giacomo», alle pagg. 333-356 in L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni, il “volume [che] raccoglie l’omaggio che gli Accademici e i Soci dell’Accademia della Crusca offrono a Giovanni Nencioni, per festeggiarlo nel giorno del suo 91° compleanno”, come, a incipit di quel dono –che la fiorentina Le Lettere nel 2002 ha messo alle stampe–, s’esprime l’attuale presidente Francesco Sabatini (e è da quel sacco che prelevo la farina per impastar questa nota.). Dopo aver accennato alla lettura “[d]ecisamente innovativa” del Dizionario etimologico italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio –il DEI–, che attribuisce alla fatica dei pellegrini in viaggio per San Giacomo di Compostella l’origine dell’espressione e la debolezza vacillante de le gambe che fanno giacomo giacomo, dal mucchio interpretativo la studiosa ne vaglia due: quella di Ottavio Lurati e quella di Massimo Bellina. Il primo, pur ascrivendo a quell’apostolo la causa deonomastica del detto, ne sposta l’asse derivativo dal piano storico, il pellegrinaggio al santuario gallego, su quello dell’antropologia culturale, già che vi riscontra –riflessa– la concezione della morte, propria di alcune società subalterne –lo studioso fa espresso riferimento a credenze rilevate in Sicilia, in quel di Enna–, secondo cui San Giacomo s’incarica, nel momento dell’agonia, di “prendere l’anima del moribondo e la porta in cielo lungo la strada della via lattea, detta appunto la ′strada di San Giacomo′”. Inserito in quest’ottica, anche un gesto semplice –se pur particolare– e di nessun’altra rilevanza se non di pratica utilità –legare i piedi del morto–, fatto com’è per ottenerne una compostezza funebre, schizza a acquistare risalto fondamentale, già che impedisce San Giacomo nell’ufficio d’assistere il vĭâtŏr nel celeste cammino, sí che l’anima –per quel fazzoletto, che stringe unite le caviglie– rimane sospesa e trattenuta al giaciglio di morte e dal mettersi in via. Il tremar delle gambe, dunque, è originariamente il venir meno delle forze nell’ora ultima. Che la figura di San Giacomo sia collegata con il tema del momento estremo, lo studioso ticinese, di questo, trova conferma in due elementi presenti nel cantone dei Grigioni: un gioco per ragazzi, che si chiama la morte di San Giacomo; l’espressione fer giacum giacum, che nella località di Bravuogn significa ′morire′”. Il secondo fa discendere lo svolgimento dell’espressione da una onomatopea riproducente lo strascinamento dei piedi per stanchezza, trovando fondamento alla sua intuizione nei versi d’una frottola –a cui il titolo è Bisbidis a Messer Cane della Scala– di Immanuèl Romano –ossia Manoello Giudeo, il dotto ebreo contemporaneo dell’Alighieri–, collocabile intorno al 1315: Sentirai poi li giach Che fan quei pedach, giach giach giach giach giach quando gli odi andare. Con un tipico processo di razionalizzazione semantica, poi –che interviene quando “muta d’accento / e di pensiero” diventa una parola–, il giach imitativo s’è esteso in giacomo, e il significato idiomatico della locuzione avvía, dunque, una risalita metonimica, che dall’effetto –lo strascinar dei piedi– s’attesta all’origine di esso –il tremar delle gambe–. La Castellani Polidori rigetta entrambe le letture interpretative. Quest’ultima, perché liquida come frutto di fraintendimento il senso attribuito a quell’onomatopeico giach, che, da uno sguardo allargato ai versi a quella quartina precedenti e seguenti, si comprende, invece –come già aveva, nel 19682, commentato Maurizio Vitale–, riferirsi al calpestío “marziale e fragoroso di calzature ferrate”: nulla a che vedere, quindi, col senso stanco e vacillante, che si ode nel detto in questione. La prima viene respinta, perché l’espressione burlesca non conserva nulla –manco una traccia– della drammaticità della morte, dal cui tema antropologico il Lurati l’aveva fatta derivare; e il significato di ′morire′ dell’espressione parallela, che a Bravuogn si riscontra –ma ha soggetto, altro che le gambe–, ricondotto com’è alla sfera ludica dei fanciulli, togliendosi dal cerchio stretto e agonico dell’attimo ultimo, s’inscrive in quello largo della leggerezza e della spensieratezza. La studiosa sbroglia il groviglio interpretativo, riannodando i fili del detto all’accezione dell’omologo francese di giacomo –cioè, a jacques–, che, a partire dalla rivolta medievale del 1358 –la famosa jacquerie–, la supponenza degli aristocratici, discendendo lungo la scala –del tempo e dello “scherno”–, dall’indicare