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Tag western

Django p'a' capa

by sasso67 (22/08/2008 - 20:07)

Django sfida Sartana (Italia, 1969) di William Redford [Pasquale Squitieri]. Con Tony Kendall [Luciano Stella] (Django), Giorgio Ardisson (Sartana), Josè Torres (il muto), Doro Corrà (il Corvo), John Alvar (Steve), Adler Gray (Singer).

Django, divenuto difensore della legge, sgomina la banda del Corvo, dopo di che viene a sapere che suo fratello Steve è stato impiccato per avere compiuto una rapina insieme a Sartana. Decide quindi di farla pagare al pistolero damerino, ma le cose non sono andate così: Sartana non è affatto colpevole della morte di Steve, per cui si alleerà con Django per farla pagare al vero colpevole. Diretto con buona tecnica da uno Squitieri quasi alle prime armi, corredato da un'ottima fotografia (di Eugenio Bentivoglio) e da un'interpretazione quanto meno dignitosa di Tony Kendall (alias Luciano Stella, romano de Roma), questo "spaghetti western" è un film inconsistente, corredato da una serie di duelli rusticani, aventi l'unico scopo di portare la trama a una durata sufficiente a fare uscire il prodotto nelle sale. A forza di allungare il brodo, però, si ottiene una sbobba insapore. E tra uno stereotipo e l'altro (ci mancano soltanto Sabàta, il bieco Bannister e la vedova Smith), Django sfida Sartana testimonia soltanto che, agli albori degli anni Settanta, il filone dello "spaghetti western", ormai ridotto a macinare i propri personaggi (Django, Ringo, Sartana ecc.) creati in precedenza, era già finito.

Tag: cinema,western

Ci manca solo Sartana

by sasso67 (05/08/2008 - 12:48)



La vendetta è un piatto che si serve freddo (Italia, 1971) di William Redford [Pasquale Squitieri].
Con Leonard Mann [Leonardo Manzella] (Jim Bridger), Ivan Rassimov (Perkins), Klaus Kinski (Virgil Prescott), Elisabeth Everfield (Tune), Steffen Zacharias (Doc), Enzo Fiermonte (George Bridger, il padre di Jim), Teodoro Corrà (Boon), Salvatore Billa (Ted).

Un western pieno di stereotipi, dagli indiani buoni ai bianchi cattivi e avidi, dai serpenti nel deserto alle sfide di/a/da/in/con/su/per/tra/fra i ranch. La trama è abbastanza banale, cioè quella di un uomo che vive nell'odio per gli indiani, convinto che gli abbiano sterminato la famiglia, mentre poi scoprirà che la verità è un'altra. Mai visti indiani meno credibili di questi. L'unica nota positiva del film è la recitazione quasi minimalista di Klaus Kinski, anche se va detto che il film dà troppa importanza al ruolo della stampa, in questo villaggio del West, dove l'analfabetismo doveva essere a livelli stellari. Squitieri si fa le ossa nel genere western all'italiana, ma si trova a fare i conti con la sciatteria di una produzione che cercava ogni anno di buttare sul mercato quanti più spaghetti western, per sfruttare la vena leoniana. È il genere stesso, però, a mostrare la corda, cominciando semmai ad indirizzarsi verso una sorta di western comico (qui accennato dagli interventi del Doc interpretato da Steffen Zacharias), verso cui virerà definitivamente dopo il sucesso raccolto a livello internazionale dalla serie di Trinità. Leonard Mann si conferma incapace di sostenere un ruolo da protagonista: al confronto, Giuliano Gemma era un mostro di espressività.

Tag: cinema,western

Stangata western

by sasso67 (16/06/2008 - 20:14)

Un genio, due compari, un pollo (Italia/Francia/Germania, 1975) di Damiano Damiani. Con Terence Hill (Joe Thanks), Miou Miou (Lucy), Robert Charlebois (Locomotiva Bill), Patrick McGoohan (il magg. Cabot), Raymund Harmstorf (il serg. Milton), Klaus Kinski (Doc Faster), Jean Martin (il col. Pembroke), Piero Vida (Jelly Roll), Clara Colosimo (la madame), Fernando Cerulli (il tenutario), Benito Stefanelli (Mortimer), Renato Baldini (lo sceriffo nel saloon), Roy Bosier (Jeremy), Friedrich Von Ledebuhr (il prete).
Nel West, un imbroglioncello si associa a un mezzo indiano e a una ragazza un po’ strana, per impadronirsi di un gruzzolo, frutto di una truffa perpetrata da un colonnello dell’esercito ai danni di una tribù indiana.
Western comico, girato sulla scia del successo di Trinità e dei suoi vari cloni, con Terence Hill, ma senza Bud Spencer. La regia di Damiani è, come sempre, garanzia di buona qualità, ma l’assenza del compare usuale di Terence Hill priva il film di qualche freccia che poteva scoccare dal suo arco. Del resto, la coppia protagonista francese, clausola obbligatoria del contratto di coproduzione italo-franco-tedesca, è piuttosto anonima. Qualche buona sequenza acrobatica contribuisce alla riuscita del film, che, però, funziona soltanto dal punto di vista formale, mentre il ribaltamento – che si presupporrebbe comico – di alcuni luoghi comuni del western lascia a desiderare. Bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento di San Damiano.

La stella nella polvere

by sasso67 (20/01/2008 - 20:20)

Mezzogiorno di fuoco (U.S.A., 1952) di Fred Zinnemann. Con Gary Cooper (Will Kane), Grace Kelly (Amy Fowler Kane), Thomas Mitchell (il sindaco Jonas Henderson), Lloyd Bridges (Harvey Pell, il vice sceriffo), Katy Jurado (Helen Ramírez), Ian McDonald (Frank Miller), Otto Kruger (il giudice Percy Mettrick), Lon Chaney Jr. (Martin Howe), Lee Van Cleef (Jack Colby), Robert J. Wilke (Jim Pierce), Harry Morgan (Sam Fuller), Eve McVeagh (Mildred Fuller), Morgan Farley (il dott. Mahin, predicatore), Howland Chamberlain (l'impiegato dell'hotel), Jack Elam (Charlie, l'uomo in cella).

Lo sceriffo Will Kane di Hadleyville s'è sposato e ha dato le dimissioni: il giorno dopo arriverà il funzionario che prenderà il suo posto. Purtroppo, però, proprio quel giorno esce di prigione un criminale che cinque anni prima, Kane aveva fatto arrestare e condannare, e l'uomo è deciso a tornare al villaggio e, con l'aiuto di tre complici, uccidere l'ex sceriffo e riprendere a spadroneggiare con la forza delle armi. Kane, seppure non più in carica, torna indietro per formare una squadra ed affrontare i fuorilegge. Nessuno, per paura, lo aiuterà, e si troverà ad affrontare da solo i quattro pericolosi criminali. Solo la moglie saprà dargli una mano.

Un classico del western, anche se è sicuramente un esemplare molto particolare del genere, un po' come 2001: Odissea nello spazio è un film di fantascienza. Al centro dell'attenzione del regista e del suo sceneggiatore c'è sicuramente l'imperativo morale che impone al protagonista di tornare a difendere la cittadina, pur nell'indifferenza, quando non nell'ostilità (esemplare in questo senso il discorso pronunciato in chiesa dal sindaco Henderson), della popolazione. Anche la vigliaccheria dell'animo umano è uno dei temi centrali di questo dramma umano, prima ancora che della frontiera. Se però si pensa al fatto che il film fu girato durante il periodo del maccartismo e se si fa mente locale sul gesto compiuto dal protagonista nel finale, quando getta la stella di latta nella polvere, non si può non pensare che vi sia qualche riferimento alla realtà politica del periodo: è una relazione oggettiva, che è nella realtà delle cose, così come vi erano riferimenti alla paura del comunismo nei film fantascientifici di quel periodo.