inizialmente il ′contadino′, attraverso il grado di ′semplicione′, passò a significare ′vigliacco′. Il vertice profondo dell’irrisione è presto raggiunto, se già in un testo del Cinquecento –registrato nel dictionnaire settecentesco (ma pubblicato al cominciar dell’ultimo quarto dell’Ottocento) di Jean-Baptiste de la Curne de Sainte-Palaye– con maschera cognominale –e con marcia inversa a quella deonomastica– una voce verbale disonorante accompagna lo jacques, già immaginato assicurato alla giustizia nella veste di pendart (il ′furfante da forca′): Jacques Deloges. La voce originaria è déloge, e, maiuscolandosi in cognome, si priva d’accento e si provvede di s, in maniera che meglio s’attagli –la maschera– e meglio combaci al viso, a nascondere “per l’occhio” –se non del tutto “all’orecchio”– un deridente ′Giacomo-scappa′. La liaison italo-franca si giustifica, già che sul versante cisalpino si rintracciano: Ciapo nel senso di ′contadino′ nel Tommaseo-Bellini –e si tratta dell’ipocoristico di Iacopo, del quale Giacomo è allotropo–; che in Toscana –Vocabolario maremmano di Mario Barberini– l’espressione, di cui si parla, trova varianti onomastici con Cecco e Gianni –l’uno, ′contadino′ e l’altro, ′persona stupida′–; l’estensione del modulo giacomo giacomo per là dove piú a lungo è stato il dominio francese –regioni dell’Alta Italia, Toscana, Napoli e Sicilia–. Vengono, poi, sgretolate le due piú facili obbiezioni, che a tale collegamento possono opporsi: la prima –e cioè, la diversità di senso tra i due detti, l’italico e il francese–, in quanto un originario significato traslato, che intendeva “molli” le gambe perché “scimunite” –da pari, che ne era la mente–, persane per strada la dinamicità, veniva immobilizzato a una piú immediatamente comprensibile stanchezza fisica; la seconda –e cioè, che l’espressione faire le jacques, differentemente dall’italiana, contiene l’articolo–, in quanto, almeno in un dialetto d’Italia, è possibile rinvenire un’equivalente struttura –fari lu iàcupu–, registrata nel Vocabolario siciliano di Giorgio Picciotto e Giovanni Tropea, che la preleva da un manoscritto adespoto inedito del sec. XVII –Vocabolario siciliano italiano di Antico Anonimo–, e da un altro manoscritto, pur esso inedito, del XVII e XVIII sec. –La Crusca della Trinacria. Vocabolario siciliano di Onofrio Malatesta–: lessici, entrambi del patrimonio documentale della Biblioteca Comunale di Palermo. Circa, infine, la connessa questione –avanzata da Lauraar71– che la locuzione si varî con diego diego, questo non è la banalizzazione del nome, che, originatosi da Dídaco, ha –come una tappa della sua evoluzione– un Diago; sí, invece, è –tale Diego– alterazione d’un altro Diago, evolutosi –questo– da Jago –ipocoristico iberico di Jacobus–. In Diego, dunque, agisce lo stesso Giacomo, che ha come falsificato i suoi dati anagrafici. E la falsificazione circola in Toscana: Pisa, Livorno, Pistoia, Grosseto, ma anche Arezzo, come fa sicura la Polidori il linguista Alberto Nocentini. A Siena, poi, si falsifica di piú, già che la voce suona con contadinesco tuono: ghiego. P. S.: torbida essendo l’acqua mia dell’impasto, temo d’aver coi gradi tolto e appianato pure lo spettro e i sapori del pane, che, cosí, ho fatto sciapo: ma integro si può gustare –e fragrante–, là in quella Casa del 2002.
Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Se è vero che chi fa da sé fa per tre, allora quante orge ho fatto in vita mia!
(Sasso, Monscutariane meditationes)
(3:46 PM) soffio_lieve: stavo scrivendo a me Sasso67: complimenti Sasso67: e poi ti rispondevi anche? (3:46 PM) soffio_lieve: già (3:46 PM) soffio_lieve: credevo di parlare con te Sasso67: quando? (3:47 PM) soffio_lieve: ora (3:47 PM) soffio_lieve: nn dire nulla lo so Sasso67: sei una tonna (3:48 PM) soffio_lieve: grezie rospo Sasso67: hai studiato italiano da lino banfi? soffio_lieve logged off at 4:47 PM
Ho scelto l'epitaffio per la mia tomba, ammesso che ai "cremati", fra i quali aspiro ad entrare, ovviamente il più tardi possibile, spetti una tomba. Se avrò una tomba (altrimenti lo farò scrivere sull'urna cineraria), vorrei che ci fosse scritto:
RICORDATEMI DIMENTICANDOMI
La differenza fra quando avevo tre anni e ora è che ora riesco a trattenere la cacca.
(Monscutariane meditationes)
Nota a piè di pagina: "E non è detto che duri ancora a lungo".
Dio non esiste, e se esiste è ateo come me.
(Sasso, Monscutariane meditationes)
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