Ma Mezzogiorno di fuoco è soprattutto un bel film, girato rispettando con un rigore sorprendente l'unità di tempo (il film segue in tempo reale il susseguirsi dei fatti), e valendosi soprattutto di una grande fotografia del veterano Floyd Crosby, già collaboratore di Flaherty, e di un protagonista quanto mai adatto, come l'allora cinquantenne Gary Cooper, dal volto bello e tormentato, perfetto per rappresentare i rovelli dell'uomo di legge che ha paura ma sceglie ugualmente di compiere il proprio dovere. In più Zinnemann si avvale di un nutrito gruppo di caratteristi (primo fra tutti l'ottimo Thomas Mitchell, l'attore che lega questo film ad Ombre rosse), la più grande ricchezza - a parte i soldi degli studios - del cinema americano.

Tag: cinema,western

John il buono

by sasso67 (06/01/2008 - 20:22)

Chisum (USA, 1970) di Andrew V. McLaglen. Con John Wayne (John Chisum), Ben Johnson (James Pepper), Forrest Tucker (Lawrence Murphy), Geoffrey Deuel (Billy "The Kid" Bonney), Glenn Corbett (Pat Garrett), Andrew Prine (Alex McSween),Bruce Cabot (lo sceriffo Brady), Patric Knowles (Henry Tunstall), Richard Jaeckel (Jess Evans), Lynda Day George (Sue McSween), Robert Donner (Morton), Pamela McMyler (Sallie Chisum), John Agar (Amos Patton).

Il buon allevatore Chisum, alleato dell'onesto collega Tunstall e del giovane avvocato McSween, tenta di opporsi alle mire espansionistiche del bieco latifondista Murphy.

Ancora un Billy The Kid, e non certo il migliore della serie. Questa volta ce lo presenta John Wayne, nei panni dell'allevatore Chisum, che qui passa dalla parte dei buoni. E, cosa più incredibile, diventa quasi buono anche Billy The Kid, che uccide esclusivamente per vendicare il padre putativo Tunstall, ammazzato dagli scagnozzi del perfido Murphy, rinunciando consapevolmente all'amore della nipote di Chisum. Insomma, la prospettiva è alquanto spostata rispetto all'ottica tradizionale, e anche un po' sghemba rispetto ai documenti dell'epoca che narrano di un Chisum affarista con non molti scrupoli ma tanti appoggi politici (e che passò qualche breve periodo in prigione), nonché di un Billy Bonney, efferato assassino, morto ad appena 22 anni con un discreto numero di morti ammazzati sulla coscienza. Non si sa per certo se Billy fu al servizio di Chisum durante la "guerra del bestiame della Contea di Lincoln" e se fu proprio l'allevatore originario del Tennessee a farlo uccidere: sono probabilmente veri entrambi questi dati. Quel che è certo è che poco risponde alla storicità dei fatti questo film con il vecchio Duke nei panni del protagonista; meglio sarebbe stato dare ai personaggi di Chisum nomi diversi, anche se si capisce che facesse troppo gola sfruttare nomi celebri come quelli di Pat Garrett e Billy The Kid. Nonostante la presenza di tanti veterani del western, più o meno classico, chi non ha molto tempo da perdere dia retta: si guardi Pat Garrett & Billy The Kid di Peckimpah e lasci perdere questi sottoprodotti.

Il regista (1920) è il figlio di Victor McLaglen, attore che recitò tante volte insieme a John Wayne.

Tag: cinema,western

Billy The Chi?

by sasso67 (04/01/2008 - 20:39)

Young Guns II - La leggenda di Billy The Kid (USA, 1990) di Geoff Murphy. Con Emilio Estevez (William H. Bonney, detto Billy The Kid), Kiefer Sutherland (Josiah Gordon Scurlock, detto Doc), Lou Diamond Phillips (Jose Chavez y Chavez), Christian Slater ("Arkansas Dave" Rudabaugh), William Petersen (Pat Garrett), Alan Ruck (Hendry William French), James Coburn (John Simpson Chisum), Balthazar Getty (Tom O'Folliard), Viggo Mortensen (John W. Poe), R. D. Call (D. A. Rynerson), Scott Wilson (il governatore Lewis Wallace), Jenny Wright (Jane Greathouse).

Le ultime imprese del leggendario fuorilegge Billy The Kid, raccontate negli anni trenta da un vecchietto che sostiene di essere il bandito in persona, scampato all'ultima sparatoria con lo sceriffo ed ex complice Pat Garrett, assoldato dagli allevatori e dal governatore del New Mexico per farlo fuori.

Qualche giorno fa ho visto una partita dell'Inter, e ad un certo punto è entrato in campo un giovane calciatore di colore di nome Pelè. Secondo me, nel calcio, nessuno dovrebbe avere il diritto di chiamarsi Pelè, salvo che quello sia proprio il suo cognome, oppure fino al momento in cui non abbia dimostrato di valere quanto il fuoriclasse brasiliano. E così, secondo me, nessuno dovrebbe poter fare film su Billy The Kid dopo il film di Peckimpah del 1973. Invece Geoff Murphy (chi era costui?) "ce prova" a rifare Pat Garrett & Billy The Kid con tanto di scena patetica per avvicinare l'emozionante morte dello sceriffo Slim Pickens, qui con la morte di Diamond Phillips. Peccato, però, che abbia Bon Jovi al posto di Bob Dylan e che tutto il film sia impostato come un moderno avventuroso e che non ci sia niente di epico. E questo anche se il regista biecamente utilizza il procedimento del Piccolo grande uomo (1970), di far raccontare l'intera vicenda al protagonista (o presunto tale) invecchiatissimo e incattivito. Young Guns II ha una sola scena che colpisce, ed è quella, assolutamente gratuita nell'economia del film, in cui la prostituta del villaggio (Jenny Wright) si spoglia e se ne va a cavallo nuda come Lady Godiva. Per il resto, va considerato per quello che è: il tentativo di lanciare qualche allora giovane attore di belle speranze; tentativo, peraltro, fallito con quasi tutti i giovinotti, che, salvo forse Viggo Mortensen, pur provenendo da lombi attoriali, sono rimasti nel limbo del senza infamia e senza lode.

Tag: cinema,western

Il prezzo della dignità

by sasso67 (17/11/2007 - 22:39)

Quel treno per Yuma (USA, 1957) di Delmer Daves. Con Van Heflin (Dan Evans), Glenn Ford (Ben Wade), Leora Dana (Alice Evans), Felicia Farr (Emmy), Henry Jones (Alex Potter), Richard Jaeckel (Charlie Prince), Robert Emhardt (Mr. Butterfield), Sheridan Comerate (Bob Moons).

Ford, Emhardt e HeflinUn pacifico allevatore è ingaggiato da un ricco portavalori perché conduca un pericoloso fuorilegge, macchiatosi di una rapina e di un duplice omicidio, al treno che lo porterà al penitenziario di Yuma.

Ottimo western psicologico, classico nello stile, ma già moderno nei contenuti. Conciso nella durata, per niente retorico - salvo che nella canzone, peraltro bella, che porta il titolo originale del film (3:10 to Yuma) - alieno dall'accodarsi alla logica della contrapposizione manichea tra bene e male, Daves, già maturato attraverso esperienze passate alla storia, come L'amante indiana (1950) e Rullo di tamburi (1954), ha capacità tecniche e narrative di prim'ordine. Se su quest'ultimo piano sa creare un racconto teso con il minimo indispensabile di elementi a disposizione, dal punto di vista della pura tecnica cinematografica, utilizza con padronanza tutti gli espedienti finalizzati allo sviluppo drammatico: riprese dal basso e gru si alternano ai primi piani dei due protagonisti. Altrettanto importante è lo sfalsamento dei piani geometrici sui quali si trovano spesso i vari personaggi: e non sempre chi sta più in alto si trova in situazione di vantaggio, come dimostra il personaggio di Dan Evans, molto più a proprio agio quando può piantare i piedi sul polveroso suolo dell'Arizona. Ottimi tutti gli attori, in particolare i due protagonisti: l'aspirante uomo tranquillo Van Heflin e un Glenn Ford che sprizza dagli occhi una calma luciferina.

Tag: cinema,western

Se sei vivo, muori!

by sasso67 (17/10/2007 - 20:08)

Oro Hondo - Se sei vivo spara (Italia/Spagna, 1967) di Giulio Questi. Con Tomas Milian (Hermano), Ray Lovelock (Evan), Piero Lulli (Oaks), Marilù Tolo (Flory), Roberto Camardiel (Sorro), Milo Quesada (Ackerman), Patrizia Valturri (Elizabeth Ackerman), Sancho Gracia (Willy).

Una banda di criminali capeggiata da un certo Oaks stermina un distaccamento dell'esercito americano e lo deruba dell'oro che trasportava. Dopo essersi sbarazzati dei componenti messicani della banda, Oaks e gli uomini rimasti vanno a fare rifornimento in un villaggio, dove, però, non sono bene accetti. Nel frattempo, uno dei banditi messicani, salvato dalla morte da due indiani, medita la sua vendetta.

Se sei vivo spara, più tardi rititolato Oro Hondo, è un riuscito spaghetti western molto sui generis. A una trama prettamente western, basata sulla spasmodica ricerca di accaparrarsi un favoloso bottino, si affiancano ambientazioni che sembrano uscire dal Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki (pertinente la citazione di Marco Giusti, ispirata dai campi lunghi con gli impiccati penzolanti dalla forca sullo sfondo) o da certi racconti di Kafka, pullulanti di villani apparentemente innocui, ma in realtà infidi ed inquietanti (un'atmosfera del genere saprà renderla alla perfezione Walter Hill nel finale dei Guerrieri della palude silenziosa). La violenza, in questo western post-djanghiano - all'estero il film fu rititolato Django Kills! -, è talmente esibita da risultare iperrealista ed allucinata: restano nella memoria le prime impiccagioni, da antologia del cinema, e quella sorta di operazione chirurgica - in realtà bassa macelleria - che dovrebbe servire a tenere in vita il povero Oaks, ferito a morte da Hermano, ma che si trasforma in una gara ad estrarre a mani nude i proiettili dal corpo del malcapitato, una volta che gli avidi cowboys si rendono conto che il capobanda non è stato riempito di piombo, ma d'oro. Quasi quarant'anni prima di Brokeback Mountain (2005), inoltre, viene mostrata una banda di malviventi omosessuali, in divisa neroargentata alla Village People, che cercano di farsi in gruppo un ragazzino, interpretato dal giovanissimo e biondo Ray Lovelock. Oltre all'attore angloitaliano, si apprezza, una volta di più, Tomas Milian, e un cast di attori spagnoli tutti funzionali. Va detto, però, che il merito della riuscita del film va innanzitutto allo sceneggiatore Arcalli e al regista Giulio Questi (nato a Bergamo nel 1924), che, a dispetto di un talento qui evidentissimo, ha girato pochissimo, e il cui ultimo film per il grande schermo, Arcana, risale a trentacinque anni fa.

Tag: cinema,western

I cacciatori di antipodi

by sasso67 (26/09/2007 - 20:57)

The Proposition (Australia/GB, 2005) di John Hillcoat. Con Guy Pierce (Charlie Burns), Ray Winstone (capitano Morris Stanley), Danny Huston (Arthur Burns), Emily Watson (Martha Stanley), Richard Wilson (Mike Burns), David Gulpilil The Proposition (Guy Pierce)(Jacko), John Hurt (Jellon Lamb), Tom Budge (Samuel Stoat).

Bello, veramente bello.

Australia, fine dell'Ottocento. I due più giovani dei tre fratelli Burns sono catturati dal capitano Stanley, che rappresenta la legge di Sua Maestà Britannica (mai come qui lontana). Il poliziotto fa un patto con il fratello mezzano: terrà in ostaggio il più giovane, mentre il fratello avrà dieci giorni di tempo per uccidere il fratello maggiore, il capo e il più terribile dei tre. Se non adempierà questo compito, il fratello minore sarà impiccato il giorno di Natale.

Quando gli inglesi si resero conto di non poter più mandare galeotti nelle colonie dell'America del Nord, cominciarono a spedirli in Australia. E questo western australiano, scritto da Nick Cave, uno dei più grandi cantautori del nuovissimo continente, è davvero un ottimo film, che ci propone una storia di pistoleros e sceriffi - con gli aborigeni a fare la parte dei pellerossa - a metà tra l'epica decadente alla Pat Garrett & Billy The Kid (1973) e l'allucinazione alla Dead Man (1995), ambientata in un'Australia inquietante e misteriosa, degnissima erede di quella vista nei primi film di Peter Weir come Picnic ad Hanging Rock (1975) e L'ultima onda (1977). Il risultato è, appunto, un western sporco e cattivissimo che, se ha un difetto, lo denota quando entra in scena la moglie del capitano Stanley (interpretata dalla peraltro brava Emily Watson). Il resto lo fanno la bellezza del paesaggio australiano, magnificamente cinematografato da Benôit Delhomme e alcune belle interpretazioni, in particolare di Pierce (quasi spettrale), Winstone, Huston, Hurt. Un egregio lavoro, quello del regista aussie John Hillcoat, per un film che in chi lo vede non può non lasciare il segno.

The Proposition (Pierce e Huston)

Tag: cinema,western

L'uomo dalla frusta di cuoio

by sasso67 (08/09/2007 - 10:18)

Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro (Italia, 1966) di Lucio Fulci. Con Franco Nero (Tom Corbett), Nino Castelnuovo (Junior Scott), George Hilton (Jeffrey Corbett), John McDouglas [Giuseppe Addobbati] (Scott padre), Lyn Shayne [Linda Sini] (Brady), Tchang Yu (il becchino), Janos Bartha (Carradine), Rina Franchetti (Mercedes), Aysanoa Runachagua (Souko).

Richiamato dalla lettera di un conoscente, un cowboy torna al paesello d'origine, dove tutto è ormai nelle mani del ricco possidente Scott, e alla mercé del suo psicopatico figlio Junior.

Intendiamoci: niente di trascendentale, però questo film scaturito dalla penna di Fernando Di Leo e diretto con mano ferma da Fulci, al suo primo western, funziona. La sua carta vincente, oltre a un Castelnuovo pre-tramagliniano, paranoico e armato di frusta, è una trama consistente e che ha finalmente un senso. Anche i riferimenti edipici (c'è qualcosa che sanno tutti, in paese, tranne il protagonista) non sono campati in aria come spesso succede in pellicole di questo tipo. Il rapporto del protagonista con il fratello è ben sviluppato e, alla fine, si ha l'impressione di un prodotto modesto ma ben confezionato.

Tag: cinema,western

Alla faccia del Custer!

by sasso67 (04/07/2007 - 17:16)

Custer, eroe del West (USA, 1967) di Robert Siodmak. Con Robert Shaw (gen. George Armstrong Custer), Mary Ure (Elizabeth Custer), Ty Hardin (magg. Marcus Reno), Jeffrey Hunter (capit. Benteen), Lawrence Tierney (gen. Philip Sheridan), Charles Stalmaker (ten. Howells), Kieron Moore (il capo Dull Knife), Robert Ryan (Mulligan), Robert Hall (serg. Buckley).

Biografia in tempo reale (quasi 140 minuti) del generale Custer. Anzi, biografia romanzata in tempo reale. Troppo lungo, il film del glorioso Siodmak e del bravo Shaw mostra bene le contraddizioni di George Armstrong Custer, soldato tentato allo stesso tempo dall'azione militare e dalla carriera politica, considerato dai politici un eroe, ma dagli stessi tenuto a bada come un piantagrane. Una delle pecche principali del film è mostrare, nel finale, il generale Custer quasi come un difensore degli indiani, contro i cattivi politicanti di Washington. Il regista sembra quasi sminuire, alla fin fine, gli errori militari del generale, e perfino dei suoi più stretti collaboratori, il temerario maggiore Reno e il più prudente capitano Benteen. In conclusione, Custer sembra quasi immolarsi di fronte all'avanzata di un diverso e nuovo modello di strategia bellica, basato sulle macchine automatiche corazzate d'acciaio. Forse, la frase più importante del film è quella detta da Custer al capo indiano, quando gli ricorda che gli indiani sono destinati a soccombere di fronte ai bianchi, che rappresentano un'etnia più forte e sviluppata della loro, così come i Cheyenne avevano conquistati quelle terre ad altri popoli, sterminati in quanto più deboli di loro.

Custer, eroe del West è un film che si annunciava interessante, anche perché era tra i primi a promettere una revisione sul mito dell'eroe, ma che, in definitiva, è abbastanza deludente.

Ottima la prova di Robert Ryan - che ritroveremo a dare la caccia al mucchio selvaggio - nella parte del soldato disertore.

Tag: cinema,western

Anche i "negri" hanno un'anima

by sasso67 (08/04/2007 - 11:52)

L'ultimo tramonto sulla terra dei McMasters (USA, 1970) di Alf Kjellin. Con Burl Ives (Neil McMasters), Brock Peters (Benjie), Nancy Kwan (Robin), Jack Palance (Kolby), David Carradine (Penna Bianca), John Carradine (il predicatore), L. Q. Jones (Russel), R. G. Armstrong (Watson), Dane Clark (Spencer), Marion Brash (la signora Watson).

Allevato fin da ragazzino dal possidente McMasters, Benjie, giovane di colore, dopo avere combattuto nella Guerra di Secessione nelle file dell'esercito nordista, torna a casa in uno degli stati del Sud, dove ancora vorrebbero vedere i "negri" soltanto come schiavi. Associato nell'attività di allevatore dall'anziano McMasters, che gli dà anche il proprio cognome, Benjie viene continuamente tartassato dai bianchi razzisti del luogo, disposti anche a rilevare il ranch di McMasters, pur di non vederlo nelle mani di un "muso nero".

Ottimo film western del filone progressista, tipico dell'inizio degli anni settanta, con capostipiti opere some Soldato blu (1970), Il piccolo grande uomo (1970) e L'uomo chiamato cavallo (1970). Girato da un regista svedese attivo ormai da anni in America, dove lavorava molto anche per la televisione, L'ultimo tramonto sulla terra dei McMasters figurativamente risente dello stile televisivo, ma ha un solido impianto narrativo ed è apprezzabile dal punto di vista ideologico. Si tratta di un racconto antirazzista che potremmo definire triangolare, nel senso che qui si confrontano e scontrano i bianchi, i neri e gli indiani. Mentre i bianchi (la maggior parte di loro, ché ce ne sono anche di bravi) non sopportano che i neri possano avere un ruolo diverso da quello di schiavi (sostengono addirittura che i "negri" non hanno l'anima), gli indiani li considerano uguali ai bianchi, perché anche il buon Benjie utilizza la terra come fanno gli allevatori del posto, mettendo i recinti e marchiando il bestiame. Viene qui alla mente un elemento curioso che si trova nel libro di Thomas Berger Il piccolo grande uomo, dove i pellerossa definiscono un personaggio di colore "l'uomo bianco nero", nel senso che, pur avendo la pelle scura, l'afroamericano ha ormai assunto, una volta liberato dalla schiavitù, tutti i comportamenti dell'invasore viso pallido.

Esistono ancora gli eroi, sembra dire questo piccolo western crepuscolare, anche se non sono coloro che sterminano con eguale ferocia bufali e pellerossa, ma sono quelli che lottano e muoiono per un mondo più giusto, come l'anziano McMasters o il più giovane Spencer che tentano di difendere i diritti di Benjie. Il finale, con gli indiani che intervengono a salvare la vita del protagonista, è un po' utopico e illusorio, però, per una volta, fa tirare un sospiro di sollievo.

È davvero buona l'interpretazione di tutto il cast, da Brock Peters (1927-2005) alla hongkonghese Nancy Kwan che interpreta la moglie indiana, senza dimenticare gli anziani Burl Ives (1909-1995), Jack Palance (1919-2006), ancora una volta con la maschera del supercattivo, fino a R. G. Armstrong (classe 1917), nella parte di un negoziante filisteo e vigliacco.

Tag: cinema,western

Piccolo grande Dustin

by sasso67 (24/01/2007 - 19:05)

Il piccolo grande uomo (USA, 1970) di Arthur Penn. Con Dustin Hoffman (Jack Crabb), Faye Dunaway (Louise Pendrake), Chief Dan George (Cotenna di Bisonte), Martin Balsam (Allardyce T. Merryweather), Richard Mulligan (il generale Custer), Jeff Corey (Wild Bill Hickock), Aimée Eccles (Raggio di Luna), Kelly Jean Peters (Olga), Carole Androsky (Caroline Crabb), Robert Little Star (Gatto Nascosto), Cal Bellini (Orso Giovane), Ruben Moreno (Ombra Silenziosa), Steve Shemayne (Brucia Rosso Nel Sole), William Hickey (lo storiografo), James Anderson (il sergente), Thayer David (il reverendo Silas Pendrake), Ray Dimas (Jack bambino), Gatto Nascosto e Piccolo Grande UomoAlan Howard (Jack adolescente), Philip Keneally (il signor Kane), Emily Cho (Digging Bear).

Uno dei pilastri del nuovo cinema americano che, a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta (insieme a L'uomo chiamato cavallo di Silverstein e Soldato blu di Nelson), rivisitò il mito della frontiera e la figura del pellerossa, non più selvaggio assetato di whisky e di sangue, ma essere umano perseguitato in casa sua dalla tracotante cupidigia dell'uomo bianco.

Rispetto all'eccellente romanzo di Thomas Berger da cui è tratto, il film di Arthur Penn introduce alcune varianti che rendono il protagonista migliore (più forte, più coraggioso, più buono), rispetto all'originale letterario. Alcune scene sono rese più buffonesche o macchiettistiche, basti pensare al personaggio di Allardyce T. Merryweather, qui ridotto al rango di ciarlatano di piazza, o al "buon giorno per morire" del vecchio Cotenna di Bisonte. Lo spirito del romanzo di Berger, però, nella sostanza, è rispettato, e il film, polemicamente meno incisivo degli esperimenti coevi che ho sopra rammentato, è spettacolare quanto basta per permetterci di visualizzare i vasti spazi descritti nel libro e per rendere credibile la volontà di guardare con occhi nuovi e affettuosi alla fine della civiltà pellerossa.

In un film in cui risalta la bella fotografia di Harry Stradling Jr., si registra anche quella che è, probabilmente, la miglior prova interpretativa di Dustin Hoffman, che, attraverso questo vero e proprio tour de force, sostiene ciò che può essere definito l'esame finale per assurgere al ruolo di mostro sacro del cinema. Notevole anche il Chief Dan George che sa dare corpo e (grande) anima a Cotenna di Bisonte.

V. l'opinione di Goffredo Fofi.

La signora Pendrake e Jack Crabb

Tag: cinema,western
Tag western